Il tratto di Tintoretto, il genio cinquecentesco, amato e odiato, non si dimentica per quell’uso stregato del colore di cui ha disseminato la sua Venezia.

Ha cambiato in un certo senso la geografia stessa della città, tracciando tra i sestieri una sorta di filo “a colori”, un filo d’incanto e richiami. Insomma una narrazione. Nessuno come Jacopo Tintoretto è rimasto dentro a quel territorio infinito nella sua finitezza solo immaginaria, visto che arriva sempre al mare, ch’è Venezia.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto, nato lì e morto lì, 1519-1594.

Contemporaneo del Tiziano e di quel Paolo Veronese che ebbero fama e rinomanza eguali, ma nessuno dei due vantava i medesimi natali.

Tintoretto che lavora mentre Shakespeare scrive Il mercante di Venezia.

Tintoretto che è genio, ma anche dotato di spirito pragmatico. Sa lavorare in squadra. Accetta tutte le commesse, partecipa a quelli che oggi sarebbero gli appalti e li vince perché sa stregare l’occhio, ma anche accelerare e consegnare al committente quando lo pretende.

Un aneddoto racconta che nel 1552 ricevette l’incarico di dipingere le portelle del nuovo organo di Santa Maria del Giglio per la somma di 20 ducati. Il 6 marzo del 1557 ancora l’opera non era conclusa. La consegna venne pretesa dal procuratore Contarini per il 22 di quello stesso mese del medesimo anno. 16 giorni dopo avrebbe avuto la meglio un altro esecutore, e Tintoretto sarebbe stato costretto al rimborso.

Eseguì l’opera – un San Marco e san Giovanni e San Luca e san Matteo– e la consegnò il 22. Come promesso.

Non aveva paura della fatica. Né di consumarsi.

Era perfezionista fino all’ossessione. Come scrive Marco Boschini ne la Carta del navegar pittoresco: «Tintoretto, ogni volta che doveva fare un’opera in pubblico, prima andava ad osservare il sito, dove doveva esser posta, per vedere l’altezza e la distanza […]. E poi anco molte volte, abbozzata che aveva una gran tela, la collocava nel suo sito per maggiormente soddisfare alla sua accuratezza, e, scoprendo per avventura alcune cose che rendesse discorde l’armonia del concerto, era buono di riformar non solo una figura, ma per causa di quella molte altre vicine».

La coralità, che da una tela emerge. D’un dialogo che somiglia a quella di una fiaba dove crudeltà, dolcezza. abominio e speranza s’intrecciano, azzerando il clamore.

Al suo posto invece una sorta di stupore estatico, persino commozione, che sfugge alle parole. E lui vedeva prima ancora di tratteggiare a mente. Quei volti solo suoi. Quella dimensione, e grana della pittura, del colore.

Questo lo sapeva fare, eccome: sorprendere, spiazzare, scavando l’umano più umano dentro il mistero, e il dolore.

È il 1548 quando raggiunge la vera fama. La tela è Miracolo dello Schiavo, conservato al Museo dell’Accademia.

Si confronta di continuo con il tema del tradimento a Gesù, con quello stupore degli apostoli che lo ascoltano affermare: uno di voi mi tradirà.

Le sue L’ultima cena, di cui ne esistono almeno nove, sono una più bella dell’altra. La mia preferita a San Trovaso, nella Chiesa.

Grandi, minuti, immensi.

Non c’è dimensione che lo blocchi. Né generosità, perché, soprattutto in età più adulta, farà lavorare con sé una vera e propria “squadra”.

Il passo suo nella città è di gigante. Come con il tripudio della Scuola Grande di San Rocco, ovvero la “Cappella Sistina Veneziana”.

Però è a Cannaregio che si installa, prende casa, nel 1548 restando fino alla morte. Segna il suo passaggio a San Marziale, San Marcuola, ma anche alla chiesa dei Crociferi.

Il dinamismo, la versatilità, la somma bravura, l’attenzione, l’intreccio, la forza innescano una vitalità e un’energia sorprendente che permangono anche nei lavori commissionati dai privati. Mai si risparmia, mai si ripete.

C’è una forza d’umana trascendenza in ogni scena che racconta. E si diventa credenti, guardando le tele da lui dipinte, credenti d’una liturgia del dramma e della meraviglia anche.

D’un umano che trascende e scavalca se stesso

Per prendersi per mano. In qualche modo.

Anche quando si è stati traditi.

Quando si ha peccato, o ci si è macchiati di ignominia.

Appunto l’umano che arranca, si prostra, sbaglia. L’umano che infine solleva lo sguardo verso l’alto.

Al divino.

Una giornata è forse breve per seguirne davvero ogni passaggio con attenzione, ma un bel libro che è Tintoretto a Venezia (Itinerari, ed. Marsilio) suggerisce come fare. E anche come tracciarne il percorso invece in profondità e dedicare a questo una settimana.

