Quella sera del 25 febbraio 1956, a una festa a Cambridge, Sylvia, giovane poetessa americana  in visita in Gran Bretagna con una borsa di studio Fullbright, c’era andata proprio per cercare di incontrare e di conoscere l’autore di quei  versi che l’avevano folgorata, letti su una rivista qualche giorno prima,  la St. Botolph’s Review. Lei, bionda, bella, spregiudicata e avida di esperienze non solo letterarie, si sentì immediatamente attratta da quel giovane alto, bello, dall’aspetto bohemienne e dai vestiti stazzonati e non troppo puliti, stella nascente della poesia inglese.

Si appartano ben presto dalla confusione della festa, lui la bacia sulla bocca, parlano per tutta la notte continuando a baciarsi finché lei lo morde, quasi famelica, sulla guancia: un morso che stilla qualche goccia di sangue e che lascia il segno per qualche giorno.

Nasce così, con un gesto violento, l’amore travolgente e maledetto tra Sylvia Plath e Ted Huges, consumato, ma si dovrebbe dire bruciato, in soli sette anni e finito tragicamente.
Un amore che nelle aspettative soprattutto di lei, doveva essere perfetto, l’amore tra due poeti, che avrebbero condiviso tutto in una relazione fusionale, fatta di passioni comuni.

Sylvia è brillante e dotata, ha di fronte a sé un luminoso futuro letterario, così come il suo innamorato. Ma Ted non sa, almeno inizialmente, quanto dolore, quali incubi e abissi si celino dietro allo smagliante sorriso americano e all’apparente vitalità  di lei. Un rapporto con la madre estremamente conflittuale, un rapporto mai risolto col padre morto quando lei era bambina, un suicidio sventato per puro caso, qualche anno prima, un aborto, una violenza sessuale, cure psichiatriche che ne seguirono, come poi narrerà nel suo romanzo La campana di vetro. Tutto ciò nascosto da un fortissimo desiderio di eccellere, di soddisfare le aspettative che molti hanno riversato su di lei e che lei stessa nutre fino allo spasimo.

Ma per il momento la loro storia d’amore non sembra riservare ombre: si abbandonano ad un rapporto totalizzante che li vedrà prestissimo convolare a nozze, il 16 giugno 1956, una data non certo scelta a caso, una data letteraria: il giorno del Bloomsday, in cui si svolge l’Ulisse di Joyce.

Entrambi scrittori nascenti, entrambi professori di letteratura e di scrittura creativa, l’anno seguente, Sylvia e Ted si trasferiscono a Northampton,nel Massachusetts, dove lei rientra alla sua Università, lo Smith College, come insegnante. Vivono per qualche tempo nella colonia artistica di Yaddo, dove Sylvia compone buona parte de Il Colosso, quello che sarà il suo primo libro, una silloge di poesie dagli spunti autobiografici, nel quale emergono i suoi fantasmi, su tutti la figura del padre e il dolore, mai risolto,  per la sua perdita prematura. Questa nuova vita però starà stretta a Ted, tanto che alla fine del 1959 la coppia tornerà  a Londra.  Il 1° aprile 1960 nasce la loro prima figlia, Frieda: tutto dovrebbe far pensare a una sfolgorante felicità, anche perché Ted si afferma come poeta e come professore.
Sylvia, invece, cerca faticosamente di conciliare l’insegnamento con la scrittura e con la gestione della sua maternità, finendo per rimanere in ombra dietro alla fama sempre crescente del marito. Rientrata in Inghilterra, la coppia deciderà di stabilirsi nel Devon, in una fattoria che nelle loro intenzioni avrebbe dovuto essere un nido di tranquillità familiare e di ispirazione creativa, e che si trasformerà invece in un cupo scenario che vedrà la fine del loro amore, del loro matrimonio e del loro illusorio sodalizio poetico.

La vita di fattoria non è come Sylvia s’immaginava, soffre di solitudine e si ritrova a fare la casalinga di campagna. Nel 1961, subirà la perdita del loro secondo figlio, nel 1962 nascerà Nicholas. I contrasti con Ted sono sempre più frequenti, la gelosia nei suoi confronti diventa ossessiva, così come l’invidia per i suoi successi letterari, tanto da spingerla, in un momento di rabbia, a bruciare i suoi manoscritti e quelli del marito. La relazione extraconiugale di Ted con Assia Wevill, una splendida  donna ebrea, traduttrice  e pubblicitaria, finirà per allontanarli definitivamente. Sylvia non reggerà emotivamente a questo, non certo il primo, tradimento di Ted, e sprofonderà in un periodo di cupa disperazione che però si rivelerà estremamente fecondo per la sua produzione poetica: nei mesi che seguono l’abbandono di Ted, nell’inverno 1962-63 Sylvia torna vivere con i figli a Londra in una casa dove aveva vissuto William Butker Yeats e, nonostante le difficoltà della sua nuova situazione di donna separata, riprende a scrivere, creando  i suoi capolavori: Ariel e il romanzo La campana di vetro.

