Luigi Malabrocca è stata la più grande maglia nera del ciclismo italiano. L’atleta che ha fatto del perdere un’arte.
Carlo Lucarelli ci regala un breve estratto del suo racconto contenuto in Tra Uomini e Dei, storie di rinascita e riscatto attraverso lo sport, antologia curata da Elena Mearini per Morellini Editore.

“Nel dizionario, alla voce campione, la prima definizione che si di solito si incontra è l’atleta che vince una gara. Seguita da un’altra, che eccelle su tutti gli altri.

Luigi Malabrocca, detto Luisìn, voleva essere un campione ma non c’è riuscito, e non perché abbia perso, no, quello era proprio il suo obbiettivo.

Perché ha perso troppo.

Giro d’Italia, 1949. Ultima tappa, la Mantova-Milano. Sciami di ciclisti dal volto annerito di polvere, i fisici asciugati dalla fatica di quello che allora era uno degli sport più popolari.

Popolare in tutti i sensi, perché tra più seguiti, e perché il ciclismo, allora, si faceva unicamente con tutto quello che il popolo di un paese come il nostro, povero perché appena uscito dalla guerra ma con una gran voglia di tornare a galla, aveva a disposizione: le gambe e una bicicletta.

Era appena uscito un film, soltanto l’anno prima, “Ladri di biciclette”, di Vittorio De Sica, che racconta quell’Italia lì, dove il sogno di riscossa, se non proprio di sopravvivenza, del protagonista passa proprio da lì, da una bicicletta.

I ciclisti, i campioni di quelle due ruote a pedali, sono dei veri e propri eroi e tutta l’Italia segue col fiato sospeso e le lacrime agli occhi le salite, le volate, gli stacchi dal gruppo e le sfide di Gino Bartali, Fausto Coppi e gli altri.

Mantova-Milano, allora, ultima tappa, quella dei campioni, nugoli di ciclisti che pedalano vorticosamente sfidandosi l’uno con l’altro per vincere il titolo e tra questi c’è anche lui, Luigi Malabrocca da Tortona, detto Luisìn, scuderia Storchi.

Che però non forza sui pedali come gli altri. Anzi, non sta neanche sulla bicicletta: seduto sì, ma a tavola.

In un’osteria.”

Nel 1994, Enrico Brizzi ha scritto un libro che parlava di un ragazzo bolognese; forse l’autore sul momento non ne era cosciente, ma la storia di quel ragazzo ha segnato una generazione intera.

Quella dei nati a cavallo tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80. Dei quindicenni convinti che sarebbe andato tutto benissimo, ma che poi si sono dovuti ricredere di brutto.

Il libro è Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il ragazzo si chiama Alex D. e a me sembra che nel corso del tempo sia diventato un ottimo simbolo di tutti noi che inaffondabili ci siamo diventati per forza di cose. Lo siamo tutt’ora, ma abbiamo iniziato proprio in quei giorni degli anni ‘90 in cui morivano Freddy Mercury, o Kurt Cobain, o Lady Diana ma noi continuavamo a sentirci unici e ribelli ballando al ritmo del punk-rock californiano o della colonna sonora di Trainspotting.

Ecco. Alex D. è semplicemente uno di noi.

A scuola potrebbe essere molto bravo, ma non trovando particolari stimoli nel sistema socio-educativo che gli è toccato in sorte si accontenta di sfangare la sufficienza in attesa di un futuro che non ha per niente chiaro.

Sa che l’ambiente parrocchiale in cui è cresciuto non fa più per lui, ma guardandosi intorno non trova valide alternative e si rassegna a vagare disilluso tra locali, concerti, canne e momenti in cui si sente inutile e triste come la birra senz’alcol.

Nutre sogni di gloria senza nome, mentre cerca di ignorare il grigiume borghese di provincia a colpi di pezzi dei Led Zeppelin, poesie di Edward Cummings e film di Francescarchibugi (per lui è scritto tutto attaccato, vai a sapere perchè.)

Gira per i colli bolognesi solo contro il mondo, pedala a perdifiato come un Girardengo un po’ più basso e rock e per motivarsi ripete a memoria la discografia dei Police.

A chi gli chiede come sta, risponde sempre: “Medio.” Ma tanto è inutile, perché tutti capiscono sempre: “Meglio.”

(E io, ispirata dal dettaglio, all’epoca iniziai a rispondere: “Normale.” Ma tanto era inutile, perché tutti capivano sempre: “Non male.”)

