Premessa: questo non è un articolo, è un ricordo. E quindi sarà incompleto, ma per quello che ha fatto, per i tantissimi libri e premi letterari, i programmi televisivi e le comparsate in film, le campagne pubblicitarie e le interviste rilasciate c’è Wikipedia, e dal 20 dicembre dozzine di articoli usciti su tutti i giornali. Perciò, scusate l’incompletezza.

Ho conosciuto Andre G. Pinketts nel 1993.
Lui era già “il Pinketts”, io una giovanissima redattrice per Cosmopolitan.
Scriveva per il magazine articoli di costume e attualità, a modo suo.

Bionda, che ne dici di un pezzo su “Come reagiscono le donne davanti a un’esibizionista?”.
Io salgo su un tram, in impermeabile, poi a un tratto lo apro e sono nudo. E vi scrivo cosa mi dicono.

Non abbiamo mai saputo se l’avesse fatto davvero, ma bastava l’idea, e la sua scrittura.
Unica, paradossale, funambolica, in uno strano equilibrio tra Raymond Quenau e Giorgio Scerbanenco, il suo grande maestro. Noir e gioco linguistico, senso della trama e senso della frase, giusto per citare il titolo di un suo celebre romanzo.

Era bello Andrea, un Bruce Springsteen che al posto della bandana indossava cappelli a falde larghe e le cravatte più kitsch che siano mai state prodotte. E fumava il sigaro sempre, ovunque, anche dopo il divieto di fumo nei locali pubblici.

Vieni giovedì a Le Trottoir ho fondato la Scuola dei duri e parliamo di letteratura, ma anche di cazzate.

E ci andai. E lo trovai al tavolo con Fernanda Pivano che lo guardava con amore materno e fiducia. Lei, il mito, la donna che aveva portato in Italia la Beat Generation che taceva mentre questo ragazzone di poco più di trent’anni parlava con voce roca e vocali meneghine di Jack Kerouac, Ernest Hemingway, Edgar Lee Masters, Superman, Batman, Jack lo Squartatore e Franco Califano.

Era pop per vocazione e nel senso nobile: alto e basso, letteratura e canzonette, grande cinema e programmi tv s’incastravano nelle sue parole in una maniera unica e strepitosa.
Poteva parlare di qualsiasi cosa, Andrea, di Shakespeare e di Pupo, e sempre ti arriva addosso quel lampo, quel guizzo di genialità e stupore.
Un bambino talentuoso che guardava alla vita con occhi curiosi e attenti.

E ricordava tutto. Poteva non incontrarti per anni, bere litri di birra, essere in feste affollate attorniato da fan e ragazze semi-nude e ti salutava sempre, e ti riconosceva sempre.
E ti invitava nei suoi luoghi, e ti rispondeva al telefono.
Un cellulare di prima generazione.
Niente WhatsApp, niente email, niente social.
Analogico per scelta etica: parole, voce, sguardi, puzza di Toscano e pinte di birra. 
Era un uomo di mondo (del mondo, avrebbe specificato) un playboy, un grande bevitore, un nottambulo. Ma.

Ciao Ma’ ti volevo dire che stasera non torno a dormire.

Per tre anni ho avuto il numero di telefono di casa (si andava di fisso all’epoca) identico a quello della madre di Andrea, solo una cifra, un 9 suo, che diventava 6 per il mio.
E alla sera, la birra, gli amici, le ragazze… ci va un attimo che lo componi al contrario.
E lo componeva al contrario, con una regolarità che era diventata leggenda.
Se squilla il telefono dopo la mezzanotte, può essere solo il Pinketts.

Non sono la tua mamma, Andrea!
E chi sei allora?
Anna, Cosmpolitan
Ah sì, la bionda. E che ci fai a casa mia?

E nonostante gli avessi spiegato già la prima volta che non ero a casa sua, me lo domandava ogni volta. Lui, il fondatore della Scuola dei Duri, il ragazzaccio sempre con una birra in mano e un paio di pupe sottobraccio, alla sera se tardava o dormiva fuori, avvisava la mamma.

L’anno scorso l’ho chiamato per chiedergli di fare parte dell’antologia Lettere alla madre che stavo curando per Morellini Editore.
Non potevo non farlo dopo aver ricevuto telefonate per conto di sua madre per tre anni!
Mi convocò nella nuova sede de Le Trottoir, mi cantò con una voce bellissima e perfettamente intonata Ciao Mama del Quartetto Cetra e mi disse: «Ok, ci sto».
Prima di inviarmi la sua lettera mi telefonò per dirmi che avrebbe voluto che il testo integrale della canzone venisse impaginato a sinistra, a fronte con l’incipit della sua lettera.

Ti va bene? 
Certo Andrea 
Non vorrei che gli altri autori pensino che voglio fare il fenomeno con questa richiesta particolare.
Ma tu sei un fenomeno!
Cazzo, hai ragione!

Tre giorni dopo mi arrivò il testo, e mi telefonò alle undici di sera.

