TOTÒ Alice nel Paese dell’Ipocrisia

A cinquant’anni dalla morte del grande Totò (l’unico artista ad avere tre funerali), oltre gli stereotipi e le scontate linee di visione, la voglia è di riscoprirne l’estrema attualità, la capacità di incarnare “l’uno, nessuno, centomila” di pirandelliana profetica memoria.

 

Colpisce come sappia Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, in arte Totò, “travestirsi” da monaco, prete, commissario, maresciallo, colonnello, medico – apparentemente ruoli di autorità “caporali” – proprio per rendere queste figure più umane, più arrendevoli, più giuste, più adatte a combattere il sistema dal di dentro (si veda la pernacchia al gerarca nazista, fatta alla finestra del commissariato, de I due marescialli).

 

Lui principe, può permettersi di dileggiare i suoi simili, essendo anche uomo della “plebe” e conoscendo il mondo borghese. Una critica stratificata che si rivolge anche e fortemente a certi aspetti della modernità, quella che svilisce e irrigidisce la persona, non quella dei “giovani d’oggi” desiderosi di trovare nuove vie.

 

La vis comica si fa strumento e mezzo di rottura di schemi, ipocrisie e rigidità del sistema, svelandone i limiti, le assurdità e le tante “magagne” dei tanti Trombetta e Tromboni del sistema,  i “marchesi” di ieri e di oggi, i padroni di quel “Palazzo” che Pasolini denuncerà ed evocherà, quei padroni del vapore che vogliono spadroneggiare, i pochi ma invadenti “caporali” senz’anima che vanno ridimensionati e ridicolizzati.

 

Scorrono nella mente i film più popolari, quelli “storici”, dell’Italia che rinasce dopo la guerra, con tutti gli slanci e le contraddizioni. Ne sbalza, indelebile, il popolano ingenuo ma umile che si difende dalle tentazioni della città, da Malafemmina ai Tartassati, La banda degli onesti, Arrangiatevi!

Anche nelle pellicole spassose e irriverenti, il forte valore sociale e umano supera ogni cinismo e “illegalità”; i travestimenti, gli inganni, rappresentano un mezzo bonario per scopi bonari.

Così i tanti ruoli di fuorilegge (ladro, svaligiatore, truffatore, posteggiatore abusivo, falsario, contrabbandiere, rapitore, vandalo, falso nobile, falso “turco”, falso monaco) lo vedono sempre agire da “povero cristo”, a fin di bene e senza scopi di lucro, con un sottofondo di rottura delle ingiustizie, della povertà, della ricchezza eccessiva, dei pregiudizi, della stupidità vestita di sicurezze.

Dalla presa in giro, dallo sberleffo, dall’ironia, in più modi e su più livelli e chiavi di lettura, si giunge a un disvelamento delle maschere e di affermazione di sé, anche se dei personaggi socialmente “fuorilegge”, di cui rivendica però la “patente”(sono “ladro legalmente”, dice in I tre ladri).

 

Ecco che il suo essere “lunare”, di un’altra dimensione, quasi un Alice nel Paese delle Meraviglie, come lo descriveva Fellini, un personaggio delle favole, per dirlo come Pasolini, in realtà è una visione di facciata: il suo è un realismo surreale o un surrealismo carico di tanti slanci neorealistici, di gesti e provocazioni create per capovolgere schemi, barriere, mentalità, privilegi, ingiustizie di una società viva e vegeta in cui lui vive, si identifica, criticandola, irridendola, capovolgendola alla sua maniera.

 

La sua maschera, quasi un Arlecchino novecentesco “senza padroni”, diventa in momenti alti, un delicato Pierrot: la preghiera del clown, da lui scritta ed evocata ne Lo spettacolo più bello del mondo, si fa parabola dell’essere artista in senso universale e alto. Anche le strepitose esibizioni musicali, in mazurke leggere o serenate, e i testi delle sue canzoni, romantici, sentimentali, esistenziali, sono la testimonianza di questo suo bisogno interiore di usare varie forme di comunicazione artistica, e di guardare in alto, sulla luna, oltre il cielo.

 

Ed ecco che si staglia, vera icona di un’Italia che cerca l’identità – e un poco di felicità – dopo la guerra, come il “gattopardo” comico che azzanna gli avvoltoi. Lui, difensore della società semplice, popolare, agreste della campagna e dei rioni periferici, contro quella del nuova Italia dal potere già corrotto, avvelenata dalla modernità che vuole omologare tutto, schematizzare il quotidiano.

Sa bene Totò che “Signori si nasce!”, ma per esserlo davvero bisogna meritarselo. A prescindere.

 

Sergio Di Giacomo*

*Sergio Di Giacomo (Messina, 1970), giornalista culturale e critico letterario da oltre 25 anni collabora con la “Gazzetta del Sud”, inoltre con le pagine culturali di Avvenire e le riviste “Leggeretutti” e “Moleskine”. Storico, studioso di storia e analisi dell’identità culturale della Sicilia e di Messina, autore di saggi e studi sulla “città di Antonello”; coordina, con M.Romeo, la sede messinese dell’associazione culturale “Antonello da Messina” (diretta da G.Toldonato, Roma-Messina), con cui ha promosso la “Notte di Antonello” e diversi eventi “antonelliani”.

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