A un solo mese dalla pubblicazione di quest’ultimo, nella notte dell’11 febbraio 1963, scrisse la sua ultima poesia, Orlo.

La donna è a perfezione.

Il suo morto

corpo ha il sorriso del compimento,

un’illusione di greca necessità

scorre lungo i drappeggi della sua toga,

i suoi nudi

piedi sembran dire:

abbiamo tanto camminato, è finita.

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno

come un bianco serpente a una delle due piccole

tazze del latte, ora vuote.

Lei li ha riavvolti

dentro il suo corpo come petali

di una rosa richiusa quando il giardino

s’intorpidisce e sanguinano odori

dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna

che guarda dal suo cappuccio d’osso.

A certe cose è ormai abituata.

Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

Preparò del pane imburrato e due tazze di latte – la colazione per i suoi bambini – sigillò con degli stracci porte e finestre della cucina, aprì il gas e mise la testa nel forno, attendendo la morte che aveva più volte cercato, in vita.

Dopo la sua morte Sylvia divenne, inconsapevolmente, un’icona del femminismo e a Ted venne attribuita la colpa del suo suicidio, che pesò su di lui per tutta la vita, amplificata dal fatto che anche Assia Wevill, sei anni dopo la morte della Plath si suicidò, assieme alla figlia di quattro anni avuta da lui, Shura. Un destino di morte del quale Ted Huges si rifiutò di parlare per molti anni e attorno al quale fiorirono forti sospetti, primo tra tutti che, nel pubblicare gli scritti postumi della moglie curandone l’edizione (diari, poesie) avesse occultato e/o distrutto le parti per lui imbarazzanti e “accusatorie”, nascondendosi dietro la preoccupazione per la tutela dei propri figli.

Vero è che alcune lettere inedite scritte da Sylvia al suo psicanalista tra il febbraio del 1960 e il febbraio del 1963, a pochi giorni dalla suo suicidio, e rinvenute a cinquant’anni dalla sua morte raccontano di aggressioni, violenze e minacce di morte nei suoi confronti da parte di Ted.

Non è possibile e neanche giusto entrare nelle complesse dinamiche di una coppia, tantomeno di un amore malato come quello che unì Sylvia Plath e Ted Huges. Ciò che aveva da dire lui lo covò per molti anni, fino alla pubblicazione di quel complesso e sofferto “canzoniere in morte”, se così si può definire, rappresentato da Birthday Letters, libro pubblicato nel 1998 nel quale il poeta stabilisce finalmente un pubblico dialogo con il suo grande e tormentato amore.

Scriverà nella poesiaThe Rabbit Catcher: “Eri richiusa, boccheggiante, in una camera dove io non potevo trovarti, o anche solo sentirti, e tanto meno capirti”, esplicitando quell’incomunicabilità che la passione non poteva sanare né superare.

 

Dici Ezra Pound e pensi a Casa Pound, inquietante sede di un movimento politico italiano di estrema destra, ispirato alle posizioni politiche di un americano antisemita e nazifascista. Tanto antisemita e tanto nazifascista, quanto clinicamente pazzo.

E infatti, a conclusione della Seconda Guerra Mondiale, gli americani ritennero opportuno ospitarlo per 13 anni in un manicomio criminale nella speranza di rieducarlo ai valori democratici degli Stati Uniti.

Ma per Pound la vera Patria era l’Italia, Paese di santi, poeti, navigatori e fuori di testa di ogni tipo.
E infatti vi trasferì nel 1924 per sostenere il regime fascista fino alla caduta della Repubblica Sociale Italiana e anche dopo, in cuor suo. E riuscì a farsi ricevere da Mussolini, il 30 gennaio del 1933 e a pronunciare, profetico come solo un grande poeta può essere, una delle sue più famose frasi: “Duce, ho la possibilità di non far pagare le tasse agli italiani” mentre gli porgeva una copia dei suoi celebri Cantos.

Considerava Mussolini il più grande statista della sua epoca, Hitler un “imitatore isterico” del Duce e Churchill un criminale di guerra. Aveva idee un po’ bislacche.

Ma era pazzo.
Ma era Poeta.
Grandissimo.
“Il miglior fabbro” come scrisse  nell’epigrafe a La terra desolata Thomas Stearns Eliot, di cui Pound fu editor , o meglio “l’editor”, l’unico che poteva metter mano a quel complesso e infinito capolavoro  della poesia del Novecento.

