Figlio degli anni ’50, Charlie Brown ha sempre avuto nove anni e mezzo, ha sempre fatto la quarta elementare ed è sempre stato un perdente. Sfigato, angosciato, bistrattato, ignorato, bonariamente torturato per 50 lunghi anni.
Charlie Brown – scritto sempre per esteso – è stato uguale a se stesso fino al giorno in cui è uscito di scena in seguito alla morte del suo papà artistico, il fumettista Charles M. Schulz, lavoratore solitario per scelta, che non ha permesso a nessuno di portare avanti la sua opera dopo di lui.
Ed è proprio per questo – oltre naturalmente a un’evidente omonimia con Molly Brown, di cui ci piace pensare sia parente putativo, se non anche effettivo, per qualche strano giro genealogico immaginario che negli Stati Uniti non sarebbe poi impossibile – che Charlie Brown si merita a pieni voti la qualifica di inaffondabile.
Perché pur consapevole della sua natura fallibile, non molla mai. E persiste, stoico quanto inconsolabile, nel rimanere fedele a se stesso.

Charlie Brown, come direbbe l’efficace telecronista sportivo Sandro Piccinini, è uno che “prova, ma non va.”

E non va mai, ma raggiunge la perfezione in quel suo non arrendersi, nel voler sempre continuare a provare, nel nutrire sempre e comunque una fiducia inspiegabile nel genere umano che poi, di fondo, lui per primo sa di non potersi permettere.

Figlio di un barbiere e di una casalinga che riescono a garantirgli una vita serena, fatta di scuola, amici, sport, cinema e tv, Charlie Brown è l’incarnazione fumettistica del suo creatore, ma è anche ognuno di noi. E non è quindi un caso se, pur nella sua totale e perenne disfatta contro la vita, è diventato il protagonista di una serie di fumetti dal successo indiscusso, di cartoni animati, di film, persino di opere teatrali e di canzoni. Canzoni famose, cantate da Gaber, da Dalla, dai Two men sound, dai Coldplay.

Anche se qualche soggetto di successo e dalle grandi ambizioni non lo ammetterebbe mai, tutti almeno una volta nella vita siamo stati un anonimo bambino di un’anonima città, con il capoccione e un ciuffo di capelli arruffati sulla fronte, con le spallucce strette un una maglia gialla decorata da una greca nera, con una grande passione per lo sport che non equivale al talento nel praticarlo, con una ragazzina dai capelli rossi nel cuore che non ricambia l’infatuazione. Anzi, che non sa nemmeno che esistiamo.

Tutti noi – chi più, chi meno – abbiamo un amico come Linus, che ci tiene come modello ma che poi ci surclassa com’è nel destino di ogni allievo che supera un bravo maestro.

O una sorellina come Sally, che ci dà il tormento ma poi ci vuole bene e ci difende quando nessun altro lo farebbe. Tutti frequentiamo soggetti come Patty e Violet, che insistono nel volerci accanto per potersi ricordare che sono migliori di noi. Tutti abbiamo dei bizzarri corteggiatori come Piperita Patti e Marcie, che per noi farebbero di tutto ma che non proprio non riusciamo a corrispondere. Tutti abbiamo un carnefice perfido come Lucy, che ci promette di non toglierci il pallone da sotto ai piedi proprio mentre stiamo per calciare. E infatti continuiamo a prendere la rincorsa, a provare a tirare e a finire puntualmente con il culo per terra.

Così come chiunque ha il proprio aquilone da far volare, anche se ogni volta rimane impigliato fra i rami di un Albero Cannibale; o la propria partita di baseball da vincere a ogni costo, anche se non è oggi il giorno tanto atteso; o un amico di penna a cui a scrivere, anche la tanto attesa risposta non arriva mai.

In fondo, però, il segreto del successo di Charlie Brown sta proprio nel suo cocciuto e tenero modo di essere inaffondabile.

Perché nonostante gli sia chiara la sua condizione di partenza, e molto spesso ne soffra e se ne lamenti, non perde mai la speranza. È il pessimista più ottimista della storia del racconto, Charlie Brown, e ci ha fatto affezionare al punto che ancora oggi non possiamo smettere di fare il tifo per lui. Da bravo bambino qual è, alla fine ha saputo anche premiarci per questo, visto che dopo tanti anni il suo home run è riuscito a metterlo a segno ed è anche riuscito a conquistare la ragazzina dai capelli rossi.

D’altronde, è giusto così.

Every cloud has a silver lining, dicono gli americani:

ovvero, in tutto c’è sempre un lato positivo. E c’è anche nelle vicende di Charlie Brown, che è eroe americano come forse pochi altri sanno essere in quella maniera così pura e malinconica. E che ha sempre potuto contare sul più prezioso degli alleati: Snoopy, il bracchetto nevrotico che anche il più irriducibile amante dei gatti sogna di avere in casa.

