Theodor John Kaczynski è stato il terrorista più famoso del ventesimo secolo, l’uomo che ha tenuto in scacco l’America e l’FBI per oltre sedici anni, inviando pacchi bomba secondo un progetto folle ma ben preciso nella sua mente geniale. A lui sono dedicati una serie tv e diversi documentari in programma in questo periodo.

Reduci -e ancora non del tutto- da una quarantena imprevista e inquietante, ci siamo ritrovati tutti rinchiusi tra le nostre quattro mura.
Molti di noi si sono addirittura accorti di avere una casa, un luogo cioè che volente o nolente ci rappresenta, racconta di noi, delle nostre abitudini, bisogni, stranezze e mancanze.

C’è chi invece, prima del Covid, nella sua “casa” si è richiuso per ventisette anni.

Per portare avanti una battaglia diversa da quella necessaria contro un virus ma che, nella sua strampalata testa, era comunque un virus: la società industriale. E suoi derivati: tecnologia, inquinamento, progresso e affini.

Stiamo parlando di Theodor John Kaczynski, al secolo Unabomber, il terrorista più famoso del ventesimo secolo,

l’uomo che da un capanno di Lincoln, Montana, ha terrorizzato per sedici anni gli Stati Uniti d’America, più di Bin Laden. Perché quando il pericolo è dentro di te, è figlio della tua cultura e della tua storia, allora sì che scopri il senso della parola terrore.

E quale cultura! La migliore, la più alta, la più esclusiva, quella per la quale le famiglie americane s’indebitano sin dalla nascita di un figlio.

Perché Unabomber è stato il più giovane studente di Harvard.

Ammesso a soli sedici anni, grazie a un quoziente intellettivo di 170 punti, è stato uno dei più promettenti studiosi di Teoria geometrica delle funzioni, branca elitaria dell’Analisi Complessa, e a soli ventiquattro anni assistant professor di Matematica a Berkeley.
Un astro nascente nella comunità scientifica, autore di una tesi di Ph.D all’università del Michigan comprensibile, a detta della commissione, solo a una dozzina di cervelloni americani.
Un motivo d’orgoglio, per una famiglia di immigrati polacchi.

Ma nel 1969 a ventisei anni lascia tutto, si ritira “into the wild” e diventa Unabomber.

L’acronimo sta per University and Airlines Bomber, i suoi obiettivi preferiti sin dal primo dei sedici pacchi bomba inviati.

Cosa successe?
A scatenare la sua rabbia e il suo progetto “rivoluzionario” fu l’essere selezionato, durante gli anni di Harvard, dal professor Henry Murray. Lo psicologo, a capo del progetto MKULTRA, uno studio sponsorizzato dalla CIA, faceva esperimenti di reazione allo stress.
In breve: lavaggi del cervello. E se riesci a “lavarne” uno dal 170 punti di IQ…
Ricordate Alex DeLarge e Arancia Meccanica? Gli elettrodi alla testa e l’esposizione a immagini violente e traumatiche? Beh, quello.

Alla sua incredibile storia è dedicata una serie tv in onda attualmente su Netflix, Manhunt: Unabomber, e un documentario, Unabomber in his own words, ricco di filmati e interviste rilasciate da Ted Kaczynski in prima persona (è ancora vivo e sta scontando l’ergastolo in Colorado).

Una vita e una vicenda  incredibili, quelli di Unabomber.

La sua resta a tutt’oggi l’indagine più costosa mai realizzata dalla FBI, e si presta a infinite chiavi di lettura: dalla maledizione del genio al lato oscuro della CIA.
Ma a colpire l’immaginazione in questo momento è quella casa.
O meglio, quella cabin, come si dice in inglese, un buco di pochi metri quadri senza acqua né corrente elettrica che oggi è esposta al Newseum di Washington.

Perché esporla nella capitale?
Per ricordare come il Bene (il Federal Bureau Investigation) ha vinto contro il Male?
Per demotivare i tanti emuli di Unabomber e indebolirli, ricordando loro come la Società Industriale, alla fine, vinca sempre?
Per non dimenticare la paura e il dolore che dal 1978 al 1995 hanno attraversato il Paese più ricco, forte e libero del mondo?
Forse.

Mollybrown.it si occupa di icone pop, di Inaffondabili che hanno segnato un’epoca e le nostre vite.

