La qualifica di inaffondabile diventa quasi riduttiva, quando i soggetti della narrazione sono Aziraphale e Crowley. Un angelo e un demone, amici in maniera singolare e irripetibile sin da quando Adamo ed Eva portavano i calzoni corti (anzi neanche quelli, stando ai sacri dettami), sono la coppia di protagonisti di una storia apocalittica e divertentissima.

Per tutti coloro che la conoscono sotto forma di libro, si intitola Buon apocalisse a tutti! ed è stata scritta a quattro mani da Terry Pratchett e Neil Gaiman nel 1990.

Per tutti quelli che la conoscono come serie tv, si chiama invece Good Omens (Amazon Prime) ed è stata scritta dal solo Neil Gaiman nel 2019, qualche anno dopo la scomparsa di Pratchett.

Di fatto, in entrambe le versioni la storia è la stessa e si regge su due fondamentali assiomi.

Il primo:

Il mondo finirà sabato. Sabato prossimo. Subito prima di cena, secondo «Le belle e accurate profezie di Agnes Nutter, strega», l’unico libro di profezie assolutamente accurato al mondo, scritto nel 1655.

Il secondo:

Qualsiasi audiocassetta lasciata per più di due settimane nel portaoggetti di un’auto si trasforma in una raccolta dei brani migliori dei Queen.

A puntuale conferma del secondo assioma, dalla radio della Bentley di Crowley risuonano ad esempio We Are the Champions di William Byrd e I Want to Break Free di Beethoven (ma nessuna delle due, comunque, risulta essere all’altezza di Fat-Bottomed Girls di Vaughan Williams.)

Per cocciuta smentita del secondo, invece, accade che i due curiosi sodali si mettano in testa di evitare quell’apocalisse che all’inizio della storia viene data per sicura.

Aziraphale, pacifico angelo con il papillon amante della lettura e della cucina raffinata, e Crowley, demone abbigliato in pelle nera con un’inclinazione per la vita da dandy e per il giardinaggio, vivono sulla Terra da sempre e ormai si sono abituati al loro tran tran, ai loro incontri in incognito e persino alle imperfezioni degli umani. Si trovano a meraviglia nella loro eterna e immutabile condizione di inquilini infiltrati un luogo che non gli appartiene per nascita e non accettano l’idea di doverci rinunciare, a causa di un disegno celeste di cui vedono solo le contraddizioni.

Così, si mettono in testa di ostacolare in ogni modo la venuta dell’Anticristo, che altro non è se non  un pacifico ragazzino della provincia inglese dagli occhioni grandi, regolarmente registrato all’anagrafe come il più anonimo degli Adam Young. E sin dall’inizio delle loro sgangherate avventure, intrise fino al midollo di un irresistibile umorismo british, si capisce chiaramente che quei due non abbiano nessuna intenzione di lasciarsi affondare. Semmai, il loro piano è di non fermarsi fino all’affondamento definitivo dei mandanti dell’Apocalisse: Dio e Satana.

È una battaglia contro le poco comprensibili decisioni di chi li governa e che li ha spediti sulla terra millenni prima, abbandonandoli e poi pretendendo all’improvviso e senza discussioni il loro ritorno a casa.

È una missione in difesa del libero arbitrio degli umani, che il più delle volte sbagliano ma che a loro modo di vedere hanno tutto il diritto di farlo.
È un’odissea al contrario (in quanto volta esplicitamente a evitare il ritorno) e popolata di bizzarri personaggi che riflettono tutte le stranezze del mondo terreno e anche di quello ultraterreno, così come ci hanno insegnato a conoscerlo.

Nell’intento di esimere il giovane Adam dalla responsabilità mai richiesta di mettere fine al mondo e di lasciarlo libero di vivere la propria infanzia come tutti i suoi coetanei, Aziraphale e Crowley si imbattono in demoni fuori di zucca e arcangeli viscidi come burocrati di lunga data, in anacronistici cacciatori di streghe e profezie a dir poco surreali, in un gruppetto di ragazzini pronti a tutto e persino nei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse (nel cui novero, però, Inquinamento ha sostituito Pestilenza dopo l’evidente supremazia della penicillina).

Tra le parolacce e le malignità inattese da parte di Aziraphale, i colpi di testa e gli atti di bontà pura e improvvisa da parte di Crowley,

il sovrapporsi tattico-strategico delle alte sfere celesti e delle basse sfere infernali e le follie degli imprevedibili personaggi secondari, finisce che il bianco e il nero si confondono, che ciò che dovrebbe essere giusto sembra alla fine sbagliato e viceversa, e che l’unica cosa che conta davvero sia la salvezza di un mondo che poi non è così spacciato come sembra. E anche la salvezza di Adam, che per il dinamico duo di protagonisti deve essere assolutamente salvato da un destino crudele quanto inaccettabile.

Tale testarda convinzione, alla fine di questa fiera dell’assurdo, porta l’angelo e il demone a raggiungere l’obiettivo attraverso una narrazione tutta da gustare e tanti insegnamenti che migliorano non solo il loro rapporto ma anche la visione del mondo di chi legge. Non c’è bisogno di svelare come, ma alla fine Aziraphale e Crowley il mondo lo salvano, anche se in nel futuro Adam non ricorderà mai nulla di tutto quello che è accaduto.

Tutto ciò che gli rimarrà dell’estate più folle della sua vita è una voce.

Una voce [che] gli diceva che qualcosa stava per finire. Non il mondo, certo. Solo l’estate.

Ce ne sarebbero state altre, ma nessuna sarebbe stata come questa. Nessuna, mai.

Perciò, meglio godersela fino in fondo.

 

 

L’Ulisse di Joyce è roba da lettori tosti, ma anche da lettori che sanno divertirsi quando scelgono un libro tosto.

È innegabile: l’Ulisse di Joyce va “studiato”, consultando libri di critica che aiutano a far comprendere, o meglio interpretare, quel fiume di parole che alla fine di circa 900 pagine creano il romanzo/antiromanzo per eccellenza.

Pennac andrebbe fatto santo subito per aver sostenuto il diritto del lettore d’interrompere la lettura di un mattone.

Ma con James Joyce non bisogna mai mollare, sarebbe una sconfitta.

La sfida è tutta lì. Una forma di masochismo? Forse. Ma quando si comincia a entrare nel cuore dei suoi personaggi si è presi fino all’osso.

Si inizia con Stephen Dedalus. Autobiografico, artista un po’ riservato , intellettuale , riflessivo, solitario.
È lo Stephen del Ritratto di artista da giovane con i suoi dilemmi, il suo rapporto conflittuale con la religione, la famiglia, la patria: le tre reti che intrappolano l’uomo e l’artista nella città di Dublino, il centro della paralisi.

Stephen/Telemachus ci abbandona dopo i primi tre capitoli (quelli della Telemachia), per ricomparire più avanti quando incontrerà Bloom/Ulisse ed inizierà l’Odissea vera e propria.
Bloom e Stephen, un padre senza un figlio, un figlio senza un padre. Tutto il romanzo si basa sulla ricerca di una paternità impossibile e il vagabondare per le vie di Dublino dei due personaggi è anche una ricerca di se stessi, in un tempo della narrazione ridotto a sole ventiquattro ore.

Si prosegue con l’Odissea e si scopre Bloom/Ulisse: un uomo comune, molto fisico e concreto, meno intellettuale di Stephen ma uomo moderno, aperto e tollerante, pur con i suoi limiti, un eroe/antieroe. E ad ogni modo, sia Stephen sia Bloom sono personaggi modernissimi, e come tali vittime del moderno che abitano.

E poi, evviva, si arriva agli ultimi tre episodi ed ecco, arriva lei: Molly Bloom/Penelope.

A differenza di Penelope, Molly è tutt’altro che fedele. Sensuale, intrigante, positiva, tradisce Bloom con un certo Boylan e nella sua naturalezza riesce a dominare tutto il romanzo. Pur presentandosi solo alla fine è sempre presente sin dall’inizio, nella mente di Bloom. Nella sua accettazione della vita, nel suo monologo finale “ and yes I said yes I will yes” è racchiusa tutta la sua concezione dell’esistenza.

