E viene voglia di parlare d’amore, guardando le tele di Marc Chagall. Un amore che s’appresta a sgusciare, rapido, dall’infanzia. Dell’infanzia trattiene l’incedere ma non la veemenza.
Più quiete che incantesimo, insomma. Niente a che fare con le fiabe, perché della fiaba non hanno il passo essenziale, la struttura nemmeno, la semplicità.

Semmai invincibili filastrocche dal potere segreto, che è anche quello di orchestrare il sogno.

Una ragione, invero, concreta e determinata c’è, eccome. Ha nome, fattezza di ragazza, e labbra che s’increspano in un sorriso.

Quello di Bella Rosenfeld.

Così, nel colore, il sogno reale raddolcisce la parte più sinistra e oscura del mondo, tele venate d’ossessione che travalica i limiti, s’inabissa e diventa volo, arabesco. Acceca l’occhio, lo impressiona.

Per farlo, usano una lente potentissima.

Sì, l’amore.

Amore per il cielo, lo spazio, i colori.
Amore per la vita.
Amore contro la morte. Amore contro la paura.
Amore che è mito e dissacrazione.
L’amore che circonda, l’amore che inabissa, poi di nuovo su.
Ma per giungere dove?
Al giardino segreto.
Giardino d’infanzia. Che è Eden immacolato, anche quando fuori il mondo accelera, scoppia, s’esalta.

Corre l’anno 1909 e lui, Marc Chagall (secondo la trascirzione francese, mentre è in ebraico Moishe Segal, in russo Mark Zacharovič Šagal) incontra la sua Bella. Ha ventitré anni (è nato il 7 luglio 1887),
lei neppure quindici e studia a San Pietroburgo, dove anche Marc è giunto per proseguire la formazione artistica. Ha la sua stessa provenienza, la cittadina di Vitebsk, e una famiglia ebrea agiata e colta.

La cosa s’ha da fare, dunque, nessun contrasto, l’amore segue liscio e fluido, felice anche, e sfocia presto nel fidanzamento e nel matrimonio.

Dal primo sguardo è l’armonia che s’insinua. Lui che parla della pelle d’avorio della ragazza, degli occhi neri. Lei che risponde solleticando i ricci spettinati del pittore e dello “sguardo di una volpe negli occhi azzurro-cielo”. 

La ritrarrà e ritrarrà e ritrarrà all’infinito. Per ben trentacinque anni. E il colore passerà attraverso la speranza, la giovinezza, l’Europa, le città stupende – Mosca, Berlino, Parigi – i drammi della guerra, lo shock delle leggi razziali, le persecuzioni, la ferocia, la follia, l’orrore.

Ma là, dove lo sguardo corre, ci sarà lei. Che lo stringe, che danza, che lo strega, che lo eleva, che lo prende per mano.

Quella mano. Ch’è elegia di forza e testarda speranza. Quella mano, che tutti vorremmo avvertire un istante almeno allacciata alla nostra. Dita che contano, tratteggiano, innescano, separano, selezionano. Dita che annullano ogni spazio vuoto, o paura. Finché c’è quella magia a circondarlo.

E poi invece, d’un tratto, la malattia. Che separa i corpi, non le anime forse. Ma i corpi, e con quale ferocia. La malattia, di Bella, che la strappa agli occhi di Marc il 2 settembre 1944. Sabato. Un’infezione virale se la porta via. Mal curata. Via per sempre. (E quello stresso sabato, storia infausta, Anna Frank e la sua famiglia vengono caricati sul treno verso Westerbork poi Auschwitz. Impiegheranno tre giorni).

Muore. Bella. Muore. La pittura.

Così crede Marc, che è passato attraverso tutto, tutto quell’orrore intorno, solo perché lei stava lì, e dalla stanza entrava nel pennello e dal pennello al cielo, alle nuvole, all’arcobaleno. Ma adesso che la finzione è divenuta crudele e Bella a quel cielo c’è arrivata davvero, adesso lui, Marc, si sente monco.
E di più anzi: morto. Morto che respira, ma solo perché lo fa il corpo.

Il resto non va più.
La diagnosi è univoca: depressione.

A salvarlo, neanche a dirlo, una donna: la figlia, Ida, unica nata dall’unione con Bella. E Ida lo spronerà a non lasciare morire la madre due volte. Senza pittura come potrà lei restare lì con loro?

Curioso che sia proprio Ida a presentare al padre la giovane Virginia Haggard McNeil, a cui infine Chagall si legherà per sette lunghi anni. (Dalla relazione nascerà un figlio, David, il 22 giugno 1946).

Tradimento? Egoismo? Repentina consolazione?

O forse Bella gli aveva insegnato talmente nel profondo il linguaggio dell’amore da impedirgli di restare senza. Perché senza, l’amore appunto, anche il colore s’arrestava e i sogni, nostri, a venire, dove avrebbero trovato mai una dolcezza tanto forte e struggente da diventare, ogni volta che lo desideriamo, fantastica ossessione?

 

Anche se comincia con la scena di un funerale in cui il protagonista, bambino, segue il feretro della madre Marija Nikolàevna («Andavano e sempre camminando cantavano “eterna memoria”, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto») la storia avventurosa del medico e poeta Jùrij Andrèevič Živàgo (da zivoj, che in russo significa “vivo”) è un vero e proprio inno alla vita. C’è una celebre frase che racchiude tutto il senso del romanzo: «Vivere significa sempre lanciarsi in avanti, verso qualcosa di superiore, verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivarci». Come ammetteva lo stesso Borìs Pasternàk, che nella sua autobiografia scrisse: «…Basta quello che ho scritto, per dare un’idea di come, nel mio caso particolare, la vita si sia sublimata in creazione artistica, e come questa sia nata dal destino e dall’esperienza. -… Da poco ho terminato la mia opera principale, la più importante, l’unica di cui non mi vergogno, di cui rispondo senza paura, “Il dottor Živago”, romanzo in prosa con appendice poetica…».

Unica opera in prosa, se si toglie un racconto di gioventù, il romanzo frutterà al suo autore fama universale e un Nobel per la Letteratura nel 1958, che però non potrà ritirare perché Chruščёv gli rifiuta il visto. Un ostracismo che non verrà mai meno per tutta la durata dell’Unione Sovietica, visto che in patria il romanzo ottenne il permesso alla pubblicazione solo nel 1988, grazie a Gorbačëv, mentre a ritirare il premio in Svezia fu nel 1989 il figlio dell’autore, Evgenij.

