VINICIUS DE MORÃES la poetica del culo

vinicius de moraesPer chi arriva a Rio, Ipanema è la spiaggia dei più bei culi del mondo. Per chi ama la cultura brasiliana è il “quartiere” dove si svolse l’intera vicenda della bossa nova, nonché la vita, ardita e trasgressiva, di artisti, poeti e straordinari uomini cariocas. Ah, a proposito, cariocas sono gli abitanti di Rio e non tutti i brasiliani…

 

Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento tutto accadeva qui, in questa lingua di sabbia stretta tra l’Oceano Atlantico e la Lagõa Rodrigo de Freitas, nella spiaggia colonizzata dai figli degli intellettuali europei fuggiti dal Nazismo e dal Fascismo, e Ipanema era una sorta di “Firenze medicea in salsa tropicale” punto d’incontro di artisti plastici, filosofi, poeti, cantanti, donne bellissime, dissidenti politici.

 

Vinicius de Morães, il grande poeta di Rio, è stato probabilmente, il grande “articolatore dell’identità moderna” dell’uomo carioca. Nella sua Cronaca do Estado de Guanabara scrisse:

 

«Essere carioca significa, più che essere nato a Rio, aver aderito alla città al punto di sentirsi a proprio agio soltanto in mezzo alla sua adorabile disorganizzazione. Essere carioca significa non amare svegliarsi presto, anche se si sarebbe obbligati a farlo; è amare la notte prima di ogni altra cosa, perché la notte induce a chiacchierare disinvoltamente; è lavorare svogliatamente… avere come unico programma non averne nessuno… è dare più importanza all’amore che al denaro».

 

Ed è vero, il carioca si autopercepisce come appartenente a una categoria antropologica e identitaria ben definita. Un rifiuto a prendersi troppo sul serio, un’idiosincrasia per ogni tipo di autorità, un gusto per la vita che sfida ogni argomentazione razionale. Impregnato del “sapere da spiaggia”, del gusto per la chiacchierata, la birra, lo spuntino al botequim; in altri termini il carioca è l’homo brasiliensis innovatore, arguto, filosofo, malandro.

 

Vinicius era tutto questo, un grande bohémien, un filosofo amabile, un umorista spontaneo.
Un santo pagano, disimpegnato e serissimo, divertente, malinconico, coltissimo, arguto, irresistibile. Si definiva o branco mais preto do Brasil, il bianco più nero del Brasile, perché sentiva, forte,  il legame con l’Africa: la sua visione meticcia, universalistica, aperta,  era perfettamente “ipanemense”. «Nessuno è carioca invano», amava dire. Era erudito (studiò, tra l’altro a Oxford) ma propendeva per la cultura di strada, beveva whisky e si circondava di una sorta di cenacolo composto da intellettuali, giornalisti, artisti.

 

Nel 1956 produsse la piéce teatrale Orfeu da Conceição, e nell’occasione conobbe Tom Jobim: da allora il sodalizio praticamente colonizzò Ipanema. Pur amico di Neruda e Ungaretti, Osvald e Mario de Andrade  si guadagnava da vivere come critico di cinema o rispondendo a lettere di donne dal cuore infranto per giornali cariocas. Da vero poeta, alternava frasi immortali – «a vida è a arte do incontro», che divenne  il suo motto più felice, a rime   ingenue come «peixinhos e beijinhos», pesciolini e bacini.

 

Aveva 45 anni (era nato nel 1913) quando, nel 1958, uscì Chega de saudade, con le sue parole, la musica di Tom Jobin e la voce di João Gilberto: iniziava un’era d’oro per la cultura del Brasile, e Vinicius divenne il guru di quella generazione. Morì nel marzo del 1980, dopo aver trascorso, incosciente, tutta la notte nella vasca da bagno tra libri, carte, ghiaccio e naturalmente tanto whisky.

 

Le ragazze solari, belle e naturali di Ipanema erano chiamate aviãos, aerei: andavano scalze sulla spiaggia, e che con la loro sensualità e spontaneità portarono la generazione degli anni Cinquanta, senza che vi fosse un programma o una teoria precostituita, alla liberalizzazione sessuale.

 

E qui torna in gioco l’Africa. L’Africa della diaspora, che permea la cultura brasiliana, persino al di là delle apparenze visive. In Africa l’uomo produce e crea valore, è saggio, esperto, affidabile; la donna vende, è mobile, va a vendere al mercato, soprattutto sviluppa i lombi, la cosce, il culo, la bunda brasiliana. Sì, meglio che la parola che definisce questo universo di significati sia femminile. Il mercato diventa così, anche o soprattutto, il luogo della bellezza, delle sfilate, il momento del passaggio dal privato al pubblico.

 

Qui l’Africa si svela e promette quel che sarà in America, quel che sarà, in un futuro prossimo, il mondo intero.

 

«La nostra vera patria è la nostra pelle», diceva Curzio Malaparte.
È vero, il corpo è soprattutto il prodotto di un processo storico e culturale.
È la cultura che forgia i corpi, attraverso quella dinamica che gli antropologi chiamano “antropopoiesi”. Non basta nascere per aver un corpo – una tabula rasa su cui scrivere, un blocco di cera da modellare, un campo di forze nel quale l’individuo si scontra con la cultura, l’ideologia, la politica, la morale, la storia – noi siamo il nostro corpo, e il nostro corpo è quel che ci meritiamo.

 

Per gli indios Caduveo «chi non è tatuato non è un uomo»: se non l’avessero detto a Claude Lévi-Strauss negli anni Trenta del Novecento, sembrerebbe uno slogan della modernità occidentale.