Molly è la vera figura vincente del romanzo, è la risposta a tutti i dubbi di Bloom. La sua vita non ha ideali, lei semplicemente vive, afferma la vita. Come Molly Brown, la nostra Molly Bloom è un’inaffondabile. E sì, un’inaffondabile della letteratura moderna.

Nella complessità del romanzo di Joyce non mancano aspetti comici.

Ed ecco che persino l’Ade del sesto capitolo risulta a tratti esilarante.
Il capitolo è ambientato nel cimitero di Dublino: Bloom ricorda con tristezza la morte del figlioletto Rudy, avvenuta a sole 11 settimane, la morte del padre Virag, suicida, la morte dell’amico Paddy Dignam al cui funerale sta partecipando e la morte dei grandi patrioti irlandesi come Parnell. A queste serie riflessioni si contrappongono pensieri più materiali, concreti sulla morte che mostrano un Joyce dissacrante, ironico e provocatorio.

Il modo in cui Bloom/ Joyce prende le distanze dalla morte fa pensare un po’ a Everyman di Philip Roth ma in maniera più comica, grottesca. Fa davvero sorridere quando si interroga nel cimitero di Glasnevin sul perché non piazzino minialtoparlanti sulle tombe con la voce dei morti, invece delle immagini, per non farli dimenticare e per poter ascoltare le loro voci o quando si chiede perché i morti non si seppelliscono in verticale (occuperebbero meno spazio) o perché non mettono birra invece che vino nel calice durante l’Eucaristia, accusando i devoti di cannibalismo per il fatto di mangiare l’ostia come Corpo di Cristo e giocando sui fonemi delle parole Corpus/ Corpse (cadavere in inglese).

E che dire della proposta dell’idea di mettere dei telefoni nelle bare in modo da consentire ai cadaveri di chiamare nel caso non fossero morti davvero e si risvegliassero? E a proposito del risveglio, Bloom commenta: che cosa accadrebbe se ci fosse davvero la resurrezione come per Lazzaro? E immagina tutti i cadaveri che corrono all’impazzata nel cimitero alla ricerca dei loro organi interni.

Blasfemo, grottesco, ridicolo, scherzoso. L’Ulisse è anche questo.

Insomma, tra monologhi interiori, flussi di coscienza à go-go, metodo mitico e tonnellate di riferimenti culturali altissimi, è piacevole scoprire in questo impegnativo romanzo/anti-romanzo, scorci più leggeri e persino divertenti.

Eclettico, fluido, talvolta incomprensibile, ma anche gradevole, ironico, beffardo. L’Ulisse è un romanzo unico. Rivoluzionario. Innovativo. Originale. Irriverente. Come era lo stesso Joyce .


gulliverPer una volta (e non è la sola), l’arretratezza tecnologica ci ha salvati. Perché, se Gulliver avesse avuto un  iPhone, ogni cosa si sarebbe sciupata.

Quello che più ammanta di fascino quei viaggi che portano il suo nome è la descrizione non tanto di quello che attorno si muove e si avvicenda, quanto piuttosto la sensazione – perfettamente restituita – delle emozioni, straniamenti, incredulità che il “nostro” prova.

Quando l’occhio non vede, la penna s’ingegna, e la parola può quello che soltanto l’immaginazione sa fare.  E i risultati sono spettacolari.

Insomma, se l’istantanea di una Lilliput (prima tappa), o di un impronunciabile regno di Brobdingnag (seconda), Laputa (terza) o del paese degli Houyhnhnm (quarta e ultima) si sarebbe forse giovato di una camera ad alta risoluzione con tanto di mela mangiucchiata, noi saremmo invece rimasti orfani di quell’insieme di stupore, indignazione, straniamento e rassegnazione, che accompagna il più grande (per percezione fisica) e goffo eroe di tutti i mari immaginari: l’(allora) sconosciuto capitano Lemuel Gulliver, gran viaggiatore che divulga le sue scoperte geografiche “per il progresso dell’umanità”.

È il 1726.

Londra.

L’imperialismo riempie il cuore e le tasche di molti sudditi e della Corona. Altri sono stati inviati nelle famose galere in terre inimmaginabili. Meglio fuori dalle prigioni e ben venga l’avventura.

Così in quel 1726 quando l’esimio, coltissimo, scapolo impenitente e presto folle Jonathan Swift dà alle stampe il romanzo in apparenza marinaresco che ha scritto, sceglie di farlo firmare direttamente dal personaggio, quel Gulliver un po’ caricaturale, che segna le sorti di se stesso.

Non dice, però, Swift che l’impresa che affibbia al suo eroe è pazza quanto quella dell’avo Don Chisciotte (le parentele letterarie sono mirabili). Non sono soli. Dentro “respirano” nientemeno che i racconti paradossali di Luciano di Samosata, l’Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam, l’Utopia di Thomas More, La vie de Gargantua et de Pantagruel di Rabelais e le fantasie filosofiche di Cyrano de Bergerac.

Sotto le spoglie di un apparente personaggio della letteratura per l’infanzia, ancora una volta s’erge invece un complesso, macchinosissimo pensiero filosofico dalla riflessione profonda e arguta, quel rovello inevitabile per una speculazione di piena era del positivismo scientifico, ovvero quale ruolo abbia l’uomo nell’universo mondo, e soprattutto come si sappia relazionare agli altri (esseri, uguali o differenti).

E il gioco delle maschere, delle specchi, della finzione nella finzione così ha inizio per non incagliare mai nella parola fine.

Non un affresco ne risalta, semmai un infinito cadere dentro il gorgo incomprensibile, o spesso inaccettabile, d’una miopia che è cifra esistenziale. Né rilevano forme, luoghi, distanze, dimensioni. L’uomo al centro del mondo finisce per scontrarsi con la prigione più stretta e familiare: se stesso.

Swift graffia, incide, deride.

Lui che odia l’ipocrisia della famiglia, che detesta i bambini, lui che s’approvvigiona tra le righe più complesse dei sommi filosofi, tratteggia sulla mappa un arcipelago immaginario di quattro regni incomprensibili, dove le regole sono tra loro inconciliabili, ma ciascuno ha in sé la presunzione d’essere non solo irreprensibile, e giusto, persino “il solo” possibile.

E una cosa strana accade, anche tra i lettori.

Perché l’icona di Gulliver, che icona pop è più che mai, s’incista nell’immagine del gigante catturato, svenuto, sulla spiaggia, da un numero infinito di lillipuziani. Pochi associano invece la stessa sua figura a un minuscolo esserino, così come lo vedranno, nel suo secondo viaggio, su Brobdingnag.

Tesi. Antitesi. Ma non arriva la sintesi.

Perché il gioco, di Gulliver, diventa quello dei quattro cantoni.

Nessuna (a)simmetria da triangolo, scaleno, isoscele, o equilatero.

Semmai, piuttosto, un’infinita corsa all’indietro tra montagne di specchi strabici, e quell’unica certezza che accompagna l’eroe, assetato di viaggio e avventura, ovvero di misurare tutto, in senso proprio matematico, e raffrontare.

Così, ammette: «Indubbiamente i filosofi hanno ragione, quando ci dicono che nulla è grande o piccolo se non per via di comparazione. E invero non potrebbe la Fortuna trastullarsi, facendo scoprire ai Lillipuziani una nazione di gente tanto minuscola rispetto a loro, quanto lo erano essi rispetto a me? E chi sa che anche questa razza di mortali non sia parimenti sorpassata in qualche remota parte del mondo, da una popolazione di cui nulla ancora sappiamo?».

Ma la logica s’impantana nella mente chiusa, e restano soltanto i numeri a rassicurare, o forse a fare da testimoni. Numeri che impazziscono però, perché non hanno una “legenda” comune, e si attaccano sì a proporzioni, legami, ma quanto basta, al suddito di Sua Maestà la Corona d’Inghilterra, per osservare, criticare e infine affondare il coltello in quella sua terra d’origine, tracotante di certezze persino più degli sciocchi statisti delle isole balzane dov’è capitato.

Se bizzarra è la geografia, curiose le attitudini fisiche degli abitanti, tuttavia né i giochi d’intrigo, i pregiudizi, né le abiezioni morali cambiano. A rammentarci che ogni mondo è paese, e persino quello che inventiamo, se dentro ha uomini – giganteschi o minuscoli non cambia – ripeterà i soliti disastri epici e quotidiani.

