Leggo una frase di Céline riportata da un amico: “Il viaggio, piccola vertigine per deficienti” e mi fiondo in Australia sulle ali delle Vie dei canti dello scrittore-viaggiatore per eccellenza, Bruce Chatwin?

No, non è andata proprio così, dapprima ho letto Chatwin, poi sono andato in Australia col suo libro e infine ho recuperato la frase di Céline.

Certo, arrivare a Sydney dopo un viaggio di 24 ore e, non pago di ciò, mettermi a russare sul sedile accanto all’autista che mi avrebbe portato a Byron Beach dopo altre 15 ore di viaggio in autobus non era forse la cosa più saggia da fare, ma il magnete irresistibile delle imprese chatwiniane mi aveva spinto a cercare di ripercorrere la sua avventura completa in poco più di tre settimane.

L’impresa era impossibile, naturalmente, perché Bruce Chatwin progettava i suoi viaggi (e i suoi libri) in ben altro modo. Ecco, se consideriamo i due più riusciti, quello in Patagonia e quello in Australia, la curiosità di Bruce era pari se non forse maggiore a quella di un Magris lasciatosi trascinare dal Danubio blu. Insomma, Chatwin non scriveva libri di viaggio o simpatici baedeker culturali, lui si faceva ispirare da un dato luogo per dare il meglio di se stesso (ma questo l’ho capito solo dopo).

Del buon Bruce sappiamo alcune cose: che nacque in Inghilterra nel 1940, che percorse il mondo in preda a una personale “predisposizione al nomadismo”, che morì a Nizza nel 1989. Dapprima esperto d’arte per Sotheby’s, poi appassionato di archeologia, nel 1977 partì per la Patagonia che percorse in lungo e in largo e descrisse nel suo libro di culto, In Patagonia. Le Vie dei canti australiane sono del 1987 e raggruppano, nell’idea conduttrice di Chatwin, i miti di creazione degli aborigeni e il loro tipico camminare lungo sentieri quasi invisibili ma scanditi nel deserto da un ritmo, un canto, una regolarità che permettevano di riconoscere sempre l’ubicazione del momento in modo da trovare fonti d’acqua sotterranee, riparo e cacciagione.

Lo stile delle sue opere è leggero, leggibile, trascinante. Gli incontri che fa lungo la strada, in luoghi impervi, nei villaggi o nelle città hanno sempre un che di significativo: è come se questi incontri abbiano scelto Chatwin, piuttosto che il contrario.

La facilità dello stile, la riscoperta di civiltà-culture poco conosciute, lo spirito avventuroso e ciò che gli inglesi chiamano “la gloria del viaggio” (si racconta che il trentacinquenne Joseph Conrad, sul punto di lasciare gli antipodi in nave, abbia incontrato il giovane John Gallsworthy: gli confidò che si lasciava alle spalle i viaggi e il suo mestiere di capitano per diventare uno scrittore; Gallsworthy gli chiese il perché; Conrad disse: per raccontare la gloria del viaggio) hanno meritatamente situato Chatwin sul proscenio degli scrittori in grado di rappresentare la realtà multiforme del mondo.

Tutto giusto, tutto vero, ma di scrittori così ce ne sono più d’uno. Che ci facevo io col sacco in spalla e il libro di Bruce in mano nelle polverose lande dell’Australia? Perché lo seguivo ciecamente?

Una risposta, e secondo me la risposta alla domanda sul “perché Chatwin?”, va oltre ciò che gli si può riconoscere come scrittore curioso e preparato.

Chatwin voleva di più. Voleva comprendere. Voleva spiegare il mondo da un altro punto di vista, magari più antico di quello che conosciamo e pratichiamo, il punto di vista dei nomadi, dei cacciatori e raccoglitori, di coloro che, spostandosi, hanno permesso all’umanità di adattarsi, crescere, diventare intelligente e consapevole.

Insomma, senza la gloria del viaggio forse ci trastulleremmo ancora e sempre con la sopravvivenza pura e semplice, la fuga, la salvezza provvisoria senza nessuna prospettiva di cambiamento e affermazione.

Ed è a questo punto che Chatwin, nelle Vie dei canti, dà il meglio di se stesso, con quella trentina o poco più di pagine inserite nel libro in cui si chiede chi e come fosse l’uomo primigenio e quale fu il fattore che lo fece emergere nel mondo naturale.