Leggilo bionda, e fammi sapere subito.

E io lessi in tempo reale e lo richiamai.
«Non credevo che avrei mai desiderato di avere un figlio come te», gli dissi.
E lui, serio, una voce improvvisamente bambina e nitida: «Ma ti è piaciuta?».
Sì, Andrea -adesso seria io- è meravigliosa.
Mi chiese di scrivergli un messaggio in cui apparisse evidente che la sua mamma veniva fuori bene dalla lettera. Non voleva fargliela leggere prima della pubblicazione, ma voleva rassicurarla.

Bellissima lettera! E bellissima “mama”, dalle tue parole traspare una donna meravigliosa e un passo avanti. Spiegato finalmente da dove arriva il talento del Pinketts. Grazie

Ovviamente mi richiamò, perché Andrea era una di quelle persona che quando ti chiedeva un favore poi ti ringraziava. E mi ringraziò, e mi disse che la sua mamma si era commossa.
Ma io prima di lei, quando avevo letto:

Per me una lettera alla mamma è composta da una lettera sola, A come amore, con una firma A come Andrea.

È stato con me la sera del mio compleanno e ha tenuto il discorso prima del taglio della torta come uno sposo di provincia, e ha declamato la sua dedica folle e improvvisata , scritta come sempre in stampatello. Ed è stato al mio fianco la sera della prima presentazione milanese di Lettere alla madre, e ha tenuto banco, incanto, fatto ridere e pensare. Come sempre.
E ha trovato il modo di esserci anche la sera della presentazione per BookCity, con un video feroce e spavaldo in cui ha ancora una volta ha dimostrato di essere un uomo generoso, coraggioso e profondamente onesto.

Spero che questo mio ricordo ti piaccia, Andrea.
A me è piaciuto tantissimo conoscerti.

 

 

 

 

 


madonna«Spesso mi danno della puttana.  Strano per una che porta un nome come il mio, vero?».

Madonna (che all’anagrafe aggiunge anche Louise Veronica Ciccone) si riassume in questa frase che lei ama ripetere ogni volta che è protagonista di uno scandalo. Oltre che della puttana le danno della ribelle, indomabile, testarda, passionale, egocentrica, combattiva, ottimista, insaziabile, curiosa, violenta, sensuale, fiera, impudente, erotica… e chissà in quanti altri modi ancora la definiscono. Una cosa mette tutti d’accordo: Madonna è una delle più grandi star dello spettacolo.

È indomabile, dagli insuccessi – non pochi, sia nella vita privata sia nella carriera – non si è mai fatta fermare, anzi: sembra che le abbiano fornito una carica potentissima per andare avanti, affrontare una nuova sfida, atteggiamento rarissimo per un personaggio dello spettacolo. Grazie alle sue trasformazioni, la sua astuzia, il suo continuo rinnovarsi e stare al passo coi tempi è universalmente riconosciuta Queen of Pop, titolo che ancora oggi, alla soglia dei sessant’anni, non ha nessuna intenzione di abbandonare.

«Andai a New York. Non conoscevo nessuno. Volevo ballare, cantare, rendere felice la gente, essere famosa. Volevo che tutti mi amassero, essere una star e diventare più famosa di Dio. Ho lavorato duro e i miei sogni si sono avverati». Il carattere e la determinazione sono chiari e questa dichiarazione riassume la sua vita. Nasce a Bay City, paesino nel cuore del Michigan dove odia tutto, dall’odore della strada fino alle facce dei suoi abitanti. Quando decide di andarsene ha appena compiuto vent’anni e in tasca soltanto 35 dollari.

La perdita prematura della madre, morta a 31 anni per un tumore al seno, ha condizionato la sua vita. Si chiamava Madonna anche lei, una donna dolce e affettuosa per i suoi sei figli. La tragedia si abbatte quando l’ultima ha solo 6 mesi. A soli 16 anni Madonna è orfana di madre, sgobba a scuola, si fa carico delle incombenze domestiche, deve badare ai suoi fratelli e si sente tradita dal padre perché si è risposato poco dopo con una donna che detesta. Ha ben presente cosa significa avere la vita dura e farsi valere. E forse non è un caso che la maggior parte del suo pubblico sia composto da donne bianche, adulte, non “in carriera” ma operaie, lavoratrici della classe media. Donne escluse da un femminismo troppo intellettuale.

Ha sempre voluto essere padrona della sua vita. Per lei, il più grande errore compiuto dalle femministe è stato quello di credere di doversi vestire e comportarsi da uomini per ottenere tutto quello che vogliono. La donna liberata, secondo Madonna, può ottenere il potere senza dover sacrificare la propria femminilità. E il piacere sessuale.

Ha sempre fatto sesso quanto e come ha voluto ma,  ci tiene a precisare, non è mai dovuta andare a letto con qualcuno per fare carriera. Se poi, tra le lenzuola, è capitato anche qualcuno che ha potuto aiutarla, meglio ancora, perché univa l’utile al dilettevole. Per “quanto e come ha voluto” s’intende che non ha mai fatto distinzioni tra uomini e donne, tra machos e gay,  tra miliardari e poveracci. Il più delle volte, però, ha fatto l’amore per piacere, più che per amore.

