Sarebbe potuta andare per un certo verso ed è andata per un altro. Che cosa? La vita di ognuno di noi.

Un esempio a caso? Elizabeth the First.

Suo padre, Henry VIII, fece decapitare la sua madre, Anne Boleyn. Lei passò la giovinezza schivando minacce di ogni tipo, dai palpeggiamenti di un parente dell’ennesima matrigna a veri e propri agguati per far fuori quella che il Papa chiamava The Bastard. Per i cattolici era infatti qualcosa che si avvicinava pericolosamente all’Anticristo.
Da giovinetta, la considerarono come un corpo estraneo ma non la temevano più di tanto perché il suo babbo aveva inseminato di qua e di là diverse donne, un paio le aveva condannate a morte e comunque una di queste gli aveva dato u figghiu masculo. Oops… questa volgare espressione dialettale non è certo mai stata in uso a corte, ma tutto sommato non ci sta poi così malaccio. Perché Enrico VIII, quando si trattava di eredi, non sembrava pensare e parlare in modo diverso dai virili terroni nostrani. Solo che pensava e parlava in inglese.

Il destino si è proprio divertito con la dinastia Tudor.

Dunque, il primo fu Henry VII, incoronato re dopo al battaglia di Bosworth Fields del 1485: finalmente fecero fuori quel cattivone di uno York. Era il re Richard III tanto per intenderci, uno che Shakespeare ha immortalato come il malvagio per antonomasia, lui che aveva dato un barlume di umanità persino a Macbeth.
Henry sposò Elizabeth of York: la guerra delle Due Rose tra Lancaster e York finisce in camera da letto con un matrimonio dinastico che dà avvio al casato Tudor. Questa camera da letto produce anche il successore, Henry VIII.

È tutto vero: Enrico VIII era spendaccione, sciupafemmine, crudele, violento e pure un maleducato maschilista.

Però… voglio vedere chi, se uno da Roma gl’impone di sposare una racchia solo perché è principessa d’Aragona – quindi ultracattolica – ed è rimasta vedova di vostro fratello Arturo. Perché le cose andarono proprio così: Arturo sposò una cattolica spagnola per volere del Papato ma morì prima di diventare re. E così la vedova fu imposta al secondogenito: Enrico.

Il destino già prende una strana piega quando fa morire un primogenito dressato a essere allineato al volere del Papato e precipita sul trono un secondogenito scavezzacollo che non ne vuole sapere di una donna fânée e – diciamocela tutta – un po’ bigotta. Se poi questa donna produce solo un’erede femmina, un maschilista fatto e finito dirà: “Eh no. E vedi? Questo matrimonio non deve essere stato benedetto dai Cieli se mi mandano una femmina”. Di lì a chiedere l’annullamento della Sacra Rota, il passo è brevissimo.

Il Papa non concesse il divorzio a Enrico VIII.

E lui se lo prese con le unghie e con i denti. E visto che si trovava, mise a ferro e a fuoco gli innumerevoli monasteri che si stavano annettendo un po’ troppa terra dell’amata Albione, fece scappare il clero cattolico a gambe levate, rispedì in Spagna la moglie incapace di dargli un maschio e passò alla storia per aver realizzato lo scisma dell’Inghilterra dalla Chiesa di Roma. Et voilà, l’Anglicanesimo è servito.

La seconda signora Tudor fu Anna Bolena.

Anche lei produsse una femmina. Elisabetta.
La terza fu Jane Seymour e l’onore di produrre u figghiu masculo toccò a lei: Edoardo.
(Per la cronaca, ci furono altre tre mogli, trascurabili solo ai fini della nostra storia.)

Alla morte di Enrico VIII, Edoardo divenne re a soli dieci anni ma morì giovane. Giovanissimo.
Chi l’avrebbe mai detto che il destino si sarebbe divertito a prendere ancora un’altra piega?
Enrico VIII aveva sì indicato con l’Act of Succession, la linea di successione: Edoardo, la cattolica Maria, e dopo di lei la sorellastra Elisabetta, ma figurati se Elizabeth the Bastard sarebbe mai potuta diventare regina?
Eppure, la cattolica Maria – detta anche Bloody Mary per la crudeltà con la quale perseguitò gli anglicani nel tentativo di restaurare il cattolicesimo e vendicare la sua mamma – morì anche lei prematuramente e pure senza figli.

Nel 1558, finalmente in Inghilterra si compì l’ultimo scherzo del destino: la bastarda ascese al trono.

Il suo regno – lungo e glorioso (lei morì nel 1603) – è chiamato The Golden Age: l’economia fiorì, Shakespeare scrisse alcune tra le pagine più belle della letteratura universale e l’invincibile Armada spagnola “affondò” sotto i colpi di cannone inglesi, sbatacchiata dalle impietose tempeste di quei mari perigliosi.

Lei, Elizabeth, è l’inaffondabile per eccellenza.

 

Alzalo, il naso. Guarda lassù, proprio là, più a destra, dai.

Porta la mano alla fronte per schermare il sole e mettere a fuoco.

Lo vedi adesso? Sì, esatto, quella specie di puntolino, che somiglia più a un piccione ubriaco, a un gabbiano infelice, che a un uomo.

Ma quello è, invece: Philippe Petit. Il funambolo.

Come l’hanno conosciuto, d’improvviso, senza nessun avvertimento, i newyorkesi afflitti dall’afa di quel 7 agosto 1974.

Richard Nixon si sarebbe dimesso giusto due giorni dopo, con lettera datata 9 agosto.

 

La macchina dell’Impeachment già era in moto da mesi. La bomba del Watergate, così chiamato per il Watergate Complex, il complesso edilizio di Washington che ospita il Watergate Hotel, l’albergo in cui furono effettuate le intercettazioni da cui partì lo scandalo, deflagrava su tutte le prime pagine dei quotidiani del mondo.

 

I’m not a crook, avrebbe asserito l’ex presidente, non sono un imbroglione.

Vera, l’affermazione, quanto il paradosso del mentitore, reso celebre da Aristotele: tutti gli uomini sono bugiardi.

Già.