Pubblicato in anteprima mondiale in Italia il 15 novembre 1957 dalla Feltrinelli battendo la concorrenza di editori americani e francesi e scatenando un “caso” letterario ma anche politico in piena Guerra Fredda, Il dottor Živàgo ebbe un successo planetario: 31 edizioni in un solo anno. Come tutti sanno (anche chi non l’ha mai letto ricorda il film di David Lean del 1965, con Omar Sharif, Geraldine Chaplin e Julie Christie) narra la vita avventurosa di un medico e poeta, Jùrij Andrèevič Živàgo, diviso dall’amore per due donne – sposato con la cugina Tonia e travolto dalla passione per la crocerossina Lara Antipova – sullo sfondo della guerra civile tra Russi Bianchi e Armata Rossa dopo Rivoluzione d’ottobre.

Quello che molti invece ignorano è che anche Boris Pasternak, come il suo celebre personaggio e alter ego, visse analoghe peripezie amorose. Suo padre Leonid era artista e professore alla Scuola moscovita di pittura, sua madre, Rosa Kaufmann, era una pianista. Tra le personalità della cultura Pasternak ebbe modo di incontrare a casa dei genitori anche Lev Tolstoj, per il quale suo padre illustrò i libri. Nel 1922 si era sposato con Evgenija Vladimirovna Lourie, da cui ebbe un figlio ma da cui divorziò nel 1931. Come ricorda Pierluigi Battista nel bel saggio Il senso di colpa del dottor Zivago: «…sposato con la prima moglie Evgenija, aveva preso a corteggiare con insistenza Zinaida che era a sua volta la moglie del suo migliore amico, il pianista Genrikh Nejgauz…». Il secondo matrimonio avviene nel 1935. Poi però Boris, che si innamorava facilmente, nel 1946 conosce Olga Ivinskaja nella redazione della rivista letteraria “Novy Mir” («Nuovo mondo»). Lei aveva 34 anni, bionda con tristi occhi azzurri, due volte vedova, con due figli. Lui ne aveva 22 in più ed era un famoso poeta e traduttore di Shakespeare. In quei terribili anni godeva di una sorta di “immunità”, probabilmente grazie alle sue splendide traduzioni dei poeti georgiani che toccavano la sensibilità di Stalin, il quale avrebbe ordinato di lasciare «Pasternak in pace fra le sue nuvole», come si legge in un documento conservato negli archivi del Kgb.

Sarebbe proprio Olga Ivinskaya la musa ispiratrice dell’indimenticabile Lara del Dottor Živago. A raccontare la sua storia, nella biografia Lara. The Untold Love Story and the Inspiration for Doctor Zhivago è stata pochi anni fa Anna Pasternak, scrittrice. E, soprattutto, pronipote di Boris (sua nonna Josephine era la sorella dello scrittore). «Lui era lì davanti alla mia scrivania – scriverà Olga del loro primo incontro – l’uomo più generoso del mondo, cui fu dato di parlare a nome delle nuvole, delle stelle e del vento, che trovò parole eterne per la passione dell’uomo e la debolezza della donna». Olga riempì il vuoto esistenziale che l’aridità della moglie lasciava nell’anima di Boris, ma per il suo amore pagò un duro prezzo. Non potendo colpire Pasternak, divenne lei il bersaglio delle persecuzioni. Fu arrestata la prima volta nel 1949, interrogata e torturata per ottenere informazioni sulle presunte attività spionistiche dell’amante e sul libro sovversivo che stava scrivendo. Durante l’interrogatorio ebbe un aborto, ma fu ugualmente condannata a tre anni di lavori forzati in un gulag.

A rendere giustizia a Olga Ivinskaya, all’epoca bollata come una tentatrice e un’avventuriera, è stata proprio Anna Pasternak, che parlando di questo grande amore, conflitti interiori compresi, ha dichiarato: «È tragico che Boris non volle mai onorare il più grande desiderio di Olga, sposandola. Boris non la sposò non per egoismo, ma perché non aveva il coraggio di sfasciare per una seconda volta la sua famiglia. Il loro fu un amore travagliato, con spiragli di felicità e un frutto ormai eterno: una storia intensa e piena di ostacoli come la loro, il Dottor Živago, che per me è come una lunga lettera d’amore a Olga».

La pronipote di Pasternak dimostra che fu l’ingiusta persecuzione di Olga a spingere Boris a trasferire il suo amore e il senso di colpa ne Il Dottor Živago, di cui scrisse la seconda parte nonostante un infarto lo costringesse a lasciare Mosca per la sua dacia a Peredelkino. Quando Olga fu liberata dal gulag si trasferì in una casetta vicina e Boris continuò la sua vita sempre in bilico fra Olga e Zinaida, in uno stato di continuo tormento, come Yuri, il suo protagonista, diviso fra Lara e la moglie Tonya.

«Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita»,
sostiene Boris-Jùrij. Lo scrittore, ormai in fin di vita e confinato a Peredelkino, finirà i suoi giorni scrivendo messaggi di nascosto, portati all’esterno dalla fidata infermiera. Che ogni mattina, all’alba, sul ponte sul lago Izmailovo si incontrava con Olga – che abitava in una casetta sull’altra sponda del lago – per passarle i biglietti del suo amato.

Non a caso un vecchio proverbio recita: «La Russia si può conoscere solo col cuore, non con la testa».

P.S. Nel 1960 Olga Ivinskaya subisce un secondo arresto. Interrogata alla Lubjanka e accusata di avere partecipato alla stesura del romanzo (fra le prove una dedica appassionata di Boris) e di atti sovversivi all’estero, viene condannata con la figlia Irina ai lavori forzati in Siberia. Liberata nel 1964, racconterà tutto nelle sue memorie del 1978, A captive of time («Prigioniera del tempo»). Morirà a 83 anni a Mosca, nel 1995. Le sue ultime lettere furono scritte a Boris Eltsin per richiedere la restituzione della corrispondenza di Pasternak confiscata dal Kgb nella casetta di Peredelkino dopo il suo arresto. Inutilmente.

Marina Moioli


dostoevskij«Un essere che s’adatta a tutto: ecco, forse, la miglior definizione che si possa dare dell’uomo».