Chatwin, che a suo tempo aveva incontrato l’etologo Konrad Lorenz, si era fatto spiegare un’originale teoria dell’evoluzione, che contemplava, nel caso dell’uomo, la teoria della difesa.

In parole povere, la teoria della difesa spiegava la socializzazione dei gruppi umani, la solidarietà, l’occuparsi degli ammalati, il proteggere i deboli con un semplice “trucco” adattativo: l’uomo, animale del ragionamento e non provvisto di zanne, denti a sciabola o veleni con cui intimidire il nemico, reggeva e prosperava solo in gruppo. Solo una difesa in gruppo e del gruppo, una difesa a qualsiasi costo, avrebbe consentito a questo essere fragile ma intelligente di affermarsi. Non a caso, nel mondo antico la condanna peggiore non era la morte, ma l’essere allontanato dal gruppo: nessuno se la sarebbe cavata da solo.

In altre parole, l’agire e il pensare “in società” era utile all’uomo dal punto di vista della protezione della specie, quindi da un punto di vista prettamente evolutivo. Il vantaggio dell’uomo era quello di poter pensare, agire e difendersi in gruppo.

Chatwin, in Australia ma anche a casa nostra, mentre sfogliamo il suo libro, ci insegna che forse tutte le nostre qualità, di cui andiamo orgogliosi, l’amore, la cura, la solidarietà sono, chissà, figlie di quella primissima idea di collettività con cui la tribù primigenia seppe respingere, sul limitare di una savana o davanti a una caverna, il pericolo.

Ciò che è utile è anche positivo, persino etico, è ciò che volevi dirci, vero Bruce?

 

 


gulliverPer una volta (e non è la sola), l’arretratezza tecnologica ci ha salvati. Perché, se Gulliver avesse avuto un  iPhone, ogni cosa si sarebbe sciupata.

Quello che più ammanta di fascino quei viaggi che portano il suo nome è la descrizione non tanto di quello che attorno si muove e si avvicenda, quanto piuttosto la sensazione – perfettamente restituita – delle emozioni, straniamenti, incredulità che il “nostro” prova.

Quando l’occhio non vede, la penna s’ingegna, e la parola può quello che soltanto l’immaginazione sa fare.  E i risultati sono spettacolari.

Insomma, se l’istantanea di una Lilliput (prima tappa), o di un impronunciabile regno di Brobdingnag (seconda), Laputa (terza) o del paese degli Houyhnhnm (quarta e ultima) si sarebbe forse giovato di una camera ad alta risoluzione con tanto di mela mangiucchiata, noi saremmo invece rimasti orfani di quell’insieme di stupore, indignazione, straniamento e rassegnazione, che accompagna il più grande (per percezione fisica) e goffo eroe di tutti i mari immaginari: l’(allora) sconosciuto capitano Lemuel Gulliver, gran viaggiatore che divulga le sue scoperte geografiche “per il progresso dell’umanità”.

È il 1726.

Londra.

L’imperialismo riempie il cuore e le tasche di molti sudditi e della Corona. Altri sono stati inviati nelle famose galere in terre inimmaginabili. Meglio fuori dalle prigioni e ben venga l’avventura.

Così in quel 1726 quando l’esimio, coltissimo, scapolo impenitente e presto folle Jonathan Swift dà alle stampe il romanzo in apparenza marinaresco che ha scritto, sceglie di farlo firmare direttamente dal personaggio, quel Gulliver un po’ caricaturale, che segna le sorti di se stesso.

Non dice, però, Swift che l’impresa che affibbia al suo eroe è pazza quanto quella dell’avo Don Chisciotte (le parentele letterarie sono mirabili). Non sono soli. Dentro “respirano” nientemeno che i racconti paradossali di Luciano di Samosata, l’Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam, l’Utopia di Thomas More, La vie de Gargantua et de Pantagruel di Rabelais e le fantasie filosofiche di Cyrano de Bergerac.

Sotto le spoglie di un apparente personaggio della letteratura per l’infanzia, ancora una volta s’erge invece un complesso, macchinosissimo pensiero filosofico dalla riflessione profonda e arguta, quel rovello inevitabile per una speculazione di piena era del positivismo scientifico, ovvero quale ruolo abbia l’uomo nell’universo mondo, e soprattutto come si sappia relazionare agli altri (esseri, uguali o differenti).

E il gioco delle maschere, delle specchi, della finzione nella finzione così ha inizio per non incagliare mai nella parola fine.