Tutti, presidente compreso.

Ma dove stava, in quell’istante, la linea di confine? Dove la demarcazione tra ciò che è vero e ciò che è falso? Ciò che è giusto e ciò che è sbagliato?

 

Là, ecco, stava lassù. Nel vuoto spazio tra le Torri Gemelle. Dove qualcuno persino camminava.

 

Mentre la bufera politica impazza, e detrattori e sostenitori dividono quel popolo americano che si ritrova compatto e identificato solo di fronte ai dilemmi impossibili, ecco che, per un istante tutto si blocca, sospeso, cancellato.

 

Un istante, si fa per dire, perché anche il tempo imbroglia. È un istante lungo – la marcia sul filo durerà 45 minuti – e in quell’arco incantato e rarefatto, il funambolo francese, ossessionato dalle due torri allora più alte del mondo, rapirà gli occhi di New York, facendo dimenticare tutto.

 

Quarantacinque minuti d’una passeggiata a 1350 piedi da terra, un quarto di miglio, 412 metri, sospeso nel vuoto bianco, d’una città che dimentica il nero delle croci, del Vietnam, della cronaca, del malaffare, che scorda gli orologi e il ritardo nei cartellini da timbrare. Per fissare lassù qualcosa.

 

 

Già, ma cosa?

Anzi chi?

Lui, piccolo, nero, compatto, leggero, folle, ubriaco, saggio, invincibile.

Be’, lui, così, che pensa di fare, con tutto quello che accade, sotto?

Be’, cammina.

Cammina, passeggia, danza. E s’inginocchia pure, in segno d’inchino, poi si sdraia, beato lui, a godersi quel cielo immenso un po’ più vicino. Lo percorre avanti e indietro otto volte, il cavo d’acciaio di più di sessanta metri. Senza alcuna difficoltà.

 

Sono da poco passate le sette del mattino, il sole sale, non c’è un filo di foschia. Né vento. E lui, là, nell’immenso infinito, gioca. Come fosse la cosa più naturale del mondo. Gioca la vita per un gesto. Un gesto che appare con lui e con lui scomparirà.

 

Importa?

Forse.

O nemmeno.

Perché è questo il potere che hanno, i gesti, d’essere condivisi soltanto da chi è presente. E farsi mitologia nel racconto.

 

Certo, qualcuno fotografa, qualcuno scrive. Articoli, tanti, tantissimi, poi libri. Se ne faranno film, il più recente The Walk, del 2015 con la regia di Robert Zemeckis (ma già c’era stato il documentario, vincitore del Premio Oscar nel 2008, Man on Wire di James Marsh). Splendidi. Ma ricostruzioni, in fondo, copie.

Il gesto resta là, immenso, nel cielo del 1974, un mattino d’agosto. E negli occhi di chi l’ha guardato.

 

 

Imbroglio? Illusione? Realismo? Illusionismo?

Soprattutto: perché?

 

Lo hanno chiesto in tanti. I giornalisti che lo hanno intervistato, prima, durante e dopo il processo, con la comparizione stabilita quel giorno stesso, dinnanzi al giudice che attende, in aula.

Un giudice che dovrà valutare le infrazioni compiute e la pena giusta. Perché illegalità c’è stata: quell’uomo si è introdotto nelle torri, evidentemente proprietà non sua; ha teso un filo pesante, creando un rischio e un disturbo per tutta la collettività. E se qualcosa fosse andato storto? Se fosse caduto? Se un oggetto gli fosse sfuggito di mano? Se avesse ferito qualcuno là sotto?

Insomma questa è New York, l’America, ciò che è giusto è giusto, e chi sbaglia paga.

 

Ma quando entra in tribunale, Petit ha una grazia sinuosa, da Pifferaio Magico, e un’eleganza d’acrobata, scanzonata.

Il giudice lo fissa, suo malgrado. E qualcosa s’incrina, dentro, nell’integerrima durezza.

È vero, ha violato codici, postille, certo, la legge è uguale per tutti. Non c’è dubbio, ha creato situazioni di pericolo, indiscutibile, ha forzato, occupato.

Però.

 

 

Però, anche ora, sta lì, fiero e tranquillo, come chi ha visto qualcosa e tutto il resto si ridimensiona.

Ho visto un pezzetto di cielo, signor giudice, che è precluso a lei, e a ogni altro. Non è come stare su elicottero, che ti sorregge. A me m’ha tenuto là solo quel progetto che avevo accarezzato ragazzino, e mi ha spronato, motivato, senza farmi desistere.

Questo, diceva in silenzio lo sguardo di Petit.

Allora si può incolpare un desiderio simile? Lo si può fare il 7 d’agosto del 1974, in America?

 

Verdetto d’assoluzione. Così stabilì il giudice, una mano sul cuore, sulla coscienza, e l’altra affondata nei sogni di una giustizia d’infanzia, più astratta e perfetta.

Assoluzione. Perché di lì a qualche giorno sarebbero state ben altre responsabilità e colpe a venire giudicate. Quelle d’un presidente, Nixon, che avrebbe accettato fiumi infiniti di denaro, intascati in cambio della promessa di illeciti favori ai suoi sostenitori.

Il piccolo funambolo, in fondo, nulla ha barattato. È salito lassù, con immenso coraggio.

E poi Philippe Petit ha raggiunto il successo e in America se c’è un dio che la vince su tutti è questo.

Allora che se condanna ci deve essere, che sia di esibirsi ancora, ma questa volta, per richiesta del giudice, a Central Park, a favore dei bambini.

 

Non si sa, invece, se, emesso il verdetto, glielo abbia domandato, il giudice, il perché. Di quell’impresa.

Si racconta, però, che alla domanda degli agenti che lo arrestavano, Philippe abbia detto soltanto: «quando vedo tre arance, faccio il giocoliere, quando vedo due torri, ho voglia di passare da una all’altra».

A una domanda sciocca, insomma, una risposta vuota. Che non fa che confermare un’evidenza: l’assurdità della domanda.

 

Nell’arte non esiste un perché.

Il gesto giustifica il gesto.

