Clarinettista promettente – una carriera “stroncata” da un esordiente Lucio Dalla, rivale e grandissimo amico, che gli rubò la scena nella Doctor Dixie Jazz Band con il proprio talento – Giuseppe Avati, in arte “Pupi”, venne folgorato sulla via di Damasco dalla visione di di Federico Fellini: sarà in quel momento che, comprendendo la differenza tra passione e talento, deciderà di diventare regista.

Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Politiche all’Università di Bologna, trova lavoro presso una società di prodotti surgelati, accumulando i soldi necessari (non molti) per finanziare il suo primo lavoro dietro la macchina da presa, intitolato Balsamus, lo sguardo di Satana (del 1969).

Da allora ne ha fatta di strada. Si trasferisce a Roma per tentare la carta del cinema vero.
Carta vincente, visto che il 3 Novembre festeggia 80 anni e ben cinquant’anni di carriera in piena attività: sta lavorando a Il Signor Diavolo (tratto dal suo ultimo romanzo, edito da Guanda Edizioni) che uscirà nelle sale nelle primavera 2019.

In coppia con il fratello maggiore Antonio è diventato uno dei registi più solidi, riconoscibili, amati del panorama non solo nazionale. Ha attraversato con coraggio pazzesco i generi cinematografici, fatto l’horror, fatto un musical. Le atmosfere della sua Bologna, i ricordi e gli aneddoti più interessanti sono al centro di film e libri e intrattengono generazioni di italiani.
Ne Il papà di Giovanna sono state girate delle belle immagini: da via S. Vitale alle Torri del XII secolo Garisenda e Asinelli. La scena dell’acquisto dell’abito di Giovanna per la festa a casa dell’amica Marcella è stata girata nell’opulenta via Farini, ancora oggi una delle vie più ricercate per lo shopping come la vicina Galleria Cavour. Durante le passeggiate dei protagonisti per le vie di una Bologna sotto il regime fascista si riconoscono i palazzi storici, i portici nei pressi di via Indipendenza e di via Rizzoli. Ma anche Jazz Band, Il cuore altrove, Cinema!, Storia di ragazzi e ragazze sono altre celebri pellicole che vedono la città felsinea protagonista. Alcuni di queste sono stati di recente restaurate dalla Cineteca di Bologna.

Cosa rappresenta per lei questa città?

Tra me e Bologna, anche se da anni vivo a Roma, c’è una storia d’amore. Qui ho conosciuto la donna della mia vita e ho superato i 50 anni di matrimonio con mia moglie Nicola, così battezzata in onore dell’amato nonno, alla quale ho mentito per avere un primo bacio. Con il tempo è diventata indispensabile per la mia vita, è la donna che mi legge meglio dentro, ma che non ha mai condiviso nulla delle cose che piacciono a me.
A Bologna ho conosciuto l’amicizia, la morte. Tutte le cose più importanti della mia vita sono successe qua. E poi la mia città è stata una delle prime a farmi capire quanto il denaro sia importante. Soprattutto nel settentrione del nostro paese “conti per quello che hai, quello che possiedi è la misura di quanto vali”.

Nei suoi film c’è sempre un lieto fine. Lei crede nell’amore eterno?

Quando sono andato in Rai a proporre la mini fiction Un Matrimonio, che voleva raccontare in tema autobiografico sia il rapporto dei miei genitori che il mio in oltre 50 anni, l’allora direttore di Rai Fiction, Agostino Sacca, mi disse: “ma allora vuoi fare un film in costume?”, perché è sempre più raro avere dei rapporti duraturi nel tempo. Io mi illudo che esista un sempre, “sempre” è la parola che mi piace di più.

Un filo conduttore delle sue pellicole è stata spesso la rivalutazione dell’ingenuità.
Quanto contano i sogni per lei?

Io non ho mai perso la speranza, mentre i giovani di questa società moderna sono portati ad arrendersi subito. Invece, vorrei che i ragazzi credessero che anche per loro può esserci una possibilità. Io trovo terapeutico stare con loro mi danno sempre stimoli nuovi, soprattutto quelli che dimostrano di credere in qualcosa. E vorrei che dai miei film imparassero che il nostro Paese non è solo negatività e che occorre reagire.

È credente?