E per quanto negli Anni Ottanta Unabomber sia stata una vera icona pop con tanto di magliette (che per altro ritraevano un viso diverso, frutto di un identikit andato male) e gadget vari, non riesce a trovare nella vita e nelle “opere” di Ted Kaczynski nulla che si presti a essere ricordato. Ma la sua cabin, sì.

Questa casa è l’icona del pericolo che si corre, quando ci si sottrae dal mondo.

Si chiama Sindrome della Capanna (Cabin Fever) e secondo la Società Italiana di Psichiatria in Italia riguarda già un milione di persone.

Anche se a quanto pare del Coronavirus non c’è traccia nelle sue Centurie, per il 2020 avrebbe profetizzato, nell’ordine: una guerra tra Usa e Cina, la rivoluzione in Corea del Nord, un terremoto devastante in California e un successore di Elisabetta II sul trono inglese. 

Insomma, ben poco di cui stare allegri.

Come ormai da tradizione quando si parla di Nostradamus, fonte di riferimento di tutti gli appassionati di catastrofismo, che infatti hanno già cominciato a soffiare sulla grancassa.  

Per nostra fortuna la buona notizia è che le sue previsioni sarebbero solo esempi di “chiaroveggenza retroattiva”, vale a dire che le celebri “quartine” sono scritte in modo tanto ambiguo da poter essere lette a posteriori in maniera che ciascuno possa interpretarle come vuole. E, cosa ancor più importante, le uniche volte in cui ha indicato una data precisa per le sue profezie, si sarebbe clamorosamente sbagliato. 

Eppure la fama e la fortuna di Michel de Nostredame, latinizzato poi in Nostradamus – nato il 14 (secondo altre fonti il 21) dicembre 1503 a Saint Rhemy in Provenza – hanno superato i secoli.

Primo dei sei figli di un commerciante di cereali e notaio ebreo convertito al cattolicesimo, studiò ad Avignone e poi a Montpellier. Come ogni erudito del tempo si dedicò a astrologia, medicina, erboristeria, magia naturale e filosofia.
Pare che all’inizio avesse avuto un certo successo creando  una “pillola rosa”  per proteggere dalla peste. Nel 1537, però, moglie e figli morirono proprio a causa dell’epidemia.
Seguirono anni di vagabondaggio attraverso la Francia e l’Italia, finché nel 1547 Nostradamus si stabilì a Salon, dove sposò una ricca vedova, Anne Ponsarde, da cui ebbe altri sei figli: tre maschi e tre femmine. 

All’epoca l’Europa pullulava di negromanti, alchimisti e profeti, presi regolarmente di mira dai razionalisti. Lo stesso Rabelais scrisse dei Pronostici pantagruelici nel 1533, ridicolizzando astrologi e veggenti. 

Nel 1555  Nostradamus pubblica le sue Centurie, quartine in rima dal contenuto incomprensibile, divise in dieci parti, che profetizzano avvenimenti di ogni tipo. E potendo contare sull’appoggio di Caterina de’ Medici, che amava occultisti e veggenti, si arricchisce, oltre che con l’arte magica, anche (e soprattutto, dicono gli storici) con i prestiti ad usura. 

Nel tardo Ottocento e per tutto il secolo scorso Nostradamus fu riscoperto da nuovi occultisti legati alla Massoneria e patiti della Cabala. Tanto che durante la Seconda guerra mondiale i servizi segreti delle varie potenze usavano le quartine del veggente come arma psicologica: la Gestapo sosteneva che avesse previsto la vittoria dell’Asse, mentre l’Intelligence Service propagandava quartine che confermavano l’imbattibilità dell’Inghilterra e dei suoi alleati.

Anche ai giorni nostri sette millenaristiche e profeti per tutte le stagioni si ispirano a lui. Negli Stati Uniti è sorta una Nostradamus Corporation che pubblica e ripubblica le famose Centurie, anche su Internet, dove un centinaio di siti sono dedicati al veggente. E c’è perfino un ciclo televisivo dedicato: Millennium-X Files di Chris Carter. 

Arriviamo così alla profezia che parla della Terza guerra mondiale, primo passo verso la disfatta del mondo contemporaneo. Anche se dalle “ceneri della distruzione” dovrebbe arrivare la pace, ma “solo” intorno al 2025. 