In parole povere, per essere rispettata una donna non deve trasformarsi da uomo: si può essere potenti anche restando femminili. E Madonna ne è la prova vivente.

Con la trasgressione, la ribellione e il non rispetto delle regole ha costruito il suo personaggio. Non si è posta limiti in campo sessuale né in quello artistico, ma su una cosa non transige: alcol e droghe. Non s’è mai fatta nemmeno una canna e non si è mai ubriacata. Le piace far credere agli altri che non ha limiti, che la sua vita corre sempre sul filo del rasoio. In realtà non è così: la sua ribellione è collegata a una sorta di autodisciplina, un codice di auto-regolamentazione morale con regole ferree che sono servite per arrivare al successo e ottenere (quasi) tutto quello ha voluto.

La sua abilità è sempre stata quella di riuscire a trasformarsi da diavolo ad acqua santa nel volgere di pochissimo tempo e, soprattutto, in base alla convenienza del momento. Lei non ha una vita privata e, forse, non l’ha mai voluta avere. «Io sono del mio pubblico. Devo tutto ai miei fans e a nessun altro!». Quindi, oltre che per dischi, film e concerti, Madonna è una che fa notizia, sempre e comunque. I suoi scandali sono mirati e indirizzati solo e unicamente al pubblico, lei non ha mai truffato il fisco, non è mai stata beccata a fare atti osceni in un luogo pubblico, non ha mai distrutto una stanza d’albergo perché ubriaca fradicia o drogata, non ha mai aggredito un paparazzo.

Di scandali, però, ha sempre vissuto: ha iniziato da bambina e non ha ancora finito oggi, signora di mezza età. Grazie a esibizioni, libri di erotismo, baci saffici, masturbazioni con crocefissi, dichiarazioni politiche si è costruita pezzo per pezzo, e scandalo per scandalo, il personaggio.

Con due matrimoni falliti alle spalle, quattro figli (di cui due adottati in Malawi), qualche toy boy, serate tra amanti del jet set e amicizie equivoche, la regina del pop si avvia verso i sessant’anni con lo smalto di una ragazzina e un fisico sicuramente invidiabile per una signora della sua età, che – dice – non essere mai passato sotto i ferri di un chirurgo estetico. Lei ha un’esperienza invidiabile dietro alle spalle, che le ha permesso di affrontare e superare con scioltezza tutti gli ostacoli che le si sono parati davanti e a sopportare i dolori che le hanno provocato. Esperienze che mai dimenticherà.

Ora, nonostante qualche dichiarazione tipo «Faccio un pompino a tutti quelli che votano Hillary» rilasciata in occasione delle ultime presidenziali Usa, sembra una signora borghese, tutta casa-famiglia-lavoro. Ma non è improbabile che ci riservi ancora delle sorprese, perché,  come lei stessa ha dichiarato: «Viviamo in un periodo di trasformazioni gigantesche: magari potrei finire a dirigere un Museo della scienza e della tecnica a Singapore».

Luca Pollini


David Bowie, Ziggy StardustZiggy Stardust compie 45 anni. L’alieno dal look glam, brillante di polvere di stelle, caduto da Marte, quando nacque nel 1972 – grazie a un’idea di Bowie con i consigli dell’amico Lindsay Kemp, attore e mimo – era fremente di giovane provocazione sessuale: «Ziggy cantava davvero, con gli occhi socchiusi e i capelli dritti. Come uno di quei tipi giapponesi, li poteva dominare solo con un sorriso. Li poteva lasciar lì ad aspettare. Divenne così importante amico, ben messo e con la tintarella bianco neve… facendo l’amore con il suo ego Ziggy venne risucchiato nella sua mente» cantava nel  brano Ziggy Stardust dell’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust con la banda The Spiders From Mars – direttamente da Marte – il suo alter ego David Bowie.

L’artista, all’epoca, aveva un bimbo di un anno: Zowie. E, come disse da adulto il figlio – oggi un bravo regista dal più normale nome Duncan Jones – Bowie è sempre stato un padre modello, tradizionale, che faceva le cose giuste, attento, quasi noioso… intanto Ziggy cantava in Moonage Daydream: «sono un alligatore, sono un mamma-papà che arriva per voi. Sono l’invasore dello spazio, sarò una puttana del rock’n’roll per voi».

Con i capelli rossi, il viso-cammeo minuto, truccato come una bambina a Carnevale. Con il suo sorriso che mostra piccoli denti appuntiti da vampiro, il corpo efebico, stretto in una tuta eccitante: tutte e tutti desiderano Ziggy-David così violabile, innocente e senza decenza. A chiunque viene permesso amarlo perché lui lascia liberi di dubitare sul suo genere e liberati sessualmente perché questa creatura, in fondo, è di un altro pianeta.