Un po’ Sodoma e Gomorra, anche se ammantata d’esotico incedere e d’un umorismo sublime quant’è eccelsa la lingua usata.

Il mondo intero, anche nelle sue isole più inventate, è un grande, immenso manicomio. Qualcosa che ritornerà con Kafka, e Pirandello, con quelle intuizioni che hanno messo il segno e la firma a tutto il Novecento letterario. Ma che, nella letteratura fantastica, e inglese in particolare (non sarà un caso), dal Gulliver di Swift al Robinson Crusoe di Daniel Defoe (quasi coevo e simile nella struttura), all’Isola del Tesoro di Stevenson (senza dimenticare Lo strano caso di Dottor Jekyll e Mister Hyde) attraversando lo Specchio dell’Alice di Carroll, già aveva tracciato il solco e inciso un percorso obbligato e profetico. Ovunque si vada, comunque si scelga, è lì, a quell’uomo deforme, a quella perfezione leonardesca incrociata con il gobbo di Notre Dame e il Frankenstein di Mary Shelley, che per forza ci si deve confrontare.

Ma non tutti accettano la sfida.

Chiudono il libro alla FINE DELLA PRIMA PARTE. E si dilettano nel ricordare la pazzia in cui cadde l’autore, mitologia dentro la mitologia si mormora ora. E se è pur vero che Swift fu stremato dal tormento  della Sindrome di Menière, caratterizzata da acufene all’orecchio, vertigini e attacchi di sordità, e che offrì buona parte dei propri beni per fondare un manicomio a Dublino, la superstizione della realtà s’unì a quella suggestione del libro suo più famoso. E questo comprova magari quanto da Gulliver stesso riferito, ovvero che l’irrequietezza è fuoco di viaggio, dunque medicina, ma male al contempo, e quasi destino.

Tanto che a volte, per non incappare in quel mondo alla rovescia, che a ragione atterrisce, si sceglie di evitare l’eco-scandaglio d’un umano ombroso invincibile, e ci si appresta a stare, come su una nave Costa Crociere, o nel villaggio vacanza all inclusive, a filo d’acqua, sulla crosta, che sotto tanto non si vede, e il selfie con il lillipuzziano o il gigante è un vero capolavoro.

Postato su Instagram, questa volta per numero di visualizzazioni batterà tutti gli altri. Cheese!

colettePochi lo ammettono, ma spesso sono i capricci a “salvarci”. Senza quella tendenza a consumare con ostentazione, golosi di lusso, cibo ed esperienze, abbacinati dalla mondanità chiacchierata, dall’ansia di sperimentare, non accadrebbe la metamorfosi liberatoria: quella che trasforma la persona in personaggio. E sconfigge il primo e più soffocante dei tormenti: la fragilità.

Lo comprende presto Sidonie-Gabrielle Colette, nata nel 1873 a Saint-Sauveur-en-Puisaye, nell’Yonne, Borgogna. Di quei capricci deciderà di fare un’arte, uno stile inconfondibile, che detta legge agli altri. Nasce così l’essere di “tendenza”.

La parisienne diventerà lei, Colette, essenza dell’essenza più intima dell’eleganza irripetibile, della spudoratezza, e d’una irredimibile voglia di stupire.

Sarà sempre appena sopra le righe, sedotta dall’onda lunga del gesto, teatrale, che sposa cultura e paura, sprezzo dei dogmi e rispetto.

Non eccederà però, non scadrà mai nella volgarità. Incarnerà il lato semi oscuro del demi-monde, darà in pasto alla società quel giusto grado di insubordinazione capace di stimolare la segreta pruderie anche delle bigotte compassate. Lo otterrà usando quell’inclinazione molto adolescenziale di spezzare le regole senza farle saltare davvero.

Costruirà l’icona della ribelle in crinoline, la pasionaria bon ton, che di nulla si priva e nulla rifiuta per principio, la saccente sboccata che conosce a menadito la raffinatezza, perché a sei anni già leggeva Balzac, Daudet e Mérimée. Anche la spavalderia ha una “giusta misura” e lei la troverà.

Ultimogenita di una famiglia benestante della borghesia di Borgogna, segue un’educazione piuttosto liberale, cresce a contatto con la natura, s’innamora del paesaggio che la circonda e di quel sillogismo che lega sensazione e memoria fisica, tipico dell’infanzia.

Studia come ogni brava signorina musica, poesia, arte. E quando nel 1891 è costretta a lasciare la sua campagna, trasferendosi a Châtillon-Coligny, per incaute scelte finanziarie del padre Jules Joseph, capitano degli zuavi in congedo e poco incline agli aspetti pratici dell’esistenza, avverte lo strappo e l’inquietudine crescere.

Le sarà compagna, quell’inquietudine, lente d’ingrandimento sul lato oscuro della vita. L’ammalerà, anche, appena due anni dopo l’arrivo a Parigi, al seguito di Willy, l’abile Henry Gautier-Villars, suo consorte che, più vecchio di lei di quattordici anni, è già scrittore, editore, pubblicitario, giornalista di satira di costume, nonché spregiudicato “uomo di marketing”. La tradirà e lei ne soffrirà al punto di perdersi, forse depressione, forse malattia venerea.

Si riprenderà, e lo farà a suo modo. Con un’intelligenza che non ha nulla di calcolato, piuttosto un pragmatismo, che la indurrà a comprendere che quella è la sua vita e da quella vuole ottenere il massimo.

coletteNon è un caso se, poco più che ventenne, già confeziona il primo vero best seller francese di tutti i tempi, la “saga” in “quattro atti” di Claudine, dedicata alla protagonista quindicenne che porta questo nome.

Venata di amori saffici, di sguardi poco indulgenti sul caos degli adulti, sui segreti confinati dentro agli istituti scolastici e su quella patina di vita di provincia, che ribolle come un calderone, piena di polvere e peccati, l’uscita Claudine à l’école, 1900, calca la mano.

La firma sarà invero quella di “Willy”, il marito, che l’ha indotta a forzare sul lato scabroso e reclama la fama. (Colette otterrà la firma sulla sua serie, firma congiunta “Colette e Willy”, solo quando divorzierà).

Funziona.

La storia scatena un piccolo putiferio, straziando l’immagine ingenua troppo Belle Époque e ipocrita della “brava bambina”. È un’ottima partenza. Uno specchio incantatore.

Claudine, c’est nous.

Tutte noi.

La penna è lanciata: nel 1901 esce il secondo volume, Claudine à Paris, sempre a firma di “Willy”, e, un anno dopo l’altro, anche Claudine en ménage, incentrato sul matrimonio, e l’ultimo Claudine s’en va.

Il battesimo è compiuto.

Willy è un ottimo pubblicitario. Cavalca l’immaginario francese, e presto trasforma il personaggio di Claudine in un marchio che poi mette in vendita. Sarà il modello della prima “teenager del secolo”. Lolita dorme ancora sonni tranquilli.

Dopo non mancherà mai, dai cabaret ai bordelli più intraprendenti, il “tipo Claudine”. Accende le fantasie, soddisfa i pensieri sporchi.

Imparerà, lei pure, a farsi divertire dalle irriverenze e crudeltà della vita.

Non si negherà (è il 1906) l’amicizia con Missy, pseudonimo della marchesa Mathilde de Morny, protagonista del bel mondo parigino, lesbica dichiarata, affascinante. Grazie al suo aiuto Colette lascerà Willy.

Si dedicherà a piene mani a quella creazione, che è essere se stessa. Vuole tutto, compreso il teatro, il music hall.

Calcherà le scene del leggendario Moulin Rouge. E poi sarà critica letteraria su La Vie Parisienne, più tardi, collaborerà a Paris Soir e Marie Claire.

Parla di donne alle donne, di cibo («Buongustai si nasce»), dell’audacia del gesto sempre e comunque, seguendo quella massima che diverrà fede di vita: «Occorre vedere e non inventare».

Questo Colette non lo tradirà. Vedrà, vivrà. Lo farà senza risparmiarsi, e senza consumarsi. Lo farà con ingordigia e un gusto squisito.

