Inaffondabile lo è in senso letterale.

Santiago, il protagonista del celebre Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, da quel grosso pesce che cattura dopo 84 giorni di magra, certo giù di sotto non si lascia trascinare. E lotta allo stremo di forze che non sapeva nemmeno più di possedere.

Saggio o ciarlatano? Grandioso o banale? Capolavoro o farsa?

Forse l’errore è a monte. La domanda se questo grande vecchio sia, appunto, un mitico, strenue baluardo di energia e coraggio, o invece piuttosto una stupida canaglia, si scatena per via di un paragone. Fuorviante quanto inevitabile: quello di pensare ad Achab, Ismaele, e all’universo impareggiabile del Moby Dick di Melville.

Se si è cresciuti con l’ombra della grossa balena appiccicata ai sogni e quel refrain «ogni volta che nell’anima ho un novembre umido e stillante», il sole di Cuba quasi infastidisce, e ogni cosa sembra ridimensionata, persino un po’ lenta.

 

Ma Santiago non vuole eroismi. Santiago non è morso dall’ossessione. Lui «magro e scarno e aveva rughe profonde alla nuca. Sulle guance le chiazze del cancro della pelle, provocato dai riflessi del sole sul mare tropicale» segue il ritmo che il luogo e il tempo, e quel mestiere, gli impongono. Nemmeno se la sorte lo colpisce, in quell’astinenza forzata da pesce che dura da troppo tempo, si fa vittima d’una paranoia che ammalò invece il suo padre creatore, gettandolo in uno stato mentale di tale confusione il giorno prima di ammazzarsi, cioè il 1° luglio del 1961, da dargli l’idea che agenti dell’FBI fossero ovunque.

Non così il vecchio pescatore, che semmai gioca al ribasso, tenta di ridimensionare e chiudere il mondo entro uno scacchiere di poche, ripetitive mosse.

 

Vivere per sottrazione può mettere in salvo, a volte. Rafforza e impedisce di immergersi negli abissi. Là dove l’umana coscienza è imperscrutabile.

Eppure Santiago ha sangue di demonio. Scorza cattiva, si diceva, un tempo. La sua arma è la resistenza. Resistenza passiva anzi.

In mare non sono ammesse commiserazioni, né tanto meno delicate sfumature. Né ci prova il vecchio. Semmai si tiene occupato e lo fa da solo, con un’encomiabile determinazione. Occupato a non cedere alla malasorte di cui si favoleggia, né all’autocompassione.

Santiago compie gesti che lo innestano a fuoco nella realtà. Sono quelle sue mansioni pratiche a tenerlo aggrappato. E se non ha più orecchie ad ascoltarlo, perché nemmeno il ragazzo, Manolin, amico suo, può seguirlo, visto che non c’è bottino di pesca e quindi le pance restano vuote, ecco che prende a fare quello che un tempo invece toccava alle donne, sole, per intrattenersi: ovvero raccontare.

Una specie di fiaba. Cattiva. Spietata. A tratti buffa, sorprendente.

Santiago mette saliva alla voce, anche quando l’acqua finisce, filare il monologo è il solo modo di non soccombere.

 

Hemingway, Santiago, Il Vecchio e il MarePer tre giorni e tre notti, abbandonato alla forza della preda catturata, il vecchio parla. Ripete. Cincischia.

Interroga anche. Il mare, e quel grosso marlin, il pesce vela, che infine riesce a prendere all’amo, ed è esagerato per dimensione e forza, nel suo corpo che supera di un mezzo metro la lunghezza della barca.

Lui non molla, anche se viene trascinato lontano da quella comfort zone che conosce da sempre.

 

È questa la vera forza che si scatena dal centinaio e poco più di pagine che plasmano il romanzo, ovvero che prima di cedere, prima di cadere, prima di fallire, o ammettere d’essere giunto al punto di non ritorno, l’uomo ha una cosa che non condivide con nessuno degli altri abitanti del regno animale: la favella, che per onomatopea si respira nel cuore della favola.

Vale a dire che parlare a volte ti salva davvero la vita. Non solo dagli squali che incombono, dal sole che arde, dalla fame che non cessa e il cibo nel mare è vero che c’è ma non basta.

Ti salva la vita da quel senso accecante che si rivela d’un tratto ed è che siamo soli, a volte, d’una solitudine tanto estrema che se non ci fosse lo sciabordare dell’acqua, mossa dal grosso pesce, si crederebbe che tutto già sia spento, e si navighi, a vista, dentro le ombre dei pensieri, o degli incubi.

 

Allora nella semplicità del racconto che tutto osserva e descrive, una cosa Santiago la dice ed è saggia quanto scriteriata (com’è sempre l’onestà), più vera d’ogni pensiero meditato, ed è di non cedere a chi tenta di portarti a fondo.

Chi o cosa, non ha importanza. Negli abissi non si scende.

Le barche sono fatte per galleggiare. Gli uomini per pescare a pelo d’acqua.

La grandezza dunque?

Continuare.

Già, una grandezza d’ossimoro stregato, ovvero resistere, e non desistere anche.

Diventa la cosa che più somiglia al desiderio pieno, quello che s’apprende nell’infanzia, si usa nella giovinezza, si dimentica nell’età adulta, ma si impara infine quasi a venerare, nella vecchiaia, facendone la misura somma e sommessa della propria cifra umana.

 

Uscito nel 1952 con la rivista Life, esile, stringato, asciutto, ma potentissimo nella forza evocativa, nell’immagine stessa, semplice e pertanto mitologica, di un uomo che cava dal mare la sopravvivenza, non solo del suo corpo, ma anche dell’onore, del ruolo nel mondo, della “grande fame”, Il vecchio e il mare ottiene subito la consacrazione.

In quarantotto ore la rivista vende 5 milioni e mezzo di copie.

Hemingway otterrà il Nobel per la Letteratura due anni dopo nel 1954 (nel ’53 ottiene il Pulitzer) e gran parte del merito di questo riconoscimento viene ascritto proprio a Santiago.

 

Come sempre, di fronte al successo l’attenzione del pubblico si concentrò sugli aspetti meno letterari della storia. Si voleva sapere chi fosse questo Santiago, ovvero a chi Hemingway avesse attinto per crearlo.

Qualcuno azzardò che l’Americano si fosse ispirato a Gregorio Fuentes, che di mestiere faceva lo stesso di Santiago e così di provenienza.

Tuttavia, grazie alla fama scaturita dal film, interpretato da Spencer Tracy e diretto da Freddy Zinnemann, il pescatore settantenne Miguel Ramirez pensò bene di fare causa a Hemingway, lamentando di avergli fornito tutto il materiale per il personaggio in cambio della promessa di una barca a motore e di una scorta di vestiti.

Molti in fondo ci videro Hemingway stesso, lui che a Cuba ci viveva da tempo, che praticava la pesca d’alto mare in cerca di pesci spada e dall’isola si spostava fino al largo del Perù.

Eppure semmai l’Americano sembra somigliare di più al mare che al vecchio, a quello che, a suo avviso, erroneamente veniva chiamato «el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico», scriverà. «Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle».

Infatti, il 2 luglio del 1961, Hemingway non poté evitare di morire. Si sparò un colpo mettendo la canna del fucile in bocca.

Mentre Santiago, all’infinito, come uno di quei motivi musicali che si scandiscono a memoria, senza stancare mai, ripeterà a se stesso: «Sii calmo e forte, vecchio», perché è così che nella storia deve andare.

 

Se ti piace leggi anche: Hemingway/Cobain

Silvia Andreoli

Mark TwainCi sono fiumi e fiumi. E poi c’è il Mississippi. Nemmeno un Mississippi qualunque, invero, ma quello di Mark Twain.

Lui, che all’anagrafe faceva Samuel Langhorne Clemens, cominciò subito dotandosi di quest’altro nome, che pare derivi dal grido, slang puro, in uso tra i battellieri che facevano rotta sulla grande rete fluviale americana, per segnalare la profondità dell’acqua.

 

By the mark, twain, ovvero: dal segno, due – sottinteso tese, circa 3,7 metri, valutato come il limite di sicurezza.