Quanto grande?
Grande così
:

Francesca

You came in out of the night
And there were flowers in your hands,
Now you will come out of a confusion of people,
Out of a turmoil of speech about you.
I who have seen you amid the primal things
Was angry when they spoke your name
In ordinary places.
I would that the cool waves might flow over my mind,
And that the world should dry as a dead leaf,
Or as a dandelion seed-pod and be swept away,
So that I might find you again,
Alone.

Sei emersa dalla notte e recavi fiori tra le mani,
Ora ti staglierai contro una confusione di individui,
Emergendo da un tumulto di parole su di te.
Io che ti vidi tra le cose primordiali,
Mi adirai quando pronunciarono il tuo nome in luoghi volgari.
Quanto vorrei che le fredde onde sommergessero la mia mente,
E che il mondo inaridisse come foglia secca
O come bacca di dente di leone e fosse spazzato via,
Così potrei ritrovarti.
Sola.

La traduzione è l’iceberg nascosto, l’insidia nemica della poesia, l’ombra che può deformarne l’anima,
ma con un testo così è impossibile commettere errori, se si ha un po’ dimestichezza con la lingua. Perché il concetto è archetipico e vibrante di luce e le parole così perfettamente infilate da risplendere come perle e sconfiggere l’ombra.

I fiori, la folla, le onde si mescolano in un mulinello di cupio dissolvi da cui emerge solo l’oggetto del proprio amore.
Sola.
A quel punto Eterna, perché siderata nella solitudine di un mondo dissolto per fare spazio solo a lei.

Sì, c’è pure una bacca di dente di leone. Una cosa irrilevante per il mondo, ma anche lei deve rinsecchirsi, inaridire, ridursi in briciole, per lasciare spazio a questa Venere che non nasce dalle onde ma dal buio e si chiama Francesca. Una bella rivincita per tutte le Francesca che non si sono mai sentite rappresentate dalla canzone di Battisti e che non potevano rallegrarsi all’idea di avere il proprio nome associato a una dannata che soffrirà in eterno le pene dell’Inferno di Dante.

Pound è stato un pilastro della Poesia del XX secolo. Ed era pazzo, totalmente pazzo. Ed era pure nazifascista e antisemita. Lo era perché era pazzo? Sono decisamente portata a crederlo.
Ma se la pazzia delle sue idee politiche complottiste e scollegate dalla realtà come tale andrebbe considerata, la sua poesia va goduta con l’abbandono che si deve solo all’assoluta bellezza della parola. E in questo caso della donna che tutte vorremmo essere, Francesca.

Era nata Rothschild, il 22 agosto 1893, a Long Branch. Nonostante la famiglia non fosse quella dei ben noti banchieri, la piccola Dorothy visse un’infanzia e una giovinezza agiata, che decise di abbandonare lasciando il New Jersey per approdare a New York nel 1917, inseguendo il sogno di diventare una scrittrice. Ma all’inizio si dovette adattare, assunta nella redazione di Vogue, a scrivere brevissime didascalie a corredo delle immagini da pubblicare nella rivista.
Frasi del tipo: “Con questo abitino rosa ci scappa di sicuro uno spasimante”.

Che sia questa l’origine della sua brevità narrativa? Nella sua lunga carriera – che la portò, oltre a scrivere per Vanity fair e il prestigioso New Yorker, anche a Hollywood dove lavorò come sceneggiatrice, devastandosi l’esistenza come accadde anche a John Fante – non scriverà mai romanzi, ma solo brevi, perfetti, racconti e caustiche, perfette, poesie intrise di quella ironia, molto vicina al sarcasmo, che la rese celebre come una delle penne più corrosive del suo tempo.

Sofisticata umorista, temutissima critica letteraria e teatrale al vetriolo negli anni Venti e Trenta del Novecento, membro dell’esclusivo circolo della Round Table che si riuniva all’Algonquin Hotel a New York, dove sedevano con lei gli intellettuali, scrittori, giornalisti e attori più famosi dell’epoca,
alcolista per niente anonima, anticonformista e donna libera, Dorothy Parker (il cognome che l’accompagnò fino alla morte lo prese dal suo primo marito, Edwin Bond Parker, sposato nel 1917, da cui divorziò nel 1928) fu spesso in prima linea, pronta a  difendere le cause che riteneva giuste, venendo  spesso derisa da chi la definiva “una comunista con il boa di struzzo” sottolineando le contraddizioni che pur la distinguevano, lei che viveva nel mondo dorato e frivolo della New York intellettuale di quegli anni.  Ma questo non le impedì di sfilare  nei cortei contro la condanna a morte di Sacco e Vanzetti, di sostenere le lotte sindacali dei lavoratori, di partire per la Spagna e diventare corrispondente durante la Guerra Civile e mandando i suoi articoli al giornale di sinistra The new masses, di subire l’ostracismo durante il Maccartismo, ostracismo che le impedirà a lungo di lavorare.