Alex D. è uno che non affonda per non darla vinta a chi – secondo la sua visione tardoadolescenziale – cospira costantemente contro di lui. Si limita a tenersi a galla, nell’attesa di capire quale sia la rotta da seguire. Va a scuola, pedala, mangia la cotoletta, fa discorsi folli con gli amici, fuma, si incazza, va in camera sua ad ascoltare musica a tutto volume. E il giorno dopo ricomincia.

Solo che poi, all’improvviso, arriva Aidi.

È bella, è intelligente, è curiosa, è affettuosa. Inonda le giornate di Alex di una luce che fino al giorno prima sembrava impossibile da accendere.

E porta con sé citazioni da “Il piccolo principe”, serate a studiare nella sua villa sui colli, silenzi intensi e risate improvvise.

Agli occhi di Alex, Aidi non è una ragazza: è un intero disco di Battisti.

A differenza di Alex, peró, Aidi non si innamora. E – ritraendosi nell’intento di non farlo soffrire – rischia di farlo affondare davvero. Lo costringe a tornare al grigiume di prima che però, in assenza della sua luce, per Alex diventa un tunnel nero e senza uscita.

Non bastano più gli amici, non basta la bicicletta, non bastano le canzoni dei Pogues per mantenere saldo il timone e continuare a seguire la rotta cotoletta – bicicletta – sigaretta.

Insieme ad Aidi Alex ha capito chi e cosa voleva essere; senza di lei (e complice il suicidio dell’amico e mentore Martino) teme di non poter mai raggiungere quel traguardo che per lui è fuori dal libro. Su Urano, tipo.

Al netto di tutto, non è poi tanto importante che Aidi ritorni per poi andarsene di nuovo.

(Negli Stati Uniti, stavolta. Per un anno.)

Non è importante sapere cosa succederà ad Alex dopo il momento del loro saluto, se la ritroverà, se andrà all’università, se troverà un buon lavoro, se si innamorerà di un’altra o se invece finirà per affondare.

Quello che importa sono le emozioni vive di Alex che pur di stare ancora insieme ad Aidi, si abitua come può all’idea di non poterla amare nè essere amato. Sono quei baci immaginati e voluti, eppure mai dati perché troppo impegnativi e mai ben definiti. Sono gli Europei di calcio del ‘92 passati a tifare la Danimarca, simbolo involontario della loro storia e di tanto altro (soprattutto perché – adesso tutti lo sappiamo – poi alla fine la Danimarca l’Europeo l’ha vinto davvero). È il ricordo indelebile di un ragazzo che lotta per diventare adulto in un modo che non lo ripugni e che vent’anni dopo ha ancora al suo fianco un’intera generazione.

Sono passati 25 anni e spicci dall’uscita di quel libro, ma – ne sono sicura – sono ancora tanti gli inaffondabili quarantenni che ogni tanto di nascosto tornano a sfogliarlo, perdendosi tra i passaggi sottolineati a matita chiedendosi ancora una volta come mai nel titolo del libro Frusciante si chiama Jack e non John.

 

jane austen“Tutto il mondo è animato e pieno di dèi” sosteneva il saggio Talete, ricomprendendo nella lista anche i mostri, dal latino monstrum, ovvero fuori dalla norma.

Ma se per millenni questo bacino di creature se ne stava nel favolistico mondo, secondo quanto ci racconta Jane Austen, a metà Settecento demoni, draghi e ninfe pare abbiano pensato bene di acquattarsi in famiglie. E da lì mimetizzarsi sotto tic verbali, egoismi giganteschi, difettucci miserrimi e crudeltà pantagrueliche.

E lei, britannica di Steventon, nata il 16 dicembre del 1775 e morta presto (esattamente 200 anni fa, il 18 luglio 1817), non s’è lasciata sfuggire l’occasione di osservarli, studiarli e “sezionarli” con acutezza e irriverenza, rivelandosi così d’essere, sotto le pieghe delle immense gonne, una Magnifica Spiona.

La piccola Jane se ne accorge molto presto dell’arcano, ovvero che lì, nel cosmo domestico, tra pentole che sobbollono, libri polverosi, lenzuola stese e giardini rigogliosi, ci sono tesori e segreti. Il multiforme si sbilancia non appena crede d’essere non visto, e allora il segreto sta nel cogliere l’istante esatto, quando la patina che riveste cose e persone si sfalda, esattamente nel modo in cui la nebbia abbandona la brughiera.

Ha un’arma, però, la nostra Jane: l’ironia. Che, come il furbo Gatto con gli Stivali della fiaba di Perrault, non risparmia di usare, sfidando l’orco tracotante e pieno di sé a mostrare un’abilità che sorprenda, ovvero a trasformarsi in qualcosa di infinitamente piccolo, magari un topolino (e il gatto se lo mangia in un boccone).