Che dire? Nel libro Les Propheties de M. Michel Nostradamus il futuro sarebbe previsto fino all’anno 3797. Forse, in fondo in fondo, possiamo anche stare tranquilli!

rossella o'hara«Scarlett O’Hara non era una vera bellezza, ma raramente gli uomini che subivano il suo fascino, come i gemelli Tarleton, se ne rendevano conto».

Intere generazioni di ragazze, donne e donzelle hanno imparato a memoria l’incipit di Via col vento, il fortunato romanzo pubblicato nel 1936 dalla scrittrice americana Margaret Mitchell, giornalista trentacinquenne che si aggiudicò il premio Pulitzer e il National Book Award.

Quattro anni dopo, il 17 gennaio 1940, il film diretto da Victor Fleming (con protagonista una deliziosa Vivien  Leigh) invadeva i cinema americani, trasformandosi nel maggiore campione d’incassi nella storia del cinema. Un successo straordinario e senza precedenti. In tutto, si calcola che Via col vento abbia registrato duecento milioni di spettatori al cinema negli Stati Uniti, detenendo il titolo di film più visto di sempre negli USA, davanti a Guerre stellari di George Lucas (circa centottanta milioni) e Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise (centoquaranta milioni).

Alla base di tutto c’è lei, “miss Rozella”, come la chiamava la burbera Mami, sua guardiana e sua coscienza critica. Il nome Rossella è però l’italianizzazione dell’originale Scarlett (di cui richiama efficacemente il senso, “rosso scarlatto”); a sua volta, il nome Scarlett venne scelto dalla Mitchell solo poco prima di dare il volume alle stampe, visto che fino ad allora si riferiva al personaggio chiamandolo “Pansy”. Anche nelle varie versioni successive, in Italia il nome è rimasto sempre Rossella, grazie al grande successo del film di Fleming e l’identificazione con la protagonista.

rossella o'hara, vivien leigh, rhett butler, clark gable, via col vento

Ma cos’aveva e cos’ha di tanto magico l’anti-eroina Rossella O’Hara? Passa la vita a inseguire l’uomo sbagliato, il vanesio Ashley Wilkes, che però è sposato con l’ottima Melania, convinta di essere ricambiata e di poter coronare il suo sogno d’amore, alla fine si rende conto di non averlo mai amato davvero e quando ormai è troppo tardi capisce che chi l’ha veramente amata è Rhett Butler (nel film un formidabile Clarke Gable). Peccato che lui, stanco di lei e dei suoi capricci, finisca per salutarla con un indimenticabile e inesorabile «Francamente me ne infischio!».

Insomma, sulla carta, Rossella è la quintessenza di tutta la montagna di errori che si possono commettere nella vita, soprattutto in amore. Egoista fino al midollo, non esita a passare su tutto e su tutti per raggiungere i suoi scopi. Ma è anche una donna tosta, indipendente, che non ha paura di niente e nessuno, che non abbassa mai la testa, non ha peli sulla lingua e si rifiuta di vestire i panni della donna di fine ’800. È una, insomma, che non si arrende mai (ecco da chi ha preso il suo motto Simona Ventura!). E di lei è proprio questo che ha conquistato intere generazioni di fan.

Quelle pronte a inseguire uomini sbagliati sperando che tornino ai loro piedi. Che continuano a ripetersi di essere quelle “giuste”. E che pensano: «Ma come farà lui a non averlo ancora capito?». Quelle che stanno lì, ad aspettare i ritorni che non arrivano, a sospirare, a invidiare anche un po’ i tipi mosci alla Melania. Che si fidanzano per dispetto, che magari per ripicca si danno al libertinaggio ma sanno che ce la “possono” fare. Anzi, che ce la “devono” fare.

No, Rossella O’Hara non è una cretina che non ha capito nulla della vita, troppo presa a seguire una chimera per il solo fatto di non riuscire a fare a meno di desiderare quello che non ha. Tutte le romantiche incallite, che hanno visto Via col Vento almeno una decina di volte e conoscono a memoria ogni scena del film, sanno che l’importante per tutte le Rosselle dell’universo è non perdere mai la speranza. Nel lieto fine: Tara!

 

Inaffondabile perché… Ci ha insegnato che «domani è un altro giorno»

Marina Moioli


andy warhol«Non appena si smette di desiderare una cosa la si ottiene. Trovo che questo sia un assioma».

