Come, you spirits
That tend on mortal thoughts, unsex me here
Lady Macbeth, Act I, Macbeth

Unsex me chiede Lady Macbeth agli spiriti dei pensieri di morte: dispensatemi dall’essere donna, e quindi debole, rendete più denso il mio sangue, implora alla riga successiva.
Ma lei non è debole. Affatto. Lei è fortissima. Mica come quell’inetto del marito.
O forse no? Forse il forte è lui, o invece è solo un uomo che si nutre della forza della moglie per colmare la sua pochezza. E se fosse uno scaltro che si lascia manipolare in cambio della riscossione della pena? Perché il senso di colpa  per i crimini commessi dilania lei, la sposa ambiziosa e spietata, ma non lui.
Insomma, chi è la vittima? E chi il carnefice?
Who’s the slave and who’s the master, si domanderà qualche centinaio di anni dopo Samuel Beckett alle prese con un’altra coppia di celebri psicopatici, Pozzo e Lucky di Aspettando Godot.

Chi è il Male?
Una donna frustrata dalla sua condizione sociale di subalternità che convince un marito debole a macchiarsi di orride colpe, per conquistare il potere che lei da sola non potrà mai rivendicare o un uomo che si macchia di orride colpe per compiacere una moglie, la cui ambizione gli è strumentale, perché gli dà un ruolo che lui da solo non saprebbe conquistarsi?

Prima che una delle più famose tragedie di William Shakespeare, Macbeth è il trattato scientifico più autorevole e completo sui rapporti di coppia. Disfunzionali, of course.
I due protagonisti prima che dall’amore sono infatti legati dalla totale assenza di quei valori etici condivisi all’interno di un consorzio umano, e da questo incastro nascono poi délire à deux, megalomania, profezie che si autoavverano e disprezzo per la vita altrui, ma anche propria.

Ma facciamo ordine.
Macbeth è un valoroso generale. Torna da una battaglia e attraversa un bosco insieme al suo compagno d’armi, Banquo. Vuoi perché sono reduci da una battaglia vinta all’ultimo sangue, vuoi perché stanno attraversando un bosco in piena notte, vuoi perché probabilmente sono strafatti di alcol-e-dio-solo-sa-quali intrugli-psicotropi (che era prassi comune ingurgitare prima di una battaglia per potenziare forza e coraggio),  vedono tre streghe che preannunciano cose strane, tra cui che Macbeth diventerà re ma Banquo genererà una stirpe di re senza però essere lui stesso re.
Ebbene, Banquo rimane lucido, e scaccia lontano parole tossiche e relativi pensieri contorti  in esse contenuti; Macbeth no. Lui torna a casa e spiffera tutto alla moglie, la quale non lo riconduce alla ragione, non gli chiede che cosa si sia bevuto o fumato prima, durante e dopo la battaglia e soprattutto di non farlo mai più, perché di questo passo… e questa casa non è un albergo…

No. Lei lo ascolta e di più, si mette all’opera per accelerare la realizzazione delle profezie.
Dopotutto, il re è in vita, quindi bisogna dare una mano al destino affinché vada nel verso giusto. Duncan deve morire e lei – in estrema sintesi – supplica gli spiriti di darle la forza di sopportare quel babbeo di Macbeth che invece esita e si fa degli scrupoli.
E che diamine! Lui però è pur sempre un valoroso generale, non prende alla leggera il regicidio. È cosa brutta sovvertire l’ordine sociale, l’ordine divino.
Ma, si sa. Se una moglie come Lady Macbeth si mette in testa di far emergere il marito, nulla può fermarla. E infatti lui uccide Re Duncan e da quel momento la spirale verso gli inferi non si fermerà più.

Nulla ha fermato Lady Macbeth… nulla, tranne il senso di colpa, tranne la follia che prende possesso di lei in seguito al regicidio. E perciò si toglierà la vita, non prima però di aver – tra le varie nefandezze – commissionato l’omicidio di Banquo e aver accusato di questo crimine due servitori. E senza pensarci, anche in questo caso però dà un contributo alla realizzazione della profezia delle streghe perché sarà poi la progenie di Banquo a ristabilire l’ordine naturale delle cose e, di conseguenza, a riprendere il corso di una monarchia legittima affidata a chi ne è degno.
Nel corso del V atto Macbeth – che per lei ha ammazzato un re – rimane indifferente alla notizia della morte della moglie e conclude la tragedia con i celeberrimi versi:
Life is a tale told by an idiot… full of sound and fury signifying nothing.

