Anche se comincia con la scena di un funerale in cui il protagonista, bambino, segue il feretro della madre Marija Nikolàevna («Andavano e sempre camminando cantavano “eterna memoria”, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto») la storia avventurosa del medico e poeta Jùrij Andrèevič Živàgo (da zivoj, che in russo significa “vivo”) è un vero e proprio inno alla vita. C’è una celebre frase che racchiude tutto il senso del romanzo: «Vivere significa sempre lanciarsi in avanti, verso qualcosa di superiore, verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivarci». Come ammetteva lo stesso Borìs Pasternàk, che nella sua autobiografia scrisse: «…Basta quello che ho scritto, per dare un’idea di come, nel mio caso particolare, la vita si sia sublimata in creazione artistica, e come questa sia nata dal destino e dall’esperienza. -… Da poco ho terminato la mia opera principale, la più importante, l’unica di cui non mi vergogno, di cui rispondo senza paura, “Il dottor Živago”, romanzo in prosa con appendice poetica…».

Unica opera in prosa, se si toglie un racconto di gioventù, il romanzo frutterà al suo autore fama universale e un Nobel per la Letteratura nel 1958, che però non potrà ritirare perché Chruščёv gli rifiuta il visto. Un ostracismo che non verrà mai meno per tutta la durata dell’Unione Sovietica, visto che in patria il romanzo ottenne il permesso alla pubblicazione solo nel 1988, grazie a Gorbačëv, mentre a ritirare il premio in Svezia fu nel 1989 il figlio dell’autore, Evgenij.

Pubblicato in anteprima mondiale in Italia il 15 novembre 1957 dalla Feltrinelli battendo la concorrenza di editori americani e francesi e scatenando un “caso” letterario ma anche politico in piena Guerra Fredda, Il dottor Živàgo ebbe un successo planetario: 31 edizioni in un solo anno. Come tutti sanno (anche chi non l’ha mai letto ricorda il film di David Lean del 1965, con Omar Sharif, Geraldine Chaplin e Julie Christie) narra la vita avventurosa di un medico e poeta, Jùrij Andrèevič Živàgo, diviso dall’amore per due donne – sposato con la cugina Tonia e travolto dalla passione per la crocerossina Lara Antipova – sullo sfondo della guerra civile tra Russi Bianchi e Armata Rossa dopo Rivoluzione d’ottobre.

Quello che molti invece ignorano è che anche Boris Pasternak, come il suo celebre personaggio e alter ego, visse analoghe peripezie amorose. Suo padre Leonid era artista e professore alla Scuola moscovita di pittura, sua madre, Rosa Kaufmann, era una pianista. Tra le personalità della cultura Pasternak ebbe modo di incontrare a casa dei genitori anche Lev Tolstoj, per il quale suo padre illustrò i libri. Nel 1922 si era sposato con Evgenija Vladimirovna Lourie, da cui ebbe un figlio ma da cui divorziò nel 1931. Come ricorda Pierluigi Battista nel bel saggio Il senso di colpa del dottor Zivago: «…sposato con la prima moglie Evgenija, aveva preso a corteggiare con insistenza Zinaida che era a sua volta la moglie del suo migliore amico, il pianista Genrikh Nejgauz…». Il secondo matrimonio avviene nel 1935. Poi però Boris, che si innamorava facilmente, nel 1946 conosce Olga Ivinskaja nella redazione della rivista letteraria “Novy Mir” («Nuovo mondo»). Lei aveva 34 anni, bionda con tristi occhi azzurri, due volte vedova, con due figli. Lui ne aveva 22 in più ed era un famoso poeta e traduttore di Shakespeare. In quei terribili anni godeva di una sorta di “immunità”, probabilmente grazie alle sue splendide traduzioni dei poeti georgiani che toccavano la sensibilità di Stalin, il quale avrebbe ordinato di lasciare «Pasternak in pace fra le sue nuvole», come si legge in un documento conservato negli archivi del Kgb.

