Raffaella CarràTutto inizia la sera del 9 ottobre 1971, la prima puntata della nona edizione di Canzonissima. Tutta l’Italia freme, perché quello col varietà del sabato sera sul Canale nazionale della Rai è un appuntamento da non perdere. A condurre quell’edizione c’è la stessa coppia dell’anno precedente: Corrado affiancato da una soubrette giovane bolognese, Raffaella Maria Roberta Pelloni in arte Carrà. È spigliata, snella, canta e balla: i responsabili Rai, dicono i maligni, l’hanno riconfermata per il suo modesto cachet. Ma lei dopo un primo anno passato a fare la valletta del garbato presentatore, tira fuori le unghie.

A un’ora dall’inizio della trasmissione lei – che in questa edizione ha preteso uno spazio tutto suo – presenta un nuovo balletto-canzone, Tuca-tuca, inventato e scritto da Gianni Boncompagni. La coreografia vede un uomo (Enzo Paolo Turchi) e una donna (la Carrà) uno di fronte all’altro che si toccano fronte, spalle, fianchi e caviglie. La Carrà, in tutina aderente con l’ombelico scoperto, canta: «Si chiama, Tuca-tuca, Tucaaa/l’ho inventato io/per poterti dire/mi piaci, mi piaci, mi piaci, mi piaaa…» E poi: «Ti voglio/ah, ah… Sembra impossibile ma sono pazza di te… ». Oltre l’ombelico messo in mostra, colpisce la parola Tuca-tuca, facilmente riconducibile a Tocca-tocca.

Troppo per l’Italia bacchettona di allora! Il giorno dopo il centralino Rai riceve centinaia di telefonate di spettatori indignati, e il balletto è soppresso. I giornali parlano di censura e c’è chi lo richiede a gran voce. A risolvere tutto è Alberto Sordi che, ospite alla quinta puntata, s’intestardisce e vuole ballare il Tuca-tuca con la Carrà «altrimenti – dice – non vengo». La Rai è costretta al dietrofront.

Durante l’esibizione l’indice di ascolto è alle stelle e per la Carrà è la consacrazione popolare, nonostante l’indomani della serata finale, il 7 gennaio 1972, sui giornali si legga: «Ancora Corrado, che è un vecchio, abile navigatore delle acque televisive, s’è difeso. Raffaella Carrà, invece, è letteralmente evaporata nel vuoto come lo champagne lasciato senza tappo. Abbiamo un anno per dimenticarla».

E alla faccia dell’evaporazione, Raffa decolla e ancora oggi non si è fermata. Come simbolo dell’immaginario televisivo italiano è forse seconda soltanto al suo ombelico, attraversando indenne quattro decenni di storia del costume italiano.

«È la regina del così-così» scrive Maurizio Costanzo quando nel 1970 appare per la prima volta in tv, e invece è una regina vera. Ha una capacità di farsi voler bene incondizionatamente da tutti, riesce a essere la più amata dalle casalinghePronto Raffaella? fece registrare record di share – a incantare i bambini dialogando con Topo Gigio o nei panni di Maga Maghella, a diventare un’icona gay: è stata nominata madrina al World Pride di Madrid dove in suo onore centinaia di migliaia di partecipanti hanno indossato la parrucca biondo platino.

Talento o personaggio costruito a tavolino?

«Credo di essere una grande artigiana, riesco a comunicare con la gente comune» ha detto.

Nonostante gambe non perfette, bocca leggermente larga, statura non inarrivabile, naso evidente, sproporzione forte tra fianchi e punto vita microscopico le basta scoprire l’ombelico per diventare sexy e rivoluzionare il costume italiano.

È l’immagine della casalinga ideale che casalinga non è. Non si è mai sposata perché sostiene che il matrimonio sia come la Divina Commedia al contrario: prima viene il paradiso, poi il purgatorio e infine l’inferno, ed è una paladina della libertà sessuale: Tanti auguri, canzone identificata dal grande pubblico con la prima strofa del refrain Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, è una vera e propria apologia dell’amore fine a se stesso.