Nel gioco delle somiglianze starebbe tra Alberto Giacometti e Samuel Beckett, ma con la flemma di Poseidone quando scopre che Ulisse ha reso cieco il figlio Polifemo. La mano è quella assoluta che ha l’infanzia se non si stacca dalla disperazione nemmeno crescendo. E quindi sì, d’un tratto, quel gigante d’uomo che sorpassa presto il metro e novanta si staglia come un bambino incantato, complice della notte, dell’acqua, della fame, e dell’assoluto andare che poi implica sempre il medesimo ritorno.

Venezia sullo sfondo.
Venezia nelle ossa.

Quella di un figlio d’operaio, prole infinita, sette fratelli e sette cugini a vivere sotto lo stesso tetto.
Lo spettro della fame che insegue e una testa calda che innesca ribellione già a dodici anni quando tocca d’andare, operaio, a lavorare. A sbarcare il lunario.

Ma era ribelle. E geniale. E acceso da un demone inarrestabile che poteva apparire distruttivo mentre in fondo scavava, incideva, scendeva nella vena profonda dove scorre la linfa vitale e si preparava ad uscire.

La vita di Vedova è complessa.
Fatta di eventi di rottura fin da un’età giovanissima.
Racconta, nelle pagine del diario: «Mio padre, strano padre, vede tutte queste storie, e passionale dice che bisogna farmi studiare, vendere anche i materassi per ciò. Io intanto lavoravo la sera fino a tardi con la candela perché la mamma staccava la luce per economie. Ma invece mi mettono in fabbrica a lavorare – decorazione a smalto! Comincia là il mio dramma. Avevo 11/12 anni e conosco la realtà di alzarmi alle sei di mattina».

Non ci starà mai, lui, agli obblighi, alle imposizioni. Ha una naturale idiosincrasia per ogni forma di sopruso, sopraffazione, e in fabbrica ce ne sono eccome.
Alzerà la voce, pur se quasi bambino.
Sarà una cosa che farà sempre.
Pronto poi a pagarne in prima persona i costi.
E non avrà sconti.

Patirà la fame. Il freddo. Il tempo non lo atterrisce, e nemmeno la solitudine. Azzanna il vuoto che ha intorno e ne ritrova un sapore familiare.

Quello della città che lo ha radicato con i piedi nel mare, lo sguardo attento, e chiese in ogni anfratto, chiese e chiese e chiese.
Quella città lo nutre. Delle voci. Delle chiese. Delle tragedie. Che sono così umane.

S’innamorerà di Tintoretto. Della chiesa di San Moisè, che in un disegno del 1938 renderà in quella sua scala di visione che è la dismisura.
Lo spazio inghiotte, si dilata.
Lo spazio è genio, sregolatezza, opulenza, miseria.
Folgora.
Sorpassa.

Le geometrie che trasforma, trasfigura, realizzano un luogo che resta lo stesso, perché è già in sé magia, nelle geometrie e negli arzigogoli, stregati, di cui è capace, appunto, Venezia.

«Sin da quindici anni mi affascinò lo spazio barocco, il trovarmi dinanzi a modelli architettonici mossi di rientranze e sporgenze – buchi di luce – residuati di spazi classici, invasi, devastati da sovrapposizioni pittoriche, l’identificarmi in quella mobilità, in quel discorso spaziale fatto di relatività, di continuo trasformarsi, in un dissolversi di piani: un non chiudere, un non fissare» scriverà nel 1956, ormai alle spalle quegli anni cosiddetti giovanili, che ritornano tra le Pagine di diario, nelle Edizioni Galleria Blu, Milano, del 1960, riproposte, per il centenario della nascita, lo scorso anno, da Marsilio in un libro strepitoso, quanto a grafica e interesse.

E in quei buchi di luce s’insinua l’architettura d’un universo stregato. Quello d’un popolo invisibile. Per cui tutto è relativo, tutto è possibile, e sublime, nella sua carnale irrazionalità.
Dalle dita di Vedova sembrano avanzare, in penombra, controluce, i giganti freddi di David Foster Wallace. Lui che nella Chiesa fatta senza mani, racconto inserito tra le Brevi interviste con uomini schifosi, di loro dice: «La falcata del gigante di vetro copre un miglio. Cammina tutti i giorni tutto il giorno. Non si ferma mai. Non si può riposare. Perché vive nel terrore che la sua foresta ghiacciata si sciolga. Il terrore lo fa camminare senza posa. […] il gigante di vetro cammina per tutta la foresta bianca, con falcate di un miglio, giorno e notte, e il calore delle falcate scioglie la foresta alle sue spalle».

Ma, come conclude Foster Wallace, non il disastro si produce.
Invece l’arcobaleno. «Il gigante di vetro è l’arcobaleno».

Lo stesso che sembra di scorgere anche ora, nel tratto di chi ha saputo denudare l’uomo del suo sommo potere di mimesi, sparandolo come un fuoco d’artificio nel cielo millenario di Venezia, per incontrare di nuovo e sempre una volta affrescata, a cupola o invece a campana. Una grande, infinita, o invisibile, minuscola, potentissima chiesa a forma di arcobaleno.

Fino al 9 febbraio in mostra a Palazzo Reale, Milano.