 

Così il “primo vero scrittore americano”, secondo la definizione di William Faulkner, mise le sue radici, per il suo battesimo narrativo, non sulla terra delle immense pianure e sconfinate praterie, bensì in quello che descrisse nella sua biografia come

 

“il fiume più tortuoso del mondo, dato che in una parte del suo percorso consuma ben milletrecento miglia per coprire la distanza che un corvo supererebbe volando per seicentosettantacinque miglia”.

 

Nascere come scrittore, dunque, è per Twain uscire dall’acque, dalla contraddizione stessa del Mississippi, “un fiume fuori dall’ordinario nel senso che invece di allargarsi esso si restringe in prossimità della foce”. Strano, complicato, e d’una bellezza selvaggia che pure la grande anima imprenditoriale americana intende usare, senza piegarla, ma cavalcandola, se con tecnica differente da quella dei cow boy a cavallo, con la medesima determinazione.

 

Lo farà, lui, in prima persona. Dal 1857 al 1861 (lui nasce il 30 novembre 1935), lavora come battelliere sul Mississippi. Nel 1859, dopo un arduo studio e esercizio, conquista la licenza. Poi nel ’61 si arruola, diserta presto, fino a che nel ’63 ritorna al lavoro di giornalista. A quel punto incontrerà l’umorista Artemus Ward, che lo incoraggerà a scrivere. Prima però ci sono questi quattro anni.

 

Quattro anni incandescenti, quelli formativi della giovinezza, quando l’occhio innesca le immagini assorbite nell’infanzia e le rende strumenti appuntiti. Per penetrare il mondo, plasmare le forze e soprattutto lasciare impronta di sé.

 

Mark TwainQuattro anni che permettono a Twain di apprendere la lingua del fiume, usata dagli uomini a bordo, le urla, i timori, le superstizioni anche. E poi l’andamento di un ritmo mai identico, che mischia fatica a riposo, saggezza a sventatezza, in un tourbillon che non ha regole decifrabili. Invece soltanto la condivisione.

 

Parlerà del fiume nei suoi romanzi. Il fiume sarà anima, specchio, inganno, speranza, e infinita giovinezza.

 

Viaggerà molto, dopo, Twain, nella sua vita. Conoscerà varie città d’Europa, raggiungerà l’Italia di cui lamenterà uno stato di degrado (Pompei e Venezia per esempio), un eccesso di culto superstizioso legato alla religione cattolica anche. Apprezzerà invece Genova e il lago di Como. Dove c’è acqua, c’è comunque una specie di casa.

 

Eppure, Twain lo sa, dove c’è acqua s’insinua a volte la morte. Un binomio che lo stregò, letteralmente. Per quanto accadde a suo fratello, Henry. Perché Henry fu vittima di un incidente su un battello a vapore ed era stato Mark a convincerlo a imbarcarsi. Lo scoppio di una caldaia, Henry venne inghiottito dall’acqua. Fuoco e acqua, una battaglia infinita.

 

Non se lo perdonò, Mark, quell’amore sconsiderato che lo aveva spinto a coinvolgere Henry. Soprattutto perché aveva avuto premonizione della tragedia. Un mese prima dell’evento, un incubo gli rivelò quella sua fine. Il sogno, come l’acqua, aveva predetto. Errore non averlo ascoltato. Doppia colpa. Il fiume va sempre ascoltato.

 

Le avventure di Tom Sawyer viene pubblicato nel 1876. Il seguito, Le avventure di Huckleberry Finn, esce nel 1884. Con Tom Sawyer, che dà inizio alle vicende picaresce e straordinarie di questo sguardo impudente e stregato sull’universo delle contraddizioni americane della seconda metà dell’Ottocento, Twain torna al suo fiume. Sono trascorsi quindici anni dall’apprendistato come battelliere. Nel frattempo ha tanto visto, tanto fatto, tanto viaggiato. Ma è da lì che parte la penna.

 

Chi la dimentica la a fuga del ragazzetto intraprendente e scapestrato, paesanotto e curioso, Huck Finn, che, come ogni americano che si rispetti, cerca la libertà? Bianco, figlio di un ubriacone e maltrattato dal padre, poi angariato da una vedova che vuole trasformarlo nel bravo ragazzo che non è, Huck se la dà a gambe e quando fugge, a lui si aggrega uno schiavo della vedova. Ed eccola formata, quasi per un ghiribizzo del caso, la coppia perfetta: due disperati in cerca di fortuna che si imbattono in una zattera semi distrutta, fatta di tronchi d’albero e portata, appunto, dal fiume. L’immaginario è segnato. (E molta parte della narrativa americana attuale ha tributi giganteschi verso questi personaggi, Mississippi compreso).

Huckleberry Finn, Mark Twain

Così comincia la storia. Che è poi storia d’andare. Partenza senza una meta. Fatta per fuggire. Come ogni viaggio serio in fondo. Dove si conosce ciò che si lascia, e un mezzo (di fortuna) per abbandonare il passato, ma nessuna informazione su quello che si troverà. Se non quell’acqua, di fiume, a volte in piena, furiosa, a volte lenta, tanto da scatenare l’impazienza.

 

Il fiume, nei romanzi di Twain, più che luogo diventa occasione. D’incontri. Di guai. Di racconti anche. È nella traversata, comunque si svolga, qualunque cosa accada, che si resta attenti ad ascoltare. Le conversazioni di quelli che viaggiano. Uno scambio impareggiabile, di contraddizioni anche, di punti di vista. Di quella metamorfosi che subiscono gli eventi sotto l’influsso di idee pregresse, o pregiudizi. Ma anche della dimenticanza di ciò che si lascia, per fame di ciò che si trova.

 

Il fiume trasforma. La storia di Huck. Quella di Tom. Il fiume lambisce e testimonia. Ma con una strana leggerezza. Che hanno le parole quando ritornano a un tempo concluso. Ricordo, certo, ma sfasato, che sborda, smargina. Un ricordo che si concede incursioni nel territorio inesplorato del fantasioso, fantastico, verosimile, possibile, crudele anche.

 

Un miscuglio tanto potente ed energico da entrare nell’empireo del Reale Immaginato. Quello che scorre infinito, fregandosene bellamente di anni, secoli, luoghi e confini. Il fiume immenso dell’inchiostro versato. Un Mississippi infinito, insomma. Che appartiene di diritto a ogni lettore, che l’abbia o meno visto, fosse pure in un dipinto, foto, cartina geografica, non ha nessuna importanza. Perché alla fine quel fiume è una cosa che ti porti dentro.

 

A due tese, ovvero 3,7 metri, di profondità. Sotto il livello dell’anima.

 

Silvia Andreoli

 

agatha christieMrs  Neele varca la soglia del prestigioso Old Swan Hotel la mattina del 3 dicembre 1926. 
Pare che abbia raggiunto lo Yorkshire in treno; di certo è partita da Sunningdale, nel Berkshire, con una Morris Cowley, trovata qualche giorno dopo abbandonata nel Surrey.

Negli undici giorni che trascorrerà all’Old Swan la signora Neele si dedicherà alle attività prevalenti delle ladies in vacanza termale: buone letture, balli, concerti e relax. Qualche puntata alla Spa della verde città, nel Nord dell’Inghilterra. È un’ospite discreta, riservata; intrattiene conversazioni su temi di letteratura con i pochi clienti dell’hotel in quel periodo di bassa stagione. Non dà troppa confidenza. Distaccata, un po’ svagata, gentile quanto basta. Nessuna bizzarria. Nessuna stravaganza.

 

Tutto scorre liscio in quei giorni, finché una sera Bob Tappin, suonatore di banjo, durante una serata in musica dell’hotel nota la sorprendente somiglianza della signora Neele con colei che, scomparsa, vede 1000 poliziotti mobilitati come segugi per ritrovarla; colei per le cui ricerche interviene anche il più celebre giallista dell’epoca: Sir Arthur Conan Doyle, che, nientemeno, fa esaminare a un medium un guanto della donna,  per scoprire qualche indizio sulla sua misteriosa scomparsa. 
Tappin rivela i suoi indizi ad un altro ospite dell’hotel, un intraprendente giornalista che aiuta a ricomporre l’enigma.