Sarebbe proprio Olga Ivinskaya la musa ispiratrice dell’indimenticabile Lara del Dottor Živago. A raccontare la sua storia, nella biografia Lara. The Untold Love Story and the Inspiration for Doctor Zhivago è stata pochi anni fa Anna Pasternak, scrittrice. E, soprattutto, pronipote di Boris (sua nonna Josephine era la sorella dello scrittore). «Lui era lì davanti alla mia scrivania – scriverà Olga del loro primo incontro – l’uomo più generoso del mondo, cui fu dato di parlare a nome delle nuvole, delle stelle e del vento, che trovò parole eterne per la passione dell’uomo e la debolezza della donna». Olga riempì il vuoto esistenziale che l’aridità della moglie lasciava nell’anima di Boris, ma per il suo amore pagò un duro prezzo. Non potendo colpire Pasternak, divenne lei il bersaglio delle persecuzioni. Fu arrestata la prima volta nel 1949, interrogata e torturata per ottenere informazioni sulle presunte attività spionistiche dell’amante e sul libro sovversivo che stava scrivendo. Durante l’interrogatorio ebbe un aborto, ma fu ugualmente condannata a tre anni di lavori forzati in un gulag.

A rendere giustizia a Olga Ivinskaya, all’epoca bollata come una tentatrice e un’avventuriera, è stata proprio Anna Pasternak, che parlando di questo grande amore, conflitti interiori compresi, ha dichiarato: «È tragico che Boris non volle mai onorare il più grande desiderio di Olga, sposandola. Boris non la sposò non per egoismo, ma perché non aveva il coraggio di sfasciare per una seconda volta la sua famiglia. Il loro fu un amore travagliato, con spiragli di felicità e un frutto ormai eterno: una storia intensa e piena di ostacoli come la loro, il Dottor Živago, che per me è come una lunga lettera d’amore a Olga».

La pronipote di Pasternak dimostra che fu l’ingiusta persecuzione di Olga a spingere Boris a trasferire il suo amore e il senso di colpa ne Il Dottor Živago, di cui scrisse la seconda parte nonostante un infarto lo costringesse a lasciare Mosca per la sua dacia a Peredelkino. Quando Olga fu liberata dal gulag si trasferì in una casetta vicina e Boris continuò la sua vita sempre in bilico fra Olga e Zinaida, in uno stato di continuo tormento, come Yuri, il suo protagonista, diviso fra Lara e la moglie Tonya.

«Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita»,
sostiene Boris-Jùrij. Lo scrittore, ormai in fin di vita e confinato a Peredelkino, finirà i suoi giorni scrivendo messaggi di nascosto, portati all’esterno dalla fidata infermiera. Che ogni mattina, all’alba, sul ponte sul lago Izmailovo si incontrava con Olga – che abitava in una casetta sull’altra sponda del lago – per passarle i biglietti del suo amato.

Non a caso un vecchio proverbio recita: «La Russia si può conoscere solo col cuore, non con la testa».

P.S. Nel 1960 Olga Ivinskaya subisce un secondo arresto. Interrogata alla Lubjanka e accusata di avere partecipato alla stesura del romanzo (fra le prove una dedica appassionata di Boris) e di atti sovversivi all’estero, viene condannata con la figlia Irina ai lavori forzati in Siberia. Liberata nel 1964, racconterà tutto nelle sue memorie del 1978, A captive of time («Prigioniera del tempo»). Morirà a 83 anni a Mosca, nel 1995. Le sue ultime lettere furono scritte a Boris Eltsin per richiedere la restituzione della corrispondenza di Pasternak confiscata dal Kgb nella casetta di Peredelkino dopo il suo arresto. Inutilmente.

Marina Moioli

In russo “Nadežda” (надежда) significa “speranza”. Nome che calza a pennello per la moglie bambina – ma destinata a diventarne la tenace vestale – di uno dei più grandi poeti del Ventesimo secolo: Osip Mandel’štam. Quando i due si incontrano per la prima volta, al Chiam di Kiev, un cabaret rifugio di artisti e bohémien, lei ha 19 anni e lui è un giovane poeta dalle lunghe ciglia che recita versi misteriosi e incantatori.
Come questi del 1909: 

Una indicibile tristezza

ha spalancato gli occhi,

un vaso di fiori s’è svegliato

ed ha versato il suo cristallo.

Tutta la stanza è impregnata
di languore-dolce rimedio!

Un così piccolo regno
 ha risucchiato tanti sogni.

Questi del 1912:

Odio la luce

delle stelle monotone.

Salve, mio antico delirio –

crescita della torre ogivale!

Pietra, sii come merletto

e diventa una ragnatela.

Ferisci con un ago sottile

il petto vuoto del cielo!

Così sarà il mio turno –

sento un’apertura di ali.

Così – dove va

la freccia del pensiero vivo?

O forse, portati a termine la strada e la data,

io tornerò:

là – non posso amare

qua – ho paura di amare..