Non un affresco ne risalta, semmai un infinito cadere dentro il gorgo incomprensibile, o spesso inaccettabile, d’una miopia che è cifra esistenziale. Né rilevano forme, luoghi, distanze, dimensioni. L’uomo al centro del mondo finisce per scontrarsi con la prigione più stretta e familiare: se stesso.

Swift graffia, incide, deride.

Lui che odia l’ipocrisia della famiglia, che detesta i bambini, lui che s’approvvigiona tra le righe più complesse dei sommi filosofi, tratteggia sulla mappa un arcipelago immaginario di quattro regni incomprensibili, dove le regole sono tra loro inconciliabili, ma ciascuno ha in sé la presunzione d’essere non solo irreprensibile, e giusto, persino “il solo” possibile.

E una cosa strana accade, anche tra i lettori.

Perché l’icona di Gulliver, che icona pop è più che mai, s’incista nell’immagine del gigante catturato, svenuto, sulla spiaggia, da un numero infinito di lillipuziani. Pochi associano invece la stessa sua figura a un minuscolo esserino, così come lo vedranno, nel suo secondo viaggio, su Brobdingnag.

Tesi. Antitesi. Ma non arriva la sintesi.

Perché il gioco, di Gulliver, diventa quello dei quattro cantoni.

Nessuna (a)simmetria da triangolo, scaleno, isoscele, o equilatero.

Semmai, piuttosto, un’infinita corsa all’indietro tra montagne di specchi strabici, e quell’unica certezza che accompagna l’eroe, assetato di viaggio e avventura, ovvero di misurare tutto, in senso proprio matematico, e raffrontare.

Così, ammette: «Indubbiamente i filosofi hanno ragione, quando ci dicono che nulla è grande o piccolo se non per via di comparazione. E invero non potrebbe la Fortuna trastullarsi, facendo scoprire ai Lillipuziani una nazione di gente tanto minuscola rispetto a loro, quanto lo erano essi rispetto a me? E chi sa che anche questa razza di mortali non sia parimenti sorpassata in qualche remota parte del mondo, da una popolazione di cui nulla ancora sappiamo?».

Ma la logica s’impantana nella mente chiusa, e restano soltanto i numeri a rassicurare, o forse a fare da testimoni. Numeri che impazziscono però, perché non hanno una “legenda” comune, e si attaccano sì a proporzioni, legami, ma quanto basta, al suddito di Sua Maestà la Corona d’Inghilterra, per osservare, criticare e infine affondare il coltello in quella sua terra d’origine, tracotante di certezze persino più degli sciocchi statisti delle isole balzane dov’è capitato.

Se bizzarra è la geografia, curiose le attitudini fisiche degli abitanti, tuttavia né i giochi d’intrigo, i pregiudizi, né le abiezioni morali cambiano. A rammentarci che ogni mondo è paese, e persino quello che inventiamo, se dentro ha uomini – giganteschi o minuscoli non cambia – ripeterà i soliti disastri epici e quotidiani.

Un po’ Sodoma e Gomorra, anche se ammantata d’esotico incedere e d’un umorismo sublime quant’è eccelsa la lingua usata.

Il mondo intero, anche nelle sue isole più inventate, è un grande, immenso manicomio. Qualcosa che ritornerà con Kafka, e Pirandello, con quelle intuizioni che hanno messo il segno e la firma a tutto il Novecento letterario. Ma che, nella letteratura fantastica, e inglese in particolare (non sarà un caso), dal Gulliver di Swift al Robinson Crusoe di Daniel Defoe (quasi coevo e simile nella struttura), all’Isola del Tesoro di Stevenson (senza dimenticare Lo strano caso di Dottor Jekyll e Mister Hyde) attraversando lo Specchio dell’Alice di Carroll, già aveva tracciato il solco e inciso un percorso obbligato e profetico. Ovunque si vada, comunque si scelga, è lì, a quell’uomo deforme, a quella perfezione leonardesca incrociata con il gobbo di Notre Dame e il Frankenstein di Mary Shelley, che per forza ci si deve confrontare.

Ma non tutti accettano la sfida.

