TRUMAN E MARILYN due bellissimi bambini

“Se potessi andare a cena con un personaggio famoso, chi sceglieresti?”.
Tipica domanda da fine cena, pausa caffè in ufficio, serata in campagna o al mare tra amici. Le risposte sono sempre le più varie: si va dai miti della propria adolescenza agli spettri della storia fino ai protagonisti dei grandi romanzi, che crediamo di conoscere davvero e quindi sì, li inviteremmo a cena.

 

Io, se potessi, andrei a cena con due personaggi famosi, che forse in realtà erano un unico personaggio famoso, diviso per necessità, perché assemblato sarebbe stato un po’ troppo per noi umani: Marilyn e Truman. La Monroe e Capote. Il sogno e il genio. Erano amici, si erano conosciuti sul set di Giungla d’asfalto nel 1948, quando lei era agli inizi e lui al suo primo romanzo (Altre voci, altre stanze). Lui aveva ventiquattro anni e lei ventidue. Due bambini.

 

Si conobbero o forse si riconobbero, perché è difficile trovare due vite più simili, due infanzie più sincronicamente dolorose, due carriere così folgoranti e veloci e planetarie. Truman, che di cognome faceva in realtà Persons e di secondo nome Streckfus, era nato il 30 settembre del 1924 a New Orleans, ma di fatto era cresciuto a Monroeville (!) in Alabama, dove dopo il divorzio dal padre, la madre lo abbandonò presso parenti.

 

La madre, il romanzo che Capote non è mai riuscito a scrivere, il dolore originario che si aggira come un fantasma in tutti i suoi romanzi, la donna che lo portava con sé agli appuntamenti con i suoi amanti e lo chiudeva a chiave, al buio, in stanze d’albergo.

 

In lui vede prima un ostacolo, poi un’onta, e solo da ultimo un’opportunità, ma di notorietà. Non si è mai accorta che quel ragazzino basso, magro, con la testa troppo grossa, movenze effemminate e una voce stridula insopportabile ricorda il novantacinque per cento di tutto quello che legge e ascolta, ogni parola, e a dieci anni ha già scritto il suo primo racconto e da quel momento non ha smesso un giorno di scrivere; con un rigore e una disciplina di cui non si troverà mai traccia in una vita segnata da alcol, droghe e farmaci (l’unica eredità materna), eccessi e amanti, provocazioni e disperazione.

 

Non lo voleva quel bambino, Lilly Mae – che a New York diventò ‘Nina’, perché faceva più chic e morì nel 1954, forse suicida, sicuramente di overdose di barbiturici – lo mise la mondo solo perché Arch, il padre, s’impose e poi se ne lavò le mani e non se ne occupò più. Gli andò meglio col patrigno, il cubano Joe Capote, l’unico che lo scelse come figlio, gli diede il suo nome e lo aiutò.

 

marilyn monroe

E poi c’è lei, Marilyn, Norma Jean Baker Monroe, il sogno americano che nasce da un passato di violenza e abusi, abbandoni e patrigni molesti. La madre era schizofrenica, il padre ignoto, lei bellissima, da sempre, dal 1° giugno del 1926. Morbida e sinuosa, sexy e buffa, una serie infinita di espressioni che i fotografi più grandi della sua epoca hanno cercato di catturare.

 

L’infanzia di Truman confronto alla sua sembra quasi invidiabile, almeno lui un’amica ce l’ha, la scrittrice Harper Lee, che nel suo Il buio oltre la siepe lo chiama Dill, e che lo assiste durante tutta la lunghissima gestazione del romanzo che cambierà la storia della letteratura del secondo Novecento, A sangue freddo. Marilyn no, lei lo batte, i suoi primi vent’anni sono peggiori, forse i peggiori che si possano leggere nelle biografie di una qualsiasi donna.

 

 

Lei però è infinitamente bella, di una bellezza che sa di bontà; Truman invece è brutto. E cattivo. Frequenta il jet-set newyorchese e non, entra in quelle vite miliardarie e le cannibalizza, le sfrutta, carpisce segreti e vizietti e poi le sputtana in Preghiere esaudite, ultimo e incompiuto romanzo, uscito postumo ma anticipato a puntate sulla rivista Esquire.

 

“Non ci adorava per le persone che eravamo, sebbene ce lo facesse credere”, ricorda Marella Agnelli nella biografia di George Plimpton, Truman Capote, dove diversi amici, nemici, conoscenti e detrattori ricordano la sua vita turbolenta “per Truman la cosa interessante era la condizione in cui vivevamo, il tipo di vita che conducevamo”.