Famosa per le sue battute folgoranti, con le quali riusciva a stroncare e distruggere chiunque, compresa se stessa, per i numerosi tentati  suicidi (mai davvero seriamente messi in atto: prima di tagliarsi le vene o assumere  quantità industriali  di barbiturici ordinava alla cucina dell’hotel dove alloggiava due uova alla Benedict o altro, e immancabilmente il cameriere arrivava in tempo per  salvarla), per i suoi racconti dove metteva alla berlina i tic dell’alta borghesia americana razzista, le sue ipocrisie, le falsità di un mondo che conosceva molto bene, perché ne faceva parte, femminista ante litteram, raccontava la vita delle donne senza indulgenza, ma con vera partecipazione e profondità.

Era conosciuta come la donna più spiritosa di New York, che riusciva con poche battute a mettere tutto in ridicolo, compreso il suicidio, come nella sua poesia più famosa, Resumé:

Razors pain you;

Rivers are damp;

Acids stain you;

And drugs cause cramp.

Guns aren’t lawful;

Nooses give;

Gas smells awful;

You might as well live.

 

Spiritosa anche quando, ormai distrutta dall’alcool e dalla persecuzione politica, nel 1958 andò a ritirare un umiliante premio di mille dollari che l’Istituto Nazionale Americano di Arti e Lettere destinava a “un anziano che abbia continuato a praticare la sua arte con integrità” e nel commentare il fatto che, per la prima volta, il pubblico si fosse alzato in piedi, solo per lei, in segno di omaggio, disse: “Oh, si sono alzati per me? Credevo si fossero alzati per andarsene!”.

 

Eppure la sua vita fu intrisa di tristezza e solitudine, nonostante i molti amori e i molti amici. L’alcolismo, i troppi lutti (sua madre morì che lei era ancora bambina; nel 1912 suo fratello non sopravvisse al naufragio del Titanic e un anno dopo morì anche suo padre; Alan Cambell, il suo ultimo ex marito, si suicidò), i divorzi, gli abbandoni, le traversie politiche, le frustrazioni a cui andò incontro soprattutto lavorando come sceneggiatrice per il cinema, la povertà degli ultimi anni la resero sempre più fragile e sola.

Ultimo paradosso: trascorse i suoi ultimi anni a New York vivendo con un sussidio di 75 dollari alla settimana – cifra che veniva assegnata ai disoccupati –  ma quando la trovarono morta, il 7 giugno del 1967, nella  stanza di un modesto alberghetto dove era finita a vivere, nel cassetto furono trovati assegni per migliaia di dollari mai riscossi. Mantenne la coerenza politica, però, lasciando tutti i suoi beni a Martin Luther King, designato suo unico erede.

Grande, piccola Dorothy, i tuoi occhi da cerbiatta, spaventati e aperti sul mondo, continuano a parlarci dalle fotografie che ci rimangono di te, insieme alla tua splendida scrittura.

 


emily dickinson“Che sia l’amore tutto ciò che esiste, è ciò che noi sappiamo dell’amore. E può bastare che il suo peso sia uguale al solco che lascia nel cuore”. L’eco di questi versi, così come quelli di altre centinaia, risuona ancora tra le strade di Amherst, un borgo rurale del Massachussetts. È qui che nacque Emily Dickinson, nel 1830, è qui che la sua casa – The Homestead, un tempo una fattoria con un campo di fieno, un giardino, e un granaio – è stata trasformata in un museo. Visitarla è come fare un tuffo nel passato, dove ogni cosa parla del suo animo ribelle, delle sue passioni, dei suoi numerosi scritti, del suo quotidiano. La poetessa vi abitò per tutta la sua vita, tranne una parentesi di quindici anni.

Amava molto questa abitazione e la chiamava “la casa dell’anima”. Tra queste pareti condusse sempre una vita semplice. Faceva i dolci, giocava con il suo cane Carlo, si destreggiava al piano, senza spartiti. Aiutava sua madre Emily Norcross, nelle faccende domestiche, anche se non le piaceva, e trascorreva ore e ore nell’orto a “coccolare” le sue piante, come il gelsomino e l’oleandro (è visibile una serra con gli attrezzi originali recuperati e ristrutturati). Era famosa per fare giardinaggio in notturna con la lanterna. Stendeva sul suolo una coperta per fare in modo che il suo abito non si rovinasse.