Io voglio essere credente che è una cosa diversa. La ragione ci indurrebbe a non esserlo, ma io vado in chiesa a pregare Dio di esistere. Non ho più fede, invece, negli esseri umani

Tra i tanti attori e attrici che hanno lavorato con lei, chi è il suo o la sua inaffondabile?

Mariangela Melato. Era il 1968 e stavo lavorando al film Aiutami a Sognare (1980), stavo facendo i provini per il ruolo di Zoe, una bionda come Grace Kelly. Arriva una sconosciuta e dice: “La mia amica non è potuta venire e ci sono io per sostituirla”. Ero furibondo e l’ho mandata via. Lei mi ha aspettato fuori al freddo sino a sera. La cosa mi ha fatto intenerire e le dico di preparare la parte. La mattina dopo cominciamo a fare il provino mentre lei recita, io sento che sta mettendo tutta la sua verità, mi viene il magone.
Le chiedo il suo nome: era Mariangela Melato.


Woody AllenLa prima volta con Woody Allen non si scorda mai.

Provate a chiedere a un amico: «E tu, quando?» e il vostro interlocutore saprà dirvi con precisione il film, l’anno, il cinema, con chi era, l’orario e forse anche com’era vestito.

Il mio primo incontro con lui avvenne, sembra incredibile, attraverso un libro: Citarsi addosso, 1975. Andavo ancora alle elementari e sicuramente capivo solo in parte il suo raffinato umorismo yiddish e intuivo a tratti che la psicoanalisi doveva essere una cosa buffa, sotto sotto, mentre sapevo per esperienza che le scuole religiose, indipendentemente dal credo, spesso producono spiriti liberi, anche se non è loro intento. Ma certamente no, non avevo gli strumenti culturali necessari, eppure, ridevo.

Come faccio a credere in Dio quando proprio la settimana scorsa la mia lingua si è infilata nel carrello della macchina per scrivere elettrica?

 

Se Dio potesse solo darmi un segno! Per esempio intestandomi un conto in qualche banca svizzera.

 

Sono sempre ossessionato dal pensiero della morte: c’è una vita nell’aldilà? E se c’è, mi potranno cambiare un biglietto da cinquanta?

Poi arrivò il suo cinema: Prendi i soldi e scappa, Il dittatore dello stato libero di Bananas, Il dormiglione, Provaci ancora Sam (di cui non è regista, ma è attore e sceneggiatore) Io e Annie, il suo capolavoro, quello che lo consacrerà “grande regista americano”, lo vedrà vincere ben quattro premi Oscar (film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista), e svettare al quarto posto nella classifica delle cento migliori commedie americane.

Ma soprattutto sarà il film che farà di Diane Keaton l’icona di una nuova femminilità. Bella, intelligente, sexy in un modo assolutamente nuovo con quel look che era davvero il suo (utilizzò il suo guardaroba personale) e il suo vero nome (Hall è il suo cognome e Annie il nick con cui gli amici, Allen per primo, la chiamano tutt’oggi).

Ma Io e Annie non fa storia solo per i premi ottenuti e le frasi mitiche che ci ha regalato (una per tutte: «I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale»), ma perché in questo film Woody Allen comincia a fondere completamente la sua vita con il cinema e la nostra con la sua.

diane keaton, io e annie, woody allenTutte abbiamo desiderato essere meravigliose come Annie\Diane, dopo averla vista in quel film, e molte (so di non essere sola) hanno sognato di incontrare un giorno un uomo come Alvy\Woody. Ok, magari un po’ più bello e meno ipocondriaco, ma comunque in grado di farci ridere della pesantezza della vita e capace di non prendersi troppo sul serio.

Di Diane Keaton, Woody Allen ha detto che è stata il più grande amore della sua vita. E in Io e Annie si capisce, anche se racconta – o forse proprio perché racconta – la fine della loro storia. Poi ha aggiunto: 

Nella vita reale, Diane crede in Dio. Ma crede anche che la radio funzioni perché ci sono dentro delle piccole persone.

Poco dopo il successo, Diane e Woody si lasciarono, ma continuarono a lavorare insieme in Interiors, Manhattan, Stardust Memories, i tre film più concettuali e smaccatamente europei (il primo in stile Bergman, il terzo alla Fellini di Otto e mezzo) e un po’ di anni più tardi in Radio Days e Misterioso omicidio a Manhattan.

E come avvenne con Io e Annie, anche in Manhattan vita e cinema si mescolarono. La nostra e, con un’involontaria forma di veggenza, la sua.