La protagonista  racconta la gioiosa spensieratezza di attraversare la penisola rimorchiando amanti ovunque, augurandosi – come da titolo – che il suo messaggio d’amore, rigorosamente anti-monogamicol’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu») faccia proseliti.

Un inno duro e puro al sesso libero.

Per l’emancipazione della donna ha fatto più lei cantando e ballando che anni di battaglie femministe in piazza, lei è un simbolo di riferimento di un’Italia che sta cambiando, dove la donna non vuole – e non può – limitarsi al ruolo di casalinga. Raffa ha il coraggio di dire cose che nessuno ha mai detto prima («il mio corpo è una moquette dove tu ti addormenterai…» o «ritornare al tempo che c’eri tu… ma ritornare ritornare perché, quando ho deciso che facevo da me» o ancora «scoppia scoppia mi sco…»), in canzoni che ancora oggi sono ballate.

Ballate da tutti. E quando dico tutti dico anche impegnati, pseudo-intellettuali, che ascoltano solo De André e Paolo Conte, Tom Waits e Bob Dylan, ma che a fine serata, quando il tasso alcoolico è alto, si scatenano con le sue hit dove Raffa, con semplicità, regala vere perle di saggezza: «E se ti lascia, lo sai che si fa… trovi un altro più bello, che problemi non ha!».

Come darle torto?

Luca Pollini

 

CalimeroC’era una volta il Carosello, l’appuntamento serale che per vent’anni (dal 3 febbraio 1957 al 1° gennaio 1977) ha accompagnato a nanna i bambini italiani.  A quei tempi la storica trasmissione della tv in bianco e nero rispecchiava il Paese del boom, che stava scoprendo il consumismo e la tentazione del superfluo. E ancora oggi gli sketch pubblicitari di Carosello sono uno sterminato archivio a cui attingere per ricostruire i cambiamenti che riplasmarono i sentimenti, le mode, le abitudini, i comportamenti politici e le scelte esistenziali.

 

Di quella vera e propria “età dell’innocenza” della nostra tv uno dei personaggi più celebri e più amati è stato Calimero, il pulcino con il guscio rotto in testa e il fagottino da vagabondo in spalla che cade in una pozzanghera e si sporca di nero, al punto da non essere più riconosciuto dalla madre, la gallina Cesira. Calimero si ritrova così a girovagare alla ricerca della sua famiglia e vive una serie di disavventure, che culminano nel famoso claim:

 

«Eh, che maniere! Qui tutti ce l’hanno tutti con me perché io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però».

 

Ma per il pulcino emarginato il lieto fine della storia arrivava sempre puntuale, grazie all’Olandesina della Mira Lanza (lo sponsor) che, vedendolo così conciato, lo immergeva in una tinozza piena di detersivo e affermava: «Tu non sei nero, sei solo sporco!», facendolo tornare bianco, lindo e contento. Basti pensare che la serie si intitolava “La costanza dà sempre buoni frutti”. Un ottimismo della volontà che oggi fa sorridere di nostalgia.

 

 

CalimeroCuriosa è anche l’etimologia, visto che Calimero deriva dal greco Kallimeros, formato da Kalòs, “bello, nobile” e da mèros, “coscia, gamba”. Quindi significa: “dalle belle gambe forti”. Era, la sua, la classica storia del brutto anatroccolo. Sedicesimo uovo della chioccia Cesira, Calimero non riesce a nascere assieme agli altri pulcini, così si ritrova dentro l’uovo a cercare di uscire e quando riuscirà a spezzare il suo involucro, un pezzetto di guscio gli rimarrà per sempre sulla testa. Ma non avendo fatto in tempo a essere riconosciuto dalla mamma, la cerca finendo in una pozza di fango e diventando tutto nero, al punto che Cesira, alla domanda del pulcino: «Sei tu la mia mamma?», gli risponde: «Io la tua mamma? Ti sbagli carino. Io pulcini neri non ne ho mai avuti. Vedi, i miei sono tutti bianchi». Calimero però non demorde e chiede: «Ma se fossi bianco vorresti essere la mia mamma?». Al che lei ribatte impassibile: «Certamente, carino».

