MOLLY BROWN
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Inaffondabili

UGO TOGNAZZI: irresistibile italiano-medio

“Ma perché ci siamo dimenticati di Ugo Tognazzi? Per Gassman avevamo elevato altari verso il cielo, per Sordi avevano pianto le prefiche, i bambini e i Presidenti della Repubblica, per Mastroianni s’erano intonati epicedi perfino dalla stampa d’Oltreoceano; per Tognazzi solo qualche replica di film a tarda notte e poco altro”, si chiedeva giustamente due anni fa il giornalista Francesco Specchia. 

Oggi, mentre c’è altro di ben più importante e tragico di cui occuparsi, giocoforza anche il ricordo del centenario della nascita (23 marzo) appare sottotono, nonostante il bel documentario dei figli, le poche proiezioni in seconda serata dei suoi film e le pochissime cene pantagrueliche organizzate in suo onore.

Val la pena invece non dimenticare l’incredibile rassegna di arci-italiani e di anti-italiani messi in scena dall’inaffondabile e indimenticabile Tognazzi.

Tanti i suoi film entrati a buon titolo nella nostra memoria collettiva: La marcia su Roma, L’ape regina, I mostri, La vita agra, Io la conoscevo bene, La voglia matta, Venga a prendere un caffè da noi, Il vizietto fino a La tragedia di un uomo ridicolo di Bernardo Bertolucci che nel 1981 gli valse la Palma d’oro a Cannes.

Una delle sue maschere entrate nel costume è stato il Conte Mascetti di Amici miei (di Mario Monicelli, 1975) con la celebre «supercazzola», metafora perfetta di un’Italia innamorata della retorica vuota e becera. Un “vizietto” che ci portiamo dietro ancora e ancora, se pensiamo alle sparate che dobbiamo sentire quasi ogni giorno dai politici, dai virologi, dai giornalisti e ora dagli esperti di geopolitica.

E come dimenticarsi di quando si fece ritrarre in manette per la rivista Il Male?

Sullo sfondo, la finta prima pagina di Paese sera, sotto il titolo: «Arrestato Ugo Tognazzi. È il capo delle BR». Il falso della famosa rivista satirica scatenò i polemisti di mezza Italia anche perché era il 1979, nel pieno degli anni di piombo.

Ma Tognazzi tagliò corto il dibattito dicendo: «Rivendico il diritto alla cazzata». 

Alessandro Gnocchi, giornalista e cremonese come Tognazzi, ha scritto: «Nell’attore c’è molto della terra padana in cui è nato e in cui capitava di incontrarlo (dal salumiere Saronni, come Mina, o allo stadio Zini, che lo accoglieva sempre con un grande applauso). La concretezza che può scadere nella grettezza o rivelarsi un formidabile antidoto contro la retorica. L’aria sorniona, il mezzo sorriso che può nascondere la depressione ma anche la sorprendente zampata ironica.
La tranquillità che sembra apatia ma è il pudore di un uomo in realtà goloso della vita in tutti i suoi aspetti. Tognazzi rende universale questo modo di essere grazie al talento inimitabile. Anche ridere è una cosa seria».

Per capire chi era Tognazzi val la pena pure rileggere l’esilarante biografia per ricette d’autore L’Abbuffone.

Ora edito da Avagliano, in questo libro del 1984 racconta i suoi giorni da attore scapigliato. Richiamato in guerra, nel 1940 finisce al comando superiore della Marina a La Spezia dove incontra Lucio Ardenzi, cantante e futuro impresario, e inizia a sognare di fare l’attore di varietà. Dopo l’8 settembre rientra a Cremona e torna a fare l’impiegato al salumificio Negroni ma continua ad assentarsi per recitare nelle caserme della Rsi.

Un giorno viene convocato dal capoufficio: lui lo fissa sorridendo, e canticchia: «La sua bocca è tanto bella / salamino e mortadella / il suo sguardo par divino / mortadella e salamino». Licenziamento in tronco.

Nel 1943, Tognazzi ha l’opportunità di organizzare uno spettacolo al Teatro Ponchielli a patto che l’incasso sia “per comprare armi alla patria”.

Il 4 maggio 1944 debutta Una nuvola in vacanza. Racconta Tognazzi: «Rischiai di essere impacchettato per la Germania perché mentre cantavo la canzoncina satirica Lassa pur lè, che in cremonese vuol dire “piantàla”, pare indicassi con il braccio il palco in cui era seduto il gerarca Farinacci. Terminammo con un deficit di lire sessantaquattromila. Calcolando il valore della moneta di allora, ritengo di aver contribuito a sottrarre quattro mitra alla Repubblica sociale italiana».

C’è anche un commovente aneddoto familiare rivelato dalla figlia Maria Sole che può aiutarci a scoprire il lato intimo di Ugo Tognazzi.

Scena: un pranzo natalizio con il grande Vittorio Gassman.

«Entrambi erano molto depressi e l’incontro doveva avere lo scopo di risollevar loro l’umore, ma non andò così. Appena Gassman arrivò,  i due si chiusero in camera per due ore. Usciti, suscitarono la curiosità di tutti. Volevano sapere cosa avessero fatto per così tanto tempo nella stanza. Gassman e Tognazzi risposero che avevano pianto…».

Nipote di un lattaio trasformato in venditore di carbone; figlio di un assicuratore che la madre voleva prete e suonatore di violino; impiegato fancazzista del salumificio Negroni che in ufficio imitava il sottofondo dei maiali che venivano sgozzati all’ora di pranzo, Tognazzi è stato il più grande interprete dell’italiano medio. In grado di recitare sempre parti di “borghesi tentati da imprese più grandi di loro”. Come diceva Luciano Salce, il suo grande scopritore.

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