Si scopre così che la signora Neele in realtà non è la signora Neele, ma una moglie tradita che ha utilizzato, per registrarsi all’Old Swan, il cognome dell’amante di suo marito. Nessuno saprà mai il perché.

Lo scandalo del tradimento in una delle più celebri coppie dell’epoca si tinge di giallo. Giallo come il colore delle opere di Agatha Mary Clarissa Miller, dal 1914 più nota come Agatha Christie.

Nell’atmosfera ovattata dell’Inghilterra edoardiana, percorsa da un lato da innovazioni culturali e  dall’altro ancorata come i sempreverdi sui muri alle certezze british, si parla della fuga di una donna depressa, forse per cause diverse: crisi di creatività, blocco dello scrittore, la morte della madre con la conseguente necessità di occuparsi del padre; o ancora una amnesia;  ma la causa certa è lo scotto del tradimento.  S’ipotizza perfino che la scrittrice, che di gialli modestamente ne sa, abbia volutamente deciso di sparire dalla circolazione per far sì che il marito fedifrago fosse accusato di omicidio e di conseguente occultamento di cadavere.

I Christie sono una tranquilla coppia borghese, hanno una bambina, e Archie lavora nella City, dopo i trascorsi nell’Aeronautica militare; Nancy Neele è la sua segretaria. E la sua amante. A causa di questa relazione extraconiugale, Archie ha appena chiesto il divorzio ad Agatha. Lui è distaccato. Lei si dispera. Almeno inizialmente.

Trama vista e rivista per un giallo che di giallo ha solo il risvolto psicologico di una donna tradita che vuole rimuovere l’affronto; e pertanto si arma di perdita di memoria, di coscienza della propria identità e sparisce, organizzando una clamorosa fuga verso un luogo isolato quanto basta dal clamore di una Londra in pieno fermento, sociale e culturale.

Agatha Christie non parla dell’episodio nemmeno nella sua autobiografia, pubblicata postuma per sua volontà. L’episodio dell’Old Swan viene archiviato nell’oblìo. Usa la stessa eleganza con cui si è eclissata per correre ai ripari. Comincia a studiare strategie per sopravvivere allo smacco subito. Prevale il self control. Del resto, lei è  british. Ha avuto successi letterari clamorosi in un’epoca in cui le donne scrittrici erano merce rara, firmando con il cognome del marito. Continuerà a farlo scientemente e diplomaticamente anche dopo il divorzio, concesso ad Archie nel 1928, per non perdere la popolarità acquisita. E dà una svolta alla sua vita. Ricominciando da un viaggio. Da sola. Destinazione: Medio Oriente.

“…in viaggio si esce da un tipo di vita e si entra in un altro. Certo, siamo sempre noi, ma un noi diverso… Durante un viaggio, la vita ha la stessa qualità di un sogno…”

Il sogno di Agatha Christie è un percorso sull’Orient Express fino a Istanbul. La meta finale è  Baghdad.

L’umiliazione del tradimento riesce a portare nuova linfa alla sua creatività di scrittrice dopo lo sbandamento, l’amnesia, la premeditata uscita di scena teatrale. Del resto, oltre ai 93 romanzi, la carriera di Agatha Christie vede anche la produzione di 17 commedie.

Agatha Christie, Assassinio sull'Orient Express
Assassinio sull’Orient Express

Agatha metabolizza, si rialza dalla perdita di memoria dei tempi dell’Old Swan, due anni prima. 
Il periodo fervido di produzione letteraria coincide, durante un viaggio, con l’incontro con Max Mallowan, un archeologo intraprendente e bello come il sole, di 14 anni più giovane, assistente del direttore degli scavi archeologici in Iraq. Per lui scrive il celebre Assassinio sull’Orient Express. 
Si sposano nel settembre del 1928, e Agatha , sempre mantenendo come scrittrice il cognome del primo marito, realizza il compromesso della sua vita, vivendo fra l’Inghilterra e il Medio Oriente, dove collabora con il neo-consorte alla catalogazione dei reperti archeologici.

Scoperte di reperti, e scoperta di una creatività ritrovata, ma soprattutto scoperta di sicurezza nei confronti di se stessa da parte di una donna timida e succube con il primo marito; brillante ed estroversa con il secondo.

Supera la delusione, ottimizza lo smacco e l’umiliazione del tradimento con intelligenza, rendendo i tasselli del puzzle scomposto della sua vita, componenti strutturati e coloratissimi di un meraviglioso collage. Supera perfino la sua timidezza di donna disgrafica, che scrive le sue opere dettandole ad altre persone fidate.

Gli anni della Seconda Guerra Mondiale vedono il calendario delle sue tappe di viaggio mutare a causa degli impegni del marito, che diventerà nel 1947 professore di archeologia medio-orientale all’Università di Londra. Agatha si dedica, in questa fase di innamoramento, alla pubblicazione, oltre che di gialli, anche di romanzi sentimentali, firmati con lo pseudonimo di Mary Westmacott.

Dopo Teresa Neele, è il secondo falso nome che Agatha Christie adotta. Stavolta, però, nessuna clamorosa sparizione, nessun tradimento. Nessuna amnesia. Soltanto la volontà di diversificare gli ambiti letterari, in un momento meraviglioso della sua vita, in cui la passione è protagonista; la leva per dare un giro di vite alla sua esistenza, come scrittrice e soprattutto come donna. Alla luce del suo golden time si cimenta con un nuovo genere, visto che per quanto riguarda omicidi, sparizioni, misteri da risolvere, Agatha Christie, membro della Royal Society of Literature, ha già dato. E darà ancora per molto. Fino al 12 gennaio 1976, quando, esattamente un anno prima dell’uscita programmata della sua autobiografia postuma, si spegne a 85 anni.

Di lei, Sir Winston Churchill dirà:

«È la donna che, dopo Lucrezia Borgia, è vissuta più a lungo a contatto col crimine»

 

Se ti piace leggi anche: Winston Churchill

Daniela Bartoli*

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.

oblomov«Si può imparare a vivere? Evita qualsiasi frenesia; lascia che i tuoi giudizi smascherino la stupidità. Ridi, ma senza fretta… »

Parola di Ivan Aleksandrovič Gončarov, lo scrittore russo che ha inventato il personaggio più pigro della letteratura di tutti i tempi: Oblomov. Un anti-eroe destinato a enorme fama, tanto da diventare nell’immaginario collettivo il prototipo del tipo umano rassegnato e passivo, che subisce la propria vita piuttosto che esserne l’artefice.

 

Gončarov era nato nel 1812 e apparteneva alla schiera di coloro che diedero vita all’epoca d’oro della prosa russa (da Turgenev e Leskov a Dostoevskij e Tolstoj) ma viene considerato un tipo noioso, se non antipatico. La sua biografia si può riassumere in poche righe: dopo quasi quarant’anni di onorata carriera impiegatizia al servizio di Sua Maestà lo Zar e tre romanzi (Una storia comune, Oblomov e Il burrone) morì vecchio, solo e quasi dimenticato nel 1891.

 

In effetti dopo aver frequentato per alcuni anni la cerchia del famoso pittore Majkov, l’unico guizzo nella vita tranquilla di quello che Aleksej Tolstoj chiamava “affascinante zitella” fu il giro del mondo intrapreso nel 1852, quando si imbarcò sulla Fregata Pallada (titolo dato poi ai due volumi che scriverà al ritorno, diario di un viaggio fatto controvoglia da un viaggiatore pigro e sedentario). Dal 1855 diventò censore al Ministero dell’Istruzione e fino al 1867 occupò una posizione molto importante che sicuramente gli procurò non pochi nemici. Il che forse spiega le stroncature dei critici (con poche eccezioni) ai suoi lavori letterari.

 

Lui stesso, in un articolo autobiografico, ha spiegato la genesi delle sue opere: «I miei romanzi sono tutti legati da un solo filo conduttore, da un’idea conseguente». Il primo, Una storia comune, è il romanzo della sconfitta di un giovane idealista e sognatore, Aduev, che vuole vivere la sua temperie romantica di stampo byroniano ma si arrende e torna a casa identificandosi nel ruolo concreto e pratico dello zio. Oblomov è il canto centrale e Il Burrone l’epilogo, il ritorno alla provincia, alla terra, alla casa avita, per sempre. Il protagonista in questo caso è Raiskij, pittore e poeta insoddisfatto, costretto a fare i conti con la propria mediocrità artistica. Un’altra figura di dilettante, di uomo incapace di vivere attivamente nel presente.