La sua omosessualità è un gioco – giocato – una recita, ma soprattutto una sfida al comune senso del pudore. I grandi amori del suo alter ego David, Hermione prima di Ziggy (l’addio alla ragazza è immortalato nella splendida Space Oddity, colonna sonora dell’allunaggio dell’Apollo 11), Angela Barnett durante e Iman molto dopo e per 23 anni, sono donne, splendide donne.  E Ziggy è pieno di orpelli non per travestitismo ma perché come disse Bowie «la musica dovrebbe essere agghindata come una prostituta. È solo una maschera che nasconde il messaggio»: Madonna e altre pop star senza questa via tracciata da David non sarebbero esistite.

Ziggy ci fa viaggiare in noi stessi e nello spazio grazie al trasformismo di Bowie, con il reinventarsi di continuo nei suoi personaggi, affascinandoci con un volto da extraterrestre, da angelo, serpente o clown oppure semplicemente mostrandoci la sua eleganza. Sì perché il suo impero culturale è stato costruito sull’immaginario ma anche sull’immagine.

Ziggy già porta in embrione i ruoli che David avrebbe poi tradotto sul grande schermo e nei concerti: l’extraterrestre del film L’uomo che cadde sulla terra, il vampiro di Miriam si sveglia a mezzanotte, la straordinaria classe del più maturo personaggio Duca Bianco, i gesti da mimo e ballerino di Last dance, il re magico di Labyrinth. Soprattutto Ziggy Stardust ci fa sognare, e ci fa credere che sia possibile uscire dal quotidiano ed essere “Uno, nessuno e centomila”.

All’improvviso Ziggy viene fatto morire, scompare per lasciar posto ad altri alter ego dell’inimitabile artista, subito dopo ad Aladdin Sane con la saetta rossa sul viso bianco da pagliaccio. Soprattutto viene fatto morire perché era un alter ego forte e David – che in quel periodo viveva a stretto contatto con la cocaina – aveva paura lo potesse condurre alla schizofrenia (il fratellastro Terry era schizofrenico e morto suicida).  Bowie, oltre 40 anni prima della sua vera morte nel gennaio del 2016, lo annulla con classe, da icona di stile. Voce sublime, attore, poeta, pittore e pluri-musicista Bowie riusciva, infatti, a essere esibizionista sul palcoscenico ed estremamente riservato nella vita privata. Della sua malattia non si sapeva nulla. 

Nell’ultimo coraggioso viaggio, con il suo testamento, l’album Blackstar pubblicato poco prima della sua scomparsa (nella copertina per la prima volta non c’è il volto di Bowie ma una stella), racconta l’incontro con la morte riportandoci nella metafora dello spazio con uno Ziggy stanco e invecchiato nel video, commovente, che accompagna l’opera, e nei testi.

In Lazarus: «Guarda quassù, sono in paradiso. Ho delle cicatrici che non possono essere viste. Ho una storia che non può essermi rubata. Ora tutti mi conoscono. Guarda quassù amico, sono in pericolo. Non ho nulla da perdere» e nel brano finale I Can’t Give Everything Away: «Vedere di più e provare di meno. Dire di no, volendo dire sì. Per me è sempre stato così. È questo l’unico messaggio che mando». 

Chiara Bettelli Lelio*

*Counselor in sessuologia, direttore di psicodramma e giornalista nel campo della bellezza e del benessere per molti anni, ha ‘frequentato’ a lungo l’isola di Cuba. Questa profonda conoscenza, mai da turista, ha ispirato due libri: “L’Avana” (presentazione di Danilo Manera, collana le Città Letterarie Edizioni Unicopli) e il romanzo “Havana Melody” di Altromondo Editore. A Cuba, e soprattutto a L’Avana, ha conosciuto molti personaggi. Tra questi ha stretto amicizia con Alberto Korda, il fotografo del Che.

Michael JacksonChiunque abbia almeno diciott’anni ha un suo personale ricordo di quando ha appreso la notizia, ed è molto probabile che il 7 luglio fosse tra i tre miliardi di persone che assistettero all’evento di streaming on-line più visto della storia: il suo funerale celebrato nello Staples Center di Los Angeles.

Nessuno però poté dirsi sorpreso. Perché era già un miracolo che fosse arrivato a quarantacinque anni, di cui quaranta di carriera strabiliante e incessante, circa trenta di una vitiligine a dir poco emblematica per un ragazzino nero di Gary, altrettanti di un lupus eritematoso sistemico con tutte le sue complicazioni, un tot d’interventi chirurgici demolitivi e un abuso di psicofarmaci da manuale della star americana a cui hanno rubato l’infanzia.

Tutti tristi il 25 giugno del 2009 eppure nessuno incredulo.

Era una morte annunciata, qualcosa che s’intravedeva già quando si esibiva nel suo moonwalk, un essere filiforme che sembrava sempre sul punto di spezzarsi; quando con la voce di un bambino intonava Man in the mirror; e anche quando era ancora un bambino con le guanciotte tira-baci e cantava ABC… One, two, three...

