ULRICO HOEPLI il libraio mecenate

«La prima generazione crea, la seconda mantiene, la terza distrugge» recita una legge non scritta ma considerata infallibile, a cui poche grandi imprese familiari sfuggono. È il caso della casa editrice Hoepli, nata nel 1871 e oggi saldamente governata dalla quinta generazione. Il segreto? Svelato così nel 2006 in un’intervista da uno degli eredi: «Di solito la generazione più difficile, quella a rischio di distruzione, è la terza. Nel caso degli Hoepli invece è stata la salvezza. Di tutti gli Hoepli, papà è stato quello che più ha avuto il senso dell’avvenire, la capacità di leggere il futuro del libro. Il credere che senza libri non c’è civiltà. Gli piaceva molto l’espressione inglese looking forward: guardare avanti». Un insegnamento che gli eredi della celebre dinastia di librai-editori non hanno mai tradito.

Intorno al fondatore, Johannes Ulrich Höpli (questo il nome originario, poi italianizzato), si è creato negli anni un alone di leggenda. E in effetti la sua giovinezza ha tutti gli elementi per diventare un film. Era nato nel 1847 a Tuttwil, un villaggio svizzero del Cantone Turgovia, da una famiglia protestante proprietaria di un’azienda agricola. Dopo aver frequentato le scuole primarie a Tuttwil e quelle secondarie nella vicina Eschlikon, viene mandato a Winterthur per un periodo di apprendistato in una farmacia, ma il disinteresse per questo tipo di attività e la sua passione per il mondo dei libri spingono i genitori a spedirlo a Zurigo, dove arriva a soli 15 anni per fare il garzone nella libreria Schabelitz. Dopo pochi anni, impara così bene il mestiere che inizia a girare il mondo. Lo ritroviamo a Magonza, Trieste, Breslavia e persino al Cairo, dove rimane alcuni mesi per riordinare la biblioteca del Chedivè. A 23 anni, il 7 dicembre 1870, arriva a Milano dopo aver acquistato per corrispondenza – al prezzo di 16mila lire, grazie all’eredità del padre – la libreria Laengner, già proprietà dei viennesi Tendler e Schaefer, che si trovava nella galleria De Cristoforis, il primo “passage” italiano, con annesso un laboratorio di legatoria.

Nella Milano capitale della editoria italiana, dove operano, tra gli altri, Treves, Ricordi e Sonzogno, Hoepli ha la capacità di ritagliarsi un originale spazio di mercato e di offrire una efficace risposta alle esigenze di informazione e di aggiornamento dei nuovi ceti artigianali e industriali. Sin dal 1872 Hoepli accosta alla vendita dei libri anche l’attività editoriale, pubblicando la Guida per le arti e i mestieri, che nel 1876 si trasforma nel periodico «L’Arte e l’industria». Ma saranno i celebri Manuali (traduzione dalla parola inglese handbook) a far decollare il marchio Hoepli. Si tratta di volumetti, rilegati e a basso costo, che costituiscono una sorta di enciclopedia delle conoscenze e pratiche applicative secondo un modello anglosassone che Hoepli importa con l’acquisto dei diritti di traduzione della serie Science primers for elementary school, dell’editore Macmillan. Il primo, del 1875, è Il Manuale del tintore, di Roberto Lepetit, mentre il titolo più famoso sarà Il Manuale dell’ingegnere di Giuseppe Colombo, uno dei protagonisti dell’industrializzazione lombarda.
Secondo la volontà del loro editore, i Manuali dovevano contenere: «gli elementi primissimi delle principali Scienze, allo scopo di ispirare alla gioventù ed alle persone di mezzana cultura quell’amore allo studio, che è il primo fondamento di una più completa istruzione». Il successo è prontamente assicurato, tanto che nel 1915 Hoepli arriverà ad avere oltre duemila titoli in catalogo. Gli argomenti toccano numerosi aspetti dello scibile umano con una inclinazione decisa verso la tecnica, le arti e i mestieri. Non mancano però temi curiosi come la parapsicologia, la grafologia (autore Cesare Lombroso), chiromanzia e tatuaggio, a riprova dell’apertura di Hoepli verso campi anche alieni dallo spirito “positivista” dell’epoca.

Nel 1913 il libraio arrivato dalla Svizzera riceve la Medaglia d’oro del Comune e la cittadinanza onoraria, come riconoscimento alla funzione di mecenate per la sua città d’adozione, a cui nel 1922 donerà la Biblioteca popolare “Ulrico Hoepli”. Ma Hoepli era anche un grande appassionato di astronomia, già da anni editava i lavori dell’Osservatorio Astronomico di Brera e nel 1929 aveva iniziato la pubblicazione delle opere del celebre astronomo Giovanni Virginio Schiaparelli. In estate, dalla torretta della sua casa in via XX Settembre (il celebre Villino Hoepli, realizzato fra il 1894 e il 1896 in stile Liberty ma purtroppo distrutto durante la Seconda guerra mondiale), l’editore-libraio si dilettava a scrutare il cielo con un piccolo telescopio. Fu questa passione a spingerlo a realizzare il Planetario, costoso macchinario che riproduceva la volta celeste e il moto degli astri. Lo regalò il 10 luglio 1929 alla città, per celebrare degnamente il sessantesimo anniversario del suo arrivo in Italia, con queste parole: «Alla generosa Milano, mia patria d’adozione, dono, con animo riconoscente, il Planetario». Il progetto fu affidato all’architetto Piero Portaluppi, vera e propria archistar dell’epoca. Ma a inaugurarlo, il 20 maggio 1930, arrivò da Roma nientemeno che Benito Mussolini.

Oltre che generoso mecenate Ulrico Hoepli, che non aveva figli, si dimostrò lungimirante. Per assicurare continuità alla sua impresa, pensò bene nel 1923 di istituire una società anonima tutta familiare, designando come direttori, e in seguito suoi successori, i nipoti Carlo Hoepli ed Erardo Aeschlimann, già impiegati a tempo pieno nell’azienda. Per sé riserverà però la carica di gerente responsabile, continuando sino alla morte (nel 1935, a 88 anni) a tenere saldamente le redini dell’impresa.

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