Così scrive Fëdor Dostoevskij nel romanzo filosofico e semi-autobiografico “Memorie dalla casa dei morti” del 1861. E lui, che aveva scontato quattro anni di esilio in Siberia per il suo coinvolgimento nel Circolo Petrashevsky (un gruppo progressista di oppositori dell’autocrazia zarista) certamente sapeva tutto sulle capacità di adattamento dell’animo umano. Capacità che sperimentò poi anche per tutto il corso della sua vita, sempre costretto a vagare – per molteplici motivi – di casa in casa e di trasloco in trasloco. Indirizzi e abitazioni che diventano sfondo e scenario dei protagonisti dei suoi romanzi.

Nato a Mosca nel 1821, a soli 16 anni per studiare ingegneria militare (senza alcuna inclinazione ma per imposizione paterna) si era trasferito a San Pietroburgo, città che sarebbe poi diventata la protagonista di tutte le sue opere. Nessun’altra città è più impregnata delle sue storie, dei suoi personaggi e del misto di truculenza, dramma, spiritualità, rottura intellettuale e mistero tipico della sua opera, che si percepisce ancora camminando per le viuzze scalcinate del quartiere Sennaya lungo le sponde del Canale Griboedova, dove si svolgono gli episodi principali di “Delitto e Castigo”; un romanzo che Dostoevskij finì di scrivere in un appartamento di via Kaznacheiskaya.

Sempre inseguito dai debiti di gioco, Fëdor Dostoevskij visse in tante case e in tanti luoghi diversi – non si fermò mai per più di tre anni nello stesso posto – ed ebbe sempre l’ossessione di avere appartamenti ad angolo, con le finestre affacciate su due strade e vicino a una chiesa, in modo da poter ascoltare le campane, una musica che acquietava il suo spirito (per tutta la vita soffrì di attacchi di epilessia).

Una di queste case la si ritrova ancora in Vladimirskij Prospekt 11, in un appartamento con le finestre affacciate su vicolo Grafsky. Qui visse dal 1842 al 1845 e qui scrisse il romanzo “Povera gente”. L’indirizzo più conosciuto è però quello dell’ultima dimora, dove morì nel 1881 qualche mese prima di compiere sessant’anni, tra la Prospettiva Kuznechny e l’antica strada Yamskaya, oggi via Dostoevskij. La casa rispondeva perfettamente a tutti questi requisiti, e oggi, a cento anni dalla Rivoluzione Russa, chi la visita può ancora udire i rintocchi delle campane della vicina chiesa ortodossa di Vladimir che chiamano a raccolta i fedeli come ai tempi dello scrittore.

Nella casa-museo sono state ricostruite le sei stanze in cui Dostoevskij e la seconda moglie Anna Grigor’evna, con i figli Ljubov e Fëdor, si trasferirono nell’ottobre del 1878, per scappare dai ricordi dall’appartamento dove era morto il piccolo Aleksej, una delle tragedie che fecero soffrire di più il tormentato autore de “I Demoni”. Tra i cimeli che vi sono conservati c’è anche il comodo divano inglese dello studio dove Dostoevskij poteva sdraiarsi per un breve riposo tra le interminabili e febbrili nottate durante le quali scriveva “I Fratelli Karamazov”.

L’appartamento si trova al secondo piano e ogni volta che saliva le scale, l’illustre inquilino, già molto malato, doveva fermarsi un momento, per riprendere fiato. Il medico gli aveva proibito di fumare, ma lui rispettava il divieto solo durante il giorno; la sera fumava ininterrottamente quando scriveva, e sul suo tavolo da lavoro c’è ancora la scatola di sigarette che arrotolava con le sue mani nervose mentre rileggeva le cartelle appena scritte.

Sullo scrittoio, l’orologio segna l’ora funesta: le 20,38 del 9 febbraio 1881. Ancora oggi chi visita il suo sepolcro nel cimitero Tichvin del monastero di Aleksandr Nevskij trova visitatori che portano mazzi di fiori freschi sulla sua tomba, circondata di alberi e fiori, con una bella statua che ne riflette fedelmente i lineamenti austeri e lo sguardo profondo.

Dopo la morte del marito, Anna Grigor’evna (autrice di una bella biografia: “Dostoevskij mio marito”) continuerà a pubblicarne le opere e difenderne la memoria. Ma lei stessa finirà come un personaggio dostoevskijano: nel 1917, durante la guerra, ammalata di malaria, senza soldi, digiuna da tempo, mangerà due chili di pane fresco, e morirà sul colpo.

Marina Moioli

Oggi Mollybrown.it ospita un articolo dello scrittore Andrea Di Fabio, diplomato all’Accademia di Brera e autore del romanzo “Non Me” pubblicato nel 2017 da Morellini Editore.

Di Anton Čechov da un punto di vista critico si è parlato così ampiamente che ormai è difficile trovare nuovi spunti per descrivere quanto il suo contributo alla letteratura sia stato fondamentale. Detto questo, però, va anche precisato che la narrativa di Anton Čechov ha una qualità più sottile e per certi altri versi più concreta, nel tradurre sulla pagina l’animo umano, di grandi nomi +suoi contemporanei quali Dostoevskij, o Turgenev e Bulgakov. E per quanto riguarda Tolstoj forse l’unica somiglianza tra i due è l’atteggiamento non violento nei confronti del male, anche se più che una somiglianza si potrebbe definirla una propensione, vista la natura di Čechov di uomo moderato.

 

Di professione medico, Anton Čechov ha saputo mettere in scena un’umanità normale e mediocre, e totalmente (o inconfutabilmente) priva di slanci particolari o eroismi degni di nota. Si è sempre posto nei confronti dei suoi contraddittori personaggi (nelle azioni e nei sentimenti) da osservatore imparziale e distaccato, vale a dire su un piano che potrebbe ricordare il rigore scientifico con cui da medico redigeva uno schedario dei suoi pazienti. Ed è nel connubio con cui Čechov ha trovato i giusti equilibri tra sensibilità artistica e una visione disincantata dell’umanità, che va ricercata la formidabile efficacia del suo stile narrativo. Tuttavia è come se mancasse un terzo ingrediente nella formula o nella ricetta, quello segreto e pertanto difficilmente identificabile, se non dopo un’ulteriore e accurata indagine. Indagine che propone quale primo indizio una breve riflessione dello stesso Anton Čechov: «Scrivendo faccio pieno assegnamento sul lettore, nella presunzione che aggiungerà da sé gli elementi che mancano nel racconto».