Impossibile pensarlo vecchio, così come impossibile immaginarlo maschio, femmina… insomma, sessualmente attivo, nonostante gli scandali.
Solo lui poteva stringersi le palle con una mano e non sembrare un buzzurro da stadio, gorgheggiare peggio di Anita Ward in Ring my bell e non risultare grottesco, truccarsi e non sembrare un travestito.

Né uomo né donna, né etero né gay…

Un angelo di una nuova iconografia, quella inventata dalla cultura Pop. Kitsch e sublime.

Michael Jackson, Jeff KoonsE Jeff Koons l’aveva capito. Il furbo broker che ha applicato nell’arte le tecniche della finanza, nel 1988 gli ha dedicato una scultura, Michael Jackson and Bubbles, senza che lui mai posasse nel suo studio, solo ispirandosi a una fotografia. The King of Pop è vestito color oro, come lo scimpanzé che adottò nel 1985, è seduto per terra su un letto di fiori e cinge la bestiolina con il braccio destro; la mano bianchissima, l’incarnato bianchissimo, una lunga striscia di eyeliner nera sugli occhi, molto Liz Taylor, le labbra rosse e dischiuse.

Insieme sono un’unica entità, una cosa sola. Eppure i loro sguardi non s’incrociano e a ben guardare non sono neanche rivolti nella stessa direzione: quello di Bubbles è attraversato da una leggera inquietudine, quello di Michael è seduttivo, ma rassegnato; sembra dire: “lo so cosa vi aspettate da me, lo avrete”.

Bubbles metteva tristezza: una scimmia vestita da pop star che mangiava a tavola, viveva in tournée e posava per servizi fotografici con il suo padrone, che a sua volta era stato un bambino trattato come una scimmia da circo da un padre terribile e da un’industria spietata.

Anche Michael metteva un po’ tristezza, perché era come se tutta quell’energia, quella gioia di vivere e quel ritmo irresistibile che solo lui sapeva comunicare non gli appartenesse. Come se fosse altro da lui e lui fosse sono un mezzo per far arrivare qualcosa a ognuno di noi.

Lo stesso sottofondo di malinconia che s’intercetta sempre nel volto della Vergine Maria, deve aver pensato Jeff Koons. Che ha detto di essersi ispirato alla Pietà di Michelangelo, per la struttura triangolare della scultura, ma che sicuramente ha trovato nella successiva Madonna di Bruges l’icona di quello che lui ha declinato in salsa Pop.

Anche lei come Jacko non guarda la sua creatura (fu questa la novità), e anche lei lo trattiene a sé con una mano; ma mentre il Bambino sembra quasi scivolarle via lungo la veste e la tristezza di Maria è quella di una madre che sa a cos’è destinato suo figlio, Bubbles resta incastrato le gambe del suo padre\padrone, perché Michael sa che non c’è destino per lui,  solo show-business. Ma poi arriva Jeff Koons…

Anna Di Cagno

Impossibile per loro non entrare nel mito. Nati come gruppo al momento giusto nel posto giusto, vale a dire San Francisco, scorcio della seconda parte dei sixties, i Jefferson Airplane sono i “primi” in un sacco di cose. E in una manciata di anni mettono a segno tutte le “mete”: Monterey (1967), Woodstock (1969), Altamont (1969) e i primi due eventi sull’isola di Wight.

A stregare la Summer of Love di quell’indescrivibile Monterey, il 17 di giugno la voce di Grace Slick, frangetta adolescente, occhi grandi, liquidi, d’un verde cangiante tuffato nel blu, il fisico sinuoso coperto da lunghe gonne folk – e la malizia sottile tatuata addosso, emblema d’una splendida rivalsa dell’innocenza apparente che sa rivelare il lato più oscuro delle cose.

Intonando White Rabbit, pezzo scritto di getto, dice la leggenda, nell’arco giusto di una mezz’oretta, le parole fanno scivolare la realtà nella fiaba e viceversa.

Come?

Mischiando LSD, Bolero di Ravel e quell’Alice nel Paese delle Meraviglie che entra nelle ossa fin dalla prima infanzia. Il resto, poi, spetta al corpo, senza più fini né confini.

L’effetto è potentissimo: tra some kind of mushroom, fumo di Brucaliffo e l’immancabile richiamo alla madre (che nemmeno le pillole giuste sa scegliere), pare quasi che in sottofondo suoni -piano, forte, poi piano ancora, ma infinito-, il più astruso, irresistibile,  lisergico dei dialoghi fiabeschi firmati da quel folle visionario ossessivo che è Lewis Carroll.

Alice: Per quanto tempo è per sempre?

Bianconiglio: A volte, solo un secondo.

Già, un secondo.

Ma teniamocelo stretto, quell’istante incandescente. Che nell’anniversario della Summer of Love, attraversa la cortina dei decenni e ci piomba addosso, con una forza tra nostalgia e decisione, tra incubo e paradiso perduto.