Generosa, snuderà intemperanze e capricci, il gusto di dare sfogo alle pulsioni e sedarle, godendone prima però.

Nel compito di appagamento si mostrerà stakanovista, indefessa, guidata dall’acume di chi sa quanto il teatro delle passioni confini con la burla, assai più che con la tragedia.

La vagabonda (titolo del romanzo che esce a puntante nel 1920) non si lascerà mai trovare impreparata.

Stupirà con gusto, ferirà con ferocia, vezzeggerà quel suo Chéri, (il testo è pubblicato nel 1920), amante venticinquenne della ricca e bella cortigiana Léonie Vallon, con il doppio dei suoi anni, nel testo suo forse più conosciuto.

Darà così alla vita nella Ville Lumière un marchio di spregiudicata innocenza e famelica fantasia che la città ti cesella addosso e non è acquisibile altrove, né esportabile per scimmiottamento. Otterrà le più importanti onorificenze accademiche di Francia e l’investitura a Grand’Ufficiale della Legion d’onore. Di lei scriveranno: è la prima donna nella storia della Nouvelle République a ricevere, il 3 agosto del 1954, funerali di Stato.

Sarà icona.

Dell’eccesso.

Del capriccio.

Della mutevolezza. E di quella provincia che ci si lascia alle spalle. Della metropoli che cresce grazie alle energie di chi arriva.

Farà dell’essere parigina il “sesto” senso. Una ferocia da sorriso ingenuo, crinoline e baci saffici, Jeune et jolie.

Una smania che asciuga con la nostalgia primitiva, appena sottopelle, di quello stesso sguardo che possedeva anche Claudine prima di scoprire l’incantamento amoroso. E quell’apprendistato, romanzo inquieto di formazione, a volte non finisce mai.

Silvia Andreoli

 

 

lolita, nabokov, kubrickEra ossessionato dalle farfalle, Vladimir Nabokov. Le studiava, le cacciava, le osservava fino a perdere la vista. Poi le sezionava. Centinaia di campioni di cui isolava macchie su un’ala o la bizzarria dei genitali maschili.

Le disegnava, ingrandendole a dismisura. Ne faceva dei grotteschi, complice la camera lucida annessa al microscopio. Infine imprimeva quella visione a suo modo sulla carta, minuziosamente.

Sarà un compito cominciato presto e mai abbandonato. E lo condurrà a raccogliere le tavole in un volume, Fine Lines. 92 figure in bianco e nero, 36 tavole a colori. Le ultime 25 sono dedicate alle ali delle farfalle.

Né avrà tregua, lui, eccelso rappresentante di quell’intellighenzia russa coltissima: parlava fin da bambino correntemente francese e inglese, e fu al Trinity College, che terminò a 23 anni.

Cosmopolita, erudito, di fronte alla leggiadria immateriale e perfetta di quegli insetti dai nomi sapienti smarriva ogni senso dell’equilibrio, preda d’umori sommersi, ansie di rivalsa anche, e qualche rancoroso demone, frutto dell’impotenza umana dinanzi al volo.

È l’avidità, il possesso, una sorta di invidia fallica freudiana al contrario verso quell’essenza capace di grazia che hanno certe creature.

Specie se femmine, se giovanissime, in bilico sull’innocenza che fu e il peccato.

lolitaLolita è una farfalla. Quando nel 1955 il romanzo venne pubblicato a Parigi, in lingua inglese, deflagrò. Censura, blocco, contenuti troppo espliciti.

Ma fu soprattutto l’America a scoprirsi sozza. Il romanzo, che comparve tre anni dopo, nel 1958, con G.P.Putnam’s Sons) scalò le vette della classifica; il solo libro, dopo Via col Vento, a vendere 100.000 copie nelle prime tre settimane di pubblicazione.

Shock e pruderie. Scandalo e sollievo. Perché anticipò nei gruppi sociali, borghesi, benpensanti, acclimatati al matrimonio, quel tema infinito che sarebbe tornato di continuo, oggi più attuale che mai. Lo smascheramento.

Così suonò, questa volta, la campana. Non a festa, non a lutto.

Un clangore che rimbombò nelle teste per l’evidente incubo di poterlo trovare anche dentro di sé, – o quantomeno accanto – quel germe di lussuria.

Mentre James Dean si schianta sulla sua Little Bastard, la Porsche 550 Spyder, lungo la strada per Salinas e Rosa Parks, donna quarantaduenne afroamericana, a Montgomery in Alabama, si rifiuta di cedere il posto in autobus a un bianco, e la General Motors diventa la prima compagnia a stelle e strisce a fatturare oltre un miliardo di dollari in un anno, Lolita agita la scure, “ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo”.

Madri, padri, zii, cugini, a spiarsi l’un l’altro, lo sguardo di sospetto s’accende: le bambine sono ovunque. Farfalle, le fanciulle sono oscure, insidiate dalla lussuria.

Esplose così una pornografia dei desideri, come la peste incapace d’essere arrestata se non cedendo alla malattia stessa.

Fu più perniciosa della febbre dell’alcool durante il proibizionismo, perché appariva lì, sotto gli occhi, ogni giorno, la tentazione. Le fanciulle d’America, innocenti e subdole. Quelle che Proust, con eleganza, aveva battezzato “ in fiore”, l’America profonda, della provincia cupa, d’un tratto deflorava.

Niente sarebbe mai più potuto essere come prima.

Abile, questo russo naturalizzato americano, lo è eccome.

Ha una lingua eccelsa, eppure confessa un uomo che si insozza d’una colpa mostruosa, l’amore erotico verso una dodicenne. Ninfetta: né bimba, né donna, crisalide d’una farfalla che già ha cominciato a spezzare il bozzo.

Il danno è fatto.

Humbert Humbert non avrà mai tregua.

Sarà perseguitato dalla smania che accende Lolita, dalla percezione sorda del male che le ha fatto. Di quel furto, mostruoso. Cerca di autoassolversi ricordando che lui non è stato neanche il “primo”, ma sa di non potere. Lui è un adulto ed è il marito di sua madre. Step-father dicono in America. Step, gradino, colui che entra…

E sarà inutile ripetersi:

«Io ho soltanto seguito la natura. Sono il fedele segugio della natura. Perché dunque non riesco a scrollarmi di dosso questo senso d’orrore? L’ho forse derubata del suo giglio?»

Ho seguito la natura, dice. Parla l’entomologo? Lui che sa bene che il prezzo della conoscenza è sacrificare il singolo esemplare.

Lolita è una farfalla. Letteralmente e letterariamente. Nabokov la disegna con precisione, e segna sotto alla tavola il suo nome: Polygonia Thaïsoides Neb.

E gli adulti ancora si vergognano.

 

Silvia Andreoli

Moby DickÈ vero, il nome compare ormai anche nella lista dei cocktail alcolici (ingrediente base: dark rum), lo si può geolocalizzare in un numero infinito di città, per trovare locande, agenzie di viaggio, negozi di abbigliamento. Un melting pot di blasfemia e ossequio, mossa furbesca o autentica venerazione, non importa. A tanto conduce il destino dei miti, e delle icone.

Il suo, in particolare, quello di Moby Dick, la megattera albina, divenuta nella bianchezza abbagliante, attraverso una prosa immensa, che inchioda il fiato, lo specchio di quanto di più oscuro s’aggiri nell’animo umano.

Così oltre la trasparenza alcolica di quel banale bicchiere che ammicca al romanzo dei romanzi dell’America “Capitana”, l’enorme creatura si innalza e nuota tra la nebbia d’un novembre infinito.

È ora di partire.

 

Quando Melville nel 1851 pubblicò per la prima volta e in duplice versione il romanzo che lo avrebbe imposto per sempre nell’empireo della letteratura mondiale (in ottobre a Londra presso l’editore Bentley – titolo The Whale– e modifiche fatte dall’autore e dall’editore per ripuloire il testo dalle parti considerate blasfeme o offensive per la Corona britannica; quindi il mese dopo a New York, per Harper & Brothers, titolo definitivo Moby-Dick, or The Whale – e qualche errore di copiatura…), era lontanissimo dall’immaginare quale dirompente effetto e successo planetario, senza tempo, la sua creatura avrebbe prodotto.