E lui s’inchina alla massima che ha elaborato e sintetizza la crudeltà, ma anche la vena ironica dell’esistenza. Tanto vale allora piegarla, prenderla al lazo come un toro o un cavallo selvatico durante un rodeo metafisico.

Lui, anzi, ne fa il cuore stesso della carriera, della vita. Una sorta di nevrotica fuga da ciò che può affamarlo, rovesciando l’istinto alla fame in quello verso la fama.

Lui chi?

Indovinate.

Alchimista.

Apprendista stregone.

Psichedelico folletto folle d’una follia contagiosa.

Pittore. Scultore. Sceneggiatore. Produttore. Regista. Direttore della fotografia. Montatore. Attore statunitense, elenca Wikipedia.

Altri indizi?

Figlio di immigrati e d’una terra, l’attuale Slovacchia ch’era la più povera tra i poveri.

«Mio padre era spesso lontano per il suo lavoro nelle miniere di carbone, così non avevo modo di vederlo molto. Mia madre con il suo pesante accento cecoslovacco faceva del suo meglio per leggere delle storie e quando finiva Dick Tracy le dicevo sempre: Grazie, mamma, anche se non capivo una parola».

Tre esaurimenti nervosi a otto, nove, dieci anni.

Ballo di San Vito, bambole di carta ritagliate.

Uno come tanti?

Assolutamente sì, se da intendersi in quella ripetitività seriale, resa possibile dalla tecnica artistica che diventa la sua firma inconfondibile: dipingere su tele immense la stessa immagine utilizzando colori differenti e tutti estremamente vistosi, vivaci. 

I am not what I am

Non sono quello che sembro.

La battuta, d’onestà tautologica e crudele, sta in bocca al perfido Iago fin dalle prime battute dell’Otello shakespeariano. In traduzione la forza si smarrisce ma ne resta quella sorta di filo di ferro, l’anima indistruttibile che il nostro fa propria: non sono quello che sembro. Perché ho l’abilità di confondere, di cambiare, di ricredermi. In una trattativa incessante del gusto e della paura.

Con una grande, immensa certezza però: quella che ha segnato la nascita del Pop. E lui lo tiene a battesimo.

Sì, adesso sì, avete indovinato.

Andy Warhol (Pittsburgh, 6 agosto 1928 – New York, 22 febbraio 1987)

The Pop Man.

Faccia da tazza.

Ecco chi è, lui, la faccia da tazza per eccellenza.

Adesso sì che lo sapete di chi stiamo parlando.

Il primo uomo che ha fatto consapevolmente, scientificamente, disperatamente di se stesso un marchio. Instancabile omologatore d’una rivoluzione da luce stroboscopica, quella per l’Affermazione del Consumatore.

L’icona per eccellenza. Che si costruisce così: nei capelli, negli occhi indemoniati, nella ricerca spasmodica, da iperattività. Un’intensità in kiloampere che supera quella dei più intensi fulmini. E un nome ma soprattutto un viso riconoscibilissimo ovunque. Più di Topolino e Mao Zedong, Che Guevara o Marilyn, che ha tutti ritratto, ossessivamente, proiettandone l’immagine seriale nei colori più acrilici e sgargianti dalla tela alla nostra mente.

«Quel che ha di veramente grande l’America è di avere dato inizio al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero».

Insomma, democrazia. Che in Europa, culla ideologizzante, però non esiste.  «In Europa i re e l’aristocrazia hanno sempre mangiato molto meglio dei contadini: non mangiavano certo le stesse cose. C’era chi mangiava pernici e chi mangiava porridge, e ogni classe rimaneva fedele al proprio cibo».

La Coca-Cola e la Zuppa Campbell hanno cominciato a spianare la strada, a spallare il muro.

«Una Coca è una Coca e nessuna somma di denaro può permettere una Coca-Cola migliore di quella che beve il barbone all’angolo della strada». 

La ama, Andy, questa omologazione, l’impossibilità di usare gli oggetti per differenziare. Invece replicare. Una Blade runner ironica, dai toni acrilici, esagerati. Perché esagerare è la sola via che ci resta per sfatare una certa severità. Che ci riporta all’attacco, di tutto, a quel desiderio che, appena lo si smette, viene raggiunto.

Non un istante prima. Né dopo.

Esattamente in quel punto. Così incredibilmente umano, banale, eccitante, dozzinale, contraddittorio, invincibile che tanto vale farlo continuare – almeno il tempo d’una dose bulimica d’immagini.