 

Su questo stesso punto insisterà anche uno dei padri del minimalismo, Raymond Carver, del quale Anton Čechov, come lui stesso ammetterà, è stato per lungo tempo di enorme importanza e influenza. Vale a dire che non è necessario descrivere minuziosamente ogni dettaglio della scena che si sta rappresentando nel racconto, quando è più stimolante per il lettore mettere in gioco la sua fantasia, per cui la concisione e una particolare cura fin nei minimi dettagli degli aspetti sintattici e d’interpunzione diverranno prioritari rispetto al largo respiro che potrebbero fornire i particolari. L’ampiezza per uno scrittore dovrebbe essere raggiunta, – come spiega Carver, prendendo spunto dallo stesso Čechov, – solo una volta metabolizzata la coerenza (l’aspetto del mestiere che va svolto con assoluto rigore), nel vedere quello che tutti hanno visto, ma vederlo in modo più chiaro da ogni lato (la quidditas Joyciana).

 

E fin qui si potrebbe dire che il fondamento sul quale il realismo ha dilagato nella cultura letteraria del Novecento sia più che giustificato, non solo come elemento di coerenza e quindi propriamente tecnico, ma anche come ingrediente prioritario della formula che permette allo scrittore di talento di prestare un’attenzione intensa e concentrata all’argomento. Tuttavia la semplice pretesa al realismo non è sufficiente a raggiungere l’incisività, ed è qui che Anton Čechov torna in gioco. Qual è il segreto dell’ampiezza che Čechov è stato in grado di raggiungere?  La risposta, per certi versi, potrebbe essere la voce. Esattamente la voce, o intonazione con cui uno scrittore scrive. Ed è una qualità, come è già stato anticipato, che è profondamente personale; personale a tal punto da distinguersi da quella degli altri scrittori in modo evidente.

 

Ricostruire la voce o l’intonazione di uno scrittore dai suoi elementi stilistici potrebbe essere fuorviante, perché ha un obiettivo diverso da quello di esporre il racconto (l’uso della retorica), quanto, piuttosto, di produrre nel lettore quello stimolo alla fantasia e una forte impressione che lo rende partecipe. C’è però un racconto in particolare di Anton Čechov che sembra particolarmente esplicativo in questo senso: “Uno scherzetto”. Il soggetto è il gioco un po’ crudele con cui il protagonista sussurra a una fanciulla “Io vi amo Nadja” durante una ripida discesa in slitta; le parole si confonderanno con il vento, e volar giù dal poggio, per la povera Nadja diverrà come abituarsi al vino e alla morfina. Vivere senza di essa non può. E anche dopo che Nadja si è sposata al minimo accenno di vento le sembrerà di rivivere quel ricordo commovente della sua infanzia, in cui le parole “io vi amo Nadja” le facevano languire l’anima.

 

Anton Čechov aveva la capacità di creare miraggi uditivi e visivi e non aveva bisogno di ricorrere a nessun espediente drammatico, per far sì che la sua voce guidasse il lettore. Forse il segreto è proprio quella qualità che sembra possedere solo il miraggio: qualcosa ti sembra di scorgere, che conosci e capisci, e qualcosa d’altro al contempo sembra suggerirti che è proprio così. E lentamente, senza fretta, sei guidato nella sua esatta direzione.            

Andrea Di Fabio

 

kalashnikovDicono che sul letto di morte si sia pentito e che abbia inviato una lettera al patriarca Cirillo della Chiesa ortodossa russa dicendosi affranto per le conseguenze della sua invenzione. Complice di morte e devastazione, si tormentò tutta la vita chiedendosi: «Sono anch’io colpevole, anche se erano nemici?».

Colui che nel 1947 progettò l’AK-47 (abbreviazione di “Avtomat Kalašnikova obrazca 1947 goda”), il fucile automatico di facile manutenzione più famoso del mondo, confessò così la sua insopportabile pena spirituale per aver contribuito a causare tanta morte e devastazione. Una volta letta la missiva, il patriarca inviò una sua personale risposta rimasta privata, ma il suo addetto stampa, Alexander Volkov, comunicò: «La Chiesa ha una posizione molto precisa. Quando le armi servono a proteggere la patria, la Chiesa sostiene entrambi, tanto i loro creatori che i soldati che le utilizzano. Egli progettò questo fucile per difendere il suo Paese, non per utilizzarlo come fanno i terroristi».

Michail Timofeevič Kalašnikov era nato nel 1919, in Siberia, da una famiglia numerosa di poveri contadini. E anche se alla fine della sua vita (è morto a quasi cent’anni, il 23 dicembre 2013, e ai suoi funerali c’era anche Vladimir Putin) si definiva semplicemente «servo di Dio» e «un disegnatore», fu un militare, ingegnere e progettista sovietico ricoperto di onorificenze. Cominciò la carriera lavorando in un deposito ferroviario, poi nel 1938 fu assegnato all’Armata Rossa, come comandante di carri armati durante la Seconda guerra mondiale.

Gravemente ferito in combattimento nell’ottobre del 1941, venne congedato. Ma la leggenda vuole che cominciasse a creare il suo primo progetto in ospedale, poi perfezionato lavorando presso l’Istituto Aeronautico di Mosca come inventore autodidatta. Mentre lavorava qui, Kalašnikov progettò varie innovazioni per i carri armati, incluso un meccanismo che contava il numero di colpi sparati.

Nel 1949, l’AK-47 divenne il fucile d’assalto ufficiale delle forze armate sovietiche e fu adottato da quasi tutti i Paesi membri del Patto di Varsavia. A questo punto Kalašnikov assunse il prestigioso ruolo di capo progettista delle armi leggere per l’Unione Sovietica e verrà insignito due volte del titolo di Eroe del Lavoro socialista e poi nominato Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea, la più alta onorificenza della Federazione Russa. Il suo grado militare era Tenente-Generale, ed era pure dottore delle scienze tecniche.

Nel 2004 l’ingegner Kalašnikov è perfino diventato testimonial della “sua” vodka, la Vodka Kalašnikov, la cui bottiglia ha appunto la forma di un fucile e che viene distillata a San Pietroburgo. La cartella stampa recita: «La Kalašnikov Vodka è fatta con il grano coltivato in Russia e con l’acqua del Lago Ladoga a nord di San Pietroburgo. Si beve meglio in compagnia di amici e belle ragazze».