Nella natura trovava anche la sua spiritualità, e a differenza della sua famiglia molto religiosa (possedeva diciannove Bibbie) non andava mai in Chiesa. Una volta scrisse: “Alcuni osservano il Sabbath in Chiesa, io l’osservo stando a casa. Con una doliconice come corista e un frutteto come cupola”. Molto tempo lo dedicava alla lettura. Lo studio era pieno di libri, dal pavimento al soffitto (sono conservati all’Università di Harvard e alla Brown University) ed era solita dire: “Sono grata che esistano i libri. Sono migliori del Paradiso perché il Paradiso è inevitabile, mentre i libri potrebbero scomparire”. Ma soprattutto scriveva poesie: ben 1789, oltre a centinaia di lettere alla sua famiglia e ai suoi amici. Girava sempre con una matita e appuntava versi ovunque: sulle buste, persino sul retro della carta dei cioccolatini.

Emily amava molto la poesia e la definì così: “Se io leggo un libro e mi fa sentire così freddo che nessun fuoco può scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento come se la parte superiore della mia testa fosse stata staccata, so che è poesia”. Solo alcune delle sue liriche furono pubblicate durante la sua vita.

Non essendo interessata alla pubblicazione, la poetessa era libera dai limiti dello stile, come rima perfetta e metro regolare che erano comuni in quel periodo. Il suo poeta preferito era Shakespeare: spesso si rifugiava nell’attico e recitava i suoi poemi ad alta voce. Lo faceva solamente per se stessa, nessuno l’ascoltava, se non forse i topi. Eppure di persone disposte ad ascoltarla ne avrebbe avuto tante: ebbe tante storie pur non essendosi mai sposata e molti uomini con cui le piaceva flirtare. Perché come era solita ripetere: “Il mio cuore ha tante porte”.

Quando si entra in quella che era la sua stanza, sembra quasi di vederla seduta alla sua scrivania sotto la finestra intenta a scrivere (c’è una copia del piccolo tavolino che usava, l’originale è a Harvard) o ad ammirare l’alba o a scorgere i suoi nipotini che dalla casa di suo fratello Austin, di fronte, venivano a trovarla.

Tutto intorno, una carta da parati con fiori rosa, simile a quella usata nel 1880, e al centro un camino in marmo italiano. Spicca un vestito bianco, una copia dell’unico abito rimasto nel guardaroba della poetessa. Semplice con dodici bottoncini di alabastro e una tasca a destra, diverso dagli abiti con tanti strati e corsetti che erano di moda durante il periodo vittoriano. Per questo divenne nota come “il mito di Amherst”, lei che non si vedeva mai e che vestiva sempre di bianco.

Una volta, consapevole della fama che aveva, scrisse alle sue cugine: “dite al pubblico che oggi indosso un abito marrone e un mantello, se possibile, più marrone”. Quando morì, nel 1886 all’età di cinquantacinque anni, sua sorella Lavinia ritrovò sotto il letto e nei cassetti un’infinità di quadernini scritti a mano, cuciti o chiusi a fascicoletti con dei nastrini.

Prima della sua morte, Emily fece promettere a sua sorella Lavinia che avrebbe bruciato tutti i manoscritti ricevuti e lei lo fece per rispettare questa volontà, ma poi s’impegnò perché i pensieri ritrovati fossero pubblicati. “Il mondo deve sapere del genio di mia sorella”, disse. Ad aiutarla nell’impresa fu anche Thomas Wentworth  Higginson, amico di penna di Emily. Nel novembre 1890 si ebbe il primo libro pubblicato, anche se i commenti non furono tutti positivi. Da allora la produzione è stata infinita.

Poco distante si trova il cimitero con la sua tomba. Per terra qualcuno ha poggiato alcune matite e penne, a voler ricordare i suoi scritti rimasti immortali.

“Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi,
non avrò vissuto invano.
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena,
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido,
non avrò vissuto invano”.

Isa Grassano*

 

*Isa Grassano, giornalista professionista freelance, collabora con le più prestigiose riviste italiane occupandosi di viaggi, costume, attualità e libri. È autrice di guide di viaggio intramontabili (Forse non tutti sanno che in Italia, è il suo ultimo successo), perché scritte con passione e infinità curiosità della vita, la stessa che ritrovate nel suo seguitissimo amichesiparte.com.

AlceoPiove. Dal cielo
una grande tempesta
le correnti dei fiumi
sono diventate di ghiaccio

 

Scaccia l’inverno, alimenta
il fuoco, nelle coppe
senza risparmio versa
il vino di miele,
attorno alla testa
avvolgi una sciarpa morbida.