O come quelli della poesia “Pedone”, scritta nel 1912: 

Sento una paura invincibile
in presenza dell’altezza misteriosa;
io sono soddisfatto della rondine nei cieli
e amo il volo delle campane!

E, sembra, antico pedone,
che sopra l’abisso, sui ponti che si curvano,
ascolto come cresce una palla di neve
e l’eternità batte sulle ore di pietra.

Se così fosse! Ma io non sono
quel viandante che passa rapido sulle foglie sbiadite
e veramente in me canta la tristezza.

In realtà, la valanga è sulle montagne!
E tutta la mia anima è nelle campane
ma la musica non salva dall’abisso!

«Nadežda del destino non sa nulla, è troppo giovane, non ha avuto il tempo di pensarci. Qualcosa sente di condividere con lui: la sventatezza, e la coscienza di una catastrofe imminente», sostiene la scrittrice Elisabetta Rasy (che al grande amore tra il poeta russo e la moglie ha dedicato nel 2005 il romanzo La scienza degli addii, ispirato dal celebre verso di Mandel’štam: «Ho imparato la scienza degli addii, nel piangere notturno, a testa nuda»).

Nella Russia sconvolta dalla rivoluzione e dalla guerra civile, tra speranza e paura, nasce un amore destinato a diventare leggendario. Separati per quasi due anni dalle turbolenze della rivoluzione, Nadežda e Osip si ritroveranno nel 1921 e non cesseranno di amarsi fino a quando, nel 1938, al culmine del terrore staliniano, Osip sarà deportato e morirà in un campo di concentramento in Siberia.

Figlia minore di un avvocato e di una delle prime donne medico in Russia, Nadežda Jacovlevna Chazina era nata a Saratov nel 1899 ed era cresciuta in una famiglia benestante di origini ebree convertita al cattolicesimo ortodosso. Nel 1918, anno del suo incontro fatale, è una ragazza allegra, che va in giro di notte con gli amici, lavora nel prestigioso studio dell’artista teatrale d’avanguardia Aleksandra Ekster e dipinge i festoni per il palcoscenico che il primo maggio celebra la vittoria dei contadini.

Osip, invece, è un tipo spavaldo e anticonformista. Magro, con il volto affilato, aveva un’abitudine ricordata da tutti coloro che lo conobbero: teneva la testa piegata all’indietro e la faccia alta, lasciando intravedere che al di là delle minuzie della vita, poteva essere irriducibile nel difendere i propri valori spirituali. Era nato a Varsavia nel 1891, in una famiglia ebraica della media borghesia, ma aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Pietroburgo. Nel 1907 lo ritroviamo a Parigi alla Sorbona, poi nel 1910 si iscrive all’università di Heidelberg dove segue per breve tempo corsi di filologia germanica. Viaggia in Italia, in Svizzera e in Finlandia. Scrive le sue prime poesie, si fa conoscere per il suo lirismo, la sua indipendenza e l’intransigente amore per la libertà. Si oppone ai futuristi e ne sfida persino uno a duello.

Viaggia in Crimea, in Georgia, in Ucraina. Ed è proprio a Kiev che incontra Nadežda, che sposerà nel 1922. Così la ragazzina ebrea di buona famiglia comincia a seguire il suo uomo («Uccello da voliera che segue l’uccello migratore») fino alla fine, la morte di lui nei gulag siberiani. Passando per la putrida stamberga dell’alloggio per scrittori Herzen, i sanatori di Stato in Crimea e l’esilio a Voronež, nella Russia sud-occidentale.

Un amore tormentato, il loro, che deve anche fare i conti con la gelosia nei confronti delle poetesse Marina Cvetaeva e Anna Achmatova, di cui Osip si innamora. Ma Nadežda, certa di incarnare il sentimento più vero e profondo del marito, dimostra un coraggio inossidabile e, caparbia, mantiene in vita l’amore coniugale, il vero “amore impossibile”. Segue ovunque il poeta, che già nel 1923 viene ammonito dal regime sovietico a non pubblicare più le sue poesie, giudicate sovversive. E così lei, quei versi che il marito le detta di notte li riporta su carta di fortuna, nascondendo i figlietti nelle pentole, per paura delle perquisizioni e più tardi li imparerà a memoria, unico modo per proteggerli e consegnarli alla Storia.

Nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1934 due agenti della polizia sovietica si presentano in casa di Mandel’štam a Mosca e dopo una perquisizione accurata il poeta viene arrestato e poi rilasciato con una condanna al confino per tre anni.