E se vi resta qualche dubbio, Go ask Alice, I think she’ll know.

Silvia Andreoli


simon and garfunkel“Monterey, 16 giugno 1967. Quasi solstizio d’estate. Fortunatamente non siamo i primi a salire sul palco, abbiamo ancora un po’ di tempo per prepararci. Paul è tra gli organizzatori, eppure è emozionato tanto quanto me. Io parlo meno, scrivo meno, ma saliremo insieme là sopra, è la nostra avventura.

Sono tre giornate pazzesche, ci sono cinquantamila persone che ci attendono come si attende un profeta, è un’esperienza che fa girare la testa. Potrebbe essere una cartolina psichedelica questa, da tanta roba sta girando. Ci sono esperienze che puoi fare soltanto abbattendo alcuni filtri, sconnettendoti per un attimo dalla realtà e lasciando andare immagini e suoni che ne derivano. Non sono allucinazioni, non solo.

Le persone che sono arrivate qui non lo hanno fatto solo per assistere a un concerto. La musica è bellissima, ma non basta. Qui si cerca coesione, rivoluzione alternativa, libertà di prospettive. Anche noi abbiamo progetti ambiziosi, li porteremo avanti… (Because a vision softly creeping…)”

Inaffondabili perché: Visionari tra i visionari, in mezzo a una folla che non aveva i loro stessi colori, sono riusciti a diventare i portavoce di chi ha guardato alla Summer Of Love da una diversa un’angolazione.

Chiara Orsetti

Se, come sosteneva Carl Gustav Jung, l’inconscio collettivo è un contenitore psichico universale, per tutti gli italiani dal 1972 questo contenitore ha un nome e un cognome: Claudio Enrico Paolo Baglioni, Roma il 16 maggio 1951.

Ed ecco spiegato perché, anche se non è il nostro genere musicale preferito, anche se non abbiamo mai comprato un suo disco, anche se abbiamo sempre cambiato stazione radio all’incipit di “quella sua maglietta fina…” tutti sappiamo che era “tanto stretta al punto che immaginavo tutto…”.

Insomma, tutti sappiamo a memoria almeno una canzone (in realtà molte di più) del mitico, anzi archetipico Claudio.

 

Sosteneva Jung che gli archetipi, cioè quei simboli originari che si ritrovano in tutte le culture umane, comunicassero “al mondo effimero della nostra coscienza una vita psichica sconosciuta appartenente a un lontano passato” e servissero per comunicare “lo spirito dei nostri ignoti antenati, il loro modo di pensare e di sentire, il loro modo di sperimentare la vita e il mondo, gli uomini e gli dei”. L’influenza di questa psiche oggettiva sul nostro essere e divenire (lo psicoanalista svizzero parla di autorealizzazione\individuazione) è perciò fondamentale, perché a loro attingiamo, volenti o nolenti, per pensare, sentire, intuire…

Ed esserne consapevoli o meno non fa una grande differenza, perché gli archetipi ci sono e ci agiscono e ci rendono parte di una comunità.

Ecco perché non è necessario avere la discografia completa di Baglioni in libreria, per ritrovare se stessi, perché è lui a essere dentro di noi, non noi ad ascoltare lui.

 

Ma torniamo al 1972 e all’uscita di Questo piccolo grande amore, ormai per tutti QPGA.

Baglioni ha appena 21 anni ed è al suo terzo album (ha già scritto Signora Lia, prima Milf della musica italiana), vende quasi un milione di copie, resta in classifica per quindici settimane e il brano che dà il titolo al disco viene definito “la canzone italiana del secolo”.

E, dato che siamo in piena rivoluzione sessuale, viene anche censurato (la voglia era di essere nudi e non soli, le mani erano ansiose di cose proibite e non c’erano scarpe bagnate).

Cosa c’è di universale, collettivo e archetipico in questo testo?

  1. La maglietta fina: bisognerà aspettare vent’anni perché nasca il concorso Miss Maglietta Bagnata, ma da sempre e per sempre ogni ragazzina sogna di sfoggiare una maglietta fina che ne sottolinei le forme appena acquisite e ogni adolescente maschio ne resta abbacinato.
  2. Il falò. In un Paese che conta quasi ottomila chilometri di costa, la tradizione estiva della schitarrata in spiaggia la sera di Ferragosto è seconda solo al Natale, e pari per aspettative\frustrazione.
  3. Il materno. Quello che per Jung era la Grande Madre e cioè, “ciò che è benevolo, protettivo, tollerante” per Baglioni è una ragazza con “quell’aria da bambina” che gli “diceva sei una frana” ma già era pronta, è evidente, a perdonare la goffaggine e l’eterna indecisione maschile.
  4. Il rimpianto. Adesso che lui saprebbe cosa fare, adesso che saprebbe finalmente dire qualcosa di più significativo di “non sono sicuro se ti amo davvero” lei non c’è più.