Più inaffondabile del suo padrone, nel mondo immaginario che si sviluppa attorno alla sua cuccia Snoopy vive le grandiose avventure che Charlie Brown non riesce a vivere e trionfa come il suo padrone non saprebbe mai fare nella vita reale.

Scrittore dalla vena inesauribile, coraggioso pilota della prima guerra mondiale, veterano di guerra, temibile avvoltoio, stimato capo scout, scioperato studente di college in occhiali da sole. Sono complementari, perfetti insieme e inseparabili, quei due. E non è un problema, se persino Snoopy a volte finisce per bullizzare “il bambino dalla testa rotonda” di cui non ricorda mai il nome, perché quando tutto va a rotoli Charlie Brown sa sempre di poter contare sull’abbraccio del bracchetto che, a pieno titolo, merita il ruolo di suo migliore amico.

Insieme a lui riesce a dimenticare i guai della giornata, a buttarseli dietro le spalle e a trovare la forza per affrontare ciò che lo aspetta dietro l’angolo.

In fondo è forse proprio questo il più grande insegnamento che l’inaffondabile Charlie Brown ci ha lasciato:

La vita è più facile, se si teme soltanto un giorno alla volta.

 


charles scultzQuando si dice il genio: creare un fumetto con protagonisti bambini di non più di 10 anni, ambientato in un mondo di adulti dove gli adulti, però, non compaiono mai. I piccoli, però, pensano, agiscono e riflettono le loro (nostre) nevrosi. Loro sono i Peanuts, il genio è Charles Monroe Schulz, colui che li ha creati.

Uno dei fumetti più innovativi, sia come tratto grafico sia come contenuti, che ancora oggi – a distanza di diciassette anni dalla sua ultima apparizione – resta uno dei più amati, letti (e riletti) da un pubblico di tutte le età.  Charlie Brown e i suoi amici hanno attraversato tutti i momenti più importanti della storia occidentale, cambiando con il cambiare della società, talvolta persino influenzandola. Quella dei Peanuts è una delle serie più popolari di tutti i tempi, pubblicata per quasi cinquant’anni su 1.600 quotidiani in 75 Paesi del mondo.

Un successo enorme che nessuno nel 1947 – quando i piccoli personaggi vedono la luce – avrebbe mai potuto immaginare di tale portata.

Il giornale che li ospita è il St. Paul Pioneer Press. L’editore offre una chance a Schulz ma bisogna trovare un nome alla serie, così si decide per Li’l Folks, ossia “personcine”. Il fumetto è ancora in fase di gestazione e sperimentazione – soprattutto i caratteri dei personaggi non sono ancora ben definiti – ma tre anni dopo la United Feature Syndicate, azienda leader negli Stati Uniti nelle pubblicazioni di fumetti e colonne editoriali, decide di appropriarsene, e cambia il nome in Peanuts.

A Schulz l’idea non piace affatto. E prova a ribattere: «È ridicolo e non c’entra nulla con i miei personaggi». Poi, visto l’entità dell’assegno proposto e l’occasione irripetibile per farsi conoscere al grande pubblico, decide di accettarlo. E dall’ottobre del 1950 le strisce sono pubblicate sui maggiori quotidiani cominciano a insediarsi nella cultura americana.

All’epoca i fumetti sono stampati soltanto su grande formato per permettere disegni elaborati e dettagliati. La serie dei Peanuts, invece, è proposta con un formato piccolo, pensato in modo tale da impaginare le vignette anche in verticale per farle rientrare in una singola colonna del quotidiano.

Schulz riesce a trarre vantaggio da questa restrizione di spazio, sviluppando un segno sintetico e uno stile scarno e povero di dettagli che fa risaltare al meglio l’essenza di tutti i personaggi, disegnandoli frontalmente o di lato. È la sua forza espressiva che rende la serie inimitabile. I protagonisti i bambini, i “grandi” non compaiono mai; tra di loro c’è poi un cane che pensa, cammina a due zampe, scrive, cucina, gioca come interbase nella squadra di baseball e, soprattutto, immagina e sogna continuamente.

Attraverso loro si ricorda che le paure e le insicurezze infantili non sono molto differenti da quelle degli adulti, tanto che le strisce dei Peanuts sono state definite delle vere e proprie risorse terapeutiche.

Nei caratteri dei personaggi ritroviamo noi stessi: dall’accanita determinazione di Charlie Brown nei confronti della costante sconfitta all’ipocrita irascibilità e arroganza di Lucy; dall’insicurezza di Linus manifestata dall’attaccamento morboso alla sua coperta all’aspetto al naturale e schietto di Piperita Patty; l’odio di Sally, sorella di Charlie Brown, verso la scuola che arriva a parlarci e confrontarsi come fosse una persona; l’introverso Schroeder, che non gioca con nessuno e si isola suonando Beethoven al pianoforte, suo unico amore; il surrealismo, la creatività e la saggezza di Snoopy, cane di Charlie Brown, che vive e dorme sul tetto della sua cuccia e che non teme nessuno se non il “gatto dei vicini”, capace di distruggergli la cuccia con una sola zampata.