 

 

Ingenuo e sempre sincero, anche quando non dovrebbe esserlo, Calimero incontra notevoli problemi in una società non sempre ben disposta. Il suo merito è stata l’idea che i timidi, gli introversi, i deboli, gli emarginati, avessero qualcuno con cui identificarsi. Mentre nel volume della Cineteca Italiana di Milano La tv al tempo della Pagot film si legge che: «La forza di Calimero è nella sua identità grafica, nell’immagine immediatamente riconoscibile: un editore l’aveva definito un “carattere tipografico”».

 

Ideato nel 1963 dai fratelli Nino e Toni Pagot e da Ignazio Colnaghi, che gli ha prestato l’inconfondibile vocina (e c’è da segnalare anche una querelle che riguarda l’apporto dato da Carlo Peroni, il fumettista noto come Perogatt), Calimero è uno dei pochi personaggi sopravvissuti alla morte di “Carosello”, tanto da essere ancora amato e ricordato da chi è cresciuto insieme ai suoi sketch. Una fama che ha varcato anche i confini nazionali. Oltre alle storie di “Carosello”, vennero realizzati 290 episodi a colori doppiati in moltissime lingue. Persino in Giappone Calimero è conosciuto e popolare come in Italia: la Rai, in coproduzione con alcune tv giapponesi, realizzò in due tempi ( nel 1974-75 e poi nel 1994-95) quasi 100 episodi dedicati al pulcino nero.

 

 

C’è chi ricorda ancora la parodia di Aldo Moro tutta nel segno di Calimero ideata da Alighiero Noschese, oppure Giuliano Amato che nel 2000, nel corso della conferenza stampa di fine anno, pronunciò questa frase: «L’Italia cresce: non siamo Calimero». Ma il più bel complimento resta quello firmato da Umberto Eco, che di lui scrisse: «Quando un personaggio genera un nome comune ha infranto la barriera dell’immortalità ed è entrato nel mito: si è un calimero come si è un dongiovanni, un casanova, un donchisciotte, una cenerentola, un giuda».

 

Piccolo, sfortunato, maldestro e vessato. Uscito dall’uovo di “Carosello”, Calimero ha superato i limiti dei semplici “personaggi” dei cartoni animati e ha dato addirittura il suo nome a una sindrome psicologica ben precisa. Secondo gli specialisti questi sono i sintomi delle persone affette da vittimismo patologico: l’incapacità di iniziare una nuova relazione, l’impressione di essere ignorati dagli amici o il sentirsi inadeguati al contesto nel quale si è inseriti (lavoro, studio, relazioni sociali). L’autoesclusione è il comportamento tipico della persona colpita da Sindrome da Calimero. A soffrirne sono soprattutto uomini tra i 30 e i 45 anni che devono fronteggiare le difficoltà legate al mancato raggiungimento degli obiettivi di carriera. Ma anche le donne non ne sarebbero immuni, soprattutto nel periodo post partum, dove si trovano a fare i conti con il nuovo ruolo di mamma e a bilanciare gli impegni tra la famiglia e il lavoro.

 

Del resto la data di nascita di Calimero è il 14 luglio del 1963. Quindi è nato sotto il segno del Cancro, che, come sanno bene i cultori di astrologia, è quello di tutti i vittimisti.

 

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Marina Moioli

 

Per approfondire: Mostra sui divi di Carosello alla Fabbrica del Vapore di Milano

Museo del Fumetto