 

È la cultura, quindi, che segna la pelle, insegna gesti e impone posture, e il corpo è una zona di riflessione, una sorta di “altare” di fronte al quale sacrificare ogni pregiudizio perché di per sé parla, racconta, orienta, dirige.

 

Il pudore e il riserbo di noi occidentali ha oscurato millenni di gesti, provocazioni e liberazioni, ammantandoli di compiaciuta morbosità; al contrario il Carnevale brasiliano con il suo rovesciamento di ruoli e lo scatenamento apparentemente sregolato e dionisiaco non è solo una sospensione del tempo, dello spazio, delle regole, è anche un magico disvelamento della mentalità, dell’ideologia, del modo di essere brasiliano.

 

C’è anche un po’ di eredità indigena in questa disinvoltura “corporale” che osserviamo nelle spiagge brasiliane.

Tomar um banho, lavarsi, in qualunque momento della giornata, è un’esperienza mediata dalle tradizioni degli indios, associata alla sensazione felice del contatto, e anche alla sessualità, alle piacevoli stimolazioni offerte. Il contatto con la propria pelle, che i brasiliani glorificano ed enfatizzano permette al corpo-materia di suscitare sensazioni vive, rimandando allo stesso tempo, alla sfera della meditazione e del sacro.

 

E veniamo, anzi torniamo, al sedere (come suona irreale e politically correct questo termine…), anzi alla bunda. Sempre protagonista: cos’altro era l’imperiale incedere della garota di Ipanema se non una sua esaltazione del culo ammantata di poesia?

Nell’immaginario popolare brasiliano la bunda, sul piano estetico-erotico, è assolutamente preminente. Negli Stati Uniti la preferenza va invece al seno voluminoso che, secondo alcuni critici, può denotare il complesso della mamma, la valorizzazione di uno dei punti più nobili del corpo della femmina, poiché, di fatto, lo si associa alla preservazione della vita, ovvero all’allattamento.

 

Vi fu un anno, il 1972, in cui Arembepe, non lontano di Salvador de Bahia, fu il centro del movimento hippie. Bene, quei giovani liberi, disinibiti e considerati dai militari che erano allora al potere estremamente trasgressivi, chiamarono quel tempo o verão do desbunde, come dire più o meno: “l’estate del culo nudo”.

 

Il fatto è che Rio de Janeiro vive in spiaggia. Affermazione apparentemente banale e riduttiva, ma la spiaggia qui svolge il ruolo che in altre grandi e piccole città del mondo hanno le piazze, i cinema, i bar. È la via d’accesso obbligatoria alla cittadinanza. Dappertutto è un’esplosione di significati. Il corpo nudo mostra tatuaggi, celluliti, silicone, muscoli naturali o coltivati dal body-building: il popolo, a secondo della tribù di appartenenza, si divide e colonizza parti di spiaggia differenti. Il tratto dei gay, delle garotas de programma, delle prostitute (idem), dei fricchettoni ribelli.

 

Il corpo nudo nutre stereotipi (brasiliana sta per “donna disinibita”), scandalizza (l’attrice Leila Diniz nel 1971 si mostrò gravida in bikini sulla spiaggia di Ipanema), crea mode («è brutto, vecchio e obeso chi non vuole prendersi cura di sé»).

 

Questa è la patria della chirurgia estetica (Pitanguy), ma attenzione: la corpolatria carioca non ha nulla a che vedere con l’edonismo e la vanità di stampo occidentale.
Il corpo è in primis salute, altro che estetica.

 

Che sia vestito o nudo, il corpo carioca è al centro di una strategia dell’apparire assolutamente peculiare, unico. Nella nostra Europa ci si veste per coprirsi, certo, ma soprattutto per comunicare, a lo stesso; soltanto che qui, invece di vestirsi, ci si sveste. Perché a parlare, a Rio non sono gli abiti, ma i corpi: benessere, bellezza, sensualità non sono (soltanto) doni di natura, ma conquiste, a volta faticose. Si percepisce, si tocca il desiderio di consenso visuale che travolge la popolazione, l’autocompiacimento, la familiarità con il proprio corpo.

 

Rio coltiva il valore della morenidade, ovvero dell’abbronzatura. In realtà il termine sarebbe intraducibile e significherebbe piuttosto lo “scuramento”. Si tratta di un rito religioso e istintivo, di un culto democratico che interessa ogni ceto sociale, una sorta di trionfo del meticciato culturale: puoi essere afro, europeo o asiatico, ma davanti alla natura, nudi, sotto questo sole, siamo tutti ugualmente brasiliani. Anzi, carioca.

 

Ipanema è un luogo da respirare, sognare, immaginare e il suo popolo si sente un popolo eletto e diverso. La musica, la religione, il cibo, la letteratura, il calcio permettono di ritrovare autostima e soddisfano un bisogno identitario fortissimo e il modo di vivere e la poesia di questo panorama hanno sublimato questo bisogno vitale di riaffermare le origini “meticce”, le radici afro ed europee, un’identità carioca.

 

E lei, la Garota de Ipanema è tutto ciò. Una ragazza ignara di 15 anni, occhi verdi e lunghi capelli neri che abitava in quella rua Montenegro (oggi Vinicius de Moares) e che  andava al bar Veloso a comprare le sigarette alla mamma. Vinicius e Tom Jobim, già grandicelli, si innamorarono della bellezza universale, al punto da dedicarle un inno.

 

Olha, que coisa mais linda/Mais cheia de graça,

É ela, menina, que vem e que passa,

Num doce balanço, a caminho do mar”.

 

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Bruno Barba

 

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