L’hanno stupidizzato. Mercanti. Critici. Qualche volta anche osservatori. Facendo in fondo il gioco stesso che lui aveva orchestrato.

E se è vero che Andy Warhol deve morire perché le sue opere acquistino il valore vertiginoso che raggiungono – viene inserito nella classifica come secondo artista più comprato e venduto al mondo dopo Pablo Picasso -, già la metamorfosi è avvenuta.

Warhol non si spiega, si guarda.

Da Topolino ai fiori, a Kennedy, a Marilyn, alla Coca-Cola, alla zuppa, al detersivo, alla noia che è l’altra versione di noi stessi quando abbiamo paura. Meglio con quella faccia però che con la seconda. Anche se è un ibrido difficile.

Come quello che a lui viene attribuito, l’incrocio tra Dracula e Cenerentola, Drella appunto (Dracula + Cinderella).  A Andy non è che piaccia molto. Eppure quando muore, però, il 22 febbraio del 1987, dopo un intervento alla cistifellea, gli ex Velvet, Lou Reed e John Cale gli dedicano l’album che avrà questo titolo: Songs for Drella.

Perché mica tutto ciò che resta addosso piace.

Nemmeno la mitologia, o quell’aura, per definirla come aveva fatto lui stesso. Qualcosa che a un certo punto le aziende volevano comprare. «Comprare è molto più americano di pensare e io sono molto americano in questo», dice.

E noi con lui, ormai, per quella strana smania che ci ha instillato, tra occhi e bocca, riconoscendo che di Marilyn ce ne sono infinite e che allora una sarà anche tutta per noi, che diventiamo i migliori, i peggiori o comunque ossessivi serali psichedelici attori replicanti. Anche noi con una tazza che porta la nostra faccia e scritto, accanto il suo motto di qualunquismo teocratico: «Una nuova idea. Un nuovo look. Un nuovo sesso. Un nuovo paio di mutande».

Silvia Andreoli

 Inaffondabile lo è in senso letterale.

Santiago, il protagonista del celebre Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, da quel grosso pesce che cattura dopo 84 giorni di magra, certo giù di sotto non si lascia trascinare. E lotta allo stremo di forze che non sapeva nemmeno più di possedere.

Saggio o ciarlatano? Grandioso o banale? Capolavoro o farsa?

Forse l’errore è a monte. La domanda se questo grande vecchio sia, appunto, un mitico, strenue baluardo di energia e coraggio, o invece piuttosto una stupida canaglia, si scatena per via di un paragone. Fuorviante quanto inevitabile: quello di pensare ad Achab, Ismaele, e all’universo impareggiabile del Moby Dick di Melville.

Se si è cresciuti con l’ombra della grossa balena appiccicata ai sogni e quel refrain «ogni volta che nell’anima ho un novembre umido e stillante», il sole di Cuba quasi infastidisce, e ogni cosa sembra ridimensionata, persino un po’ lenta.

 

Ma Santiago non vuole eroismi. Santiago non è morso dall’ossessione. Lui «magro e scarno e aveva rughe profonde alla nuca. Sulle guance le chiazze del cancro della pelle, provocato dai riflessi del sole sul mare tropicale» segue il ritmo che il luogo e il tempo, e quel mestiere, gli impongono. Nemmeno se la sorte lo colpisce, in quell’astinenza forzata da pesce che dura da troppo tempo, si fa vittima d’una paranoia che ammalò invece il suo padre creatore, gettandolo in uno stato mentale di tale confusione il giorno prima di ammazzarsi, cioè il 1° luglio del 1961, da dargli l’idea che agenti dell’FBI fossero ovunque.

Non così il vecchio pescatore, che semmai gioca al ribasso, tenta di ridimensionare e chiudere il mondo entro uno scacchiere di poche, ripetitive mosse.

 

Vivere per sottrazione può mettere in salvo, a volte. Rafforza e impedisce di immergersi negli abissi. Là dove l’umana coscienza è imperscrutabile.

Eppure Santiago ha sangue di demonio. Scorza cattiva, si diceva, un tempo. La sua arma è la resistenza. Resistenza passiva anzi.

In mare non sono ammesse commiserazioni, né tanto meno delicate sfumature. Né ci prova il vecchio. Semmai si tiene occupato e lo fa da solo, con un’encomiabile determinazione. Occupato a non cedere alla malasorte di cui si favoleggia, né all’autocompassione.

