Ha meritato il premio Nobel per la Letteratura nel 1909. Lei, che scriveva di folletti e bambini impossibili, aveva appena compiuto 51 anni, ed era svedese che più svedese non si può.

La prima donna al mondo a meritare un simile riconoscimento.

Tanto per capirci, Marguerite Yourcenair la definirà «la più grande scrittrice dell’Ottocento».

Così Selma Lagerlöf, nata a Sunne il 20 novembre del 1858, irrompe sulla scena e lo fa con la delicata caparbietà di chi alla penna non rinuncia, e nemmeno alla magia che dalla parola esce, s’inerpica, ripiomba.

Sapiente, incantata, incantevole, irriverente, ribelle. E quasi invisibile. Almeno per i rotocalchi e la notorietà da pettegolezzo che con lei sembra pure impossibile.

Appare e scompare, poche righe di biografia, sempre lo stesso luogo, tutto così lineare.

Se non fosse che.

Le sue storie.

Limpide. Affatturanti.

Sembrano balli notturni e segreti, delle cui tracce noi umani non troviamo altro che quei piccoli cerchi nei giardini di cui scriveva il suo contemporaneo inglese Barrie, autore del famosissimo Peter Pan.

Invisibile e persistente. Così la potremmo definire.

Esattamente come devono essere le fate, secondo la tradizione incominciata a fine Seicento con le salonnières francesi, che grazie alle creaturine dai nomi più astuti, irrispettosi e buffi, hanno siglato una vera e propria ribellione, una rivalsa femminista ante litteram rispetto al modello della donna pia e mansueta imposto dal reame di Luigi XIV.

“Nipotina” ideale, svezzata e svedese, di Marie-Catherine d’Aulnoy, come lei s’avvede del potenziale sovversivo dei capricci, di caratteristiche soprannaturali delle fate, che potevano disporre a loro piacere d’una tessitura quotidiana altrimenti piuttosto asfittica e greve, entrare nella tessitura delle loro storie per far commenti sulla religiosità gretta della corte di Luigi XIV con tutte le sue tendenze misogine.

E allora ecco che blasone e continuità in quella linea che fende la magia per cospargerne di briciole incandescenti la vita la garantiscono proprio le fate, e i folletti certo, le oche, le volpi, i bambini che disubbidiscono.

Né il percorso di “contaminazione” narrativa della Lagerlöf si allontana poi molto da conteuses francesi, capaci di mascherare, trasformare ogni cosa presa in prestito dalla tradizione popolare, intrecciandovi riferimenti letterari e culturali. Che per la Lagerlöf pescano, ça va sans dire, a piene mani nell’immaginario densissimo di Svezia.

Il suo più famoso personaggio, il dispettoso Nils Holgersson, un giorno pesta i piedi sbagliati e, irritato un folletto potente, si ritrova piccolo come un topolino.

Comincia l’avventura, che è sventura solo in apparenza. Si farà amico un papero, Mårten, con cui raggiungerà la Lapponia, insieme a uno stormo di oche selvatiche.

Dall’alto. Da lassù.

Il respiro cresce, s’espande. Mangia la paura, la trasforma in avventura.

Lo sguardo, ecco, il segreto della Lagerlöf.

Quello sguardo sedotto e stupito cui si assiste dinnanzi alla natura e che dipingerà a tratti d’una potenza sorprendente sul viso del bambino.

E la forza di quella natura, la sua capacità di contagio immaginativo, la veemenza con cui scende dagli occhi alle ossa, improntando di sé il corpo – questo diventa oggi un messaggio quanto mai attuale e dirompente.

A fronte d’un infittirsi di trame distopiche, di catastrofi ecologiche e anatemi naturistici che stanno imperversando nella nostra letteratura, le parole della Lagerlõf spalancano una finestra di miracolo. A rammentare che è da come si guarda il mondo che si comprende dove si sta andando, e non c’è bussola o direzionismo che tenga quando si vola a vista sopra una distesa di mondo che sconfina nell’infinito delle possibilità, e non resta altro da fare che permettere alle cose di assorbirci.

L’universo dei suoi personaggi corteggia Kafka ma con matita di fumettista, strizza l’occhio alla Storia con la S maiuscola e a quella miniera d’oro che sono le piccole narrazioni, fatte a voce bassa, mentre si cuce o si sbucciano le patate. Gli scrigni d’un universo che nessuna grande rivoluzione, per fortuna, potrà mai alterare.

«Soffia freddo, freddo il vento sopra il mare»

E continuerà, imperterrito, a raccontare, mentre lei, che in quel paesino svedese nacque, lì restò e morì, il 16 marzo del 1940, dopo essere riuscita a riacquistare, proprio grazie al denaro del Nobel, la casa d’origine, quella residenza di Mårbaka, nella contea di Värmland, che il padre era stato costretto a vendere per pagare i debiti.

Il 2 ottobre del 1964, a Londra, nella Guild of Pastoral Psychology, James Hillman, grande studioso della psiche umana stregò la platea parlando del Puer Aeternus.

Cominciò raccontando una specie di barzelletta, una di quelle che tanto sono insediate nell’immaginario ebraico ma sempre un po’ sfuggenti, eccessivamente brutali anche.

“Un padre volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, ad avere più coraggio, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice:«Salta, che ti prendo». Il bambino ha paura ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: «Salta, che ti prendo»”.

Hillman prosegue nel racconto lasciando capire che l’ombra è in agguato. E infatti, dopo un po’ di questo gioco, quando il figlio salta, il padre lo lascia cadere a terra.

La morale?

Dietro a ogni padre c’è il tradimento in allerta.