Il fucile automatico AK-47 (tuttora considerato l’arma da fuoco più diffusa nel mondo, con cento milioni di pezzi venduti, usato dall’esercito di cinquanta Paesi e da organizzazioni di guerriglieri e terroristi) è stato solo il primo di una lunga serie di armi progettate da Michail Timofeevič Kalašnikov. E oggi nella fabbrica che porta il suo nome gli affari vanno così bene che la società ha deciso di aumentare il personale del 30 per cento perché la manodopera attuale (circa 5.500 persone) non è più in grado di far fronte alla mole di lavoro.

Lui, invece, non è mai diventato ricco grazie alla sua invenzione ed è vissuto fino alla morte con una modesta pensione nella sua città natale, Iževsk. E siccome sapeva che il suo AK-47 ha causato più morti di quanti ne abbia provocati la bomba atomica su Hiroshima, avrebbe confessato: «Avrei preferito inventare un taglia erba!».

Come non credergli?

 

Se ti piace leggi anche: John McAfee

Marina Moioli

oblomov«Si può imparare a vivere? Evita qualsiasi frenesia; lascia che i tuoi giudizi smascherino la stupidità. Ridi, ma senza fretta… »

Parola di Ivan Aleksandrovič Gončarov, lo scrittore russo che ha inventato il personaggio più pigro della letteratura di tutti i tempi: Oblomov. Un anti-eroe destinato a enorme fama, tanto da diventare nell’immaginario collettivo il prototipo del tipo umano rassegnato e passivo, che subisce la propria vita piuttosto che esserne l’artefice.

 

Gončarov era nato nel 1812 e apparteneva alla schiera di coloro che diedero vita all’epoca d’oro della prosa russa (da Turgenev e Leskov a Dostoevskij e Tolstoj) ma viene considerato un tipo noioso, se non antipatico. La sua biografia si può riassumere in poche righe: dopo quasi quarant’anni di onorata carriera impiegatizia al servizio di Sua Maestà lo Zar e tre romanzi (Una storia comune, Oblomov e Il burrone) morì vecchio, solo e quasi dimenticato nel 1891.

 

In effetti dopo aver frequentato per alcuni anni la cerchia del famoso pittore Majkov, l’unico guizzo nella vita tranquilla di quello che Aleksej Tolstoj chiamava “affascinante zitella” fu il giro del mondo intrapreso nel 1852, quando si imbarcò sulla Fregata Pallada (titolo dato poi ai due volumi che scriverà al ritorno, diario di un viaggio fatto controvoglia da un viaggiatore pigro e sedentario). Dal 1855 diventò censore al Ministero dell’Istruzione e fino al 1867 occupò una posizione molto importante che sicuramente gli procurò non pochi nemici. Il che forse spiega le stroncature dei critici (con poche eccezioni) ai suoi lavori letterari.

 

Lui stesso, in un articolo autobiografico, ha spiegato la genesi delle sue opere: «I miei romanzi sono tutti legati da un solo filo conduttore, da un’idea conseguente». Il primo, Una storia comune, è il romanzo della sconfitta di un giovane idealista e sognatore, Aduev, che vuole vivere la sua temperie romantica di stampo byroniano ma si arrende e torna a casa identificandosi nel ruolo concreto e pratico dello zio. Oblomov è il canto centrale e Il Burrone l’epilogo, il ritorno alla provincia, alla terra, alla casa avita, per sempre. Il protagonista in questo caso è Raiskij, pittore e poeta insoddisfatto, costretto a fare i conti con la propria mediocrità artistica. Un’altra figura di dilettante, di uomo incapace di vivere attivamente nel presente.

 

Goncarov, OblomovAmareggiato dall’insuccesso del libro, lo scrittore trascorse gli ultimi anni in un piccolo appartamento di San Pietroburgo, in via Mochovaja, accanto alla famiglia del suo domestico Ludwig, morto nel 1978, e alla vedova lasciò tutti i suoi averi. All’epoca, un critico poco lungimirante annotò: «Il vecchietto fu seppellito in gran pompa benché in realtà non lo compiangesse nessuno: era ormai molto vecchio e il pubblico se n’era dimenticato». Non aveva capito che Oblomov, un capolavoro di infinita sottigliezza, avrebbe reso il suo autore immortale.

 

Il’ja Il’ič Oblómov è un proprietario terriero (la sua tenuta di trecentocinquanta anime è chiamata Oblómovka) che vive senza compiere alcuna attività particolare. Per la gran parte del tempo resta sdraiato su un divano o su un letto, circondato da poche persone, tra le quali il suo pigro, riottoso, ma fedele servitore Zachàr, senza il quale non riesce neanche a indossare le scarpe e gli stivali.

Vive in una casa di San Pietroburgo, nel disordine e nella trascuratezza. Ex impiegato, ha dato le dimissioni dopo un errore sul posto di lavoro, prima ancora di conoscere le conseguenze della sua mancanza, solo per paura della reazione del capufficio.

 

«Nel suo appartamento situato in via Gorochòvaja, in una di quelle case i cui abitanti sarebbero bastati a popolare una città di provincia, Il’ja Il’ič Oblómov se ne stava, un mattino, sdraiato sul suo letto. Di età sui trentadue o trentatré anni, di media statura, di aspetto piacente, con occhi grigio scuri, ma con un viso i cui lineamenti non esprimevano alcuna concentrazione per un’idea determinata…

 

… Che cosa faceva a casa? Leggeva? Scriveva? Studiava?

Sì: se un libro o un giornale gli capitavano sottomano, lo leggeva; se sentiva parlare di qualche lavoro importante, gli nasceva il desiderio di conoscerlo: cercava, chiedeva il libro e se poteva procurarselo subito cominciava a leggerlo e a formarsi un’idea dell’argomento: sarebbe bastato un ultimo passo per impadronirsene del tutto; ma eccolo già sdraiato, con lo sguardo assente volto al soffitto mentre il volume non letto gli giace accanto.

Il disinteresse si impossessava di lui assai prima dell’entusiasmo, e mai accadeva di riprendere la lettura abbandonata…»

 

 

Oblomov vive così della rendita che gli è garantita da Oblómovka, la tenuta dove era cresciuto, invischiato e inghiottito in un Eden di dolcissima pigrizia. Ma la proprietà rende sempre meno, perché il suo disinteresse per gli affari ha fatto sì che i contadini e gli amministratori della terra lo ingannino sistematicamente sull’effettivo rendimento delle colture. Ha pochi rapporti umani: il bonario Alekséev, il viscido Tarànt’ev e l’adorato amico Andréj Ivanovič Stolz, che tenta inutilmente di risvegliarlo dal suo torpore esistenziale.