Santiago compie gesti che lo innestano a fuoco nella realtà. Sono quelle sue mansioni pratiche a tenerlo aggrappato. E se non ha più orecchie ad ascoltarlo, perché nemmeno il ragazzo, Manolin, amico suo, può seguirlo, visto che non c’è bottino di pesca e quindi le pance restano vuote, ecco che prende a fare quello che un tempo invece toccava alle donne, sole, per intrattenersi: ovvero raccontare.

Una specie di fiaba. Cattiva. Spietata. A tratti buffa, sorprendente.

Santiago mette saliva alla voce, anche quando l’acqua finisce, filare il monologo è il solo modo di non soccombere.

 

Hemingway, Santiago, Il Vecchio e il MarePer tre giorni e tre notti, abbandonato alla forza della preda catturata, il vecchio parla. Ripete. Cincischia.

Interroga anche. Il mare, e quel grosso marlin, il pesce vela, che infine riesce a prendere all’amo, ed è esagerato per dimensione e forza, nel suo corpo che supera di un mezzo metro la lunghezza della barca.

Lui non molla, anche se viene trascinato lontano da quella comfort zone che conosce da sempre.

 

È questa la vera forza che si scatena dal centinaio e poco più di pagine che plasmano il romanzo, ovvero che prima di cedere, prima di cadere, prima di fallire, o ammettere d’essere giunto al punto di non ritorno, l’uomo ha una cosa che non condivide con nessuno degli altri abitanti del regno animale: la favella, che per onomatopea si respira nel cuore della favola.

Vale a dire che parlare a volte ti salva davvero la vita. Non solo dagli squali che incombono, dal sole che arde, dalla fame che non cessa e il cibo nel mare è vero che c’è ma non basta.

Ti salva la vita da quel senso accecante che si rivela d’un tratto ed è che siamo soli, a volte, d’una solitudine tanto estrema che se non ci fosse lo sciabordare dell’acqua, mossa dal grosso pesce, si crederebbe che tutto già sia spento, e si navighi, a vista, dentro le ombre dei pensieri, o degli incubi.

 

Allora nella semplicità del racconto che tutto osserva e descrive, una cosa Santiago la dice ed è saggia quanto scriteriata (com’è sempre l’onestà), più vera d’ogni pensiero meditato, ed è di non cedere a chi tenta di portarti a fondo.

Chi o cosa, non ha importanza. Negli abissi non si scende.

Le barche sono fatte per galleggiare. Gli uomini per pescare a pelo d’acqua.

La grandezza dunque?

Continuare.

Già, una grandezza d’ossimoro stregato, ovvero resistere, e non desistere anche.

Diventa la cosa che più somiglia al desiderio pieno, quello che s’apprende nell’infanzia, si usa nella giovinezza, si dimentica nell’età adulta, ma si impara infine quasi a venerare, nella vecchiaia, facendone la misura somma e sommessa della propria cifra umana.

 

Uscito nel 1952 con la rivista Life, esile, stringato, asciutto, ma potentissimo nella forza evocativa, nell’immagine stessa, semplice e pertanto mitologica, di un uomo che cava dal mare la sopravvivenza, non solo del suo corpo, ma anche dell’onore, del ruolo nel mondo, della “grande fame”, Il vecchio e il mare ottiene subito la consacrazione.

In quarantotto ore la rivista vende 5 milioni e mezzo di copie.

Hemingway otterrà il Nobel per la Letteratura due anni dopo nel 1954 (nel ’53 ottiene il Pulitzer) e gran parte del merito di questo riconoscimento viene ascritto proprio a Santiago.

 

Come sempre, di fronte al successo l’attenzione del pubblico si concentrò sugli aspetti meno letterari della storia. Si voleva sapere chi fosse questo Santiago, ovvero a chi Hemingway avesse attinto per crearlo.

Qualcuno azzardò che l’Americano si fosse ispirato a Gregorio Fuentes, che di mestiere faceva lo stesso di Santiago e così di provenienza.

Tuttavia, grazie alla fama scaturita dal film, interpretato da Spencer Tracy e diretto da Freddy Zinnemann, il pescatore settantenne Miguel Ramirez pensò bene di fare causa a Hemingway, lamentando di avergli fornito tutto il materiale per il personaggio in cambio della promessa di una barca a motore e di una scorta di vestiti.