 

Tutto questo servirà a Hillman, fedele interprete di quel Carl Jung del suoi archetipi dell’anima, per giungere a una sentenza: il bisogno di sicurezza come zona protetta dove portare il mondo originario, e quindi l’infanzia, la fantasia, l’onnipotenza, è spazio garantito in astratto dal Padre e tradito sempre in concreto dai padri.

Di lì, sintetizzando a grandi linee, viene la nostalgia, e quell’istinto a risalire di continuo sulla scala, buttandosi di sotto.

In un paradosso.

Perché più si fa male, più questo Peter Pan o Puer Aeternus ci riprova. Testardo, determinato, un pizzichino anche ottuso forse, ma no, proprio no, non ne vuole sapere d’essere cacciato dall’Eden, leggi: l’Isola-che-non-c’è, dove conosce per nome tutti i pirati, i suoi seguaci e le fate innamorate cotte di lui.

Perché mai andarsene?

Così nasce la ribellione di Peter Pan. La sua rappresaglia da controcultura.

 

Difficile contraddirlo, invero. Se non fosse per quei salti dalla scala che continua a fare. E quei tonfi pesanti. Che insieme ai lividi evidenti, all’ombra che scappa, al filo che la deve cucire, in qualche modo scavano nella sola speranza che ha di sopravvivere: quella di credere che qualcuno magari non ci ricava niente a distruggertela, la fiducia originaria.

 

 

Insomma, a guardare bene le cose, la sentenza di Hillman è piuttosto crudele e perentoria. C’è un errore, dunque, Mister Barrie. Nessun bambino cresce. Semmai, si perde, si cancella, si annulla nel bosco e ne esce tutto diverso.

Dura, ma bisogna accettarla così. Perché interviene una specie di passaggio biblico del tradimento.

Può chiamarla la perdita della fiducia se preferisce. Però sappia che a causarla non sono le madri distratte, che abbandonano.

Piuttosto i padri.

Et voilà: il rovesciamento.

 

Magari gli angoli si possono smussare.

Come? Riportando, seconda stella a destra, lo sguardo femmineo. Il lato addolcito delle cose, più minute, “sciocche” magari e delicate, di cui sono portatrici per Peter Pan sia Wendy che Trilly, le vice-madri, innamorate.

Il messaggio insomma, dietro, è che in realtà la fiducia cuce mondi, la fantasia crea stanze di benessere, per proteggersi dall’acuzie di certi eventi, e permette attimi di sollievo. Fatti di sorrisi, o polvere brillante. Tessuti con l’immaginazione e difficili da toccare. Ma non per questo meno straordinari.

Reinnestando in Peter Pan quel do you believe in fairies? ci spostiamo dalla scala e guardiamo quella specie di cosa che resta. Dell’infanzia.

Ferma. Immobile. E rilucente, come i diamanti nella pancia della terra.

Uno sguardo, è – in soldoni- l’infanzia.

Uno sguardo che si posa sui luoghi, creandoti la certezza che grazie all’immaginazione anche se cadi male non te ne fai.

 

Così al linguaggio dei padri di Hillman, che è durezza, indecenza di perdita, saccheggio, s’affianca l’altro, della fiducia cieca, quella di Wendy, e della sua propensione a occuparsi dei bambini perduti. Tutti, nessuno escluso. A cui racconterà, per conciliare il sonno, che cosa? Fiabe.

 

Barrie aveva in fondo capito le due cose. Ha usato il pugnale del padre, ma anche il guanto della madre. Certamente non ha ridotto la complessità ambivalente del problema.

Non sorprende allora che il primo nucleo narrativo del ragazzo che non voleva crescere compaia in un testo per adulti, L’uccellino bianco, pubblicato nel 1902.

L’avventura più nota del personaggio, presa da due dei capitoli del testo originario, debuttò il 27 dicembre 1904, nello spettacolo teatrale Peter Pan, or The Boy Who Wouldn’t Grow Up (“Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere”).

Il successo, reso possibile anche dalla grande abilità dei trucchi scenici, indusse Barrie a riscriverne appositamente un testo, che apparve nel 1911, con il titolo prima di Peter e Wendy, poi Peter Pan e Wendy, infine solo Peter Pan.

 

Londra ne fu conquistata.

Al punto che nei meravigliosi giardini dove la storia prende avvio, quelli di Kensington, nel 1912 venne eretta una statua al Nuovo Eroe. Fu insediata nella notte, per aumentare quell’effetto di incantamento di cui Peter Pan era stato capace.

A commissionarla proprio Barrie.

Così, nello stesso parco in cui lo scrittore “incontrò” la sua fonte di ispirazione, i figli di una aristocratica Sylvia Llewelyn Davies (che adottò alla morte della madre), sarebbe rimasto a suonare lo zufolo, senza paura d’essere gettato a terra, dal Padre.

 

Perché se è vero che l’essenza stessa dell’infanzia sta nell’annullamento del tempo, si avrebbe forse diritto, quando si legge la fiaba del ragazzo, di non venire tediati da sciocchezze. Come la storia della “sindrome di Peter Pan”, affibbiata a tutti quegli sciocchi incapaci di prendere responsabilità, o tristezza anche.

Non scomodiamo una piccola, intrigante icona come questa specie di vispo furetto per lavare i panni sporchi e arricchire di misericordiosa fantasia la più cocente delle delusioni umane, ovvero un uomo che fa il verso a sé stesso, tediando anche la polvere. Sprovvisto invero dell’unica ricchezza imponderabile, la febbrile scintilla nello sguardo di cui, tuttavia, come Barrie ebbe a dire, mesto, manca l’incidenza nello sguardo della statua che aveva lui stesso commissionato a Sir George Frampton.

Mica facile, d’altra parte.

Il bronzo non è carne, né carta.

 

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Silvia Andreoli