L’arte, in fondo, è perché. Tautologia. Paradosso, ma pieno d’una mordace saggezza.

 

Eppure vallo a spiegare a quell’America torturata dal Vietnam, dai ragazzi massacrati, da quelli ritornati vecchi e vuoti; a quell’America che si sveglia e scopre come il suo sistema sia tutto incentrato su attività di controllo e spionaggio illegali allo scopo di mantenere il potere a qualunque costo. Non era bastato l’omicidio di Kennedy. Non sarebbe bastato nemmeno lo scandalo Watergate e tutto quanto a venire, compreso il massacro folle dell’11 settembre 2001 che avrebbe abbattuto le torri gemelle.

Già, perché?

 

È il tarlo della Storia, bellezza. Di quella a stelle e strisce in particolare. Come se la razionalità avesse diritto di voce, e scettro, la corona della Statua della Libertà, la sua fiducia ancestrale.

E invece non esiste una ragione, almeno non esiste per Philippe Petit. Che sì, certo, una ragione ha cercato quantomeno di raccontarla. Lo ha fatto in quel libro che è una sorta di biografia, Toccare le nuvole.

Gradevole. Scorre.

Ma non “serve” a dare nulla, in più, a quell’istante nel mattino d’agosto.

 

I libri sono postumi. Ai gesti. E allora mentono. Consolano anche.

Forse Petit stesso s’è sentito vuoto, e nudo, terminata l’impresa.

Ormai l’aveva cucita, quella distanza, aveva cavalcato un deserto d’aria, e ne era stato vittorioso. Solo, lassù. Tutti gli occhi puntati su di sé.

Come tornare a terra, dopo?

 

Impossibile.

Impossibile tornare ma anche restare. E impossibile ripetere.

Certo, ne farà altre, di cose. Ci saranno nuove performance, tra cui una traversata del Lincoln Center, a New York, nel 1986, oppure l’ascesa fino al secondo piano della Torre Eiffel nel 1988. Ma questo saranno le imprese successive, una messa in scena.

 

Philippe Petit ha perso l’innocenza quel giorno d’agosto del ’74 e l’America con lui.

Dopo non ci sono stati più funamboli così nel cielo. (Ma infiniti scandali politici).

 

 

Silvia Andreoli

 

Anni trascorsi a scuola, dalle elementari all’università a spaccarci la testa, consumati dalla noia e dall’impossibilità, scientificamente dimostrabile oggi, di memorizzarla tutta…

Ei fu. Siccome immobile,

Dato il mortal sospiro,

Stette la spoglia immemore

Orba di tanto spiro,

Così percossa, attonita

La terra al nunzio sta…

Lunga come la fame, incomprensibile a qualsiasi italiano nato dopo il 1821 (ma forse anche prima), pedante tanto che a confronto i Promessi Sposi sembrano Io&Annie di Woody Allen.

Ma per capire Napoleone, ci hanno detto, bisogna leggere “il” Manzoni, che la scrisse di getto, quella poesia, appena apprese della morte del primo Imperatore di Francia; e che cercò di far rivivere, in chi leggeva, i tormenti del suo animo e il travaglio della sua improvvisa conversione. Bugia.

Se vogliamo davvero capire Napoleone, e non solo ripassare a memoria le date delle sue storiche gesta, se vogliamo entrare tra le pieghe del suo animo, dobbiamo ascoltare  ‘O surdato ‘nammurato, la più famosa canzone napoletana composta nel 1915, a meno di cento anni dalla morte del grande condottiero, dal poeta Aniello Califano.

Perché ancor prima, o meglio durante, le sue famose e gloriose “campagne”, Napoleone è stato un uomo innamorato. Disperatamente innamorato.

A testimoniarlo, le famose Lettere a Giuseppina, pubblicate per la prima volta dai Fratelli Fabiani nel 1834 e poi da Rusconi nel 1982.

 

Napoleone sposa Giuseppina de Beauharnais il 9 marzo del 1796.

In realtà la “bella creola” (era nata nella Martinica) si chiamava Marie Josèphe Rose de Tascher de la Pagerie, era la vedova del visconte di Beauharnais, Alessandro Francesco Maria, generale rivoluzionario ucciso durante il Terrore; era madre di due figli e mantenuta di diversi amanti, tra cui Barras che la presentò a Bonaparte col preciso intento di scaricarla. E aveva sei anni più del secondo marito (Emmanuel Macron fa notizia solo per chi non ha memoria: sei anni alla fine Settecento equivalgono a ventiquattro oggi).

Quel soprannome “terone” gliel’aveva affibbiato lui, geloso del primo nome sussurrato da troppi amanti, e forse già inconsapevole “soldato innamorato” (come altro potrebbe chiamarsi “o primmo ammore”?).

La sposa con rito civile e per fede le dona un anello smaltato con un’iscrizione: “Au Destin”, al destino.

Pochi mesi dopo il matrimonio parte per la prima campagna d’Italia.

 

«Dappoi che ti ho veduta sento che ti amo mille volte ancor di più.

Dappoi che ti conosco, ogni dì più ti adoro…

Ah te ne prego, lasciami veder qualcuno dei tuoi difetti: sii meno bella,

meno graziosa, meno tenera…»

le scrive il 17 luglio da Marmirolo, e lei lo prende in parola, e non gli nega un dispiacere, dal silenzio al tradimento, vario ma costante.

Ma lui a lei “vola cu ‘o penziero” e a fine giornata le scrive ogni giorno, cosa che molti uomini dotati di smartphone, e seduti alla scrivania dicono di non riuscire a fare. E anche se ha perso duecento uomini e visto morire altri cinquecento in contemporanea, in realtà è “inquieto per non sapere come tu stia, che cosa fai” e la saluta rassicurandola, con un “Amore senza limiti, fedeltà a tutta prova”, che è come dire “Sii sicura e chist’ammore…”.

 

«Ti scrivo molto spesso, mia buona amica, e tu poco.

Sei cattiva, brutta, bruttissima tanto quanto leggera…»

 

È il 17 settembre 1796, e lui si trova a Verona.

