Nick Cave è un’icona per tutti quelli che lo amano, e altrettanto per quelli che lo odiano. Chiamarlo cantante sarebbe riduttivo. Scrive testi che sono poesie, ha all’attivo più d’un romanzo. Ha stregato il buio e la paura, s’è abbattuto contro la morte e la fine. Ma il vero reame che continua a corteggiare è quello dell’Amore.

Alla fine, gli amori dei vent’anni sono quelli che restano. E ci ritorniamo, senza saperlo, o deciderlo, sempre. Diretti, di lato, o per contrasto, in ogni altro tempo a venire.

L’imprinting, direbbe l’etologo Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina e la fisiologia, 1973, e ci sentiamo oche selvatiche come la sua Martina & co che svelarono il meccanismo dell’apprendimento. E qui, tra righe e musica, parliamo di un imprinting dell’incanto, che scavalca le montagne e le delusioni e ritorna lì. Immancabile.

Lo dico subito. Ho passato le ultime 48 ore letteralmente avvolta da lui. Dai suoi corvi, dalle sue preghiere, dalla rabbia profetica d’un neonato cresciuto dentro una cassetta di frutta, il n.2 scritto addosso, mentre nella n.1 il gemellino era arrivato un istante prima e subito morto. Così, musica nelle orecchie e libro tra le mani tirando le due di notte per andare fino all’ultima pagina (che poi tanto chi dorme davvero in questi giorni di sconquasso d’anima?). Ed è stato suggestivo, strano, persino straniante – e assolutamente stregato – far combaciare la voce che canta con quella dell’inchiostro stampato.

Benvenuti nell’Universo Imperscrutabile dell’Uomo Più Seducente del Pianeta.

Benvenuti alla corte di King Cave.

There is a kingdom

There is a King

And He lives without

And He lives within

Nick. Nick Cave.

Nicholas Edward Cave, all’anagrafe australiana di Warracknabeal, nato il 22 settembre del 1957. Uno a cui nella riga “professione” si dovrebbe scrivere per mezz’ora. Perché: non è “solo” cantautore, “solo” compositore, “solo” scrittore, “solo” sceneggiatore, “solo” attore.

Nick Cave è un folle folletto stregato, con un dominio delle parole degno d’un Cappellaio Matto con l’anima del Bianconiglio e la rabbia dissolta del Brucaliffo.

Né io ho – mi scuso di questo – le competenze per parlarvi della sua discografia, delle band che cambia, dei nomi, degli aneddoti di ogni creazione, veri o falsi che siano.

Però, ecco sì, di quel Bambino Assoluto che resta e accarezza e maltratta e stritola e innalza, di lui posso scrivere. Perché ha la stessa forza di quelli che attraversano le mie fiabe, le mie notti, la carta e gl’incendi narrativi.

Com’era, lui, Nick?

Un bravo bambino, anglicano, da principio, figlio di una mamma bibliotecaria e un padre insegnante d’inglese, terzogenito, voce potente del coro della cattedrale di Wangaratta, dove aveva seguito la famiglia, poi adolescente a Melbourne alla Caulfield Grammar School.

Ma la pelle, che sembra così attaccata alle ossa tant’è magro, nervoso, la pelle sottende un anagramma di destino “maledetto”, che ha chi l’anima potrebbe pesarla solo con una carrucola per navi. E quell’anima lì, suo malgrado (credo io), lo porta in carcere, a 23 anni, per furto. Nick è ancora recluso quando il padre muore in un incidente stradale.

Neppure dirsi addio, insomma.

Destino che colpirà anche il suo primogenito, Luke, nato nel 1991, dall’amore con Viviane Carneiro, che cadrà da una scogliera a Ovingdean Gap, poco distante da Brighton, nel sud inglese, morendo il 15 luglio 2015.

In mezzo ci starà la vita.

La vita malmenata, vissuta, strapazzata, drogata, sedotta, violentata.