 

truman capote, "Musica per camaleonti", marilyn monroeEsce prima su Interview Magazine, e dopo nella raccolta Musica per camaleonti, anche un racconto breve su Marilyn. Un ritratto, nato in occasione del loro incontro, nel 1955, al funerale di Costance Collier, attrice shakespeariana che aveva tenuto a lezione Katharine e Audrey Hepburn, Vivien Leigh e altre grandi star. E Marilyn, il suo “problema particolare” ma anche la sua “bellissima bambina”.

 

Arriva in ritardo, trafelata, intabarrata in un vestitone nero e con un foulard in testa a nascondere la ricrescita della tinta. Truman non ‘deve’ intervistarla, ma registra tutto grazie alla sua prodigiosa memoria e vent’anni vende l’articolo al periodico diretto da Andy Warhol, il suo fan numero uno. È pettegolo, Truman, vuole sapere cosa succede con Arthur Miller e pur di estorcerle il segreto mente (o forse no) e le racconta della sua notte di sesso con Errol Flynn.

 

Marilyn è sboccata come un camionista, parla di “uccelli” (ha visto Errol Flynn suonare il piano con il suo) e del “cazzo” di Filippo d’Edimburgo che immagina grosso, è più spiritosa di Billy Wilder (“ci sono due cose che mi piacerebbe sapere. Una è se riuscirò a dimagrire”) ed è intelligente quanto Truman, che infatti non riesce a carpirle alcun dettaglio piccante.

 

Si tormenta l’unghia del pollice mangiucchiandola, ordina lo champagne migliore a prima mattina e non ha i soldi per pagarlo, cambia umore in una frazione di secondo, è capricciosa. Gli fa ordinare una seconda bottiglia e poi gliela fa rimandare indietro, gli chiede di chiamare un taxi e poi si chiude nel bagno per un’eternità. Lui già immagina di trovarla svenuta e imbottita di barbiturici quando lei invece esce, i capelli scarmigliati, le labbra rosse.

 

Vuole andare al molo di South Street, là dove si prende il traghetto per Staten Island, non c’è un motivo particolare, le piace sentire respirare “quell’odore forestiero e dar da mangiare ai gabbiani”, e abborda, lei, un uomo che porta a passeggio un cane e gli firma un autografo e il vento soffia forte e lui, il perfido e spietato Capote, l’animatore dei salotti più chic, la ‘checca’ irritante e invidiosa che irretisce le persone giocando con le parole e le loro fragilità, la guarda con una tenerezza che non riesce a celare.

 

truman capoteTruman Capote, lo scrittore che avrà sulla coscienza il suicidio della miliardaria Anne Woodword all’indomani della pubblicazione del primo capitolo di Promesse esaudite, il ‘giullare di corte’ che verrà bandito dai salotti bene perché “non ci adorava per le persone che eravamo”, vede in un’ex pin-up la ninfa del mare, e resta incantato dalla persona che è, e non sicuramente dal tipo di vita che conduce.

 

“Appoggiata a un pilone d’ormeggio, mi volgeva il profilo. Galatea in contemplazione di lontane distese inesplorate. Il vento le gonfiava i capelli, la sua testa si girò verso di me con una leggerezza eterea, come mossa dalla brezza”. La guarda o forse si guarda, vede riflessa in lei la sua stessa fragilità, e il suo stesso destino.
Il genio e la dea. La mente e la bellezza. I farmaci e l’alcol. Gli amori falliti e la morte solitaria.

 

La invita a dare finalmente da mangiare ai gabbiani, ma lei ancor una volta non ascolta le sue parole e gli chiede: “Se mai qualcuno un domani ti domandasse come ero io, come era veramente Marilyn Monroe… ebbene, cosa risponderesti?”.

 

“La luce andava scemando. Lei sembrava dissolversi con essa, fondersi col cielo e le nubi, svanire al di là dell’orizzonte. Avrei voluto alzare la voce per sovrastare le strida dei gabbiani e richiamarla: Marilyn! Marilyn, perché doveva andare tutto come è andato? Perché la vita deve essere un tale schifo?”.

 

Lo pensa, ma non glielo dice, perché forse sa già cosa come andrà a finire la loro esistenza scintillante di fama e soldi. Sono figli dello stesso mondo, “lo stupido mondo antico” di cui parla Pier Paolo Pasolini nella poesia scritta all’indomani della morte della diva, e vittime sacrificali “del feroce mondo futuro”.

 

Due bellissimi bambini. Forse un po’ impegnativi da portare a cena fuori; sicuramente indimenticabili.

 

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Anna di Cagno

 

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