Il più grande stratega della storia, come lo ha definito lo storico Basil Liddell Hart, conquista regioni nel Nord dell’Italia in pochi giorni, e intanto non smette di essere passionale, vendicativo, capriccioso come un bambino.

E frigna, dimostrando così di non saper assolutamente come far breccia nel cuore di una donna, diversamente dal giovane soldato napoletano che dal fronte furbescamente esorta: “scrive sempre e sta cuntenta…”, e lei piange disperata…

 

È stato un grande amore, tormentato e sbilanciato come tutti i grandi amori, ha ispirato film e fiction tv e alimentato leggende e pettegolezzi, dalle sue singolari richieste erotiche («Giuseppina sto tornando, non lavarti…») all’infinita questione sulle dimensioni, non geografiche, dell’Imperatore (nel 1972 John K. Lattimer, uno strampalato urologo americano annunciò, con la sicurezza del collezionista che sosteneva di averlo comprato all’asta, aggirarsi sui 4,5 centimetri). 

L’amò molto, la tradì forse per disperazione (almeno all’inizio), la lasciò per motivi dinastici (non gli aveva dato un erede, come invece farà Maria Luisa d’Asburgo-Lorena pochi mesi dopo il matrimonio) ma continuò a scriverle anche dopo il divorzio, avvenuto nel 1809, e a pagarle gli infiniti debiti. 
E forse anche ad amarla un po’. 
C’è della tenerezza, nella perfida riga finale di una delle ultime lettere datate 1813:

 

«Addio amica mia, scrivimi che stai bene. Si dice che tu sia ingrassata come una fittaiola di Normandia».

 

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Anna Di Cagno

anne marie sacherIl primo palato a gustarla fu, letteralmente, principesco.

Nientemeno che Metternich faceva di cognome, per l’esattezza.

Quella sera del 1832 il Cancelliere attendeva ospiti a cena. Caso volle che il capocuoco fosse indisposto e che toccasse al giovane apprendista, il sedicenne Eduard Sacher, di sbrigarsela tra stoviglie e tegami.

Lui, che aveva fatto i primi passi nel piccolo negozio di gastronomia del padre, pieno cuore di Vienna, tra Weihburggasse e Rauhensteingasse, forse proprio a quel cuore si appellò e azzardò un dessert che celava, nel centro, sorpresa e dolcezza.

Un trionfo.

E la leggenda comincia.

 

Ma non fu l’unica intuizione brillante del cuoco pasticciere. Che con la stessa indomita abilità, e la spregiudicatezza con cui aveva insinuato quell’albicocca sotto la copertura di cioccolato, scelse sua moglie.

Anna, la deliziosa Anna Fuchs, classe ’59 (dell’800 s’intende), figlia di un intraprendente macellaio e dotata di uno straordinario talento per il gusto.

Sarà lei a diventare il vero simbolo dell’hotel e che grazie all’abile modernismo della moglie, ascenderà a mito.

Avrà carta bianca quella graziosa consorte, di sedici anni più giovane di lui, che conquisterà la fiducia sua, e lo spronerà a investire, tappezzerie, vasellame, e personale, preparato ripeterà all’infinito. Perché sia all’altezza.

 

 

S’aprono le danza all’Hotel Sacher, di fronte all’Opera. E Anna non si sottrarrà ai riflettori.

Lo farà, lo farà molto bene.

Nelle sale come in quel Garten, dove persino l’anoressica imperatrice Elisabetta (“lei non si sedeva, si posava, non si alzava, si levava” diceva il Kaiser tedesco Guglielmo, descrivendola) aveva mangiato una fetta di torta, per mezzo secolo, s’incontra tutto il bel mondo, la crème della crème, potenti e artisti dell’intellighenzia più rispettata dell’Impero.

Si racconta che persino Sigmund Freud, alle prese con le crisi nervose delle sue pazienti, suggerisse loro, ben più che un calmante, di raggiungere l’hotel e di rilassarsi consumando un tè nel salotto riservato alle signore.

Psicoanalisi all’albicocca, insomma.

 

sacherEmancipata, e anche visionaria, Anna mostra subito d’esserlo, tanto più eclettica se si pensa che a quell’epoca alle donne era chiesto di rispondere al modello consueto e casto di timorate di Dio e dell’uomo, inteso come rappresentante della più forte metà del cielo.

Sin da bambina aveva “respirato” la complessità del miscuglio dei popoli, crescendo in quel Leopoldstadt, quartiere ebraico viennese, dove il padre gestiva la macelleria e la famiglia praticava il culto cattolico circondata da ebrei ortodossi. Probabilmente apprese lì quell’abilità di convivenza che scaturisce più dalla curiosità che dall’educazione.

Ne fece un vessillo, silente e aggraziato, che usò anche tra le sale del Sacher, accogliendo viaggiatori d’ogni provenienza, i forestieri.

Un melting pot di studiata esperienza, divenne l’hotel, ammantato d’una patina elegante che ne suggellava l’intelligenza.

Tanto da permettere al Sacher di continuare, anche nei tempi più bui.

 

 

Non perderà mai l’abitudine, Anna, al mattino, insieme alla tazza di caffè, quel grosser brauner, servito in tazza grande con latte o panna, di scorrere le pagine dei quotidiani alla ricerca dei nomi degli ospiti che soggiornano al Sacher, delle epidemie di colera e degli annunci di lavoro alla perenne ricerca di una brava cameriera di sala.

“Dimenticherà” quei tre figli, due femmine e un maschio, quest’ultimo, fonte di preoccupazioni e spesso di imbarazzo. E una delle ragazze scompare a diciannove anni, e non di morte naturale.

Ma non c’è tempo di sapere, Anna ha altro di cui occuparsi.

Egoismo? Non proprio.

Semmai un modernismo premonitore, un’onda di futuro che le si addossa in anticipo sui tempi.

C’è che si fa contagiare da quell’idea che stare su un palcoscenico (e il Sacher lo era) impone di danzare anche quando sanguinano i piedi, la caviglia ha una frattura.

A maggior ragione se sei donna, e vedova (lo resterà a soli trentatré anni, Eduard stroncato da una complicazione polmonare), e imprenditrice e abiti nell’Austria a cavallo tra XIX e XX secolo.