 

Goncarov, OblomovAmareggiato dall’insuccesso del libro, lo scrittore trascorse gli ultimi anni in un piccolo appartamento di San Pietroburgo, in via Mochovaja, accanto alla famiglia del suo domestico Ludwig, morto nel 1978, e alla vedova lasciò tutti i suoi averi. All’epoca, un critico poco lungimirante annotò: «Il vecchietto fu seppellito in gran pompa benché in realtà non lo compiangesse nessuno: era ormai molto vecchio e il pubblico se n’era dimenticato». Non aveva capito che Oblomov, un capolavoro di infinita sottigliezza, avrebbe reso il suo autore immortale.

 

Il’ja Il’ič Oblómov è un proprietario terriero (la sua tenuta di trecentocinquanta anime è chiamata Oblómovka) che vive senza compiere alcuna attività particolare. Per la gran parte del tempo resta sdraiato su un divano o su un letto, circondato da poche persone, tra le quali il suo pigro, riottoso, ma fedele servitore Zachàr, senza il quale non riesce neanche a indossare le scarpe e gli stivali.

Vive in una casa di San Pietroburgo, nel disordine e nella trascuratezza. Ex impiegato, ha dato le dimissioni dopo un errore sul posto di lavoro, prima ancora di conoscere le conseguenze della sua mancanza, solo per paura della reazione del capufficio.

 

«Nel suo appartamento situato in via Gorochòvaja, in una di quelle case i cui abitanti sarebbero bastati a popolare una città di provincia, Il’ja Il’ič Oblómov se ne stava, un mattino, sdraiato sul suo letto. Di età sui trentadue o trentatré anni, di media statura, di aspetto piacente, con occhi grigio scuri, ma con un viso i cui lineamenti non esprimevano alcuna concentrazione per un’idea determinata…

 

… Che cosa faceva a casa? Leggeva? Scriveva? Studiava?

Sì: se un libro o un giornale gli capitavano sottomano, lo leggeva; se sentiva parlare di qualche lavoro importante, gli nasceva il desiderio di conoscerlo: cercava, chiedeva il libro e se poteva procurarselo subito cominciava a leggerlo e a formarsi un’idea dell’argomento: sarebbe bastato un ultimo passo per impadronirsene del tutto; ma eccolo già sdraiato, con lo sguardo assente volto al soffitto mentre il volume non letto gli giace accanto.

Il disinteresse si impossessava di lui assai prima dell’entusiasmo, e mai accadeva di riprendere la lettura abbandonata…»

 

 

Oblomov vive così della rendita che gli è garantita da Oblómovka, la tenuta dove era cresciuto, invischiato e inghiottito in un Eden di dolcissima pigrizia. Ma la proprietà rende sempre meno, perché il suo disinteresse per gli affari ha fatto sì che i contadini e gli amministratori della terra lo ingannino sistematicamente sull’effettivo rendimento delle colture. Ha pochi rapporti umani: il bonario Alekséev, il viscido Tarànt’ev e l’adorato amico Andréj Ivanovič Stolz, che tenta inutilmente di risvegliarlo dal suo torpore esistenziale.

 

Poi, quasi all’improvviso, Oblomov si innamora di Olga, e sembra diventare un’altra persona.

«Gli sembrava di essere risuscitato e irriconoscibile. Teneva lo sguardo fisso su Olga come una lente, e non riusciva a volgerlo altrove. C’era in lui una rafforzata circolazione del sangue e un battito raddoppiato del polso, e un palpitare del cuore. Ma presto ripiombò nella sua apatia. Non amava: sognava, sdraiato sul divano. La sua “tenerezza di colomba” non riuscì a sopportare l’amore, che lo abbandonò inerte, come se non l’avesse mai visitato», ha scritto Pietro Citati in un memorabile articolo  (“Corriere della Sera”, 30 luglio 2012) dedicato al personaggio di Gončarov visto come testimonial del no alla vita.

 

OblomovSalvato miracolosamente dai truffatori, Oblomov finisce per vivere gli ultimi anni accanto ad Agaf’ja Matvéevna, la vedova che abita a Oblómovka, con la quale si sposa e fa un figlio, chiamato Andréj in onore dell’amico Stolz. E proprio a quest’ultimo, che nel frattempo sposa Olga, Agaf’ja affiderà alla fine del libro il piccolo perché cresca colto e forte, e non indolente come il padre. Che era morto per un colpo apoplettico, «ancora giovane nel sonno, senza dolore», scrive ancora Citati, «come si ferma un orologio, che qualcuno ha dimenticato di caricare».

 

 

 

…. «Si è rovinato, perduto senza alcun motivo…

Stolz sospirò e rimase sovrappensiero.

“E non era più stupido di altri, era un’anima pura, limpida… come il cristalllo, generoso, tenero e… si è rovinato”.

“Perché mai? Per quale motivo?”

“Motivo… quale motivo! L’oblomovismo!” , disse Stolz.

“L’oblomovismo?”, ripetè sorpreso il letterato. “Che roba è?”»

 

 

Secondo lo slavista Fausto Malcovati, però, quello di Oblomov «in realtà non è un fallimento: è un rifiuto a uscire dal proprio cosmo. Perché a lui non restava che «sopravvivere come mondo isolato (oblom in russo significa “frammento”) secondo le proprie leggi fino a che il nuovo mondo le permetterà. Un essere lunare tra i terrestri».

 

Se ti piace leggi anche: Anna Karenina

Marina Moioli

fermina daza, Giovanna MezzogiornoNon sono niente i “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni” aspettati da Florentino. Non sono niente, sono appena un refolo di tempo, se c’è la disperazione di un amore non corrisposto e perciò più assiduo e martellante di tutti gli altri.
Fermina, invece, chi ci pensa al tormento suo? Alla trappola della compassione che sta per divorarla. Al tormento di una donna costretta a vivere con un marito perfetto e inutile, ad assaggiare una tisana alla camomilla, perché il marito suo le dice “Questa foglia sa di finestra”. Mirabile il Romanziere:

 

«Sia lei sia le domestiche rimasero sorprese, perché nessuno sapeva di qualcuno che si fosse bevuto una finestra bollita, ma quando assaggiarono la tisana per cercare di capire, capirono: sapeva di finestra».

 

È il 1985 quando Gabriel García Márquez pubblica L’amore ai tempi del colera, e ha già vinto il Nobel con Cent’anni di solitudine. Gabo, così lo chiamavano gli amici, così amano ancor oggi chiamarlo i milioni di suoi lettori, in tutto il mondo disse un giorno al presidente spagnolo Adolfo Suarez che stava scrivendo «il Chisciotte del XX secolo». E, a molti anni dall’uscita e dal successo planetario del libro, disse: «Ci sono le viscere là dentro, non so come sia riuscito a farcela, a scrivere quelle cose». Forse è vero, non sempre la modestia si addice ai grandi. Il libro, prima che ancora per la qualità letteraria, che tanti trovano eccelsa, altri meno, rimane nella storia per lo straordinario successo. E, si sa, nella storia della letteratura vera altezza poetica e fama in vita rare volte sono andate di pari passo.

 

Siamo nella Colombia aracatacana immaginata dal realismo magico di Gabo. La lunga vicenda si snoda cavallo tra Ottocento e Novecento, in una città riconoscibile come Cartagena de Indias – ci pare di avercela addosso quella calda, appiccicosa umidità di tropico e di fiume, quelle bestie, e di sentirle, le cicale assordanti -, tra amore e sesso, giovinezza e vecchiaia, si svolge un triangolo tra un gran signore, Juvenal Urbino, un commovente e esasperante impiegatucolo, Florentino Ariza e poi lei, illuminata, parvenue, scostante. Santa e puttana, ovvio, Fermina Daza.