La Austen guarda, registra, e poi scrive. Ne escono dialoghi che sono rapsodia.

Rapidissimi, cinematografici ben prima dell’avvento della pellicola, un botta e risposta quasi tennistico, innocenza e rabbia, meno ragione e più sentimento, di un’eleganza dotta che non scende mai di livello nemmeno quando ha a che fare con il meschino degli umani.

“Ti diverti a torturarmi! Non hai proprio pietà dei miei poveri nervi…” “Ti sbagli della grossa, cara. Ho il massimo rispetto per i tuoi nervi. Sono mie vecchie e care conoscenze. Sono per lo meno vent’anni che te li sento nominare.” [Orgoglio e pregiudizio] 

Con superba noncuranza, mischia partite di whist, opinioni sul panorama, lotte contro matrimoni combinati e stoccate geniali sulla profondità di quell’inconscio che ancora Freud non aveva rivelato.

In quasi ogni affetto c’è tanta parte di gratitudine, o di vanità, che non c’è da fidarsi a lasciarlo in balia di se stesso. Tutti possono dare il via liberamente a un sentimento e l’inclinazione verso qualcuno è più che naturale, ma sono pochi coloro che hanno abbastanza cuore da innamorarsi veramente senza alcun incoraggiamento. Nove volte su dieci una donna farebbe meglio a mostrare più simpatia di quella che prova. [Orgoglio e pregiudizio]

A Netflix oggi, senza dubbio, la scritturerebbero con un contratto a molti zeri.

Un tratto di lei, quest’acutezza, che la piccola Jane sfrutta, trasformando lo sguardo e quella curiosità smodata, che talvolta la natura accorda a certe fanciulline, nell’insidioso tarlo che sarebbe piaciuto a Schopenhauer, ovvero di strappare non più il velo collegiale della madre superiora, quello di Maia, piuttosto.

Maestra involontaria (e in gonnella) di quell’ Holmes (Sherlock) che turberà Scotland Yard poco meno di un secolo dopo, Jane Austen inchioda chi legge alla trama, che si snoda sui personaggi, mai contro o a fianco. Un abito, invece, ordito e cucito, punto per punto, pagina per pagina. E ammanta chi lo indossa, d’una sorpresa spiazzante, perché alla fine lui o lei si ritroverà più nudo dell’imperatore.

Dove colpisce Jane fa centro.

Mentre riveste, insomma, spoglia. E s’insinua, grazie a parole che sa trasformare in lance, puntute amigdale di primitiva potenza.

Non conquistano, le sue eroine. Non come vorrebbero. Non quell’amore cubitale che è dogma e quasi religione. L’attesa è tale che non può che andare delusa.

Elinor, Lizzy, Fanny (e le loro “sorelle di carta”) devono ridimensionare i sogni per riuscire a stare nella vita.

Quando nel gennaio del 1813, esce Orgoglio e pregiudizio con l’editore Egerton, la scrittura di Jane pare alla famiglia, tranne al padre, che da subito ha visto il talento della figlia, una sorta di divertissement. E in qualche modo come gioco nasce, se è vero che Jane usava le storie per intrattenere durante le lunghe e frequenti occasioni d’incontro che accadevano nella grande casa di famiglia.

Ne seguiranno, rapidissimi, Mansfield Park (1814), che fu un successo di vendite (tutte le copie esaurite in sei mesi), Emma (1815) che esordì con il più famoso John Murray, stimato editore londinese.

L’anno dopo, Jane s’ammala.

È grave.

Nessun’altra opera apparirà in vita.

Postuma invece.

Con alcuni “interventi” dei parenti.

Perché qualcosa turba, del suo eloquio, della precisione, sferzante, di certi “smascheramenti”. Soprattutto in chi le abita accanto e di piccinerie, difetti, oltraggi forse anche e sicuramente scivoloni, ne ha parecchi.

Non stupisce allora sapere che, dopo la sua morte, la sorella tanto amata prima, i fratelli e i nipoti poi, distrussero moltissime lettere e carte private.

Al punto che un nipote, tal J.E. Austen-Leigh, s’arrischiò pure a scriverne una biografia dove presenta l’intelligente e rivoltosa Jane come una brava signorina, con l’amore per la casa e la famiglia e incidentalmente, guarda caso, il vezzo della narrativa (anche se tutti avrebbero preferito si dedicasse al piccolo punto o ai gatti…).

Ma la penna batte l’ipocrisia. E le sue storie ce la regalano inimitabile modello di grande e sottile ribellione.

Silvia Andreoli