 

 

Nessuna frivolezza, invero.

L’etichetta era affare importante. Una sorta di codice criptato con un effetto estremante strategico, ovvero creare paletti, divisioni, ricordando in un eloquente a pretenziosi arrampicatori sociali: qui voi non potete entrare.

La nobiltà aveva compreso che per essere moderni si richiedesse ormai l’imperativo di sapersi “industrializzare”.

Anna conosceva bene i suoi “polli e cocotte”. Cavalcò quella nuova fede: l’impeccabilità, la squisitezza dei modi, funzionavano più di molti discorsi, anche quando ai tavoli del ristorante si parlava in apparenza di niente.

 

Al Sacher allestisce lo spettacolo.

Lei che, scrupolosa, assegna le parti, ricorda le battute, aggiusta i costumi. Ma la trama recitata non è affatto da Nostalgia canaglia.

Semmai, a saper leggere tra le righe, funziona come avamposto d’una strana onda post-modernista: monarchia e nobiltà, non sono affatto morte, ma come una fenice, si sarebbero rialzate dallo smacco subito, cavalcando quei temi oggi piuttosto navigati del consumismo, del libertinaggio erotico, dell’intreccio tra mercati.

Questo fa Anna, o almeno lo asseconda, lo favorisce, senza dimenticare che il suo ruolo è l’ospitalità, e che noblesse oblige.

 

 

Resisterà, integra, la “creatura”, nonostante la guerra e la disfatta. La caduta. E farà spola verso il nuovo.

Arriverà fino al 1930, data della morte di Anna. E lei che aveva asserito: «Il Sacher sono io e nessun altro», nel testamento imporrà che pur ereditandolo i figli, non avrebbero potuto tenerlo. Sancirà che venga venduto e di dividere il ricavato.

Parenti serpenti. Meglio gli estranei, per quella sua creatura, Doppelgänger, gemello.

 

Nonostante i debiti e la fatica, anche quando s’inabisserà, Anna non violerà insomma l’eterna promessa. Di portare con sé la creatura che la rappresenta. E un sapore, anche, sapore d’albicocca che s’insinua nel palato, mentre il cioccolato crocchia.

Irripetibile. Come la musica che solleva.

 

 

(E oggi a gestirlo ci sta una famiglia, che di cognome fa Gürtler. Sul sito l’icona si apre curiosamente con il titolo “The Sacher Family”, e si vede la foto Trump Style dei suddetti. Nessuna traccia, invece, della storia di Anna, anche se la sala ristorante è a lei dedicata. Mah…)

 

Silvia Andreoli

 

 

Ettore ContiNon è parente del ben più famoso Carlo (deus ex machina del Festival di Sanremo). E non ha nulla a che vedere neppure con il simpatico Febo (noto solo agli ex bambini degli anni ’60 che guardavano in tv il mitico quiz Chissà chi lo sa). In più Milano, che pure gli deve moltissimo, non gli ha mai dedicato nemmeno una strada di periferia. E c’è pure da scommettere che la maggior parte degli allievi dell’istituto tecnico che porta il suo nome non si è mai posto il problema di sapere chi fosse l’ignoto personaggio. Uno dei tanti milanesi, un tempo illustri, oggi ingiustamente dimenticati.

 

Eppure quella di Ettore Conti, conte di Verampio nonché ingegnere, politico, imprenditore e dirigente d’azienda italiano è stata una vita da romanzo, degna di diventare la sceneggiatura di un film o perlomeno di una fiction. Non solo perché è vissuto più di cent’anni (dal 1871 al 1972), ma anche perché, nato figlio di un modesto tappezziere e fabbricante di mobili, è stato il primo vero magnate dell’industria elettrica italiana.

 

Forte del motto “Agere, non loqui” (Fare e non parlare), con le sue imprese, nel primo Novecento, Conti costruì molte centrali idroelettriche nelle valli alpine, quasi tutte su progetto dell’architetto Piero Portaluppi (che ne sposò la nipote, Lia Baglia, adottata ex sorore), diventando uno dei più importanti industriali del Ventennio fascista. Primo presidente di Agip e presidente di Confindustria, incaricato di missioni economiche all’estero, presidente per quindici anni della Banca Commerciale, fu anche uno dei rari italiani che tenne testa a Mussolini.

 

La sua scalata sociale comincia nel 1894 quando, appena laureato in Ingegneria civile al Politecnico, fonda insieme a Carlo Clerici la “Clerici e Conti”, una società in accomandita per la distribuzione dell’energia elettrica a Milano (la sede era in via Principe Umberto, oggi via Turati) che viene subito acquistata dalla Edison per 81.000 lire. Nel febbraio 1895 entra nella direzione tecnico-amministrativa della Edison. Ambizioso, brillante, consapevole delle proprie capacità e del valore delle proprie intuizioni, energico, dotato di eccellenti qualità manageriali, non ci rimase a lungo, anche se lì, come riconosceva, apprese «molte virtù borghesi».

 

Disegnando una pianta industriale di Milano «con la indicazione di tutti gli opifici che avranno interesse a sostituire il motore elettrico al vapore o al gas» e iniziando le trattative con i potenziali clienti, Ettore Conti si era conto delle enormi e inesplorate possibilità del settore. Clienti principali delle officine elettriche erano ancora solamente «i teatri, caffè, grandi magazzini di lusso ed appartamenti di persone facoltose, o almeno dei ceto medio», quanti cioè preferivano la comodità e sicurezza dell’illuminazione elettrica al minor costo dei gas.

 

Veniva però trascurata secondo lui «tutta la numerosissima clientela degli impianti privati di piccola entità, le piccole botteghe aperte fino a tardi, i cui padroni inoltre vivono spesso superiormente alla bottega stessa, accrescendo la possibilità di un lungo orario», scrive. Per questo con altri soci fonda alcune società, con cui costruisce una centrale elettrica dopo l’altra, dalla val d’Ossola all’Adamello.