Non gli sfuggiva l’aspetto “malvagio” del libro, come lo chiamò in una lettera all’amico scrittore Nathaniel Hawthorne – l’autore de La lettera scarlatta, per capirci -, cui Moby Dick è dedicato. Lo tormentava, anzi, la suggestione di avere concentrato, tra le righe, la sagoma del “male”, doloroso, profondo, che attanaglia gli uomini e la natura.

 

I tuoi pensieri hanno creato dentro di te una creatura; e all’uomo che a forza di pensare si trasforma in un Prometeo, un avvoltoio divora il cuore per sempre. Un avvoltoio che è la stessa creatura che egli crea.

 

Ma per quanto ne seppe Melville nulla accadde.

E l’incantesimo rimase intrappolato, come il genio della Lampada, dentro un involucro di carta, nemmeno troppo consumata. Quando lo scrittore morì infatti, quarant’anni dopo la prima pubblicazione, del romanzo erano state vendute in tutto poco più che tremila copie.

Bisognerà attendere il Novecento, secolo della deformità forse, dell’inconscio (Sigmund Freud) che muove i grandi flussi della storia (Carl Jung) secondo una lettura piuttosto suggestiva di Alessandro Baricco che a proposito di questo scrisse: “la bellezza del Moby Dick dovette aspettare una grammatica mentale che sapesse decifrarla”.

La trama è in apparenza semplice e potrebbe essere riassunta in uno di quei pitch (letteralmente lancio) che infestano oggi con pervasività le case editrici, sorta di sinossi di sinossi d’una idea, versione finto chic d’un tweet narrativo capace in tre battute di dire che cosa ci sta dentro e così convincere il commerciale (leggi: agenti di vendita) a “piazzare” il volume sugli scaffali delle librerie e farli smerciare come il pane.

Un marinaio si imbarca su una baleniera, la Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di capodogli e in particolare di uno, rarissimo, albino.

Punto.

In realtà, però, non c’è storia più storia di questa capace di creare l’effetto d’un ripetitore, ovvero il gioco d’ologramma d’un’onda sonora che si propaga nello spazio, amplificandone l’effetto. Che, nel caso, del grande, grandissimo Moby Dick, è quello d’un illusionista sul palco.

Esisto perché scompaio, scompaio per esistere – resistere – ancora.

S’apre dunque lo spazio incommensurabile di una casa degli specchi, dove l’immagine si satura per sottrazione. E un angolo cieco si trova sempre, quello dove verità e menzogna, respingendosi, finiscono inevitabilmente per coincidere.

Fu il fisico secentesco Edme Mariotte a ipotizzare l’esistenza nei nostri occhi di un punto cieco, situato nella retina, privo di recettori per la luce e attraverso il quale, perciò, non si vede nulla.

Se non ne siamo consapevoli, è per l’azione di “supplenza” operata in sincronia da ciascun occhio, dato che i loro punti ciechi non coincidono, cosicché un occhio vede ciò che non vede l’altro. Ma soprattutto corre in aiuto il cervello, che tampona con le informazioni altrimenti assunte a quello che l’occhio non vede. Anche con l’immaginazione e il desiderio, dunque, e persino con l’ossessione.

Nel grande romanzo di Melville, il punto cieco è interno.

Nel grande romanzo di Melville, anzi il grande protagonista è il punto cieco, ciò che sfugge, sfalsa, scompare. E impone all’immaginazione (all’ossessione) di tessere.

Così la sagoma di Moby Dick si fa calamita. Intravvederla è ricominciare a sperare. Perderla è l’ossessione che prende il sopravvento. Ma intanto muove, e stimola, fa agire, scollando chi partecipa all’avventura da quell’immobilità che talvolta prende allo stomaco e indebolisce gli arti. Accade insomma che un obiettivo valga più di tutto, anche se si traveste d’una sembianza di mostro.

Il nemico è in allerta. Il nemico scatena.

E se poi quel nemico abita le pieghe dell’acqua, della memoria, della fame di sentirsi vivi, non può che deflagrare in un duello titanico. Senz’altra funzione che quella di far ricominciare.

 

Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara […] allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto.

 

All’infinito ricominciare, fosse pure dentro un bicchiere da cocktail, dark rum please

Per approfondire:

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-265d273c-56a9-451d-8629-69fabf83f33e.html?refresh_ce

https://www.cocktail.uk.com/cocktails/moby-dick

 

Silvia Andreoli

jane austen“Tutto il mondo è animato e pieno di dèi” sosteneva il saggio Talete, ricomprendendo nella lista anche i mostri, dal latino monstrum, ovvero fuori dalla norma.

Ma se per millenni questo bacino di creature se ne stava nel favolistico mondo, secondo quanto ci racconta Jane Austen, a metà Settecento demoni, draghi e ninfe pare abbiano pensato bene di acquattarsi in famiglie. E da lì mimetizzarsi sotto tic verbali, egoismi giganteschi, difettucci miserrimi e crudeltà pantagrueliche.

E lei, britannica di Steventon, nata il 16 dicembre del 1775 e morta presto (esattamente 200 anni fa, il 18 luglio 1817), non s’è lasciata sfuggire l’occasione di osservarli, studiarli e “sezionarli” con acutezza e irriverenza, rivelandosi così d’essere, sotto le pieghe delle immense gonne, una Magnifica Spiona.

La piccola Jane se ne accorge molto presto dell’arcano, ovvero che lì, nel cosmo domestico, tra pentole che sobbollono, libri polverosi, lenzuola stese e giardini rigogliosi, ci sono tesori e segreti. Il multiforme si sbilancia non appena crede d’essere non visto, e allora il segreto sta nel cogliere l’istante esatto, quando la patina che riveste cose e persone si sfalda, esattamente nel modo in cui la nebbia abbandona la brughiera.

Ha un’arma, però, la nostra Jane: l’ironia. Che, come il furbo Gatto con gli Stivali della fiaba di Perrault, non risparmia di usare, sfidando l’orco tracotante e pieno di sé a mostrare un’abilità che sorprenda, ovvero a trasformarsi in qualcosa di infinitamente piccolo, magari un topolino (e il gatto se lo mangia in un boccone).

La Austen guarda, registra, e poi scrive. Ne escono dialoghi che sono rapsodia.

Rapidissimi, cinematografici ben prima dell’avvento della pellicola, un botta e risposta quasi tennistico, innocenza e rabbia, meno ragione e più sentimento, di un’eleganza dotta che non scende mai di livello nemmeno quando ha a che fare con il meschino degli umani.

“Ti diverti a torturarmi! Non hai proprio pietà dei miei poveri nervi…” “Ti sbagli della grossa, cara. Ho il massimo rispetto per i tuoi nervi. Sono mie vecchie e care conoscenze. Sono per lo meno vent’anni che te li sento nominare.” [Orgoglio e pregiudizio] 

Con superba noncuranza, mischia partite di whist, opinioni sul panorama, lotte contro matrimoni combinati e stoccate geniali sulla profondità di quell’inconscio che ancora Freud non aveva rivelato.

In quasi ogni affetto c’è tanta parte di gratitudine, o di vanità, che non c’è da fidarsi a lasciarlo in balia di se stesso. Tutti possono dare il via liberamente a un sentimento e l’inclinazione verso qualcuno è più che naturale, ma sono pochi coloro che hanno abbastanza cuore da innamorarsi veramente senza alcun incoraggiamento. Nove volte su dieci una donna farebbe meglio a mostrare più simpatia di quella che prova. [Orgoglio e pregiudizio]

A Netflix oggi, senza dubbio, la scritturerebbero con un contratto a molti zeri.

Un tratto di lei, quest’acutezza, che la piccola Jane sfrutta, trasformando lo sguardo e quella curiosità smodata, che talvolta la natura accorda a certe fanciulline, nell’insidioso tarlo che sarebbe piaciuto a Schopenhauer, ovvero di strappare non più il velo collegiale della madre superiora, quello di Maia, piuttosto.