Molti in fondo ci videro Hemingway stesso, lui che a Cuba ci viveva da tempo, che praticava la pesca d’alto mare in cerca di pesci spada e dall’isola si spostava fino al largo del Perù.

Eppure semmai l’Americano sembra somigliare di più al mare che al vecchio, a quello che, a suo avviso, erroneamente veniva chiamato «el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico», scriverà. «Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle».

Infatti, il 2 luglio del 1961, Hemingway non poté evitare di morire. Si sparò un colpo mettendo la canna del fucile in bocca.

Mentre Santiago, all’infinito, come uno di quei motivi musicali che si scandiscono a memoria, senza stancare mai, ripeterà a se stesso: «Sii calmo e forte, vecchio», perché è così che nella storia deve andare.

 

Se ti piace leggi anche: Hemingway/Cobain

Silvia Andreoli

Mark TwainCi sono fiumi e fiumi. E poi c’è il Mississippi. Nemmeno un Mississippi qualunque, invero, ma quello di Mark Twain.

Lui, che all’anagrafe faceva Samuel Langhorne Clemens, cominciò subito dotandosi di quest’altro nome, che pare derivi dal grido, slang puro, in uso tra i battellieri che facevano rotta sulla grande rete fluviale americana, per segnalare la profondità dell’acqua.

 

By the mark, twain, ovvero: dal segno, due – sottinteso tese, circa 3,7 metri, valutato come il limite di sicurezza.

 

Così il “primo vero scrittore americano”, secondo la definizione di William Faulkner, mise le sue radici, per il suo battesimo narrativo, non sulla terra delle immense pianure e sconfinate praterie, bensì in quello che descrisse nella sua biografia come

 

“il fiume più tortuoso del mondo, dato che in una parte del suo percorso consuma ben milletrecento miglia per coprire la distanza che un corvo supererebbe volando per seicentosettantacinque miglia”.

 

Nascere come scrittore, dunque, è per Twain uscire dall’acque, dalla contraddizione stessa del Mississippi, “un fiume fuori dall’ordinario nel senso che invece di allargarsi esso si restringe in prossimità della foce”. Strano, complicato, e d’una bellezza selvaggia che pure la grande anima imprenditoriale americana intende usare, senza piegarla, ma cavalcandola, se con tecnica differente da quella dei cow boy a cavallo, con la medesima determinazione.

 

Lo farà, lui, in prima persona. Dal 1857 al 1861 (lui nasce il 30 novembre 1935), lavora come battelliere sul Mississippi. Nel 1859, dopo un arduo studio e esercizio, conquista la licenza. Poi nel ’61 si arruola, diserta presto, fino a che nel ’63 ritorna al lavoro di giornalista. A quel punto incontrerà l’umorista Artemus Ward, che lo incoraggerà a scrivere. Prima però ci sono questi quattro anni.

 

Quattro anni incandescenti, quelli formativi della giovinezza, quando l’occhio innesca le immagini assorbite nell’infanzia e le rende strumenti appuntiti. Per penetrare il mondo, plasmare le forze e soprattutto lasciare impronta di sé.

 

Mark TwainQuattro anni che permettono a Twain di apprendere la lingua del fiume, usata dagli uomini a bordo, le urla, i timori, le superstizioni anche. E poi l’andamento di un ritmo mai identico, che mischia fatica a riposo, saggezza a sventatezza, in un tourbillon che non ha regole decifrabili. Invece soltanto la condivisione.

 

Parlerà del fiume nei suoi romanzi. Il fiume sarà anima, specchio, inganno, speranza, e infinita giovinezza.

 

Viaggerà molto, dopo, Twain, nella sua vita. Conoscerà varie città d’Europa, raggiungerà l’Italia di cui lamenterà uno stato di degrado (Pompei e Venezia per esempio), un eccesso di culto superstizioso legato alla religione cattolica anche. Apprezzerà invece Genova e il lago di Como. Dove c’è acqua, c’è comunque una specie di casa.

 

Eppure, Twain lo sa, dove c’è acqua s’insinua a volte la morte. Un binomio che lo stregò, letteralmente. Per quanto accadde a suo fratello, Henry. Perché Henry fu vittima di un incidente su un battello a vapore ed era stato Mark a convincerlo a imbarcarsi. Lo scoppio di una caldaia, Henry venne inghiottito dall’acqua. Fuoco e acqua, una battaglia infinita.

