Negli stranianti tempi in cui viviamo, quelli della “peste invisibile” che bussa alle porte della nostra mente con tutta una serie di lusinghe e minacce – ci ammaleremo (quasi) tutti, ma (quasi) tutti guariremo; siamo sotto scacco da parte di un virus sociale, più che letale – ecco che mi torna in mente uno degli indimenticabili stranianti film di Wim Wenders, Paris, Texas, quello davvero indimenticabile, probabilmente.

Paris, Texas, del 1984, si apre con la scena di un uomo che cammina in un deserto

appena un po’ mitigato da qualche raro cespuglio. In questa pietraia senza inizio né fine (capo né coda) l’uomo col cappello procede determinatissimo, eppure senza una meta precisa. Alla fine, allo stremo delle forze, viene raccolto/rifocillato in un agglomerato di case/costruzioni dove vive gente che con la moderna società tutta di corsa ha poco da spartire.

Eppure Travis Henderson (l’attore Harry Dean Stanton) non ha dovuto varcare frontiere di stati nazionali né compiere fughe in luoghi remoti e sconosciuti: cammina pur sempre sul suolo statunitense a soli 150 chilometri dalla megalopoli Dallas-Fort Worth. Ridotto in stato confusionale, Travis è prelevato dal fratello che lo riporta a Los Angeles, da dove se ne era andato quattro anni prima.

Paris, Texas, come usa da Wenders, è all’apparenza lento, a tratti lentissimo,

ma ha una sua forza di immagini, sentimenti e personaggi che non fa staccare gli occhi dallo schermo neppure oggi, a trentacinque anni di distanza.

L’ultima volta che ho visto questo film su uno schermo grande, da cinema per intenderci, è stato al Festival del film di Locarno di alcuni anni fa. In sala, una sala gremita di 200 posti, c’era pure l’attrice protagonista femminile, Nastassja Kinski, che con una decisione senza senso gli organizzatori non hanno fatto interagire col pubblico.
“Sorry” ha detto Nastassja “ma non mi fanno parlare”.

Il film, lungo due ore e mezza, ha commosso il pubblico, non per altro se non (anche) come ricordo della propria giovinezza. Ma c’erano ben altre cose che si avvicendavano su quello schermo locarnese: l’impossibilità di formare una famiglia che funzioni, gli stravolgimenti del troppo possesso e troppo amore, la nostalgia per un rapporto che quando inizia è una cosa e quando finisce tutta un’altra.

Travis, nel film, riabbraccia il figlio, custodito dal fratello a Los Angeles. La sua fuga è durata ben quattro anni e l’ex moglie, che si occupa/preoccupa del figlio da lontano, non è più lì. Poi Travis si confronta con quel serpente dalle spire di asfalto che sembra stringere la metropoli californiana in un abbraccio mortale. I primi vagiti di una consapevolezza anche artistica delle storture che noi umani infliggiamo alla terra sono tutti nello spaesamento di Travis di fronte al correre verso i “non luoghi” di miriadi di macchine – pendant, chissà, della sua corsa/fuga nel deserto.

La scena più intensa di Paris, Texas

è quella in cui il padre, dopo aver acquistato un camioncino, porta il figlio a contatto con quel groviglio di strade.
Il bambino chiede al padre: “Quando partiamo? Quando andiamo a cercare la mamma?”. Travis gli risponde: “Adesso”.
Da ragazzo, a Pola, in Istria, mio padre mi portava spesso in auto dieci chilometri fuori città, fino al vasto bosco di Šijana.
Ogni volta gli facevo la stessa domanda: “Quando partiamo?” intendendo il lungo viaggio in macchina compiuto una volta all’anno fino alla Dalmazia delle origini della nostra famiglia. La risposta di mio padre era: “Non oggi, non ora”.
La scena del film di Wenders è stata, per me, autentica e liberatoria. Sono convinto che nel film di Wenders ognuno può trovare una scena di questo tipo: l’immagine della propria vita trasposta in un’altra storia.

Perché la storia, nel film, senza accelerare né correre verso nessun traguardo, approda al Texas, alla cittadina dal nome altisonante nella contea di Lamar.

Parigi, ma nel Texas, venticinquemila abitanti e il nulla.

Seguendo la traccia dei bonifici versati al figlio, Travis ritrova Jane (Nastassja Kinski), ma la ritrova impegnata a mostrare il suo corpo in una casa di appuntamenti soft: guardare ma non toccare. Travis le parla da dietro uno schermo senza essere visto; quella da vedere è infatti solo lei. Riuscirà, ferendosi ancora una volta, a convincerla a riprendere con sé il figlio parlandole a nome di se stesso come se parlasse di un altro.

La scena è struggente, l’ambientazione è ancora una volta straniante. Il film ha beneficiato della sceneggiatura di Sam Sheppard e di L.M. Kit Carson e della musica di Ry Cooder.

Travis Henderson, che abbandona la cittadina in macchina, è in qualche modo tutti noi.

 

 

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