 

Ettore Conti davanti alla Centrale di Verampio

Nel 1919 Ettore Conti viene eletto Senatore del Regno (con 102 voti favorevoli e 8 contrari) ma deve aspettare altri vent’anni, fino al 9 maggio 1939, per diventare nobile con il titolo di “conte di Verampio” (dal nome della località dove sorge la centrale costruita nel 1915 alla confluenza dei fiumi Toce e Devero). Sullo stemma, dedicato al suo santo patrono San Giorgio (era nato il 24 aprile) figurano anche la “razza” viscontea (il sole raggiante) e una scacchiera.

 

Il resto è una vita piena di grandi successi. Economici e diplomatici. Come nel 1922, quando su incarico del presidente del Consiglio Luigi Facta, negozia un accordo commerciale con i Sovietici alla Conferenza internazionale economica di Genova. E di coraggiose prese di posizione politiche. Come il suo discorso in Senato nel 1927 sulla rivalutazione della lira (anche se l’unico quotidiano che riportò il testo del suo intervento fu «La Stampa», che venne per questo sequestrata).

 

Una tessera della manovra con cui nella tarda primavera del 1927 si cercava da più parti di indurre Mussolini a non rivalutare a oltranza la lira (la famosa “Quota 90”), usando come argomentazione efficace il pericolo di compromettere irreparabilmente il pareggio del bilancio di cui il fascismo si vantava. Ma evidentemente Conti seppe giocare bene le sue carte, se nel decennio successivo viaggiò in tutto il mondo in missione ufficiale fino all’ultima nel 1938 ufficiale (che gli vale la nomina a ministro plenipotenziario): le trattative con il Giappone e il Manciukuò per accordi economici.

 

Fu Giovanni Malagodi a suggerire a Ettore Conti di modificare un progetto concepito nell’estate 1939 (rievocare le fasi iniziali dello sviluppo industriale italiano) in un racconto autobiografico (pubblicato nel 1946 da Garzanti con il titolo Dal taccuino di un borghese) che lo impegnerà durante tutta la guerra, e a cui forse contribuì il nipote e figlio adottivo, lo scrittore Piero Gadda Conti.

 

Epurato dopo la Liberazione per i suoi trascorsi sotto il Fascismo, Conti viene in seguito riabilitato e nominato nel 1955 Grande Ufficiale al merito della Repubblica. Muore il 13 dicembre 1972. È sepolto assieme alla moglie Gianna Casati nella quarta cappella a sinistra di Santa Maria delle Grazie, la basilica di cui per due volte, prima e dopo la guerra, finanziò i restauri.

 

Casa Atellani

Tutto questo e molto di più sulla straordinaria figura di questo imprenditore milanese lo si scopre visitando la Casa degli Atellani (o Della Tela, famiglia di cortigiani e diplomatici al servizio nel XV secolo dei duchi di Milano, di Ludovico il Moro e degli Sforza) in corso Magenta 65-67, acquistata da Conti nel maggio 1919 per farne la propria abitazione  (nonostante le resistenze di sua moglie che pare avesse esclamato: «Non vorrai che noi si venga ad abitare in questa topaia!») e restaurata dal genero Piero Portaluppi tra il 1922 e il ’23.

 

Allora si trattava di due case vicine e separate: una nel luogo dello scomparso numero civico 67; l’altra, probabilmente già ricostruita nel primo Cinquecento, nel luogo dell’attuale ingresso al numero civico 65. Portaluppi abbatte il muro che le separava e s’inventa una casa sola, unendo le due corti preesistenti grazie a un nuovo atrio porticato, sotto il quale prevede l’ingresso all’appartamento padronale.

 

La pianta del nuovo edificio viene riequilibrata intorno a un inedito asse prospettico che si spinge fino al giardino interno, dove nel 2015, in occasione di Expo, è stata riportata alla luce la Vigna di Leonardo da Vinci, che abitò proprio qui negli anni in cui dipingeva il Cenacolo per i frati domenicani di Santa Maria delle Grazie, praticamente di fronte al portone di casa. Corsi e ricorsi curiosi della storia di Milano, città plasmata grazie anche all’irrequietezza fattiva di persone come Ettore Conti, fedeli nei secoli al motto “Agere, non loqui”.

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www.storiadimilano.it/repertori/ettoreconti/cronettoreconti.htm

www.vignadileonardo.com

 

Marina Moioli

 

winston churchill“La guerra fredda e il mondo bipolare”. L’Enciclopedia Treccani titola così un capitolo dedicato agli effetti del secondo Dopoguerra.

Ma l’Europa bipolare lo divenne; i suoi padri spirituali invece lo erano già. A Jalta, dal 4 all’11 febbraio del 1945, a prendere le decisioni che cambieranno per le sempre le sorti del mondo contemporaneo, al tavolo delle trattative sedevano due bipolari e un sadico.

Nell’ordine: Sir Winston Churchill, affetto da sindrome maniaco-depressiva (all’epoca si chiamava così), Franklin Delano Roosevelt, grande ipertimico (siamo sempre nello spettro del bipolarismo), e Iosif Stalin, che Erich Fromm in Anatomia della distruttività umana definì “un caso clinico di sadismo non sessuale”.

Lasciamo perdere il dittatore russo, la sua patologia, condivisa dal coetaneo Adolf Hitler, non è affatto interessante, e per questo è misurabile. Diversi invece sono quei disturbi per i quali, non a caso, la moderna psichiatria parla di ‘spettro’, indicando con ciò una variabilità e una mobilità, e un’originaria imprecisione che ci rende tutti un po’ bipolari così come tutti un po’ autistici.

L’ineffabilità del male, quell’intrinseca natura che gli rende possibile declinarsi a diversi livelli d’intensità e mai in un’unica modalità (e infatti le polarità sono due) l’ha reso difficile da diagnosticare. Da sempre, infatti, è stato accomunato alla depressione, versione medica della più poetica malinconia, dimensione comunque unipolare del sentire umano.