Chiudono il libro alla FINE DELLA PRIMA PARTE. E si dilettano nel ricordare la pazzia in cui cadde l’autore, mitologia dentro la mitologia si mormora ora. E se è pur vero che Swift fu stremato dal tormento  della Sindrome di Menière, caratterizzata da acufene all’orecchio, vertigini e attacchi di sordità, e che offrì buona parte dei propri beni per fondare un manicomio a Dublino, la superstizione della realtà s’unì a quella suggestione del libro suo più famoso. E questo comprova magari quanto da Gulliver stesso riferito, ovvero che l’irrequietezza è fuoco di viaggio, dunque medicina, ma male al contempo, e quasi destino.

Tanto che a volte, per non incappare in quel mondo alla rovescia, che a ragione atterrisce, si sceglie di evitare l’eco-scandaglio d’un umano ombroso invincibile, e ci si appresta a stare, come su una nave Costa Crociere, o nel villaggio vacanza all inclusive, a filo d’acqua, sulla crosta, che sotto tanto non si vede, e il selfie con il lillipuzziano o il gigante è un vero capolavoro.

Postato su Instagram, questa volta per numero di visualizzazioni batterà tutti gli altri. Cheese!


thor heyerdahlHa scritto sulla sabbia, o forse è stato sull’acqua dei suoi mari, la frase più  bella che un viaggiatore possa mai concepire. Una frase che ho ascoltato via telefono, dalla cantina di una redazione; dall’altro capo del filo un uomo del quale avevo sentito parlare da bambino e che, sapevo, mi avrebbe emozionato ancora.

Poi l’ho riletta, quella frase, tante volte perché in tanti se ne sono impossessati,  e l’ho rivista ancora, su un muro del museo che gli hanno dedicato a Oslo. «I confini? Non ho mai visto uno. Ma ho sentito che esistono nella mente di tante persone». Emozione, sì, si può ancora dire, e provare, perché Thor Heyerdahl, o “l’uomo del Kon-Tiki”, ha sfidato teorie e  conformismo, venti e scetticismo. Era forte e coraggioso, l’esploratore dei nostri sogni di bimbo, irraggiungibile eppure così vicino,  se è  vero che dalla sua Norvegia,  dai suoi mari e dai suoi deserti, venne infine a riposare la sue membra e il suo impeto a Colla Micheri, in Liguria, dove morì a 87 anni, nel 2002.

thor heyerdahlFu certo la traversata di 101 giorni e di 4.300 miglia nautiche, dal Perù alla Polinesia, nelle acque del Pacifico, a dargli gloria, notorietà e anche critiche mondiali, impresa compiuta nel 1947 con un equipaggio di cinque uomini e su una zattera di tronchi di balsa. Sì, “si può fare”. Con quell’avventura divenuta epopea e quindi libro e poi film, l’esploratore voleva dimostrare che la Polinesia era stata abitata da popoli provenienti dal Perù e dalle terre degli Incas, e non popolata, come i più credono tuttora, da migrazioni giunte dall’Asia.

Studiò poi le piramidi a Tenerife e in Sicilia; fu archeologo alle Maldive e alle Galapagos; nell’isola di Pasqua cercò di dimostrare come era avvenuto il trasporto dei moai, quelle celebri, monumentali teste, semplicemente con organizzazione e poche unità; e, ancora, fu temerario incrociatore di altri oceani, come l’Atlantico.

Nel 1970, infatti, Thor partì con il Ra II, rudimentale imbarcazione in papiro simile a quelle utilizzate dagli antichi Egizi, per dimostrare che il viaggio Marocco-Barbados, ovvero Vecchio-Nuovo Mondo, era anche questo sì, possibile.

Ma si farebbe prima a dire che cosa Thor non fu: un uomo banale e ordinario. Perché il resto lo fu, e lo sperimentò tutto: archeologo antropologo botanico giornalista scrittore hippy fotografo esploratore regista. Inquieto, irrequieto, curioso. Se è esistito nella storia un uomo degno di incarnare l’Ulisse dantesco  «… ma per seguir virtute e canoscenza», questo non può che essere che Thor.

In più, per lo struggimento degli invidiosi, era bellissimo e fu da bellissimo vecchio che salutò il mondo. Bastian contrario; e solido, sicuro, ma al contempo così umile e semplice da non voler radici, da amare il mondo, gli uomini, la meditazione regalata da quelle colline liguri affacciate sul mare, le stesse di Francesco Biamonti. Così illuminato da pensare, già qualche decennio fa, che il mondo, e la sua gente, sono dei patrimoni da difendere. E che non debbano esistere confini, barriere, limiti, chiusure, se non nei pregiudizi degli uomini più gretti.

Bruno Barba