Maestra involontaria (e in gonnella) di quell’ Holmes (Sherlock) che turberà Scotland Yard poco meno di un secolo dopo, Jane Austen inchioda chi legge alla trama, che si snoda sui personaggi, mai contro o a fianco. Un abito, invece, ordito e cucito, punto per punto, pagina per pagina. E ammanta chi lo indossa, d’una sorpresa spiazzante, perché alla fine lui o lei si ritroverà più nudo dell’imperatore.

Dove colpisce Jane fa centro.

Mentre riveste, insomma, spoglia. E s’insinua, grazie a parole che sa trasformare in lance, puntute amigdale di primitiva potenza.

Non conquistano, le sue eroine. Non come vorrebbero. Non quell’amore cubitale che è dogma e quasi religione. L’attesa è tale che non può che andare delusa.

Elinor, Lizzy, Fanny (e le loro “sorelle di carta”) devono ridimensionare i sogni per riuscire a stare nella vita.

Quando nel gennaio del 1813, esce Orgoglio e pregiudizio con l’editore Egerton, la scrittura di Jane pare alla famiglia, tranne al padre, che da subito ha visto il talento della figlia, una sorta di divertissement. E in qualche modo come gioco nasce, se è vero che Jane usava le storie per intrattenere durante le lunghe e frequenti occasioni d’incontro che accadevano nella grande casa di famiglia.

Ne seguiranno, rapidissimi, Mansfield Park (1814), che fu un successo di vendite (tutte le copie esaurite in sei mesi), Emma (1815) che esordì con il più famoso John Murray, stimato editore londinese.

L’anno dopo, Jane s’ammala.

È grave.

Nessun’altra opera apparirà in vita.

Postuma invece.

Con alcuni “interventi” dei parenti.

Perché qualcosa turba, del suo eloquio, della precisione, sferzante, di certi “smascheramenti”. Soprattutto in chi le abita accanto e di piccinerie, difetti, oltraggi forse anche e sicuramente scivoloni, ne ha parecchi.

Non stupisce allora sapere che, dopo la sua morte, la sorella tanto amata prima, i fratelli e i nipoti poi, distrussero moltissime lettere e carte private.

Al punto che un nipote, tal J.E. Austen-Leigh, s’arrischiò pure a scriverne una biografia dove presenta l’intelligente e rivoltosa Jane come una brava signorina, con l’amore per la casa e la famiglia e incidentalmente, guarda caso, il vezzo della narrativa (anche se tutti avrebbero preferito si dedicasse al piccolo punto o ai gatti…).

Ma la penna batte l’ipocrisia. E le sue storie ce la regalano inimitabile modello di grande e sottile ribellione.

Silvia Andreoli

 

CollodiChe succede se ti affacci alla vita dritto nell’adolescenza senza passare per l’infanzia?

Chiedilo a Pinocchio.

E non a lui soltanto.

Ne sapeva qualcosa di quella privazione Carlo Lorenzini (prenderà come cognome d’arte Collodi, richiamandosi al paese di provenienza della madre), fiorentino, classe 1826, primogenito di dieci figli del cuoco Domenico, in forza nelle cucine del marchese Lorenzo Ginori.

La povertà della famiglia era acuta tanto da motivare il marchese ad addossarsi l’educazione di due dei pargoli del cuoco. Vennero scelti Carlo e Paolo, il fratello terzogenito (cui rimarrà legato fino alla morte e con il quale abiterà), che di quel privilegio godettero, ma al contempo vennero caricati.

Costretto dalla necessità, Carlo sarà allontanato da casa per il seminario nel 1837, undicenne come, presumibilmente, il suo Pinocchio. Né diverso per ribellione e cocciutaggine se, appena rientrato a casa per le vacanze, s’impunta di voler abbandonare per sempre la tonaca e gli studi, cosa che non accadrà solo perché persuaso da uno zio, fratello della madre, che intercede perché resti a Firenze dai Padri Scolopi.

Il suo profitto è mediocre. Retorica e filosofia lo annoiano.

Nel 1842 lascia i libri e abbraccia la politica. Sarà grazie ai circoli mazziniani, pieni di giornalisti e letterati, che alla libreria Piatti di Firenze, centro degli indipendentisti, otterrà anche il suo primo lavoro come impiegato con l’incarico di pubblicare il bollettino bibliografico.

Partirà per il fronte per sua scelta. Rientrato, fonderà, con l’aiuto di uno zio paterno, Il Lampione, giornale di satira politica e dal giornalismo non si staccherà più.

Quella che conduce è a tutti gli effetti una vita sregolata. Fuma, beve, mangia disordinatamente, soffre di manie di persecuzione. Fino al 1864, anno della svolta, verso una specie di quiete, o di sobrietà.

Tramite il fratello Paolo che lo aiuta, ottiene un impiego alla Prefettura di Firenze. Viene anche chiamato a partecipare alla giunta per la compilazione del Dizionario della lingua italiana (1868) e, tappa importantissima, traduce le fiabe francesi di Perrault e quelle di Madame d’Aulnoy così come di Madame Leprince de Beaumont.

Il mondo dell’infanzia – che gli è mancato – ritorna. Uno strano viaggio à rebours.

La penna corre, veloce. A riparare vuoti e colpe.

Non sarà mai indulgente, però, con l’universo adulto. Si commuoverà a tratti, ma con ambivalenza.

Gioca di sponda, Collodi, e sbugiarda chi sbandiera le proprie certezze come verità, e avalla chi mente. In un alterco che forse a tratti gli sfugge, se è vero che sono anni di principi ferrei e gesti invece esagerati.

Esattamente come nelle fiabe francesi che traduce, va in scena anche nelle sue pagine il teatro dell’assurdo, delle regole che si fanno per dirle ma disattenderle.

In quel braccio di ferro tra adulti moralisti e infanti sgomenti, dove solo la spavalda ribellione dell’adolescenza muta i giochi di forza e fa esplodere il filo.

Ne esce una recita a soggetto che contesta il dogma supremo d’ogni pedagogismo di maniera: io so, tu non sai; e quando capirai, sarà tardi perché apparterrai all’altra parte delle barricate, ovvero quella di chi per crescere non ha più tempo.

Ed eccole, le barricate.

Quelle delle fazioni, dell’indipendenza.

Le barricate dei pensieri. Delle idee politiche differenti.

Quelle degli adulti che sproloquiano e non comprendono.

Se il mondo è pieno di lupi, Monsieur Perrault, la causa non è forse degli adulti, che non dovrebbero mandare i bambini da soli nei boschi?

CollodiCerto, facile, molto più facile, stare immobili, a sproloquiare.

Collodi è maestro di parola, ma ambiguo nel dire e negare. Usa la satira di cui è abile maneggiatore, la politica l’ha ben svezzato in questo senso, oltre che il sangue puro toscano che del vernacolo ha il piglio supremo.

Ma intanto l’occhio dell’adolescente che è stato, in qualche modo, gli si accende dentro (il seminario? Con le infinite regole? I precettori? I Padri Scolopi?).

Non c’è cronologia.

Solo gesti. Ripicche.

Burle, attuate e subite. Bullismo, che fa vittime e carnefici assiepati dietro una vergogna simmetrica e gemella. E quella specie di malessere rimonta.

Ma tant’è, non lo vuole mollare.

Adesso che qualcosa del fanciulletto gli è tornato addosso – più il rancore e l’istinto a sovvertire che la morale dell’errore e del pentimento (per fortuna) – lo rovescia nella carta. 

Nascono Giannettino, Minuzzolo, e poi Pinocchio.

Il rapido successo del primo – è il 1875 – lo spinge a estenderne il racconto in una saga, che vede uscire volumi successivi a tema: La geografia di Giannettino, La grammatica di Giannettino e poi tutta l’Italia vista dal personaggio: Nord, Centro, Sud. 

Storia di un burattino – il titolo verrà poi mutato in Le avventure di Pinocchio – esce a puntate sul “Giornale per bambini”. Ne abbellirà il primo numero. È il 7 luglio 1881.

A volte le puntate saltano, l’autore si distrae, temporeggia, forse s’annoia. Poi, sbrigativo, al termine del quindicesimo capitolo, Collodi scrive «fine».

I piccoli lettori protestano, indignati, alla redazione.

E come il pubblico vuole, la storia continua.

Verrà pubblicata tutt’insieme come volume due anni più tardi.