In Italia i Peanuts compaiono per la prima volta sulle pagine di Paese Sera (con i nomi dei personaggi tradotti, orrore!) fino a quando Giovanni Gandini e sua moglie Anna Maria, intellettuali progressisti milanesi e fondatori della libreria Milano Libri ne vengono conquistati al punto di spingere la libreria a diventare casa editrice per stamparne le strisce in volumetti.

Le copie vanno a ruba in pochi mesi e assieme agli amici Elio Vittorini, Umberto Eco e Oreste Del Buono decidono di ideare un periodico incentrato sulle strips e chiamarlo “Linus – Rivista dei fumetti e dell’illustrazione” (chiamata così e non Peanuts o Charlie Brown perché più facile da pronunciare e ricordare) che vede la luce nell’aprile del 1965 con l’obiettivo di rivalutare il fumetto come strumento intellettuale.

Schulz ha disegnato ininterrottamente la striscia per cinquant’anni anni, senza avvalersi di assistenti, nemmeno per i testi e la colorazione: un caso raro di dedizione al lavoro, ma anche di originalità e autenticità di stile. Questo fino al novembre del 1999 quando, a settantasette anni, è colpito da un ictus, e pochi giorni dopo gli viene diagnosticato un cancro.

Il 13 febbraio del 2000 annuncia il suo ritiro. E per farlo si affida a una striscia dove si vede Charlie Brown rispondere al telefono, ma è Snoopy che vogliono dall’altra parte della cornetta. Il «ragazzo dalla testa rotonda» dice che il cane più famoso – e umano – della storia dei fumetti non c’è: «No, I think he’s writing», risponde Charlie Brown: credo che stia scrivendo.

Nella striscia successiva, prima scorrono le immagine storiche che hanno reso famosi i Peanuts, poi c’è Snoopy, sul tetto della propria cuccia, con la sua macchina per scrivere, intento a battere i tasti sul foglio bianco.

E si legge: «Cari amici, ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi cinquant’anni. È stata la realizzazione del sogno che avevo fin da bambino. Purtroppo, però, ora non sono più in grado di mantenere il ritmo di lavoro richiesto da una striscia quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano disegnati da qualcun altro, quindi annuncio il mio ritiro dall’attività. Sono grato per la lealtà dei miei collaboratori e per la meravigliosa amicizia e l’affetto espressi dai lettori della mia striscia in tutti questi anni. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy… non potrò mai dimenticarli…»

È questa l’ultima striscia di Charlie Schulz, morto esattamente il giorno prima, all’età di settantasette anni, il 12 febbraio 2000. Dopo i Peanuts non sono più esistiti anche perché Schulz ha scritto nel testamento che i suoi personaggi rimanessero genuini e che non si disegnassero nuove strisce basate sulle sue creature.

Così, i bambini dei Peanuts sono morti insieme al loro papà.

Il Times, il giorno dopo la sua morte, pubblica un necrologio che termina con queste parole: «Charles Schulz lascia una moglie, due figli, tre figlie e un piccolo bambino dalla testa rotonda con uno straordinario cane».

Luca Pollini

charlie brownOggi Mollybrown.it ospita un articolo dello scrittore sangiorgese classe ’92 Francesco Spiedo:

Santo Cielo – anche oggi è andata male.
Ho nove anni e mezzo da quasi mezzo secolo e non è mica semplice. Per ripetere ogni volta la quarta elementare ci vuole coraggio e spirito di abnegazione. Lo stesso necessario per organizzare delle perfette sconfitte a baseball: siamo 929 a 2 per voi, naturalmente.
Non farti prendere dall’ansia Ciccio – mi dicono – non c’è niente di male a non sapere lanciare, né battere, né rincorrere una palla. Si dimenticano tutti del mio home run, il mio home run vincente – dopo trent’anni di partite la statistica si arrende, un punto lo dovevo pur portare a casa. Vero?