 

Non se lo perdonò, Mark, quell’amore sconsiderato che lo aveva spinto a coinvolgere Henry. Soprattutto perché aveva avuto premonizione della tragedia. Un mese prima dell’evento, un incubo gli rivelò quella sua fine. Il sogno, come l’acqua, aveva predetto. Errore non averlo ascoltato. Doppia colpa. Il fiume va sempre ascoltato.

 

Le avventure di Tom Sawyer viene pubblicato nel 1876. Il seguito, Le avventure di Huckleberry Finn, esce nel 1884. Con Tom Sawyer, che dà inizio alle vicende picaresce e straordinarie di questo sguardo impudente e stregato sull’universo delle contraddizioni americane della seconda metà dell’Ottocento, Twain torna al suo fiume. Sono trascorsi quindici anni dall’apprendistato come battelliere. Nel frattempo ha tanto visto, tanto fatto, tanto viaggiato. Ma è da lì che parte la penna.

 

Chi la dimentica la a fuga del ragazzetto intraprendente e scapestrato, paesanotto e curioso, Huck Finn, che, come ogni americano che si rispetti, cerca la libertà? Bianco, figlio di un ubriacone e maltrattato dal padre, poi angariato da una vedova che vuole trasformarlo nel bravo ragazzo che non è, Huck se la dà a gambe e quando fugge, a lui si aggrega uno schiavo della vedova. Ed eccola formata, quasi per un ghiribizzo del caso, la coppia perfetta: due disperati in cerca di fortuna che si imbattono in una zattera semi distrutta, fatta di tronchi d’albero e portata, appunto, dal fiume. L’immaginario è segnato. (E molta parte della narrativa americana attuale ha tributi giganteschi verso questi personaggi, Mississippi compreso).

Huckleberry Finn, Mark Twain

Così comincia la storia. Che è poi storia d’andare. Partenza senza una meta. Fatta per fuggire. Come ogni viaggio serio in fondo. Dove si conosce ciò che si lascia, e un mezzo (di fortuna) per abbandonare il passato, ma nessuna informazione su quello che si troverà. Se non quell’acqua, di fiume, a volte in piena, furiosa, a volte lenta, tanto da scatenare l’impazienza.

 

Il fiume, nei romanzi di Twain, più che luogo diventa occasione. D’incontri. Di guai. Di racconti anche. È nella traversata, comunque si svolga, qualunque cosa accada, che si resta attenti ad ascoltare. Le conversazioni di quelli che viaggiano. Uno scambio impareggiabile, di contraddizioni anche, di punti di vista. Di quella metamorfosi che subiscono gli eventi sotto l’influsso di idee pregresse, o pregiudizi. Ma anche della dimenticanza di ciò che si lascia, per fame di ciò che si trova.

 

Il fiume trasforma. La storia di Huck. Quella di Tom. Il fiume lambisce e testimonia. Ma con una strana leggerezza. Che hanno le parole quando ritornano a un tempo concluso. Ricordo, certo, ma sfasato, che sborda, smargina. Un ricordo che si concede incursioni nel territorio inesplorato del fantasioso, fantastico, verosimile, possibile, crudele anche.

 

Un miscuglio tanto potente ed energico da entrare nell’empireo del Reale Immaginato. Quello che scorre infinito, fregandosene bellamente di anni, secoli, luoghi e confini. Il fiume immenso dell’inchiostro versato. Un Mississippi infinito, insomma. Che appartiene di diritto a ogni lettore, che l’abbia o meno visto, fosse pure in un dipinto, foto, cartina geografica, non ha nessuna importanza. Perché alla fine quel fiume è una cosa che ti porti dentro.

 

A due tese, ovvero 3,7 metri, di profondità. Sotto il livello dell’anima.

 

Silvia Andreoli

 

Robert FrostDue strade divergevano in un bosco giallo
e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
a guardarne una fino a che potei.
Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,
e aveva forse l’ aspetto migliore,
perché era erbosa e meno consumata,
sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.
Ed entrambe quella mattina erano lì uguali,
con foglie che nessun passo aveva annerito.
Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!
Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,
dubitavo se mai sarei tornato indietro.
Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco, e io –
io presi la meno percorsa,
e quello ha fatto tutta la differenza.

-o-

 

TWO roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.