Churchill, Roosevelt, Stalin a Yalta

Winston Churchill sapeva che era qualcosa di diverso e per quanto sottoscrivesse la generica diagnosi di depressione, preferiva chiamarlo ‘cane nero’, e da un raffinato intellettuale come lui c’era da aspettarselo. Quella del black dog è infatti una metafora che ha origine nel folclore popolare britannico, ma attraversa tutta la letteratura inglese, dal mostro Grendel di Beowulf, nei cui occhi brilla “una luce di baleno, simile al fuoco” alla celebre “bestia nera” protagonista de Il mastino dei Baskerville di Arthur Conan Doyle.

Se le patologie psichiatriche rendono umani, e quindi simpatici gli artisti, quando riguardano i politici destano, giustamente, più inquietudine. Pensare che il mondo in cui siamo nati sia stato disegnato da tre psicolabili non è consolatorio, per quanto aiuti a spiegare molte cose. Eppure, come sempre quando di mezzo c’è il ‘dato umano’, c’è patologia e patologia e, soprattutto c’è uomo e uomo. E non è da escludere l’ipotesi che sia soprattutto quest’ultimo fattore a ‘scegliere’ la patologia d’elezione.

Non credo che un sadico paranoide come Stalin (o Hitler) avrebbe mai potuto dire davanti al suo parlamento: “Non ho altro da offrirvi che sangue, fatica, lagrime e sudore” (13 maggio 1940), perché il sadico paranoide gode nel non trovare preparato il suo interlocutore, il suo piacere è nel tradire la sua fiducia.
Il bipolare ha una sua ingenuità e una sua spesso drammatica sincerità che gli fa confessare, ancor prima di sprofondare nel baratro in cui lui per primo soffrirà dilaniato dai morsi del suo cane nero, quello che andrà a fare. E nel momento ‘up’ della manìa la contestualizzerà in una visione, magari eccessiva, ma mai retorica.

“Se chiedete quale sia il nostro obiettivo, vi rispondo con una parola: la vittoria, la vittoria a ogni costo, la vittoria malgrado ogni terrore, la vittoria per quanto lunga e aspra possa essere la via; perché senza vittoria non vi è sopravvivenza”.
Sopravvivere. Ecco l’obiettivo.
Per l’Impero Britannico. Per un bipolare.

L’obiettivo non è creare ‘un uomo nuovo’ o epurare l’Europa da ‘razze’ inferiori, avere un sogno, per quanto mostruoso possa essere. L’obiettivo è sopravvivere. E soltanto chi deve farlo ogni giorno non si spaventa all’idea di combattere sui mari e gli oceani, le spiagge, i campi e le montagne, “con crescente fiducia… qualunque possa esserne il costo” (4 giugno 1940).

Solo chi ha paura di morire può dire (deve dire) “we shall never surrender”, perché se ti arrendi “tutto ciò che abbiamo conosciuto e amato, affonderà negli abissi di una nuova età oscura, resa più sinistra, e forse più prolungata, dalla possibilità di una scienza pervertita” (20 agosto 1940). E solo chi ha sfiorato l’abisso sa che l’unico modo per restare all’interno della comunità degli uomini, anche quando sei in preda a una bestia nera, è fare perno sull’etica, su quel dovere morale che segna la linea tra una persona e un animale.

Stringiamoci dunque al nostro dovere”, esorta Sir Wiston Churchill a pochi giorni dalla drammatica aggressione tedesca all’Inghilterra. Discorsi che sono diventati azione, scelte, lacrime, sangue e morti, il costo altissimo che anche chi non era direttamente minacciato dalla follia nazista ha dovuto pagare.

Il 2017 si è aperto all’insegna dei discorsi e tutti ci siamo commossi e tutti ci siamo preoccupati.

Ha anticipato l’inizio dell’anno, il 31 dicembre, come di consuetudine, Barack Obama, presidente uscente, che ha promesso al suo popolo: “Sarò sempre al vostro fianco per garantire che questo paese abbia sempre la forza di rispettare le promesse dei nostri padri fondatori”, e ha concluso dicendo: “Tutti siamo uguali, tutti abbiamo diritto di vivere i nostri sogni”. E come dargli torto, la vita in fondo è un sogno, l’ha detto pure Shakespeare.

Ha continuato Michelle Obama il 6 gennaio, in occasione della premiazione School Conselor dell’anno. I suoi discorsi sono talmente belli che una sprovveduta aspirante first lady li ha anche copiati, e infatti ancora una volta ha tenuto uno speech meraviglioso, dedicato ai ragazzi, in cui li invitava a credere in loro stessi, nei loro sogni, nei diritti e nella libertà, nel potere dello studio come opportunità per una vita migliore e nel valore della diversità etnica e religiosa. Un discorso che non può non commuovere e non farti sentire per un attimo un cittadino del sogno americano, anche se abiti a Cosenza e non hai un lavoro. L’ha chiuso dicendo: “Io starò con voi, tifando per voi e lavorando per tutto il resto della mia vita”.  Non avrebbe potuto dire altro. Chiosa impeccabile.

E infine è arrivato lui, Donald Trump, il nuovo ‘capo’ degli Stati Uniti, che non essendo in guerra, e soprattutto non essendo bipolare non ha potuto dire anche lui: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campi e nelle strade e nelle montagne”, ma si è ispirato a Bane, il nemico di Batman e dopo aver promesso: “Stiamo trasferendo il potere da Washington e lo restituiamo a voi, il popolo” (cfr Tom Hardy ne Il Cavaliere Oscuro, il ritorno), ha minacciato: “Affronteremo sfide, ci confronteremo, ma porteremo a casa il risultato”, che dovrebbe essere il ‘Make America Great Again’, stampato su cartelloni, spille e bandierine. Insomma, non si combatte contro nessuno, non si combatte per un ideale, non si combatte a fianco di qualcuno, ma si combatte. Per un claim pubblicitario che intercetta una paura vaga e diffusa.

Sono convinto che se c’è qualcosa da temere è la paura stessa, il terrore sconosciuto, immotivato e ingiustificato che paralizza. Dobbiamo sforzarci di trasformare una ritirata in un’avanzata”, disse il 4 marzo del 1933, il giorno del suo discorso inaugurale per il terzo mandato, l’ipertimico e paralitico Franklin Delano Roosevelt e pochi anni dopo l’America entrò in guerra.  E forse parlava di sé, e probabilmente nessuno si commosse. E la frase non passò alla storia e non finì su un cappellino in carta a stelle strisce; troppo lunga, non ‘buca’ una frase così.