 

mandelstam

 

La descrizione di quella notte è impressionante. Un vicino si autoinvita all’ora di cena (in casa ci sono solo poche mele) chiacchiera ininterrottamente, non se ne va mai, solo più tardi si comprende che il suo compito era di controllare che nessun documento venisse distrutto. Anna Achmatova, che era presente, scrisse: «La perquisizione durò tutta la notte. Cercavano delle poesie. Lo portarono via alle 7 di mattina». Istruttoria e interrogatori si svolgono alla Lubianka e qui il poeta fa un primo tentativo di suicidio, tagliandosi le vene. Il verdetto sarà di tre anni d’esilio a Tcherdyn con la menzione “isolare, ma mantenere in vita”. Nadežda ha il diritto di accompagnare il marito durante il viaggio sottoscorta fino a Sverdlosk. Ma Mandel’štam, che soffre di allucinazioni auditive, a Tcherdyn fa un nuovo tentativo di suicidio, saltando dalla finestra di un’infermeria. Mesi dopo in una poesia definisce la sua depressione «un tafferuglio da quattro soldi» e il suo tentativo di suicidio «un salto ed eccomi tornato in me …».

Grazie all’intercessione di Nikolaj Bucharin e a una telefonata di Pasternak a Stalin, la condanna viene commutata in tre anni di confino amministrativo, con divieto di risiedere a Mosca, a Leningrado e in altre dieci città. Il poeta sceglie Voronež, dove compone molte poesie più tardi raccolte nei “Quaderni di Voronež” e dove vive in domicilio coatto quindi dal 1935 al 1937.

«Oh rozza trama della nostra vita / ben povera è la lingua della gioia! / quello che accadde è già

matrice logora / ma intensamente dolce è il riconoscersi.

E una serena nostalgia non mi permette di lasciare / le ancora giovani colline di Voronež / per

quelle toscane, terse, universali».

Il premio Nobel Brodskij, parlando della “tremenda accelerazione che l’epoca del cane da lupo” ha dato alla poesia di Mandel’štam osserva: «Eppure proprio per questa via la sua poesia diventò canto più di quanto non fosse mai stata; non il canto di un bardo ma quello di un uccello con le sue subitanee, imprevedibili, spirali e impennate, simili al tremolo di un cardellino».

A Nadežda, che l’ha seguito, riserva questi versi:

«Guarda la fifa a cosa ci ha ridotto o mio compagno dalla grande bocca! Guarda il tabacco nostro

che si sbriciola schiaccianoci, babbeo, caro amico! Come uno storno fischiarsi la vita, come una

torta di noci divorarla, ma è un desiderio proibito».

Ma la disgrazia politica diventa definitiva, anche perché muore, nel vortice del grande terrore staliniano, il vecchio protettore Bucharin. Dopo il secondo arresto, avvenuto il 2 maggio del 1938, Osip Mandel’štam viene inviato nella Siberia più estrema, destinazione le famigerate miniere d’oro della Kolyma e circa sei mesi più tardi, nella prigione di transito di Vtoraia Rečka, muore di fame e di follia. La moglie lo seppe molto tempo più tardi, con un avviso postale e la restituzione di un pacco “per morte del destinatario”. Nadežda, nelle sue Memorie scrive: «ho potuto raccogliere le mie scarse informazioni e tentare di indovinare quando è morto. E mi ripeto ancora oggi; quanto più rapidamente arrivò la morte, tanto meglio. Non vi è nulla di peggio di una morte lenta… La data della sua fine è incerta. E io sono nella impossibilità di fare ancora qualcosa per stabilirla con esattezza».

Nel 1958 Nadežda Khazina Mandel’stam si era già lasciata alle spalle due decenni di vedovanza, privazioni indicibili, la guerra e «la quotidiana paura di essere agguantata dagli Agenti della Sicurezza di Stato come moglie di un nemico del popolo. Per chi scampava alla morte, tutto ciò che veniva dopo poteva significare soltanto un rinvio, una tregua».

Ma all’età di sessantacinque anni prende la penna e comincia a scrivere il libro “L’epoca e i lupi”. Sempre e soltanto del marito, della loro vita, della poesia, degli amici veri e finti, senza nulla tacere; svelando finalmente tutte le poesie di Osip protette e nascoste fino ad allora, memorizzate e ricostruite. Per farle conoscere al mondo.