Ne valeva la pena? 
Macbeth ha fatto di tutto per compiacere la moglie ma nessuno dei due aveva considerato che la pazzia si annida nel cervello di chi commette gesti estremi come i loro. Era così razionale lo scopo…
O forse erano già talmente talmente pazzi e sono andati a briglia sciolta incontro al proprio destino.
Chi può dirlo? Shakespeare non ce lo dice, ma ce la mostra tutta la loro follia con quella semplice, agghiacciante frase: la vita è frottola raccontata da un idiota… che non significa nulla.
È qui il seme della follia che li unisce: solo per due folli la vita non significa nulla e non ha un valore assoluto e può essere profanata e liquidata come una frottola senza senso.
Solo i folli scatenano l’inferno sulla terra per sete di potere o semplicemente per la smania di mostrarsi grandi al cospetto della donna amata.

È questo il Male: muove sempre da motivi terreni e porta caos, rovina, sciagura. E travolge gli “altri”, le persone di buona volontà che sanno che, nel consorzio umano, ciò che crea scompiglio, viola l’ordine e la razionalità non è compatibile con l’agire  nella direzione del bene individuale e comune.
Leggere  il Macbeth significa prendersi una laurea in filosofia, psichiatria e sociologia in soli cinque atti, perché è una tragedia universale e anche se la si rappresentasse a una comunità eschimese, tibetana o swahili sarebbe compresa appieno da ognuna.

T.S. Eliot aveva ragione quando diceva che una tragedia come Macbeth differisce da un articolo di cronaca nera per un solo motivo, semplice ma fondamentale: ogni emozione tende alla formulazione intellettuale. Pertanto, solo la resa estetica del dolor che diventa furor (Seneca docet) rende tollerabile la visione dell’orrore. La sola idea di Rosa e Olindo che, dopo la strage di Erba, vanno a mangiarsi un panino da Mac Donald’s è una botta allo stomaco. Lady Macbeth che continua a vedere le sue mani sporche di sangue anche dopo averle lavate è una botta al cervello. Non è una differenza da poco.

La realtà supera spesso la fantasia, ma è solo la letteratura che ce la rende sopportabile in tutta la sua agghiacciante banalità.

Keira Knightley Anna Karenina«Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

 Tutti, ma proprio tutti conoscono (e citano per far colpo) il celeberrimo incipit di “Anna Karenina” di Lev Tolstoj. Anche quelli che non si sognerebbero mai di leggere un “mattone” di circa mille pagine che, in soldoni, parla della storia di un’adultera che si getta sotto un treno.

Però anche chi l’ha amato, e magari letto e riletto più volte nel corso della vita, raramente si ricorda dell’epigrafe iniziale: “A me la vendetta, io farò ragione”, tratta dalla Lettera ai Romani di San Paolo (12,19). Eppure è proprio questa esortazione a lasciare a Dio il compito di fare giustizia la chiave di lettura per capire il destino di un’eroina tanto passionale e romantica, quanto coraggiosa e controcorrente.

«Anna Arkad’evna leggeva e comprendeva, ma non le faceva piacere leggere, cioè seguire il riflesso della vita altrui. Aveva troppa voglia di vivere lei stessa».

Una donna rovinata dal tormento interiore tra la consapevolezza di sentirsi intrappolata in un matrimonio infelice con l’opprimente marito Karenin e il desiderio di abbandonarsi a una relazione clandestina con il seducente e irresistibile Conte Vronskij. E a essere sinceri, chi non vorrebbe provare almeno una volta nella vita, quello che prova Anna Karenina per il suo spasimante?

«Non c’era bisogno di chiedergli perché fosse lì. Era certa, come fosse lui stesso a dirglielo, che era lì per essere dov’era lei».

A 140 anni dalla prima edizione del romanzo (pubblicato in Russia nel 1877, anche se era già apparso a puntate sul Russkij vestnik, cioè Il Messaggero russo, a partire dal 1875) Anna Karenina è un personaggio più che mai vivo, amato e attuale. Non a caso cinema e televisione se ne sono appropriati più volte sfornando a intervalli regolari una nuova trasposizione dopo l’altra. Come dimenticarsi le interpretazioni di Greta Garbo (1935) e Lea Massari (1974) fino alle recenti prove d’artista di Keira Knightley nel 2012 e Vittoria Puccini nel 2013?

anna karenina

E ci sarà un motivo se da qualche mese a questa parte, in piena era Putin, il musical tratto dal capolavoro di Tolstoj fa ogni sera il tutto esaurito al Teatro dell’Operetta di Mosca.

Interpretato da Ekaterina Guseva e diretto da Alina Chevik, è uno spettacolo grandioso e avveniristico che, in un gioco tra il reale e il virtuale, accompagna gli spettatori  attraverso la grande Russia, li trasporta nei palazzi sfarzosi di San Pietroburgo ma soprattutto fa “respirare” lo spirito di Tolstoj anche ai giorni nostri.