E chi non ha almeno un rimpianto legato alla propria gioventù? E come si fa a crescere e individuare se stessi senza fare errori? Errori con uno scopo, li definisce Jung…

 

La sua discografia è immensa, la sua carriera batte i quarantasette anni, la quantità di dischi venduti è incredibile (siamo oltre i cinquanta cinque milioni), i ritornelli tormentone da “passerotto non andare via” (sequel del piccolo grande amore) ad Alé-oò i più efficaci di sempre, ma nel nostro personale processo d’individuazione ci sono altre due tappe fondamentali, una volta scollinata l’adolescenza attraverso E tu…, Gira che ti rigira amore bello e Sabato pomeriggio.

La prima è E tu come stai? Dove la stessa “e tu…” che qualche anno prima era ancora una volta in spiaggia accoccolata ad ascoltare il mare, ancora una volta coinvolta in corse a perdifiato sulla battigia, ancora a piedi nudi, ancora “fatta di sguardi e di sorrisi ingenui” si conquista un punto interrogativo e una domanda: come stai?

I falò sono finalmente finiti e con loro si spengono i primi amori importanti, quelli che fanno male davvero. Lasciata la spiaggia, lavata via la sabbia dai piedi ci si ritrova una sera da soli a domandarsi: “chi viene a prenderti, chi ti apre lo sportello, chi segue ogni tuo passo… chi ti ha portato via…”. Domande che tutti, sicuramente anche Jung, si sono posti a seguito della fine di una storia d’amore importante.

 

Ed eccoci al 1990, anno della svolta. E di Oltre, un concept album che già dalla copertina preannuncia una nuova fase della sua\nostra vita interiore: niente foto, un quadro, pennellate che lo ritraggono a torso nudo, un sottotitolo criptico più degli ultimi scritti di Jung (“un mondo uomo sotto un cielo mago”) e sul retro la sua ombra, l’archetipo della nostra parte irrazionale. Nella traccia più celebre, Mille giorni di te e di me, l’amore si fa sempre più difficile, ma la disperazione prende nuove forme, più armoniche, più integrate, non si cercano più facili scuse, ci si separa un po’ come ci si unisce, e si diventa tutti un po’ filosofi: “Finimmo prima che lui ci finisse, perché quel nostro amore non avesse fine…”.

È l’amore della maturità, intenso, fatto di luoghi, case, armadi, olfatto (“chi ci sarà dopo di te respirerà il tuo odore pensando che sia il mio..”), ma più composto, consapevole.

Individuato.

E il percorso è compiuto. Siamo cresciuti. Grazie Claudio.

 

Anna Di Cagno

Sono da sempre snobbati dagli amanti del rock e dai puristi del pop, ma se un gruppo in soli dieci anni di attività incide 8 album che vendono oltre 378 milioni di copie in tutto il mondo sono un fenomeno da studiare. Piaccia o non piaccia, questi numeri rock e pop star se li sognano. Le cifre riportate sopra racchiudono il mito degli Abba; un mito che da oltre quarant’anni non accenna a diminuire. Sono entrati nella leggenda. Dalla porta principale.

 

La storia del gruppo può essere la trama di un romanzo rosa. Benny Andersson suona la fisarmonica (una tradizione di famiglia, suo padre e suo nonno erano buoni fisarmonicisti) già a sei anni, e a dieci strimpella pure il pianoforte. Con l’arrivo degli anni Sessanta abbandona il repertorio folk a favore del pop-rock. Suona in diversi gruppi e con gli Hep Stars che raggiunge fama e successo: nel 1965 è la band più seguita in Scandinavia, tanto che la stampa li definisce «i Beatles svedesi». Durante un party conosce Bjorn Ulvaeus, chitarrista e compositore che vanta un contratto discografico con la Polar Music, potente etichetta discografica. Tra Benny e Bjorn c’è subito feeling: cercano nuove sonorità e insieme decidono di abbandonare la lingua svedese e scrivere i testi in inglese.

 

La collaborazione si ferma però nel 1966 quando Bjorn deve partire per il militare. Benny riprende così a fare il turnista e, durante un programma radiofonico, conosce e s’innamora di una giovane cantante, Frida Lyngstad. Lei è norvegese ma abita in Svezia dall’età di un anno, da quando cioè sua mamma è scappata dall’occupazione nazista della Norvegia. Già da piccola dimostra di essere portata per il canto e a soli 11 anni debutta sul palcoscenico. Studia e partecipa a diversi concorsi per giovani talenti finché, nel 1967, ne vince uno che le fa ottenere il suo primo contratto discografico con la stessa etichetta di un’altra giovane cantante svedese che in quel periodo brillava come una stella, la biondissima Agnetha Fältskog.