«Birba d’un figliolo», scriverà per bocca di Geppetto, «non sei ancora finito di fare e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!».

Bullo, bulleggiato e, se non bastasse, pure ipercinetico (secondo quanto scrive Giovanni Jervis) con il grappolo di disturbi dell’attenzione e la diagnostica del caso, Pinocchio si fa odiare, ma nessuno smette di leggerlo. Perché vallo a negare che la storia è andata così per tutti, nei corridoi sbagliati, nei cortili, a fare a gara a chi diceva peggio, tutti contro uno, solo contro tutti.

E gli adulti? Eh, questi adulti onniscienti?

Si prendevano a sediate in testa come Maestro Antonio detto Ciliegia e Geppetto?

Per fortuna, quando ancora si scrivevano le fiabe, nessuno dava ascolto agli psichiatri. E si procedeva agli affreschi veritieri delle canaglie, che si mischiano a ogni contesto.

Il bravo scrittore – e Collodi lo è –  con sforbiciate di penna, e dettagli isolati, ne sbalza sulla carta d’un tratto l’ipocrisia sottaciuta. A volte gli adulti sono come le tre scimmie: non vedo, non sento, non parlo. E per salvarli bisogna rinunciare a tutto.

 

«Davvero, – disse fra sé il burattino rimettendosi in viaggio, – come siamo disgraziati noi poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci danno dei consigli. A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri: tutti, anche i Grilli parlanti».

 

Si ribella, allora, Collodi, e urla, strepita. Dal legno, alla carta. Sono stufo dei pugni, legnate (tanto di legno sono), smettete di avere tutti la flemma d’educarmi. A me, poi, che l’infanzia l’hanno cancellata e m’hanno gettato, pieno d’una gratitudine che non voglio, a diventare colto e istruito a spese del Marchese Ginori.

Così Pinocchio approda al mondo e procede, claudicante, nell’adolescenza, ch’è più dura di un mestiere.

Letteratura per ragazzi si dice piuttosto che per bambini. Non agevola l’identificazione, ti fa sentire piuttosto fuori luogo, e cattivo, in colpa. Per questo agli adolescenti Pinocchio calza che è un piacere. Sbandiera da sfigato un codice di autodistruzione invincibile. E una lente radar che passa al setaccio tutte le incongruenze. Di certo nel mondo adulto c’è solo l’imbarazzo della scelta.

D’altra parte, chi è più noioso, inconsistente e vacuo di quel pedante grillo, che affossa, una volta per tutte il potere buono della morale?

C’è il labirinto, in Pinocchio. Il labirinto degli specchi.

Collodi strizza l’occhio a Lewis Carroll e parla pour parler, che così si favoleggia. Ambivalente, e dunque umana troppo umana. Abile a insinuarsi tra riga e riga, la frase si solleva appena, battito d’ali, e noi, in silenzio, tutti ad annuire.

Perché la ricordiamo bene, quella storia, della colpa, della coscienza, della responsabilità.

 

Ma almeno qui, nella carta, lasciateci in pace. A commettere marachelle, a correre senza una direzione, a mentire, dimenticare, imbrogliare, e sbagliare all’infinito.

Invero, se lo si fa immaginando, non c’è poi bisogno d’azzuffarsi a scuola, nei corridoi o nei bagni dove ora dominano bulli di carne e crudeltà, senza l’ombra di una fantasia. Forse rubata, quella pure, dagli adulti, che di starsene fuori non sono più capaci.

Invece c’è una parte di vita – di tempo – in cui siamo nati per correre e cadere, correre ancora, sbagliare, come Pinocchio, fino a che le gambe reggono e pazienza se «c’è sempre un ma che sciupa ogni cosa».

 

Se ti piace leggi anche: Lewis Carroll

 

Silvia Andreoli

 


Danza, il cronopio, fantasioso, dispettoso, poetico. Danza, ballerino, come quello di Lucio Dalla, sulle norme, sulle convenzioni, invenzione mirabile del più mirabile degli argentini che, quando ci si mettono – Maradona, Gardel, Evita, Borges – sanno produrre il meglio, poca discussione.

Ogni tanto incontrate persone cui non piace, Julio Cortázar, ma non badateci: per coloro che lo leggono, diventa imprescindibile. «Chiunque non legga Cortázar è condannato», l’ha detto Neruda. E poi piaceva eccome a Italo Calvino questo spilungone bambino, inventore di emozioni e archetipi, di visioni, di fantasmagorie, di un libro imperdibile, Rayuela, con una figura, quella della Maga, semplicemente indimenticabile, così come stupefacente è il Charlie Parker immaginato e immaginario protagonista della long-short story Il persecutore.

Storie di cronopios e famas, del 1962, è un capolavoro perché contiene, scrigno magico, pezzi come Istruzioni per cantare «… si cominci con lo spaccare gli specchi di casa, si lascino cadere le braccia, si guardi vagamente la parete, e ci si dimentichi»; Istruzioni per salire le scale… «le scale si salgono frontalmente, in quanto all’indietro o di fianco risultano particolarmente scomode»; e poi perché ci sono loro, – esseri verdi e umidi, immaginabili e reali – che si contrappongono ai famas, altra, e opposta, genía d’esseri strani. E alle speranze, più defilate, più immobili, «che si lasciano viaggiare dalle cose e dagli uomini». Volete sapere la differenza?

«Quando un fama fa un viaggio… va all’hotel e prudentemente vuol sapere il prezzo della camera, rendersi conto di persona della qualità delle lenzuola e del colore dei tappeti…».

Quando i cronopios fanno un viaggio, tutti gli alberghi sono al completo, «… i treni partiti, piove come la dio la manda e i taxi non li vogliono far salire a meno che non siano pronti a farsi spellare vivi». Eppure dicono che bella città, e sognano tutta la notte una festa in cui sono invitati, e il giorno dopo si alzano allegri. Ah, e quando torna da un viaggio, scrive i suoi appunti su foglietti di vari colori che distribuirà all’angolo di casa sua in modo che tutti possano vederli.

Il fama imbalsama i suoi ricordi, il cronopio sparpaglia il ricordo per la casa, e quando un ricordo passa di corsa gli fa una carezza e dice affettuoso, «non farti male, sai…». Il cronopio, se diventa medico, dice al malato di andare a comprarsi un mazzo di rose, niente di più, e il malato guarisce.

Capovolge le norme, il cronopio, mentre i famas sono l’ordine, la razionalità, l’efficienza: ma, come dice sempre Calvino, tutto ciò sarebbe troppo riduttivo. Il cronopio è uno scarabocchio fuori dal margine, un poesia senza rima, è di più, è molto di più.

Julio il cronopio. Sì, era lui il numero uno dei cronopios, il cronopio mayor, utilizzò il termine per la prima volta nel 1952, affibbiando quell’appellativo, quella benedizione, a Louis Armstrong: vedendolo esibirsi a teatro a Parigi, dove l’argentino viveva in esilio, gli diede dell’enormísimo cronopio. Aveva appena avuto la visione di esseri fluttuanti nell’aria, piccoli globi verdi.  Che spettacolo devono essere, per chi li sa individuare, queste creaturine ingenue, idealiste, disordinate, sensibili, anticonvenzionali e anticonformisti. Ah, scegliete pure la vostra chiave.

Sappiate che i cronopios sono vicino a voi, e li potete riconoscere. Che sono in voi, e ogni tanto li sentite, li ascoltate. O quasi sempre. Che i fama tutti così perfettini e organizzati vi annoiano alquanto, anche se un po’, siete stati, siamo tutti famas. E anche indolenti e insulsi come le esperanzas.

Naturalmente, gioco nel gioco, Julio non rivelò mai l’arcano, i significati metafisici, e neppure confessò esplicitamente se queste figure rappresentassero la tassonomia universale degli esseri umani. Rideva, si divertiva, chiamava i suoi amici, cronopios. Amici, e ammiratori, che utilizzarono il concetto per quadri (Eva Holz), saggi (Luis María Pescetti), canzoni, opere teatrali.