Potenza di un romanzo che può attraversare le epoche e di un personaggio che ha ancora tanto da svelarci in fatto di crimini del cuore e disperazioni amorose. E che invita a una riflessione sull’amore, quando questo rischia di essere confuso con un suo surrogato (pericolo che ieri riguardava solo le dame dell’aristocrazia, ma che oggi riguarda tutte).

Il giudizio, o se si vuole il “gradimento”, sul libro, cambia parecchio a seconda dell’età e dell’esperienza della lettrice (dei lettori uomini non è dato sapere. Forse si limitano a pensare che sia un romanzo “frivolo”, proprio come fecero i critici all’indomani della sua uscita).

Da adolescenti ci si lascia conquistare semplicemente e semplicisticamente dal suo coraggio di eroina romantica, una capace di abbandonarsi a una passione che non conosce né Dio né Ragione. Un’eroina con cui ci si identifica.

A trenta o quarant’anni, invece, si comincia a mettere qualche puntino sulle “i” e a diventare più consapevoli delle trappole della gelosia. Per Anna l’unica cosa importante è essere amata da Vronsky e quando Vronsky si rivela un uomo imperfetto come qualsiasi altro, la gelosia la consuma, distrugge l’amore e distrugge lei stessa, fino a portarla, in una spirale di disperazione e follia, alla morte.

«Io penso – disse Anna, giocando con un guanto che si era tolto – io penso… se è vero che ci sono tante sentenze quante teste, così pure tante specie d’amore quanti cuori»

«Ben presto sentì che nell’animo suo s’era destato il desiderio dei desideri: la malinconia»

 

Ma per la lettrice di sessanta anni e più, la lezione che esce dalle pagine del romanzo è un’altra: quella che fare di un altro essere umano il proprio dio procura solo una felicità ingannevole, causa della propria rovina.

 

«Laggiù! Proprio in mezzo! Castigherò lui e mi libererò da tutti e da me stessa»

dice Anna prima della scena madre.

Da parte sua, l’autore di questa storia universale rifiutò sempre di esprimere chiavi interpretative per Anna Karenina, anzi dichiarò: «Se volessi dire a parole tutto quel che ho cercato di esprimere con questo romanzo, dovrei per forza riscriver tutto quanto il romanzo daccapo e per l’appunto così come l’ho scritto». Insuperabile nel descrivere gli stati d’animo, Tolstoj a un certo punto fa dire al personaggio di Levin, da molti considerato il suo alter ego:

«Era come se tutte quelle tracce del suo passato lo avessero afferrato dicendogli: No, non ci lascerai, non diventerai un’altra persona, resterai quello che eri: coi tuoi dubbi, con la continua insoddisfazione personale, coi vani tentativi di correggerti, con le cadute e l’eterna attesa della felicità che non ti è stata data e che per te non è possibile!…»,

anna kareninaUn dilemma, quello dell’eterna attesa della felicità, con cui prima o poi tutti dobbiamo fare i conti. E li faceva anche Tolstoj, che mentre scriveva il romanzo era ancora diviso tra la vita semplice inseguita da Levin e il tumulto che agita Anna. Un acuto critico italiano, Igor Sibaldi, ha scritto a questo proposito che nella figura di Anna si intravede Tolstoj mentre cerca di «commettere adulterio contro il proprio mondo, staccandosene e imparando a vederlo con occhi nuovi».

Eppure lo scrittore rinnegò il romanzo: nel 1881, in una lettera al critico Strasov, scrisse: «Quanto alla Karenina: io vi assicuro che per me quello schifo di romanzo non esiste più». Perché?

Forse la risposta sta nella fuga da casa che egli fece la notte del 27 ottobre 1910, correndo incontro a una forza-tormenta che lo chiamava al miraggio di una vita “per la verità, per Dio”, verso un treno che lo portasse chissà dove.

Ultraottuagenario, legato da quasi mezzo secolo a una moglie che lo tiranneggia e lo controlla persino mentre dorme, Tolstoj fugge come fuggirebbe uno che sa solo che è necessario allontanarsi: non ha una destinazione ben precisa, ha solo lasciato la casa dove non poteva più rimanere.

«E si sente libero, questo vecchio saggio, trattato con riverenza da quanti lo riconoscono, libero soprattutto quando è in comunione con la natura, quando il vento gli rinvigorisce il viso, sulla piattaforma del treno, restituendogli interamente la sensazione della fuga», si legge nella presentazione de “La fuga di Tolstoj” di Alberto Cavallari (Skira, 2010).

Di lì a pochi giorni, però, Tolstoj morì. Ironia della sorte, in una stazione ferroviaria. Proprio come l’eroina del libro che aveva ripudiato.

 

Marina Moioli