 

 

 

 

In russo “Nadežda” (надежда) significa “speranza”. Nome che calza a pennello per la moglie bambina – ma destinata a diventarne la tenace vestale – di uno dei più grandi poeti del Ventesimo secolo: Osip Mandel’štam. Quando i due si incontrano per la prima volta, al Chiam di Kiev, un cabaret rifugio di artisti e bohémien, lei ha 19 anni e lui è un giovane poeta dalle lunghe ciglia che recita versi misteriosi e incantatori.
Come questi del 1909: 

Una indicibile tristezza

ha spalancato gli occhi,

un vaso di fiori s’è svegliato

ed ha versato il suo cristallo.

Tutta la stanza è impregnata
di languore-dolce rimedio!

Un così piccolo regno
 ha risucchiato tanti sogni.

Questi del 1912:

Odio la luce

delle stelle monotone.

Salve, mio antico delirio –

crescita della torre ogivale!

Pietra, sii come merletto

e diventa una ragnatela.

Ferisci con un ago sottile

il petto vuoto del cielo!

Così sarà il mio turno –

sento un’apertura di ali.

Così – dove va

la freccia del pensiero vivo?

O forse, portati a termine la strada e la data,

io tornerò:

là – non posso amare

qua – ho paura di amare..

O come quelli della poesia “Pedone”, scritta nel 1912: 

Sento una paura invincibile
in presenza dell’altezza misteriosa;
io sono soddisfatto della rondine nei cieli
e amo il volo delle campane!

E, sembra, antico pedone,
che sopra l’abisso, sui ponti che si curvano,
ascolto come cresce una palla di neve
e l’eternità batte sulle ore di pietra.

Se così fosse! Ma io non sono
quel viandante che passa rapido sulle foglie sbiadite
e veramente in me canta la tristezza.

In realtà, la valanga è sulle montagne!
E tutta la mia anima è nelle campane
ma la musica non salva dall’abisso!

«Nadežda del destino non sa nulla, è troppo giovane, non ha avuto il tempo di pensarci. Qualcosa sente di condividere con lui: la sventatezza, e la coscienza di una catastrofe imminente», sostiene la scrittrice Elisabetta Rasy (che al grande amore tra il poeta russo e la moglie ha dedicato nel 2005 il romanzo La scienza degli addii, ispirato dal celebre verso di Mandel’štam: «Ho imparato la scienza degli addii, nel piangere notturno, a testa nuda»).

Nella Russia sconvolta dalla rivoluzione e dalla guerra civile, tra speranza e paura, nasce un amore destinato a diventare leggendario. Separati per quasi due anni dalle turbolenze della rivoluzione, Nadežda e Osip si ritroveranno nel 1921 e non cesseranno di amarsi fino a quando, nel 1938, al culmine del terrore staliniano, Osip sarà deportato e morirà in un campo di concentramento in Siberia.

Figlia minore di un avvocato e di una delle prime donne medico in Russia, Nadežda Jacovlevna Chazina era nata a Saratov nel 1899 ed era cresciuta in una famiglia benestante di origini ebree convertita al cattolicesimo ortodosso. Nel 1918, anno del suo incontro fatale, è una ragazza allegra, che va in giro di notte con gli amici, lavora nel prestigioso studio dell’artista teatrale d’avanguardia Aleksandra Ekster e dipinge i festoni per il palcoscenico che il primo maggio celebra la vittoria dei contadini.

Osip, invece, è un tipo spavaldo e anticonformista. Magro, con il volto affilato, aveva un’abitudine ricordata da tutti coloro che lo conobbero: teneva la testa piegata all’indietro e la faccia alta, lasciando intravedere che al di là delle minuzie della vita, poteva essere irriducibile nel difendere i propri valori spirituali. Era nato a Varsavia nel 1891, in una famiglia ebraica della media borghesia, ma aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Nel 1907 lo ritroviamo a Parigi alla Sorbona, poi nel 1910 si iscrive all’università di Heidelberg dove segue per breve tempo corsi di filologia germanica. Viaggia in Italia, in Svizzera e in Finlandia. Scrive le sue prime poesie, si fa conoscere per il suo lirismo, la sua indipendenza e l’intransigente amore per la libertà. Si oppone ai futuristi e ne sfida persino uno a duello.

Viaggia in Crimea, in Georgia, in Ucraina. Ed è proprio a Kiev che incontra Nadežda, che sposerà nel 1922. Così la ragazzina ebrea di buona famiglia comincia a seguire il suo uomo («Uccello da voliera che segue l’uccello migratore») fino alla fine, la morte di lui nei gulag siberiani. Passando per la putrida stamberga dell’alloggio per scrittori Herzen, i sanatori di Stato in Crimea e l’esilio a Voronež, nella Russia sud-occidentale.