 

Poi, quasi all’improvviso, Oblomov si innamora di Olga, e sembra diventare un’altra persona.

«Gli sembrava di essere risuscitato e irriconoscibile. Teneva lo sguardo fisso su Olga come una lente, e non riusciva a volgerlo altrove. C’era in lui una rafforzata circolazione del sangue e un battito raddoppiato del polso, e un palpitare del cuore. Ma presto ripiombò nella sua apatia. Non amava: sognava, sdraiato sul divano. La sua “tenerezza di colomba” non riuscì a sopportare l’amore, che lo abbandonò inerte, come se non l’avesse mai visitato», ha scritto Pietro Citati in un memorabile articolo  (“Corriere della Sera”, 30 luglio 2012) dedicato al personaggio di Gončarov visto come testimonial del no alla vita.

 

OblomovSalvato miracolosamente dai truffatori, Oblomov finisce per vivere gli ultimi anni accanto ad Agaf’ja Matvéevna, la vedova che abita a Oblómovka, con la quale si sposa e fa un figlio, chiamato Andréj in onore dell’amico Stolz. E proprio a quest’ultimo, che nel frattempo sposa Olga, Agaf’ja affiderà alla fine del libro il piccolo perché cresca colto e forte, e non indolente come il padre. Che era morto per un colpo apoplettico, «ancora giovane nel sonno, senza dolore», scrive ancora Citati, «come si ferma un orologio, che qualcuno ha dimenticato di caricare».

 

 

 

…. «Si è rovinato, perduto senza alcun motivo…

Stolz sospirò e rimase sovrappensiero.

“E non era più stupido di altri, era un’anima pura, limpida… come il cristalllo, generoso, tenero e… si è rovinato”.

“Perché mai? Per quale motivo?”

“Motivo… quale motivo! L’oblomovismo!” , disse Stolz.

“L’oblomovismo?”, ripetè sorpreso il letterato. “Che roba è?”»

 

 

Secondo lo slavista Fausto Malcovati, però, quello di Oblomov «in realtà non è un fallimento: è un rifiuto a uscire dal proprio cosmo. Perché a lui non restava che «sopravvivere come mondo isolato (oblom in russo significa “frammento”) secondo le proprie leggi fino a che il nuovo mondo le permetterà. Un essere lunare tra i terrestri».

 

Se ti piace leggi anche: Anna Karenina

Marina Moioli

Nina BerberovaAveva fame, Nina Berberova, a Parigi, in quell’anno 1925. Non aveva immaginato, lei capace di grandi pensieri e creazioni, che l’avrebbe mai conosciuta, lasciandosi alle spalle San Pietroburgo.

Il distacco avvenne l’estate del ‘22. Nina avrebbe presto compiuto 21 anni.  Era giovane, bella, colta, impegnata, dentro le parole come dentro l’amore.

 

Un viaggio, si disse, è un viaggio, mentre con il “suo” poeta Chodasevič (che sarà l’uomo della giovinezza, e sposerà per poi lasciare nel 1933) raggiungeva inizialmente Berlino, poi Praga, Venezia, Sorrento, dove incontrerà Gorkij.

Un’epurazione, invece.

 

Che falcidiò, come una carestia, la “meglio gioventù” d’una Russia straordinaria. E Nina ne era l’immagine per antonomasia. Era bella, d’una bellezza antica, e regale. Portava nel sangue i cromosomi di quell’educazione di cui avevano goduto i figli della colta compagine di funzionari e proprietari terrieri russi prima della rivoluzione.

 

Esprimeva, nello sguardo severo, la grazia indotta dalla cultura e dalle arti, apprese dentro al mondo intellettuale pietroburghese delle lezioni di teoria della letteratura di Tomaševskij all’Istituto Zumov, delle poesia all’atelier Conchiglia sonora di Gumilev e degli incontri con coetanei, consapevoli del fatto che in Russia anche parola e arte sono realtà concrete e tangibili. Ma quell’anno, il ‘25, a Parigi conobbe la fame e l’avrebbe tenuta con sé a lungo, ancora.

 

Arrivò dapprima in una stanza del Pretty Hôtel, nella rue Amélie, 7° arrondissement, oggi molto branché.  Per pagare l’affitto, lei, infilava collane e cuciva a mano asole di camicie. Pubblicavano poco, i russi espatriati, su qualche rivista in lingua, che non pagava, erano malvisti a causa di quelli che Codasevič chiamava i “burocrati della letteratura”,  veri nemici giurati.

 

Erano esuli, di una parte della Russia che non piaceva più, scalzata dall’altra, forte, muscolare, l’altra che dava alle parole un fine concreto, pratico, di utilità. In nome del popolo.

 

Nina BerberovaQuesti émigrés, che criticavano il regime, che parlavano di violenza, infastidivano persino. Di che cosa mai si lamentavano? Non dovevano forse provare orgoglio invece? Annoiavano, ecco. E allora tanto valeva che fossero ignorati, per lo più. Non abbastanza dissacranti e à la page per conquistare il fuoco roboante e un tantino capriccioso dei giovani intellettuali francesi.

 

Saranno gli anni in cui, brutto e affamato di attenzioni, Jean Paul Sartre, seduto nei caffè più famosi, si sperticherà nell’elogio del comunismo russo. Non intuendo nulla dell’inganno. Ma, -e di questo sì, lui, colpevole-, rimarrà sordo agli appelli accorati che venivano rivolti da chi sapeva.

 

Due universi intellettuali scissi, dunque, sotto il cielo di Francia. Due universi percorsi da muri, inviolabili benché trasparenti. Tu, qui, russo borghese, non ti azzardare. I russi a Parigi sono “gente strana”. Diversi, ovvio, dai francesi. Ma distanti anche dagli “altri” emigrati.

 

“Noi eravamo uno strano mucchietto di persone”, si descrive Berberova, “ che, pur non potendo per ragioni d’età essere stati né banchieri, né governatori, né generali dello zar, chissà perché non erano d’accordo con quello che succedeva in patria”. In disaccordo perché loro sanno che cosa c’è sotto. L’hanno visto accadere, erano là. Conoscono la menzogna che sta invece attecchendo con entusiasmo all’estero. Un crimine che passa per libertà suprema e giustizia dei popoli.