 

Quando il dottor Urbino muore, per un banale incidente cadendo da un albero, come banalmente era vissuto, Florentino finalmente ha a portata di mano quel che aveva sempre agognato. «La sventurata rispose», anche se all’inizio è riluttante, ma alla fine si concede, dando un’altra chance all’uomo che, seppure a suo modo, e tutt’altro che castamente, l’aveva attesa per più di cinquant’anni.
Tempo, fatti, passioni hanno vita autonoma, non sembrano correlati. Uno ama, l’altra no. Flash-back continui. La solitudine, come in Cent’anni, pervade il romanzo, innervato da storie di ascese sociali, di viaggi in Europa, di morte, di tanta morte, reale e metaforica, che «i sintomi dell’amore sono gli stessi del colera». E intanto, per Florentino, solo l’attesa, fino a quel risolutorio, e definitivo «andirivieni del cazzo».

Ma Fermina, dicevamo? Dura e cinica, anche se all’inizio sembrerebbe un’eroina ottocentesca, bella, giovane, protetta, sentimentale. Ma Gabo non indugia in stereotipi romantici, non l’ha fatto proprio mai: e allora ritrae Fermina come una donna selettiva, orgogliosa, un poco antisociale, piuttosto arrogante. Serba rancori, è piena di pregiudizi. Non si sposa per amore, ma per questioni politiche e di riscatto sociale; non muore giovane, anzi, da anziana, troppo anziana, torna al suo primo amore, quando le rughe le segnano il volto e il sesso non può più essere appassionato.

 

Gli uomini di Fermina sono stati ingenui come il dottor Urbino, oppure idealisti come Florentino, lei invece è pragmatica e sofisticata: nei piani, non solo nel portamento. All’inizio, quando il suo presunto amore con Florentino è basato sulla corrispondenza per lettera e il sottile gioco delle parti, lei fugge non sentendosi pronta. Accetta l’amore con Urbino con passività all’inizio, accorgendosi in seguito che è facile “imparare” l’abitudine, che trasforma la passione in affetto. Realismo, non semplicemente “magico”, realismo e basta. E quando infine rincontra, e definitivamente, Florentino, Florentino forte e disperato, Florentino che sa attendere, Florentino che «…aveva imparato … che si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna. Il cuore ha più stanze di un casino», lei fa sua questa indimenticabile metafora e accetta la vita, «l’andirivieni del cazzo» e un uomo vecchio e logoro. Si, vecchio e logoro, come vecchia, e non più ammaliante poteva più essere lei, Fermina. La spiazzante trasposizione cinematografica di Mike Newell del 2007 con Giovanna Mezzogiorno nel ruolo di Fermina – mentre Javier Bardem è Florentino – non può certo rendere giustizia dei guasti del tempo e degli effetti del clima equatoriale in una donna dei primi del Novecento. Hai voglia di trucchi cinematografici: hai presente due vecchi su un battello che issa la bandiera gialla del colera e che solca il rio Grande de La Magdalena?
Sic transit gloria mundi, se non si riesce a morire da giovani.

 

Se ti piace leggi anche: Dona Flor

 

Bruno Barba

 

 


hobbit, signore degli anelli“In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima…”
In questa descrizione c’è ben poco della dimensione epica della grande saga del Signore degli anelli che avuto tanto successo attraversando intere generazioni, e riesplodendo letteralmente grazie alla versione cinematografica ricca di effetti speciali quanto lontana dallo spirito originario del ciclo romanzesco.

 

C’è anzi un tono ironico che introduce come meglio non potrebbe quelli che sono in fondo i protagonisti della saga di J. R. R. Tolkien, senza i quali l’autore britannico non uscirebbe probabilmente dalla categoria del fantasy o addirittura della letteratura per ragazzi, secondo la nota definizione di W. H. Auden e grazie alle diffidenze di una critica che non ha mai accompagnato con particolare favore il suo lavoro.

Lo hobbit è la prima avventura del mondo fantastico della Terra di Mezzo. Il protagonista Bilbo Baggins, rapito dalla pace contemplativa dell’orizzonte e dalla compagnia della sua erbapipa, si trova infilato suo malgrado in una missione che dopo ostacoli e vicissitudini d’ogni genere, lo porterà a trovare l’anello prodigioso attorno a cui ruotano le vicende del secondo libro, Il Signore degli anelli. Con quel tomo Tolkien nel 1937 presenta per la prima volta il foltissimo universo ispirato alla mitologia germanica ricco di maghi, orchi, elfi creature affascinanti e mostruose, che ormai milioni di persone di ogni età, in ogni parte del mondo, conoscono nei minimi dettagli.

 

In quella folla di personaggi “si stagliano” quei minuscoli esseri “dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari”, che formano un popolo “discreto e modesto, ma di antica origine… amante della calma e della terra ben coltivata”, timidi, capaci di “sparire veloci e silenziosi al sopraggiungere di persone indesiderate”, con un’arte che sembra magica ma è “unicamente dovuta a un’abilità professionale che l’eredità, la pratica e un’amicizia molto intima con la terra hanno reso inimitabile da parte di razze più grandi e goffe”, quali gli uomini.

Non hanno poteri particolari i mezziuomini della Contea, se possono mantengono addirittura la parola data, fanno il bene ma senza predicarlo più di tanto, sono dotati di un placida (e raramente sottile) ironia, riescono in grandi imprese nonostante la loro statura fisica (son alti “un braccio o un braccio e mezzo”, tra gli 80 e i 120 cm). In una parola sono antieroi per eccellenza e proprio qui risiede la loro grande forza: perché nessuno si aspetterebbe da loro alcunché.

 

Anche per questo sembra francamente azzardata ogni dichiarazione di affiliazione politica e ideologica dell’opera di Tolkien tentata più volte nel corso del tempo a partire dal neopaganesimo dai campi hobbit del Fronte della Gioventù negli anni Settanta per arrivare al ritorno alla natura degli hippy americani. Lo scrittore era sicuramente un conservatore e un fervente cattolico ma ha sempre rifiutato una precisa interpretazione politica e religiosa dei suoi scritti così come le numerose letture allegoriche studiate dai complottisti più sfegatati. Impossibile però frenare il fascino e l’influenza del ciclo fantasy sull’immaginario collettivo: basti pensare alla recente inchiesta sul “mondo di mezzo” di Mafia Capitale nella Roma in cui s’incrociano drammaticamente politica e malavita.

 

Se dovessimo eleggere uno hobbit onorario la scelta cadrebbe inevitabilmente su Bilbo Baggins, eroe involontario di ardite imprese che il grande mago bianco Gandalf coinvolge in una missione cruciale e densa di significati: la riconquista del tesoro custodito dal drago Smaug (o Smog). Violentemente sbalzato dalla idilliaca Hobbitopoli oltre il confine delle Terre Selvagge, fra gole, foreste incantate e minacciose montagne, dove non esistono “vie sicure”, il pacifico Bilbo affronta ogni genere d’avventura in compagnia dei tredici nani suoi compagni e all’imprevedibile mago bianco, che appare e scompare, lasciando cadere come per caso gli insegnamenti decisivi. Si scopre così capace di affrontare prodigi e orrori: il mostruoso Gollum, i ragni giganti, i perfidi orchi, il grande drago e infine la tremenda Battaglia dei Cinque Eserciti, scontro fra le forze benigne e maligne, eternamente opposte, per il bramato e fatale possesso del tesoro. Fino al ritrovamento, apparentemente casuale, dell’ anello magico finito in possesso di Gollum. Che innesca la cruciale domanda: che cosa fare dell’Anello del Potere?

 

“Gli Hobbit” scrisse Tolkien, “sono stati trascurati nella storia e nella leggenda, forse perché – in genere – preferivano le comodità alle emozioni…” Ma proprio il loro carattere riservato, ozioso e flemmatico, reso particolarmente evidente dal contrasto con le incredibili avventure affrontate, ha finito per “condannarli” all’eterna simpatia del pubblico e al trionfo dei grandi personaggi senza tempo. Perché l’idea che un piccolo uomo possa vincere il grande male deve poter continuare a vincere. Nel segreto dei nostri cuori o almeno nella finzione del romanzo.