Un amore tormentato, il loro, che deve anche fare i conti con la gelosia nei confronti delle poetesse Marina Cvetaeva e Anna Achmatova, di cui Osip si innamora. Ma Nadežda, certa di incarnare il sentimento più vero e profondo del marito, dimostra un coraggio inossidabile e, caparbia, mantiene in vita l’amore coniugale, il vero “amore impossibile”. Segue ovunque il poeta, che già nel 1923 viene ammonito dal regime sovietico a non pubblicare più le sue poesie, giudicate sovversive. E così lei, quei versi che il marito le detta di notte li riporta su carta di fortuna, nascondendo i figlietti nelle pentole, per paura delle perquisizioni e più tardi li imparerà a memoria, unico modo per proteggerli e consegnarli alla Storia.

Nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1934 due agenti della polizia sovietica si presentano in casa di Mandel’štam a Mosca e dopo una perquisizione accurata il poeta viene arrestato e poi rilasciato con una condanna al confino per tre anni.

 

mandelstam

 

La descrizione di quella notte è impressionante. Un vicino si autoinvita all’ora di cena (in casa ci sono solo poche mele) chiacchiera ininterrottamente, non se ne va mai, solo più tardi si comprende che il suo compito era di controllare che nessun documento venisse distrutto. Anna Achmatova, che era presente, scrisse: «La perquisizione durò tutta la notte. Cercavano delle poesie. Lo portarono via alle 7 di mattina». Istruttoria e interrogatori si svolgono alla Lubianka e qui il poeta fa un primo tentativo di suicidio, tagliandosi le vene. Il verdetto sarà di tre anni d’esilio a Tcherdyn con la menzione “isolare, ma mantenere in vita”. Nadežda ha il diritto di accompagnare il marito durante il viaggio sottoscorta fino a Sverdlosk. Ma Mandel’štam, che soffre di allucinazioni auditive, a Tcherdyn fa un nuovo tentativo di suicidio, saltando dalla finestra di un’infermeria. Mesi dopo in una poesia definisce la sua depressione «un tafferuglio da quattro soldi» e il suo tentativo di suicidio «un salto ed eccomi tornato in me …».

Grazie all’intercessione di Nikolaj Bucharin e a una telefonata di Pasternak a Stalin, la condanna viene commutata in tre anni di confino amministrativo, con divieto di risiedere a Mosca, a Leningrado e in altre dieci città. Il poeta sceglie Voronež, dove compone molte poesie più tardi raccolte nei “Quaderni di Voronež” e dove vive in domicilio coatto quindi dal 1935 al 1937.

«Oh rozza trama della nostra vita / ben povera è la lingua della gioia! / quello che accadde è già

matrice logora / ma intensamente dolce è il riconoscersi.

E una serena nostalgia non mi permette di lasciare / le ancora giovani colline di Voronež / per

quelle toscane, terse, universali».

Il premio Nobel Brodskij, parlando della “tremenda accelerazione che l’epoca del cane da lupo” ha dato alla poesia di Mandel’štam osserva: «Eppure proprio per questa via la sua poesia diventò canto più di quanto non fosse mai stata; non il canto di un bardo ma quello di un uccello con le sue subitanee, imprevedibili, spirali e impennate, simili al tremolo di un cardellino».

A Nadežda, che l’ha seguito, riserva questi versi:

«Guarda la fifa a cosa ci ha ridotto o mio compagno dalla grande bocca! Guarda il tabacco nostro

che si sbriciola schiaccianoci, babbeo, caro amico! Come uno storno fischiarsi la vita, come una

torta di noci divorarla, ma è un desiderio proibito».

Ma la disgrazia politica diventa definitiva, anche perché muore, nel vortice del grande terrore staliniano, il vecchio protettore Bucharin. Dopo il secondo arresto, avvenuto il 2 maggio del 1938, Osip Mandel’štam viene inviato nella Siberia più estrema, destinazione le famigerate miniere d’oro della Kolyma e circa sei mesi più tardi, nella prigione di transito di Vtoraia Rečka, muore di fame e di follia. La moglie lo seppe molto tempo più tardi, con un avviso postale e la restituzione di un pacco “per morte del destinatario”. Nadežda, nelle sue Memorie scrive: «ho potuto raccogliere le mie scarse informazioni e tentare di indovinare quando è morto. E mi ripeto ancora oggi; quanto più rapidamente arrivò la morte, tanto meglio. Non vi è nulla di peggio di una morte lenta… La data della sua fine è incerta. E io sono nella impossibilità di fare ancora qualcosa per stabilirla con esattezza».