Qui nessuno si approfitta di te – mi dicono – anche se forse è vero che sei troppo buono. Snoopy vuole i suoi biscotti e continua a chiamarmi il bambino con la testa rotonda anche se sono trent’anni che gli porto da mangiare: vitto, alloggio, stiratura e supporto psicologico nelle sue avventure folli e senza senso. Ditemi voi un cane cosa potrebbe desiderare di più. Prendersi cura di un cane è una roba da grandi, sono adulto io, altroché, quindi potrei per favore andare finalmente al liceo? Con chi è che devo parlare di preciso? Ci sono delle pratiche da svolgere? Dov’è che devo firmare?
Poi, diciamocela tutta, non è colpa mia se perdiamo tutte le partite. Siamo tutti piuttosto scarsi e voi invece sapete addirittura a che gioco stiamo giocando. Non te la prendere, dite. E chi se la prende. Forse non sono portato per i giochi di squadra, magari dovrei dedicarmi a un’attività solitaria, sì, sono un tipo solitario. Mai provato con gli aquiloni? Certo che c’ho provato, lo so da me che gli aquiloni mettono calma – far volare un aquilone è fantastico. Ma io sono sfortunato, la conoscete la storia dell’albero cannibale vero? L’albero che mangia gli aquiloni. Non prendetemi per pazzo – non ditemi – ti senti bene Charlie Brown? Io lo so quello che ho visto, proprio un albero che mangia gli aquiloni.

L’albero cannibale non esiste – dite voi – e allora come si spiega questa sfilza di aquiloni che non sono mai tornati a casa? Come me li spiegate quei pomeriggi passati a guardare il cielo e tenere tra le mani metri e metri di spago e alla testa niente? Ho visto cose che voi umani non potete neppure immaginare. E no che non sto calmo, Ciccio.
E lasciate anche perdere i miei amici, quali amici? Lucy, la tenera dolce Lucy van Pelt. Tenera per niente, è una bambina cattiva voi non potete capire quanto. C’avete presente tutte le schiene rotte perché lei deve divertirsi a togliermi il pallone da sotto i piedi? Vi sembra un comportamento maturo. Linus dice che Lucy ha serie problemi nel creare dei rapporti uomo donna equilibrati e la colpa è da circoscrivere alla relazione mai sbocciata con Beethoven. Non tutti hanno orecchio per la musica classica. Le orecchie di Lucy sono più portate per ascoltare i problemi degli altri e spargere commenti cinici e non richiesti. Linus è il mio unico amico, ci stiamo le notti intere a guardare le stelle sotto la sua coperta. Linus dice che le stelle sono desideri e le mie sono tutte cadute.

L’amore non è una cosa da adulti, voi non capite nulla. Dovrei smetterla con la storia della ragazzina con i capelli rossi? Ma smettetela voi, voi siete bravi a innamorarvi ogni volta come se fosse la prima vota a me invece basta lei – bellissima, stupenda, roba da far andare nel pallone chiunque. Non posso avvicinarmi a lei, non la merito, lei è troppo bella, e non è vera la storia di Snoopy che si è fatto coccolare tutto. Lui non me l’avrebbe mai fatto. O forse si?
Piperita Patty? No, noi siamo amici. Mica ci prova con me, non credo, lei è un amico. Volevo dire un’amica. È che non l’ho mai vista come una femmina, non me la immagino mica con la gonna e tutto il resto sotto. Ho già avuto un amico femmina e lo so come finiscono queste storie, finiscono male, finiscono che mi agito come quella volta con Peggy. La Peggy del campeggio, sì, quante ragazzine credete che abbia avuto? Non sono stato capace neppure di presentarmi nel modo giusto. Brownie Charles, ho mischiato nome e cognome. Io le ho scritto, certo, ma non ho mai ricevuto risposta. Con un nome così, Brownie Charles, chissà dove saranno finite le sue lettere. Chissà chi starà leggendo le lettere che erano per me. Quante parole d’amore che non leggerò mai, m’avrebbero fatto bene all’autostima. È triste aver una mente da quasi trent’enne rinchiusa in un corpo da bambino con sempre la stessa maglietta addosso.

Dovrei provare a fare qualcosa – prova a lavorare sul tuo aspetto – dite: sempre con queste magliettine gialle con il fulmine – ma non è un fulmine, è una saetta: i dettagli sono importanti. E cosa avete contro i miei maglioni larghe che dentro ci sto comodo? La camicia è troppo seria e io sono legato alle mie abitudini. Se mi guardo allo specchio mi devo riconoscere, mica posso rischiare un attacco di panico perché ci sta un altro che non conosco nella mia stanza.
All’inizio avevo tutta la voglia del mondo, ero simpatico, facevo il simpatico, poi non lo so cosa mi è successo – mi hanno cucito addosso questo suolo del perdente, ma state tranquilli. Io non mi arrendo.

Mi rifiuto di arrendermi anche quando la situazione è irrimediabilmente compromessa. Pazienza se il mio destino è fatto tutto di brutti momenti in cui nulla va come deve andare, oramai c’ho fatto il callo. Qualcuno sa quand’è che questa storia finisce? Che significa che il disegnatore è morto? Striscia – ditelo a qualcun altro.
Goodbye, Charlie Brown.