 

Carlo Alberto Brioschi*

 

*Dopo molti anni come giornalista e ancor più come editor e direttore di saggistica in Mondadori e Rizzoli, ha fondato un’agenzia editoriale con un nome per i più inspiegabile: Blandings, amena località letteraria dove lavora più di prima ma con molti più “capi”. Onnivoro per interessi (non solo alimentari), nutre un’insana passione per la storia della corruzione su cui ha scritto alcuni libri pubblicati anche fuori dai confini dell’amata Penisola. Qui lascia ogni tanto qualche traccia: “non solo libri”, www.carlobrioschi.blogspot.it

Lewis CarrollE a volte te lo chiedi: che cosa sarebbe accaduto se quei due si fossero davvero incontrati? Se d’un tratto avessero trovato il coraggio di sfidarsi, l’uno dinnanzi all’altro, Charles Lutwidge Dodgson e Lewis Carroll, chi sarebbe stato il primo ad abbassare lo sguardo, o a tendere la mano?

 

Il matematico, diacono, insegnante a Oxford o lo scrittore, fotografo, persino affabulatore e umorista? Dialettica imprecisa, in realtà. Perché il gioco si spariglia e duplica, eleva a potenza, lasciando una sensazione netta: che manchi sempre un tassello, per comprendere, o forse persino che sia sciocco il tentativo. Perché di certe cose il solo significato è quell’abile non sense.

 

A cominciare dal nome di battesimo: Charles, come il padre, Lutwidge, come il cognome della madre.
Poi quello pseudonimo, inventato, anagrammando i due. Dodgson firmò le pubblicazioni scientifiche, anche se pare fosse insegnante piuttosto noioso e privo di smalto per la gioventù che frequentava le aule di Oxford tra il 1855 e il 1881.

 

Lewis Carroll invece scrive fiabe e lettere alle sue “piccole amiche”, unico interesse umano che parve sperimentare, dopo l’amore per le sorelle e la madre. Quell’universo piuttosto limitato, di una famiglia numerosa, undici fratelli, lui terzogenito e primo maschio, fu la sola esperienza che fece, prima di entrare in collegio, com’era d’uso, e in fondo senza mai più uscirne, diventando a sua volta insegnante.

 

Sorelle, dunque, e tante, un amore materno cercato e rapito da altri interessi (alla Proust, ma silente), e quei giochi che crea per loro, in famiglia, per divertire e stupire. Una famiglia sua non la vorrà. Né amori, così dice la leggenda, anche se qualche biografa accenna al fatto che la piccola Alice Liddell fosse la figlia di un amante sua. E dunque questo spiegherebbe…. In realtà il buio rimane.

 

Nulla spiega nulla, con Carroll Dodgson. Perché l’ombra non spiega la luce, e viceversa. Semmai la ammanta di fascino, o la fraziona, implicando quell’effetto d’infinita rifrazione che, guardandolo a lungo, acuisce la certezza d’essere ovunque e in nessun luogo.

 

Ma torniamo a questo diacono che sceglie di non proseguire con i voti sacerdotali, questo docente di matematica, che della matematica apprezza più le aporie che la precisione, di quest’uomo, balbuziente quasi sempre, che non si innamora, che non cerca una famiglia, un matrimonio. E che ha un amore e uno soltanto: le bambine.

 

alice liddell, lewis carroll
Alice Liddell ritratta da Lewis Carroll/Charles Dodgson

Con loro non balbetta.
Con loro non s’annoia.
Con loro s’accende.
Con loro sa d’essere vivo, e persino felice.

 

Normale, s’è scritto, per quell’epoca vittoriana di grandi ricami floreali, d’un bon ton squisito, d’una compattezza quasi granitica, ma capace di cedere all’incanto di un mondo che non cresce. Normale e forsennato, però. Non tanto per le accuse (non provate), che hanno inseguito Carroll nella tomba circa la sua presunta pedofilia.

 

Invece per la strenua battaglia contro quel Tempo che s’è fatto carceriere di noi tutti. E che qualcuno, però, ancora si getta a contrastare, rigido Don Chisciotte della campagna inglese, dove di mulini a vento non ce ne sono, ma gonne e crinoline a far da campana su gambe snelle e minuscole, calzettoni ricamati e scarpe lucidissime, oh, di quelle sì, ce ne sono a migliaia. E perché mai rinunciare?

 

Lo aiutano i prodigi della tecnica, in questo frangente. È l’epoca giusta: la fotografia comincia a diffondersi, e subito Carroll si attrezza. Acquista lo strumento e lo usa. Diventerà uno dei più noti fotografi vittoriani. Uno specialista della ritrattistica anzi. Uno specialista d’una specialità: i suoi soggetti sono tutte bambine. Ne fotografa tante. Le invita per il tè, consenzienti il padre e la madre. Le seduce (figlie e famiglie) con la promessa d’uno dei suoi famosissimi libri, con il regalo di una fotografia da conservare, che è ancora cosa piuttosto costosa e rara.

 

Le intrattiene per lettera, le cerca, si spende nelle invenzioni. Gioca, affabula, è irriverente, irresponsabile. Le fa ridere. Ridere e ridere.
E?
E poi non si sa, perché della corrispondenza rimasta una gran parte è stata “epurata” dalla famiglia d’origine, che l’ha distrutta per salvare il “buon nome”. Era dunque un orco? Un Barbablù? Un pazzo ossessionato?

 

Certo è che di bambine ne capiva. Che con le bambine si capiva. E che non ne aveva mai abbastanza. Le cercava per fotografarle. Le agghindava con costumi da zingarella, da mendicante, di cui possedeva una collezione. Ma le preferiva nude.

 

Difficile. Per le condizioni stesse che poneva: essere da solo nello studio con la bambina. La famiglia, consenziente. Siamo nell’800 inglese. Difficile, dunque, difficilissimo. Ma è il suo soggetto, dichiara, la nudità, di una bambina che si spoglia senza malizia. Una sorta di innocenza rivelata.

 

Rivelata? O smascherata? La linea è sottile, quasi invisibile. Eppure determinante. È quel filo di nylon del funambolo che lo tiene incollato al cielo. Basta uno scarto ed è il precipizio. Così, l’infanzia per Professor Dodgson and Mister Carroll.

 

Ma il merito va al secondo. Nel bene e nel male. È Carroll che ha davvero saputo catturare quel movimento esatto, quella frazione infinitesimale del tempo che scorre tra l’essere sul filo e cadere, tra l’amore per l’innocenza e la perversione dell’appropriarsene. Così comprendendo. Che dietro ai visetti angelicati delle Beatrice, Alice, Mary, Irene, Agnes virati seppia c’era una grande inquietudine, istintiva e imbronciata. Quel segreto che agli adulti non piace vedere, di solito, e che invece a Carroll ha mosso inchiostro e parole.

 

300 pagine in tutto, poco più, per quell’Alice nel Paese delle Meraviglie e l’altro, Attraverso lo Specchio, che hanno cambiato la letteratura. Poteva scriverne altre. Non lo ha fatto. Si è fermato. Perché forse a questo gli serviva il racconto. Ad accedere a questo spazio, segreto, invisibile, sordido eppure immacolato.

Inutile girarci attorno allora. L’infanzia è piena di questo confine invisibile. L’innocenza da fiaba le è stata appiccicata addosso per rassicurare gli adulti.
In realtà le fiabe sono piccole prove atroci di coraggio e realtà. Come l’infanzia, le fiabe sono fatte di orchi e fantasmi, immagini che scivolano, strappano e mordono.

 

E quando il buio si fa troppo intenso e soffocante, ecco che arrivano Conigli che corrono, frettolosi, e Duchesse e Regine Capricciose, Pseudotartarughe, Lepri Marzoline, Cappellai Matti e Uova gigantesche e grasse che ripetono filastrocche. Fino a che ci si sveglia e ci si domanda: ho soltanto sognato?

 

Dodgson lo chiedeva a Carroll, ogni mattino, andando nell’aula. Ho soltanto sognato? E io, poi, che cosa ho fatto? Qualunque cosa, Carroll, – insisteva Dodgson-, sei stato tu! Chiunque tu sia.

 

E riprendeva a camminare, annoiato, verso l’aula di adolescenti maschi brufolosi, pensando che la vita vera stava dentro quel tronco, fatto come un obiettivo, e che l’abisso, come il gatto del Cheshire, sorrideva.