 

abbaNel 1969 Agnetha è già una star della musica scandinava e durante una trasmissione televisiva conosce Bjorn, che terminato il servizio di leva collabora a tempo pieno con Benny. I due, come in tutte le favole, s’innamorano mentre è in atto un altro avvicinamento – per il momento solo professionale, quello sentimentale avverrà l’anno successivo – tra Benny e Frida. Alla svolta del nuovo decennio tutto è pronto perché il romanzo degli Abba possa cominciare: Benny e Bjorn incidono un disco dove Agnetha e Frida collaborano come coriste. Il quartetto può funzionare, così decidono di incidere un disco insieme e chiamare il gruppo Bjorn & Benny-Agnetha & Anni-Frid – nome improbabile, tanto che l’anno successivo Benny decide di cambiare e s’inventa il nome Abba.

 

I quattro da quel giorno di amore ne ha messo in abbondanza nelle loro canzoni: dopo la vittoria dell’edizione all’Eurofestival del 1974 con Waterloo e fino alla loro separazione, il gruppo svedese è stata un’incredibile macchina pop, che ha sfornato successi senza tempo, scalato classifiche e vinto dischi d’oro e di platino in tutto mondo: Sos; Dancing Queen; Take A Chance On Me; The Winner Takes It All; Gimme! Gimme! Gimme!; Knowing Me, Knowing You; Money, Money, Money… brani zuccherosi,  scritti in un periodo in cui il mondo era col fiato sospeso per la guerra fredda; il pugno della dittatura schiacciava Grecia, Spagna, Portogallo e Cile; in Italia si viveva negli Anni di piombo; si combatteva in Vietnam e nel Medioriente. La domanda sorge spontanea: ma come facevano a pensare a storielle leggere d’amore in un periodo così?

«Sapevamo scrivere testi “fuori tempo”, che non rispecchiavano la realtà del momento – ammette Benny – ma se avessimo cantato una canzone pacifista contro l’intervento militare in Vietnam o contro Pinochet non saremmo stati credibili» In effetti no, anche per una questione di look, abiti coloratissimi pieni di lustrini e paillettes. «Nel 1974 – spiega – prima di salire sul palco dell’Eurofestival ci siamo detti “se ci presentiamo in jeans e maglietta passiamo inosservati” e così abbiamo deciso di mascherarci un po’. E, visto il successo, il nostro produttore ha deciso che era meglio continuare con i travestimenti». Gli abiti di scena occupano un paio di sale dell’Abba – The Museum, inaugurato soltanto pochi anni fa e che è già diventato una delle maggiori attrazioni di Stoccolma.

 

Per stessa ammissione di Benny l’avventura degli Abba è terminata perché si erano resi conto che la musica stava cambiando. Negli anni Ottanta punk, heavy metal e disco hanno sempre più pubblico ma loro – aiutati anche da conti correnti bancari da nababbi – decidono di restare fedeli al loro stile fino alla fine. E, come fanno le grandi star, preferiscono ritirarsi quando sono ancora all’apice della carriera, lasciando i fans con l’amaro in bocca ma con uno splendido ricordo.

 

Otto dischi che – sia ben chiaro – non hanno certo contribuito a cambiare il mondo, ma hanno sicuramente aiutato a renderlo un po’ più leggero, spensierato, allegro. E quando a Benny fai notare che nel 1970 si compie lo scioglimento dei Beatles e un paio di anni più tardi gli Abba fanno uscire il loro primo singolo intitolato People Need Love, sorta di contraltare di All You Need  Is Love del gruppo di Liverpool, si imbarazza: «No, no, non vuol dire niente. È solo un caso: i Beatles sono inarrivabili. Non esistono paragoni con loro, non scherziamo! Al loro fianco noi non siamo nessuno e, soprattutto, non abbiamo fatto niente di così memorabile». Onesto. Benny la musica non l’ha abbandonata: oggi gira per la Svezia con un gruppo acustico (lui suona la fisarmonica) e propone musiche popolari scandinave.

 

Che Benny, Bjorn, Agnetha e Frida (battezzata Anni-Frid, così si giustifica la seconda A nel nome del gruppo) siano l’orgoglio della Svezia lo si capisce appena atterrati ad Arlanda, l’aeroporto della capitale. Percorrendo il corridoio che porta all’uscita le gigantografie di Benny e compagni ti accolgono assieme a quelle di altri personaggi illustri che hanno fatto grande la Svezia, come lo scrittore August Strindberg, le attrici Liv Ullmann e Britt Ekland, Alfred Nobel creatore del premio, gli sportivi Bjorn Borg e Ingemar Stenmark, il regista Ingmar Bergman solo per citarne alcuni. Quindi, se avevamo ancora bisogno di una conferma, i quattro sono ufficialmente entrati nella storia. E non solo della Svezia.

 

I reali di Svezia non hanno mai nascosto di essere loro fan, ma quando gli hanno chiesto di riunirsi per un’occasione speciale i quattro hanno declinato l’invito. «L’avventura degli Abba – s’è giustificato Benny – è terminata nel 1982 perché non avevamo più niente da dire. Trovo molto tristi gli artisti che non sanno fermarsi». Chapeau!

Loro si sono fermati, ma la leggenda continua.

 

Luca Pollini