Nell’opera che nel 1953 gli valse il premio Nobel per la Letteratura Winston Churchill ha scritto: “I governi e i popoli non sempre prendono decisioni razionali. Talvolta essi prendono decisioni pazzesche, oppure alcuni popoli impongono a tutti gli altri di seguirli nella loro follia”. Ora, l’unica cosa che possiamo augurarci in questo momento storico è capitare nello spettro della follia migliore.

Stay hungry, stay foolish, stay bipolar!

 

Anna di Cagno

 

 


molly brownIo ne ho conosciute diverse. Erano donne, ma anche uomini; alcune erano giovanissime, altri già maturi. Erano quelli che quando li incontri per la prima volta ci vedi dentro una luce, un lampo, un guizzo di follia e ingenuità, e vuoi conoscerli e parlarci e starli ad ascoltare.

 

Poi per caso ho “incontrato” lei, l’originale, “The unsinkable Molly Brown”, l’inaffondabile Molly Brown, e da quel momento ho continuato a cercare quelle\i che non affondano, che si lanciano in imprese impossibili e bellissime. Nella vita vera e in quella raccontata, tra i corridoi di una redazione e sugli schermi di un cinema. Non conta.

 

Ma veniamo a Molly. Che in realtà si chiamava Margaret e che nacque a Hannibal, in Missouri, come Tobin da una famiglia allargata d’immigrati irlandesi.

 

I suoi genitori erano entrambi al secondo matrimonio e lei, la quarta di sei figli. Terminò gli studi a tredici anni e a diciotto iniziò a lavorare come commessa a Leadville, in Colorado.

 

Qui sposò J.J. Brown e con lui, e una miniera d’oro, divenne una donna ricca, tanto da spostarsi nella lussuosa zona di Capitol Hill, a Denver, e di conseguenza entrare nell’esclusivo Women’s Club della città dove s’impegnò per l’alfabetizzazione delle donne e dei bambini.

 

All’inizio del Novecento si separò dal marito e si trasferì a New York dove s’iscrisse all’Istituto Carnegie. Fino al 1912 la sua vita fu costellata di battaglie filantropiche, una candidatura al Senato purtroppo fallita, abiti, feste, gioielli e viaggi a Parigi. E fu proprio in Francia che le arrivò la notizia della malattia di un suo adorato nipote. E Molly salì sulla prima nave disponibile: il Titanic, cabina B2.

 

Cosa successe la notte del 14 aprile alle 23.40 è storia: lo schianto con l’iceberg, i 1.518 morti sul colpo, la salvezza per i 705 superstiti sul Carpathia. Meno nota, per noi italiani, è la storia di Maggie, cioè Molly, che si guadagnò il soprannome che fece di lei una leggenda americana, proprio quella notte.

 

Con venti donne e due uomini (la vedetta Frederick Fleet e il timoniere Robert Hitchens), si ritrovò sulla scialuppa numero 6 e, dopo aver minacciato con un remo il timoniere troppo pavido, ne prese il controllo, portandola fuori dal pericoloso vortice causato dall’inabissamento della nave. Anche sul Carpathia, Maggie si rivelò fondamentale: parlava tre lingue e stilò l’elenco dei superstiti. Una volta a New York, dovette accontentarsi di qualche foto e un paio di dichiarazioni rilasciate ai cronisti che attendavano al porto i sopravvissuti, perché non poté testimoniare davanti alla Commissione d’inchiesta, in quanto donna (Hitchens invece sì!). E allora Maggie scrisse la sua versione dei fatti e la fece pubblicare, e diventò un mito, un’eroina, un’icona di un mondo nuovo nel Nuovo Mondo.

 

Non contenta della notorietà guadagnata, pochi anni dopo tornò a Parigi: stava per terminare la Prima guerra mondiale e lei lavorò col Comitato Americano per la ricostruzione della Francia così tanto e così bene da guadagnarsi, a pochi anni dalla morte avvenuta nel 1932, la Legion d’onore. L’ultimo periodo della sua vita, lo trascorse recitando in teatro e, si mormora tutt’oggi, a Denver, come affittacamere (ma qualcuno dice gestendo una casa di tolleranza).

 

Dopo la sua morte, fu il teatro a dedicarsi a lei con lo spettacolo che consacrò il suo mito a Broadway, The unsinkable Molly Brown, e poco dopo il cinema, con diversi film dall’identico titolo dedicati al più incredibile incidente mai avvenuto in mare (sì, compare anche nel pluripremiato Titanic di James Cameron grazie a Kathy Bates).

 

In inglese si dice “larger than life”, per indicare quelle persone più grandi della vita stessa, gli affamati e i folli di cui parlava Steve Jobs, quelli che non si fermano, che pagaiano per sfuggire a un vortice che vorrebbe tirarli giù, che non si risparmiano. La maggior parte di loro non sono filantropi, ma artisti, talenti straordinari e quindi egoisti, egocentrici, smodati, maleducati e spesso anche drogati.

 

Possono scrivere poesie o tirare rigori, dipingere quadri o suonare il basso, possono essere persone in carne e ossa o personaggi nati dalla fantasia di romanziere, non conta. Tutti sono degli unsinkable, inaffondabili; personalità straordinarie che hanno segnato un’epoca o anche solo un contesto, ma che comunque hanno remato per sfuggire a un vortice che li voleva risucchiare. E se non hanno salvato delle vite, hanno comunque reso più bella quella di tutti noi.

 

Noi cercheremo di raccontarli con passione e gratitudine, perché con loro siamo cresciuti, abbiamo scoperto mondi e provato a capire realtà diverse. Grazie a loro ci siamo emozionati, a volte arrabbiati, abbiamo gioito, sofferto, esultato…

 

Sono stati i remi che ci hanno consentito di restare a galla, e se siamo diventati un pochino più inaffondabili il merito è anche loro.

 

Anna di Cagno