 

Per saperne di più: http://www.stampalternativa.it/libri/222-4/lewis-carroll/matto-per-le-bambine.html

 

Silvia Andreoli

 

Keira Knightley Anna Karenina«Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

 Tutti, ma proprio tutti conoscono (e citano per far colpo) il celeberrimo incipit di “Anna Karenina” di Lev Tolstoj. Anche quelli che non si sognerebbero mai di leggere un “mattone” di circa mille pagine che, in soldoni, parla della storia di un’adultera che si getta sotto un treno.

Però anche chi l’ha amato, e magari letto e riletto più volte nel corso della vita, raramente si ricorda dell’epigrafe iniziale: “A me la vendetta, io farò ragione”, tratta dalla Lettera ai Romani di San Paolo (12,19). Eppure è proprio questa esortazione a lasciare a Dio il compito di fare giustizia la chiave di lettura per capire il destino di un’eroina tanto passionale e romantica, quanto coraggiosa e controcorrente.

«Anna Arkad’evna leggeva e comprendeva, ma non le faceva piacere leggere, cioè seguire il riflesso della vita altrui. Aveva troppa voglia di vivere lei stessa».

Una donna rovinata dal tormento interiore tra la consapevolezza di sentirsi intrappolata in un matrimonio infelice con l’opprimente marito Karenin e il desiderio di abbandonarsi a una relazione clandestina con il seducente e irresistibile Conte Vronskij. E a essere sinceri, chi non vorrebbe provare almeno una volta nella vita, quello che prova Anna Karenina per il suo spasimante?

«Non c’era bisogno di chiedergli perché fosse lì. Era certa, come fosse lui stesso a dirglielo, che era lì per essere dov’era lei».

A 140 anni dalla prima edizione del romanzo (pubblicato in Russia nel 1877, anche se era già apparso a puntate sul Russkij vestnik, cioè Il Messaggero russo, a partire dal 1875) Anna Karenina è un personaggio più che mai vivo, amato e attuale. Non a caso cinema e televisione se ne sono appropriati più volte sfornando a intervalli regolari una nuova trasposizione dopo l’altra. Come dimenticarsi le interpretazioni di Greta Garbo (1935) e Lea Massari (1974) fino alle recenti prove d’artista di Keira Knightley nel 2012 e Vittoria Puccini nel 2013?

anna karenina

E ci sarà un motivo se da qualche mese a questa parte, in piena era Putin, il musical tratto dal capolavoro di Tolstoj fa ogni sera il tutto esaurito al Teatro dell’Operetta di Mosca.

Interpretato da Ekaterina Guseva e diretto da Alina Chevik, è uno spettacolo grandioso e avveniristico che, in un gioco tra il reale e il virtuale, accompagna gli spettatori  attraverso la grande Russia, li trasporta nei palazzi sfarzosi di San Pietroburgo ma soprattutto fa “respirare” lo spirito di Tolstoj anche ai giorni nostri.

Potenza di un romanzo che può attraversare le epoche e di un personaggio che ha ancora tanto da svelarci in fatto di crimini del cuore e disperazioni amorose. E che invita a una riflessione sull’amore, quando questo rischia di essere confuso con un suo surrogato (pericolo che ieri riguardava solo le dame dell’aristocrazia, ma che oggi riguarda tutte).

Il giudizio, o se si vuole il “gradimento”, sul libro, cambia parecchio a seconda dell’età e dell’esperienza della lettrice (dei lettori uomini non è dato sapere. Forse si limitano a pensare che sia un romanzo “frivolo”, proprio come fecero i critici all’indomani della sua uscita).

Da adolescenti ci si lascia conquistare semplicemente e semplicisticamente dal suo coraggio di eroina romantica, una capace di abbandonarsi a una passione che non conosce né Dio né Ragione. Un’eroina con cui ci si identifica.

A trenta o quarant’anni, invece, si comincia a mettere qualche puntino sulle “i” e a diventare più consapevoli delle trappole della gelosia. Per Anna l’unica cosa importante è essere amata da Vronsky e quando Vronsky si rivela un uomo imperfetto come qualsiasi altro, la gelosia la consuma, distrugge l’amore e distrugge lei stessa, fino a portarla, in una spirale di disperazione e follia, alla morte.

«Io penso – disse Anna, giocando con un guanto che si era tolto – io penso… se è vero che ci sono tante sentenze quante teste, così pure tante specie d’amore quanti cuori»

«Ben presto sentì che nell’animo suo s’era destato il desiderio dei desideri: la malinconia»

 

Ma per la lettrice di sessanta anni e più, la lezione che esce dalle pagine del romanzo è un’altra: quella che fare di un altro essere umano il proprio dio procura solo una felicità ingannevole, causa della propria rovina.

 

«Laggiù! Proprio in mezzo! Castigherò lui e mi libererò da tutti e da me stessa»

dice Anna prima della scena madre.

Da parte sua, l’autore di questa storia universale rifiutò sempre di esprimere chiavi interpretative per Anna Karenina, anzi dichiarò: «Se volessi dire a parole tutto quel che ho cercato di esprimere con questo romanzo, dovrei per forza riscriver tutto quanto il romanzo daccapo e per l’appunto così come l’ho scritto». Insuperabile nel descrivere gli stati d’animo, Tolstoj a un certo punto fa dire al personaggio di Levin, da molti considerato il suo alter ego:

«Era come se tutte quelle tracce del suo passato lo avessero afferrato dicendogli: No, non ci lascerai, non diventerai un’altra persona, resterai quello che eri: coi tuoi dubbi, con la continua insoddisfazione personale, coi vani tentativi di correggerti, con le cadute e l’eterna attesa della felicità che non ti è stata data e che per te non è possibile!…»,

anna kareninaUn dilemma, quello dell’eterna attesa della felicità, con cui prima o poi tutti dobbiamo fare i conti. E li faceva anche Tolstoj, che mentre scriveva il romanzo era ancora diviso tra la vita semplice inseguita da Levin e il tumulto che agita Anna. Un acuto critico italiano, Igor Sibaldi, ha scritto a questo proposito che nella figura di Anna si intravede Tolstoj mentre cerca di «commettere adulterio contro il proprio mondo, staccandosene e imparando a vederlo con occhi nuovi».

Eppure lo scrittore rinnegò il romanzo: nel 1881, in una lettera al critico Strasov, scrisse: «Quanto alla Karenina: io vi assicuro che per me quello schifo di romanzo non esiste più». Perché?

Forse la risposta sta nella fuga da casa che egli fece la notte del 27 ottobre 1910, correndo incontro a una forza-tormenta che lo chiamava al miraggio di una vita “per la verità, per Dio”, verso un treno che lo portasse chissà dove.

Ultraottuagenario, legato da quasi mezzo secolo a una moglie che lo tiranneggia e lo controlla persino mentre dorme, Tolstoj fugge come fuggirebbe uno che sa solo che è necessario allontanarsi: non ha una destinazione ben precisa, ha solo lasciato la casa dove non poteva più rimanere.

«E si sente libero, questo vecchio saggio, trattato con riverenza da quanti lo riconoscono, libero soprattutto quando è in comunione con la natura, quando il vento gli rinvigorisce il viso, sulla piattaforma del treno, restituendogli interamente la sensazione della fuga», si legge nella presentazione de “La fuga di Tolstoj” di Alberto Cavallari (Skira, 2010).

Di lì a pochi giorni, però, Tolstoj morì. Ironia della sorte, in una stazione ferroviaria. Proprio come l’eroina del libro che aveva ripudiato.

 

Marina Moioli

 

 

sonia braga, dona florSensuale, viva, umanissima. E anche sentimentale, forte, capace, grande cuoca (gestisce la “Scuola di culinaria sapore e arte”). È tutto quello che gli uomini desidererebbero da una donna, e tutto quel che una donna vorrebbe essere.

 

Quanta umanità scorre nelle vene di Dona Flor, la sensuale baiana – di Salvador de Bahia – protagonista di uno dei più bei romanzi, e ricchi, e “densi” di Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti, del 1966.