In mezzo ci starà (staranno?) l’amore e le separazioni, due figli gemelli, e amici, incontri, batteristi, musicisti, fratelli di parole e silenzi, band, nomi, rotture.

Ma soprattutto quella traccia che lasciano gli eventi quando non passano semplicemente, quando uccidono ma non abbastanza, quando deludono ma non al punto di, non tanto da.

 

Oh children

We have the answer to all your fears

 

Non importa che cosa pensino gli altri. L’inferno come il paradiso stanno lì, dentro di sé. Come in quella storiella raccontata da Alejandro Jodorowski Il dito e la luna. Racconti zen, haiku, Koan (Oscar Mondadori), che s’intitola L’inferno e il paradiso.

Dice così, più o meno: un samurai cerca un maestro per domandargli la differenza tra inferno e paradiso. Senza rispondergli, il maestro attaccò a insultarlo pesantemente e, di reazione, il samurai sguaina la spada. Vuole ammazzarlo. Ma un istante prima che compia il gesto, il maestro gli dice: «Questo è l’inferno». E questo blocca il guerriero che ne resta colpito e si quieta tanto da rinfoderare la spada.

La voce del maestro aggiunge: «E questo è il paradiso»

Ecco l’illuminazione.

Che Jodorowski sintetizza: «L’inferno e il paradiso dipendono solo da noi».

Già.

La penna di Nick Cave è sapiente anche quando scava, tra allucinazioni e sintagmi d’inconscio, inferno e paradiso dentro quel testo ingarbugliato e illuminante che è L’asina vide l’angelo, appena ripubblicato in traduzione da Big Sur (anzi grazie a Mariana della libreria milanese Il Covo della Ladra per avermelo segnalato e procurato).

«Da piccolo non piangevo mai» scrive di sé il protagonista. E insiste: «Cioè, per tutta l’infanzia non ho pianto neppure una volta: no, neppure un lamento».

Come gli orfani, penso io.

E Nick Cave è l’Orfano. Di Madre Inferno e Padre Paradiso (o viceversa, poco cambia). Resta sempre una diade – infinitamente inseguita e spezzata. Di sé e dell’altro.

Di ombra e corpo.

Uno che in qualche modo ha imparato a consolarsi da solo per non precipitare. E anche quando è precipitato, – e lo ha fatto spesso–, s’è aggrappato alla forza della sua stessa disperazione per farla risorgere.

In alto.

Non è questo appunto – l’arte in senso pieno?

Lui, che scrive: «Ero anche il bambino più solo sulla faccia della terra. E non lo dico tanto per dire. È un dato di fatto. Me l’ha rivelato Dio», a dio cerca di rivolgersi in vari momenti.

 

I don’t believe in an interventionist God

But I know, darling, that you do

Buti f i did, I would kneel down and ask

Him

Not to intervene when it came to you

 

Però lo chiama con il vocativo

Oh Lord

 

Chi è?

Il dio dei cieli?

Della terra?

Della perdita?

O invece…

Ecco, forse sì. Se un vero signore tra le corde tese di Nick Cave lo vogliamo trovare, è lui, sempre, soltanto lui.

Mai banale.

Mai abusato.

Mai semplice.

Eppure.

Oh sì, mi avete capita, se lo conoscete, e se anche non lo conoscete.

Till the end of the world.

Per lui.

Per me.

Per noi.

Per voi.

Sempre. E comunque.

L’amore. Che ha mille volti e infinite declinazioni.

Ma unico resta, vince la distanza del due.

Fa simbiosi.

Assoluto.

Il solo dio per i bravi bambini assoluti.

Quelli caduti. Morti. Risorti. Aggrediti. Aggressivi. Incantati. Disperati e di nuovo – assoluti.

Ascoltatela, una volta ancora. Magari di notte. Quando il buio morde.

Help me, girl

Help me, girl

I’ll love you till the end of the world.

 

Già…