 

Ma a Parigi quell’idea piace. Odora di rivoluzione. Rivoluzione intellettuale per di più. C’è di che solluccherarsi, seduti a discutere nella primavera che allunga le giornate e si può sedere nelle piazze, ai caffè. Che passione, e poesia. Fumo di sigarette, calici. Orologi d’oro. Maison luminose, ricche, con camerieri in livrea ad aspettare.

 

La vide aspra, Nina, quella Parigi distante, ma suadente, desiderabile.

A Parigi non c’è un inverno vero e proprio, cade la pioggia, scroscia, picchia, bisbiglia sui vetri e sui tetti un giorno, due, tre. In gennaio all’improvviso arriva, verso la fine del mese, il giorno in cui tutto brilla, il tepore si diffonde, il cielo è azzurro e ai tavolini dei caffè la gente sta seduta senza cappotto, e le donne vestite leggere trasfigurano la città. È come una promessa”.

Non sarà questa la parte che toccherà a lei però.

 

Invece sperimenta la fame, e la noia. La rabbia anche. Per un tempo che non scorre, s’incaglia piuttosto. A contare le asole, le perle. I polsini, i fili. Le camicie per la buona borghesia parigina, dei caffè e dei teatri, “russa” per moda, senza avere nemmeno la prudenza di andare a guardarli, i russi fuggiti, nella periferia, a disperare.

 

Affronterà, lei, invece, quell’area di Billancourt, dove circuita il piccolo popolo di immigrazione russo, aggrappato ai salari delle fabbriche Renault.

I loro visi, come il suo: disorientati e stanchi. Ma lei ha una cosa che a molti di loro non è stata donata: quello sguardo acuto di osservatore che t’insegna l’arte se la succhi con il latte, fin da bambina.

Scriverà di questo universo, brevi racconti, come miniature, affreschi. Ne uscirà una raccolta, le Cronache di Billancourt.

Impiegherà sessantotto anni per essere pubblicata.

 

 

Indifferente, Parigi, con lei.

E dura.

Aspra.

Meravigliosa e distante.

Genererà quella storpia, invincibile fame.

Scrive ne Il corsivo è mio: “Mi fermo davanti alla vetrina di un salumiere in Boulevard Raspail e non posso staccarmene, e per me è la più bella di tutta Parigi. Ho sempre fame. Indosso sempre abiti e scarpe altrui, non ho né profumo, né seta, né pellicce; eppure non li desidero tanto come invece desidero le ghiottonerie esposte in vetrina”.

Resterà, quel morso allo stomaco. E si farà sentimento, costante, silente, ma invincibile.

Riguarderà le storie, i racconti, la carta, non solo gli occhi e lo stomaco.

 

Anche se vi abiterà per un quarto di secolo esatto, Parigi in qualche modo la rigetta, la sputa via. Non vuole nutrirsi dell’arte di Nina.

Non ne farà mai parte.

E, conscia di questo, a un certo punto se ne andrà. In America.

A bordo d’un battello.

Ora basta, penserà.

Troverà oltreoceano la sua consacrazione.

1950, dunque.

 

 

A quel punto la guerra avrà falcidiato il mondo, svelato gli altarini, fatto crollare, e miseramente, l’imbroglio di una Russia del popolo per il popolo.

Allora, quando sarà dato in pasto agli occhi di tutti l’orrore, allora la chiameranno a raccontare.

Venticinque anni sono tanti.

Tantissimi.

Niente è andato perduto, certo.

“Una volta ogni quarto di secolo ho rotto il guscio: la prima volta quando sono nata, poi nel 1925, quindi nel 1950. Se questo sia poco o tanto non lo so, ma la forza di queste nascite fu così grande che la quantità rispetto alla qualità mi sembra poco importante”.

 

Ma la sordità indifferente di Parigi non smetterà.

Otterrà, lì, il riconoscimento solo nel 1985.

Nulla è perduto.

E infatti accade.

 

 

Il viatico è un romanzo breve e accecante, L’accompagnatrice, e soprattutto una traduttrice determinata a farlo accadere. Lydia Chweitzer, questo il suo nome, saprà fendere la corazza di rifiuto parigino, avvalendosi della forza e d’un fascinoso editore. Così, a ritmo serrato, da quel momento, le edizioni Actes Sud pubblicheranno tutto il materiale prezioso che Berberova ha scritto proprio a Parigi, negli anni Trenta e Quaranta.

 

Il merito, certo, andrà all’America. Che le avrà restituito quel senso di sé. Dapprima con la cattedra di letteratura russa, a Yale e Princeton. Poi le pubblicazioni.

Lo metterà nero su bianco, in quel Il corsivo è mio, suo testo più famoso (anche se la prosa di Il lacchè e la puttana, Il giunco mormorante, L’accompagnatrice raggiunge picchi struggenti e inarrivabili), autobiografia e affresco d’un pezzetto di mondo russo alla deriva, aggrappato alle idee, quando la terra s’era fatta violenta, aspra e lontana.

 

Scriverà: “tutto è presente e si trasforma con me, e tutto è costruito sulla base del passato e rispecchia questa base. In questo concetto sono racchiusi il mio destino, il mio significato, il mio fato, la mia lezione”.

 

Una lezione che attendeva anche dalla morte, che accarezza, con penna graffiante, chiudendo le sue memorie: “ormai non mi fa più paura, già per la sola ragione di essere inevitabile”.

 

Com’era stata quella grande, invincibile fame.

 

Silvia Andreoli

Keira Knightley Anna Karenina«Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

 Tutti, ma proprio tutti conoscono (e citano per far colpo) il celeberrimo incipit di “Anna Karenina” di Lev Tolstoj. Anche quelli che non si sognerebbero mai di leggere un “mattone” di circa mille pagine che, in soldoni, parla della storia di un’adultera che si getta sotto un treno.

Però anche chi l’ha amato, e magari letto e riletto più volte nel corso della vita, raramente si ricorda dell’epigrafe iniziale: “A me la vendetta, io farò ragione”, tratta dalla Lettera ai Romani di San Paolo (12,19). Eppure è proprio questa esortazione a lasciare a Dio il compito di fare giustizia la chiave di lettura per capire il destino di un’eroina tanto passionale e romantica, quanto coraggiosa e controcorrente.

«Anna Arkad’evna leggeva e comprendeva, ma non le faceva piacere leggere, cioè seguire il riflesso della vita altrui. Aveva troppa voglia di vivere lei stessa».