Nel 1958 Nadežda Khazina Mandel’stam si era già lasciata alle spalle due decenni di vedovanza, privazioni indicibili, la guerra e «la quotidiana paura di essere agguantata dagli Agenti della Sicurezza di Stato come moglie di un nemico del popolo. Per chi scampava alla morte, tutto ciò che veniva dopo poteva significare soltanto un rinvio, una tregua».

Ma all’età di sessantacinque anni prende la penna e comincia a scrivere il libro “L’epoca e i lupi”. Sempre e soltanto del marito, della loro vita, della poesia, degli amici veri e finti, senza nulla tacere; svelando finalmente tutte le poesie di Osip protette e nascoste fino ad allora, memorizzate e ricostruite. Per farle conoscere al mondo.

osip mandelstamLeggere soltanto libri per bambini,
nutrire soltanto pensieri infantili.
Disperdere lontano tutto ciò che è grande,
ribellarsi al dolore profondo.

Io sono mortalmente stanco della vita,
non ne ho accettato nulla
ma amo la mia sciagurata terra
perché altra non ne ho vista.

Mi dondolavo in un lontano giardino
su una semplice altalena di legno
e gli alti, oscuri abeti
ricordo in un nebbioso delirio.

Più tenero della tenerezza
il tuo volto,
più bianca del bianco
la tua mano,
dal mondo intero
tu sei lontana
e tutto ciò che è tuo –
dall’inelutabile.

Dall’inellutabile
la tua tristezza
e le dita delle mani
che non diventano fredde
e il sommesso suono
di allegri discorsi
e la lontananza
dei tuoi occhi.

Mi è stato concesso un corpo – cosa devo farne di lui

così unico e così mio?

Per la gioia sommessa di respirare e vivere
ditemi, chi devo ringraziare?

Sono un giardiniere e anche un fiore,
nella prigione del mondo non sono solo.

Sui vetri dell’eternità già si è posato
il mio respiro, il mio calore.

Vi si stamperà un fregio,
da poco tempo irriconoscibile.

Lascia che coli via il limo dell’attimo –
non si cancella il caro fregio.

giacomo leopardiPlacida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva
Quando per l’etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de’ Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell’onda.

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l’empia
Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L’aprico margo, e dall’eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De’ colorati augelli, e non de’ faggi
Il murmure saluta: e dove all’ombra
Degl’inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l’odorate spiagge.

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell’indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l’ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de’ casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D’implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perìr gl’inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l’atra notte, e la silente riva.

orazioQuando mi sfuggi, Cloe, sembri un cerbiatto
che per monti e dirupi va cercando
la madre, e sobbalza se il vento
soffia per il bosco;

(se viene primavera e abbrividiscono
le foglie leggere, o se una verde
lucertola smuove un arbusto,
gli tremano cuore e ginocchia).

Ma io non ti inseguo per sbranarti
come un leone africano o una tigre spietata.
Stàccati da tua madre: ormai è tempo
di prendere marito.

eugenio montaleNel solco dell’emergenza:
quando si sciolse oltremonte
la folle cometa agostana
nell’aria ancora serena

– ma buio per noi, e terrore
e crolli di altane e di ponti
su noi come Giona sepolti
nel ventre della balena –

ed io mi volsi e lo specchio
di me più non era lo stesso
perchè la gola ed il petto
t’avevano chiuso di colpo
in un manichino di gesso.

Nel cavo delle tue orbite
brillavano lenti di lacrime
più spesse di questi tuoi grossi
occhiali di tartaruga
che a notte ti tolgo e avvicino
alle fiale della morfina.

L’iddio taurino non era
il nostro, ma il Dio che colora
di fuoco i gigli del fosso:
Ariete invocai la fuga
del mostro cornuto travolse
con l’ultimo orgoglio anche il cuore
schiantato dalla tua tosse.

Attendo un cenno, se è prossima
l’ora del ratto finale:
son pronto e la penitenza
s’inizia fin d’ora nel cupo
songulto di valli e dirupi
dell’altra Emergenza.

Hai messo sul comodino
il bulldog di legno, la sveglia
col fosforo sulle lancette
che spande un tenue lucore
sul tuo dormiveglia,

il nulla che basta a chi vuole
forzare la porta stretta;
e fuori, rossa, s’inasta.
si spiega sul bianco una croce.

Con te anch’io mi affaccio alla voce
che irrompe nell’alba, all’enorme
presenza dei morti; e poi l’ululo
del cane di legno è il mio, muto.