Ma si sa, così è il genio: anticipa senza sapere.

Woody Allen, Mariel HemingwayNon credo sia esistita ragazza di diciassette anni che all’epoca non vide nella splendida Tracy (Mariel Hemingway) qualcosa di sé, e non credo che Woody ignorasse che quel suo bisogno d’ingenuità, lui che è così cervellotico, unito alla tentazione di plasmare la donna amata l’avrebbe forse cacciato un giorno in un mare di guai. 

Perché vale la pena di vivere? E’ un’ottima domanda. Beh, ci sono certe cose per cui vale la pena di vivere. Per esempio, per me il vecchio Groucho Marx, per dirne una, e Joe Di Maggio, il secondo movimento della Sinfonia Jupiter, Louis Armstrong, l’incisione di Potatohead blues. Sì, i film svedesi, naturalmente, “L’educazione sentimentale” di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, quelle incredibili mele e pere dipinte da Cézanne, i granchi da Sam Wu. Il viso di Tracy.

Con gli anni Ottanta si apre la sua storia d’amore più lunga e un periodo molto prolifico che comincia con il geniale Zelig e si chiude con il drammatico Mariti e mogli nel 1992, e vede ben tredici film della nuova coppia Woody Allen-Mia Farrow. Ma qualcosa comincia a incrinarsi e in molte delle sue storie s’insinua una tonalità morbosa: tradimenti e rapporti distruttivi (Settembre), frustrazioni e dinamiche cervellotiche (Un’altra donna), adulteri intra-familiari (Hannah e le sue sorelle), crisi di mezz’età e senso di vuoto nell’Upper west side (Alice).

E un po’ ci sentiamo orfane.

Non ci ritroviamo più in Mia Farrow, né in quella reale, compulsata da una smania di adottare bambini, né in quella cinematografica.

mia farrowÈ una donna grigia, quella che Woody porta sullo schermo (unica eccezione Sally di Radio Days), sciatta e sempre tradita. E per quanto le sue sceneggiature non ci neghino mai una frase da importare nel nostro lessico quotidiano, la vita che ci racconta non ci piace più.

E non piace neanche a lui, se nel 1992 lascia Mia Farrow mentre la stampa annuncia che ha una relazione con una delle sue figlie, Soon Yi, diciannove anni; due più di Tracy, trentotto meno di Woody, il patrigno.

Uno choc. Chi l’ha amato non si capacita di come lui abbia potuto fare ciò.

Quella ragazzina non è una starlette, una bellona da cinema; è bruttina, timida, goffa ma soprattutto è figlia. Ok, non sua, ma della sua compagna.

L’avrà vista crescere, pensiamo tutti, e per quanto le vite a New York tra intellettuali possano essere diverse dalla nostra banalità borghese, e per quanto non abbiano mai vissuto insieme lui e la Farrow, l’avrà pure vista ’sta ragazzina, cazzo, in dodici anni di relazione. E come si fa?

Già, come si fa a scattare foto sexy alla figlia adolescente della tua compagna, a iniziare una relazione di nascosto all’interno della tua famiglia attorniato da una tribù di quattordici bambini?

«All’inizio credevo che fosse solo un flirt», ha dichiarato in seguito Allen.

La stessa frase che pronuncia Isaac, il protagonista di Manhattan nel 1979, quando Soon Yi aveva ancora nove anni e le loro vite stavano per incrociarsi.

Non sta a noi rispondere a questa domanda. E personalmente dopo aver letto la lunghissima e folle vicenda giudiziaria, ho capito che non c’è una risposta. C’è la vita. E il suo cinema. E da quando la sua vita ha lasciato il grande schermo e Woody ha smesso (almeno un po’) di raccontare se stesso ci ha regalato ancora film bellissimi, forse migliori. Dal sorprendente Match Point al poetico Midnight in Paris, dall’irresistibile La dea dell’amore all’intenso Blue Jasmine. E ha consacrato attrici e ci ha fatto ridere, emozionare, evadere dal nostro quotidiano. Perché forse è vero, come disse Alfred Hitchcock che «il cinema è la vita con le parti noiose – e in questo caso scabrose – tagliate». 


Perciò, buon compleanno Woody. Ci vediamo il 21 dicembre in sala per La ruota delle meraviglie.

Anna Di Cagno