Ma insomma, chi è allora ’sto cronopio? Colui che, quando si lava i denti, spreme tutto il tubetto per vedere volare al vento festoni di dentifricio rosa. Lui, Julio, mancato, ma non morto nel 1994, era, anzi è, inequivocabilmente surrealista, immaginifico, magico, impegnato, sensibile, romantico. E più di un sospetto lo fa venire.

Bruno Barba

MARY POPPINS, Julie Andrews, 1964

Una formula magica infallibile per azzerare i problemi della vita. Chi non la vorrebbe? Tipo l’indimenticabile Supercalifragilistichespiralidoso che una giovane Julie Andrews cantava nel film Disney Mary Poppins del 1964.

 

Faceva così:

«Ambelele ambelela

ambeleleambelela

Ambelele ambelela

ambeleleambelela

 

Supercalifragilistichespiralidoso

anche se a sentirlo può sembrare spaventoso

se lo dici forte avrai un successo strepitoso

supercalifragilistichespiralidoso

 

Ambelele ambelela

ambeleleambelela

Ambelele ambelela

ambeleleambelela

 

Se tu non sai che dire non ti devi scoraggiar

ti basta una parola e per un’ora puoi parlar

ma attento a dirla bene non ti devi mai sbagliar

perché se tu l’azzecchi la tua vita può cambiar…»

 

Musica e testo si devono a due perfetti sconosciuti – Richard M. Sherman & Robert B. Sherman – ma la canzone da allora è entrata nella storia e così pure la parola, che nella versione originale è “Supercalifragilisticexpialidocious” e ha un significato ben preciso: «fare ammenda per la possibilità di insegnare attraverso la delicata bellezza». Lo si evince scomponendola in Super (sopra) – cali (bellezza) – fragilistic (delicato) – expiali (fare ammenda) – docious (istruibile).

 

Ma indimenticabile e mitica è stata ed è soprattutto lei, Mary Poppins, la tata “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” con l’ombrello volante e la borsa-matrioska da cui esce tutto quello che serve.

La donna con il sorriso stampato sulle labbra e la soluzione a tutti i problemi del quotidiano, ma con un carattere fermo e deciso. Che ha insegnato a milioni di bambini (e adulti) che la vita va affrontata con leggerezza ma sempre di petto, ricordandosi ogni giorno di essere felici.

 

Mary Poppins resta un mito assoluto, ormai da più di mezzo secolo e la sua fama non conosce confini. A creare il personaggio fu la scrittrice australiana naturalizzata britannica Pamela Lyndon Travers e a svelarci il perché e il percome è stato un altro film Disney, Saving Mr Banks, diretto da John Lee Hancock, con due splendidi Tom Hanks ed Emma Thompson, uscito nelle sale italiane il 20 febbraio 2014.

La Travers (il cui vero nome era Helen Lyndon Goff) era nata in Australia nel 1899 e non aveva mai ricucito lo strappo del padre alcolista, morto quando lei era bambina. Nel 1924 emigrò a Londra e dieci anni dopo scrisse il libro per bambini (primo di una lunga serie) destinato a darle fama imperitura. Già nel 1938 Walt Disney – le cui figlie si erano innamorate del libro e gli avevano chiesto di farne un film – aveva cercato di convincere la scrittrice a cedergli i diritti. Lei aveva però sempre rifiutato perché temeva che una versione cinematografica non sarebbe stata fedele alla sua opera. A quel tempo Disney era conosciuto soprattutto come autore e produttore di cartoni animati, e l’autrice non voleva che il suo libro fosse trasposto in un cartone. Ci vollero trent’anni per convincerla, offrendole un compenso da centinaia di migliaia di dollari, una percentuale sugli incassi del film e l’ultima parola sulla sceneggiatura: cosa che in precedenza Disney non aveva mai concesso a nessuno.

 

Mary Poppins, Julie Andrews

In effetti libro e film sono molto diversi e la Mary Poppins che tutti conoscono e amano non è completamente frutto della penna di P.L. Travers, bensì del magico tocco della Disney. L’autrice, si racconta, vide il film solo la sera della prima a Hollywood e per lei fu uno shock. Un testimone, Richard Sherman, ha raccontato che alla festa dopo la proiezione la Travers andò da Disney e gli disse ad alta voce: «Bene, la prima cosa da tagliare è la sequenza animata». Disney la guardò freddamente e le rispose: «Pamela, la barca è salpata». 

 

E fu così che la perfetta istitutrice inglese, con modi decisi, precisi e sprezzanti del libro di P.L. Travers si trasformò nella deliziosa Mary Poppins che tutti conosciamo. Quella che risolve ogni problema alla famiglia londinese di Viale dei Ciliegi 17.  O che insegna ai ragazzi a riordinare la stanza con un semplice schiocco di dita, il tutto accompagnato dalla canzone “Basta un poco di zucchero e la pillola (leggi un guaio qualsiasi) va giù”. Impareggiabile e sempre valido insegnamento.

 

A Jane e Michael Banks (che la guardano a bocca aperta “come merluzzi”) ma in fondo anche a tutti noi Mary Poppins ha insegnato che con un po’ di buona volontà, anche un compito ingrato come mettere in ordine può diventare semplice, che una risata è capace di alleggerirci la vita, che vale sempre la pena essere generosi, che è bello avere degli amici con cui fare gruppo, anche se sono improbabili spazzacamini che ballano sui tetti. E che non bisogna giudicare niente e nessuno dalle apparenze, nemmeno una borsa da viaggio.

 

Grazie al suo specialissimo “metro” da tasca, che valuta il carattere dei due bambini invece dell’altezza, la tata magica li ha capiti fin dal primo giorno, e ha provato a prenderli dal verso giusto: se non vogliono dormire, finge di assecondarli (tanto poi crollano addormentati da soli), se non vogliono prendere la medicina, dice che ha un gusto delizioso (così per curiosità l’assaggiano). Insomma, cerca di parlare una lingua che possano capire. Poi, però, quando ha finito con il suo lavoro, al cambio del vento, Mary Poppins segue il suo irresistibile desiderio di libertà, che la spinge a volare via di nuovo. Perché sa che devono essere i genitori a riprendere le redini della famiglia Banks. E saluta anche l’amico (o fidanzato?) Bert. Certa di poter sempre contare su di sé e sulle proprie risorse per vivere. Una vera femminista ante litteram.

 

Per la serie “a volte ritornano”, c’è un’ultima notizia che farà felici i nostalgici. A più di cinquant’anni dalla prima del film cult che, nel 1964, vide Julie Andrews (preferita a Bette Davis e Angela Lansbury per la parte e vincitrice dell’Oscar per la sua interpretazione) e Dick Van Dayke (scelto al posto di Fred Astaire e Cary Grant) zompettare giulivi “lassù come canguri” per comignoli e scalini di fuliggine sui cieli londinesi (ricostruiti negli studios di Burbank in California), e più di ottanta dopo l’uscita del primo di otto libri omonimi, la governante tutta disciplina e filastrocche torna a far parlare di sé. E sarà la protagonista di un sequel annunciato in uscita per il Natale 2018.

La vicenda sarà ambientata vent’anni dopo il 1906 del primo film. Ritroveremo Jane e Michael cresciuti, ormai diventati genitori che si trovano a fare i conti con la Grande Depressione. Avranno quindi bisogno di un supervisore in grado di controllare che sia tutto a posto. E chi meglio di colei che in passato aveva così rivoluzionato le loro vite?

Nel film che segnerà il ritorno di Mary Poppins, però, Julie Andrews (classe 1935 ma ancora arzilla e sempre presente ogni Capodanno al Concerto del Musikverein di Vienna) non ci sarà più. Al suo posto è prevista Emily Blunt. Che ha già messo le mani avanti dicendo: «Mi sento un po’ ansiosa per questo ruolo perché Mary è un personaggio simbolo della nostalgia delle persone, una protagonista importante dell’infanzia della gente».

Invece il novantunenne Dick Van Dayke ha già annunciato urbi et orbi di non voler proprio perdere l’occasione perché: «ritirarsi dalle scene è la cosa peggiore che si possa fare. Quando smetti invecchi velocemente. Penso che il modo migliore sia rimanere attivi più a lungo possibile».

Se esistesse, anche Mary Poppins approverebbe.

 

Se ti piace leggi anche: lo Hobbit

Marina Moioli