UMBERTO ECO ragazzo di campagna

umberto ecoCinquanta anni fa, più o meno: era il 19 febbraio 1967, e su L’Espresso usciva un articolo intitolato e “Pochi clamori tra la Bormida e il Tanaro”. Si parlava di Alessandria, e Umberto Eco così ne scriveva:

“Una città senza ideali e senza passioni… Gli alessandrini non si sono mai entusiasmati per nessuna Virtù Eroica… non ha mai avuto nulla da insegnare alle genti, nulla per cui debbano andar fieri i suoi figli, dei quali essa non si è mai preoccupata di andar fiera…”.

Da queste parti gira una barzelletta. Gesù Cristo arriva sul fiume Tanaro e comincia a camminare sulle acque. I pescatori, attoniti, lo osservano per un po’, si scambiano sguardi e alla fine uno di loro prende coraggio e dice: “Dì, buon uomo, guarda che se continui così non imparerai mai a nuotare”.

Questa città è fatta così, pretenziosa e insieme mollemente adagiata sulla sua nebbiosa e pigra mediocrità. Recita il suo motto: Deprimitelatos, levat Alexandria stratos, che letteralmente significherebbe “Alessandria umilia i superbi ed esalta gli umili”, ma che in realtà si traduce nel più prosaico “che i fenomeni se ne vadano altrove”, a noi quelli speciali non ci piacciono proprio. È successo al Barbarossa, a… Walt Disney (negli anni Ottanta era stato presentato il progetto di portare Disneyworld, finito in nulla), a Rivera, a Umberto Eco.

Ecco prendiamo Umberto… Ah però un momento, meglio aprire una parentesi. Allora perché ci vivono tante persone ad Alessandria? Intanto, perché la nebbia – quella vera e quella metaforica, ideologica, esistenziale – protegge, non pretende, non esige, non richiede intraprendenza e picchi di fantasia. E si sa, l’uomo è un animale per lo più pigro.

E poi perché, di contro ci sono coloro che hanno saputo cogliere l’unico aspetto gradevole e vantaggioso della geografia (forse sono ingeneroso: anche il fatto di avere il favoloso Monferrato davvero a due passi non può che essere un magnifico atout); comunque il vantaggio geografico è questo: puoi permetterti di partire la mattina presto per Genova, pranzare a Milano e magari cenare in bel posticino della collina torinese, per poi rientrare, di notte, neanche tanto fonda, a casa. Si può fare, già fatto.

E che vuol dire, questo? Non è una questione di edonismo reaganiano o di saper vivere: è che se si ha voglia, qui ad Alessandria ci si può sentire un po’ selvaggi come De André, spiritosi come Dario Fo, colti come Pavese. E va be’, forse ho esagerato. Diciamo che, se si è un poco attenti, ci si può rapportare meglio con l’Altro, senza picchi di intollerabilità reciproca che colgono i milanesi a Genova o i torinesi a Milano.

Un po’ eclettici, un po’ meticci, un poco… mediatori culturali: è così che la geografia riscatta certe ristrettezze, certe chiusure. Per dire, ok, sarà pure di Asti Paolo Conte, ma Genova per noi è stata scritta per le gente piemontese di qui, un poco selvatica, e la rugiada, il “parabris” , quella faccia un così, sono quelle di qui, quelle dei “basso piemontesi”.

Che, per inciso, consideravano Eco un grande professore di cui andare a tempi alterni orgogliosi, perché ogni tanto parlava di quel liceo classico, della sua nebbia e di quella bell’è calda – così qui chiamano la farinata – che è un vanto della città. Già, quanti piccoli e bei vanti. (Un altro sarebbe – meglio, potrebbe essere – il raduno dei centauri, che la seconda domenica di luglio convoglia migliaia di motociclisti da tutta Europa. Ma, appunto, la maggior parte dei cittadini lo schifa: ”troppa gente, troppo rumore, troppo gas”).

Riccardo Motta, Chi leggeva Umberto EcoEccolo allora, il professore: ammirato, temuto, ma tutto sommato poco letto. Persino dagli alessandrini. È appena uscito un vivacissimo e appassionato libro, “Chi leggeva Umberto Eco?” – strano per chi, da buon alessandrino non dovrebbe essere né vivace né appassionato – scritto da un selvatico e geniale studioso dell’alessandrinità.

Riccardo Motta, così si chiama costui, esamina quel rapporto contrastato tra una città di provincia – unica, nel suo genere – e uno dei suoi figli più celebri di sempre. Da quel 1967 tutto è cambiato, e niente è mai più stato come prima. La nebbia, le strade, il fragore e l’odore di quei fiumi.

Non è mai andato giù quell’attacco all’indole un po’ apatica e catatonica degli alessandrini, mai contenti di niente, neppure della squadra di calcio – che è vero, da molti anni delude, ma che in questi ultimi tempi sta dominando il proprio campionato. (Per qualche tiepido tifoso, ci sono sempre “… 3 o 4 uomini da cambiare”).

Insomma, era bello, “faceva figo” comprare i libri di Eco, e conservarli in bella mostra senza mai aprirli. I libri dallo stile stile sontuoso ed erudito, dalle lunghe e imbottite di citazioni colte e sconosciute.

Forse se l’era cercata, Eco, questa popolarità intermittente e ambigua, questo clima incerto, questa fama ovattata. Sì, ovattata come la nebbia, che per le strade del circondario è devastante, triste e pericolosa (per gli automobilisti, voglio dire), e che invece per le umide vie cittadine, protegge, cela, nasconde. Si respira, ha un odore, che può essere persino buono.

La nebbia, i “grigi” – (“grigi siete e grigi resterete” intonano i tifosi ospiti, e non sanno che questo non potrà mai essere un insulto, per la gente di qui), l’imberbe Gianni Rivera, che piangeva in bicicletta, il giorno dopo alcune sue “grigie” partite al Moccagatta, perché ogni tanto lo fischiavano, e aveva 16 anni; ora Eco.

È questo il destino: scontentare molti. Anche ai fiumi si riserva un rapporto controverso: il Tanaro e la Bormida, che rassicurano, diedero da vivere, da passeggiare per (gli argini) e che periodicamente regalano alla città sventure come nel 1994, 10 morti o spaventi notturni.

E così anche la vita, e la morte, di Umberto l’alessandrino – e bolognese e uomo di mondo – è un vero pretesto per cercare di capire la passività intellettuale– non priva di guizzi e di eccentricità – mi stavo dimenticando di un altro numero uno mondiale, “sciur” Borsalino – di una città tutto sommato timida e schiva, diffidente, polemica. “Un po’ selvatica”, come i genovesi, di cui in fondo, sono parenti.

Bruno Barba

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