Una donna rovinata dal tormento interiore tra la consapevolezza di sentirsi intrappolata in un matrimonio infelice con l’opprimente marito Karenin e il desiderio di abbandonarsi a una relazione clandestina con il seducente e irresistibile Conte Vronskij. E a essere sinceri, chi non vorrebbe provare almeno una volta nella vita, quello che prova Anna Karenina per il suo spasimante?

«Non c’era bisogno di chiedergli perché fosse lì. Era certa, come fosse lui stesso a dirglielo, che era lì per essere dov’era lei».

A 140 anni dalla prima edizione del romanzo (pubblicato in Russia nel 1877, anche se era già apparso a puntate sul Russkij vestnik, cioè Il Messaggero russo, a partire dal 1875) Anna Karenina è un personaggio più che mai vivo, amato e attuale. Non a caso cinema e televisione se ne sono appropriati più volte sfornando a intervalli regolari una nuova trasposizione dopo l’altra. Come dimenticarsi le interpretazioni di Greta Garbo (1935) e Lea Massari (1974) fino alle recenti prove d’artista di Keira Knightley nel 2012 e Vittoria Puccini nel 2013?

anna karenina

E ci sarà un motivo se da qualche mese a questa parte, in piena era Putin, il musical tratto dal capolavoro di Tolstoj fa ogni sera il tutto esaurito al Teatro dell’Operetta di Mosca.

Interpretato da Ekaterina Guseva e diretto da Alina Chevik, è uno spettacolo grandioso e avveniristico che, in un gioco tra il reale e il virtuale, accompagna gli spettatori  attraverso la grande Russia, li trasporta nei palazzi sfarzosi di San Pietroburgo ma soprattutto fa “respirare” lo spirito di Tolstoj anche ai giorni nostri.

Potenza di un romanzo che può attraversare le epoche e di un personaggio che ha ancora tanto da svelarci in fatto di crimini del cuore e disperazioni amorose. E che invita a una riflessione sull’amore, quando questo rischia di essere confuso con un suo surrogato (pericolo che ieri riguardava solo le dame dell’aristocrazia, ma che oggi riguarda tutte).

Il giudizio, o se si vuole il “gradimento”, sul libro, cambia parecchio a seconda dell’età e dell’esperienza della lettrice (dei lettori uomini non è dato sapere. Forse si limitano a pensare che sia un romanzo “frivolo”, proprio come fecero i critici all’indomani della sua uscita).

Da adolescenti ci si lascia conquistare semplicemente e semplicisticamente dal suo coraggio di eroina romantica, una capace di abbandonarsi a una passione che non conosce né Dio né Ragione. Un’eroina con cui ci si identifica.

A trenta o quarant’anni, invece, si comincia a mettere qualche puntino sulle “i” e a diventare più consapevoli delle trappole della gelosia. Per Anna l’unica cosa importante è essere amata da Vronsky e quando Vronsky si rivela un uomo imperfetto come qualsiasi altro, la gelosia la consuma, distrugge l’amore e distrugge lei stessa, fino a portarla, in una spirale di disperazione e follia, alla morte.

«Io penso – disse Anna, giocando con un guanto che si era tolto – io penso… se è vero che ci sono tante sentenze quante teste, così pure tante specie d’amore quanti cuori»

«Ben presto sentì che nell’animo suo s’era destato il desiderio dei desideri: la malinconia»

 

Ma per la lettrice di sessanta anni e più, la lezione che esce dalle pagine del romanzo è un’altra: quella che fare di un altro essere umano il proprio dio procura solo una felicità ingannevole, causa della propria rovina.

 

«Laggiù! Proprio in mezzo! Castigherò lui e mi libererò da tutti e da me stessa»

dice Anna prima della scena madre.

Da parte sua, l’autore di questa storia universale rifiutò sempre di esprimere chiavi interpretative per Anna Karenina, anzi dichiarò: «Se volessi dire a parole tutto quel che ho cercato di esprimere con questo romanzo, dovrei per forza riscriver tutto quanto il romanzo daccapo e per l’appunto così come l’ho scritto». Insuperabile nel descrivere gli stati d’animo, Tolstoj a un certo punto fa dire al personaggio di Levin, da molti considerato il suo alter ego:

«Era come se tutte quelle tracce del suo passato lo avessero afferrato dicendogli: No, non ci lascerai, non diventerai un’altra persona, resterai quello che eri: coi tuoi dubbi, con la continua insoddisfazione personale, coi vani tentativi di correggerti, con le cadute e l’eterna attesa della felicità che non ti è stata data e che per te non è possibile!…»,

anna kareninaUn dilemma, quello dell’eterna attesa della felicità, con cui prima o poi tutti dobbiamo fare i conti. E li faceva anche Tolstoj, che mentre scriveva il romanzo era ancora diviso tra la vita semplice inseguita da Levin e il tumulto che agita Anna. Un acuto critico italiano, Igor Sibaldi, ha scritto a questo proposito che nella figura di Anna si intravede Tolstoj mentre cerca di «commettere adulterio contro il proprio mondo, staccandosene e imparando a vederlo con occhi nuovi».

Eppure lo scrittore rinnegò il romanzo: nel 1881, in una lettera al critico Strasov, scrisse: «Quanto alla Karenina: io vi assicuro che per me quello schifo di romanzo non esiste più». Perché?

Forse la risposta sta nella fuga da casa che egli fece la notte del 27 ottobre 1910, correndo incontro a una forza-tormenta che lo chiamava al miraggio di una vita “per la verità, per Dio”, verso un treno che lo portasse chissà dove.

Ultraottuagenario, legato da quasi mezzo secolo a una moglie che lo tiranneggia e lo controlla persino mentre dorme, Tolstoj fugge come fuggirebbe uno che sa solo che è necessario allontanarsi: non ha una destinazione ben precisa, ha solo lasciato la casa dove non poteva più rimanere.

«E si sente libero, questo vecchio saggio, trattato con riverenza da quanti lo riconoscono, libero soprattutto quando è in comunione con la natura, quando il vento gli rinvigorisce il viso, sulla piattaforma del treno, restituendogli interamente la sensazione della fuga», si legge nella presentazione de “La fuga di Tolstoj” di Alberto Cavallari (Skira, 2010).

Di lì a pochi giorni, però, Tolstoj morì. Ironia della sorte, in una stazione ferroviaria. Proprio come l’eroina del libro che aveva ripudiato.

 

Marina Moioli