 

Floripedes Paiva Madureira, appunto Dona Flor dos Guimarães, è innamorata di suo marito, Vadinho, un poco di buono, il classico malandro della letteratura, del samba e della realtà brasiliana: gioca, beve, va a donne, ma a suo modo ricambia di un amore sensuale, carnale, irresistibile la moglie. Rimasta vedova, dopo una serie di tormenti e nonostante le insidie del “fantasma” del primo marito, Flor convola a nozze con il dottor Teodoro, farmacista serio e compunto.

 

Una piccola, grande nota: chi è passato da Bahia, permeata da un unguento magico che attraversa l’atmosfera, gli uomini e le cose, non può che trovare insoddisfacente la traduzione concettuale di fantasma. Vadinho è vivo eccome, in realtà, sono gli orixás del candomblé, la religione afro-brasiliana a farlo rivivere, pulsare, agire.

 

Nell’indimenticabile trasposizione cinematografica, di Bruno Barreto, del 1976, con l’ineguagliabile Sônia Braga nelle vesti di Dona Flor, più ancora nel romanzo, la scena finale “spiega” tutto”. Accompagnata dalle note di “O que será”  – altra iconica perla brasiliana, musica e parole di Chico Buarque de Hollanda – la donna esce da messa, dalla chiesa del Pelourinho, il luogo più sacro e più scenografico di Bahia con a braccetto il dottor Teodoro e, insieme, Vadinho, nudo, addirittura, che al solito le tocca il culo.

 

Romanticismo e carnalità, passione e realtà, vita e sogno che non si incontrano mai, e se si incontrano, manco si salutano, fanno finta di non conoscersi, come disse Galeano. La poetica di questa terra, e di Jorge, è questa cosa qui. Perché il Brasile è una terra lontana, in fondo ancora incomprensibile, anche se ci appare facile da capire.

 

Il Carnevale che ottenebra: – «Vadinho, il primo marito di Dona Flor, morì a Carnevale, una domenica mattina, mentre ballava un samba vestito da baiana in Largo 2 Luglio, non lontano da casa sua»; le mattinate abbacinanti di sole: «… le due donne uscirono dall’elegante messa delle undici alla chiesa di San Francesco, in una domenica di giugno appena lavata, mattinata fresca e luminosa, e con passo deciso attraversarono il Terreiro di Jesus in direzione del labirinto antico di stradine antiche attorno al Pelourinho, alcuni monelli cantavano un samba…» ; le specialità di Dona Flor, ben prima che Cracco e Bastianich venissero inventati: «Zucchero, sale, formaggio grattuggiato, burro, latte di cocco, di quello più acquoso e di quello più denso, ci vogliono tutte e due (… perché si deve sempre aver bisogno di due amori, perché uno non basta a riempire il cuore?)… Assaggi la torta che le mando insieme alla ricetta…» sono topoi di un Brasile che molti critici hanno percepito come troppo “amadizzato”. Come se non esistesse un Brasile più razionale, occidentalizzato, manicheo, dualista. Ovvero come se non esistessero (anche) uomini e donne “come noi”.

 

Invece Flor e gli altri personaggi amadiani, tanto del romanzo in questione quanto di altri celebri libri, sono diversi: compiaciuti della loro imperfezione, non aspirano all’assoluto; non incapaci di scegliere, ma al contrario, “strategicamente” portati ad accogliere, rielaborare, sincretizzare. Persino le straordinarie e sensualissime ricette, sembrano descrivere questa diversità.

 

“Andiamo ai fornelli: piatto d’alta scuola è il vatapá di pesce (o di gallina), il più famoso tra i piatti della cucina baiana. Vatapá che serva per dieci persone (e che avanzi, com’è nelle buone regole).  Prendete la testa di due grossi pesci (meglio se garoupa) e come condimento sale, coriandolo, aglio, cipolla, qualche pomodoro e il succo d’un limone… Fate saltare il pesce in quel sugo ricco d’aromi diversi, e tiratelo a cottura con un po’ d’acqua. Prendete la grattugia e due noci di cocco scelte e grattugiatele… non buttate la pasta di cocco residua… prendete quella pasta e sbollentatela in un litro d’acqua. Poi spremetela per ottenere il latticello… Aggiungete il latte di cocco, quello spesso e puro e, finalmente l’olio di dendê; due tazze colme, fior di dendê per dare colore al vatapá: color oro vecchio. Fate cuocere a lungo, a fuoco lento… Per servirlo non manca che versarci sopra un po’ di olio di dendê crudo. Servitelo con contorno di acaça: fidanzati e mariti si leccheranno i baffi”.

 

Con l’olio di dendé ricavato da una palma – fortissimo, mitico e mitizzato, simbolo dell’Africa perduta – che tutto trasforma, eleva, brasilianizza. 

 

Il Brasile è il paese che tutto accoglie, che tutto trasforma, che tutto assimila secondo un processo “antropofagico” e “cannibale”. In questo senso è il paese della “non scelta”, come ha insegnato proprio Jorge Amado  proponendo e poi dipingendo proprio così l’indimenticabile ritratto di dona Flor, che non esclude dal proprio sentire nessuno dei suoi mariti. Non è l’ignavia di una persona tormentata, l’indecisione di chi subisce gli eventi o l’opportunismo di chi ama i compromessi; al contrario, è la scelta strategica e consapevole di una donna  – e, nella metafora, di una cultura e di un popolo – che non vuole escludere. E che così celebra la vittoria sull’intolleranza.

 

Vadinho sperpera denaro e sentimento, ma la sua generosità risulta… immortale agli occhi dell’innamorata Flor; è l’amore nella sua dimensione sessuale e non romantica. Dall’altra parte Teodoro: rassicurazioni, posizione sociale, rispettabilità.

 

Anche Gabriela, altro personaggio a tutto tondo di Amado, non la si placa facilmente: una volta sposata all’arabo Nacib  – il Marcello Mastroianni della riduzione cinematografica – si ribella alle convenzioni sociali, al matrimonio che “diserotizza”, alla perdita dell’innata allegria, con le domeniche riservate alla chiesa, l’obbligo di vestiti casti. E che fa Gabriela? Si toglie le scarpe, che il piede nudo è erotico, e la riporta alla dimensione primordiale, quasi animalesca. Sensuale.

 

Il Brasile non sa o non vuole del tutto abbandonare il retaggio doloroso, eppure formativo, perché la cultura meticcia è nata proprio nella piantagione, della coppia colonizzatore-schiava. E Amado, tanto con Flor quanto con Gabriela vuole ricordarci quanta brace, apparentemente spenta ma prontissima a riaccendersi, giace sotto alla pacificazione dei sensi e dei costumi.

 

Questa brace, naturalmente innerva il sangue soprattutto di neri e mulatti, ovvero di afro-discendenti: inutile dire che Flor, Gabriela, Vadinho – come anche il magistrale Pedro Arcanjo, protagonista dell’indimenticabile “La bottega dei miracoli”, forse il più significativo tra i testi amadiani, sono tutti meticci, ibridi, sanguemisti. Il dottor Teodoro no, lui è bianco, lui rappresenta altro.

 

Eppure Dona Flor bisogna anche odiarla un po’. Invidiarla. Amado l’ha ritratta con un’immagine netta, ma contestuale, relativa e piuttosto difficile da capire per noi. È vero – chiamiamo in causa un altro enorme raccontatore di storie, come “Gabo”- che “il cuore ha più stanze di un casino”?

 

La domanda ci viene: Flor “è una donna onesta oppure una puttana”? Davvero riesce a risolvere le contraddizioni, i tormenti, le sensazioni contrastanti  che pure, inevitabilmente prova?

 

Sì, lei risolve, soffre, ma ce la fa. Con quel Vadinho che, scostumato, l’accompagna fuori dalla chiesa, lei che è abbracciata al suo “vero” marito. E noi a dirci: e che ne è dei nostri affanni, dei nostri “principi” morali, religiosi, culturali? Insomma perché siamo costretti al conformismo e loro, quei privilegiati, no?

 

La risposta i brasiliani ce l’hanno, eccome, e l’ha riassunta mirabilmente il poeta Carlos Drummond De Andrade. “Il Brasile?” – ha detto – “Un vostro sogno. Solo che noi ci viviamo dentro”.

 

Bruno Barba