gianni breraC’era una volta il calcio e il suo Omero. Che ebbe una vita avventurosa, scrisse diversi libri e anche migliaia di articoli per il Guerino, la Gazzetta, la Repubblica. Lo “spezzatino” era un secondo con patate, e non una maniera per definire il calendario settimanale delle partite.

Alle 15 e 30 iniziava Tutto il calcio minuto per minuto e il risultato del primo tempo lo potevi sapere soltanto se eri lì, al freddo, sugli spalti. Le 19 l’ora fatidica per vedere un tempo (un tempo, e neanche tutto!) della migliore partita della domenica.

Iniziava tutto – tutto –  la domenica alle 14,30, in pieno inverno, alle 15 un poco più in là, all’apparire della primavera, fino alle 16,30 dell’estenuante estate che regalava i verdetti finali. Anni Sessanta, Settanta, Ottanta, era il Campionato, quello con la C maiuscola, quello della Miano in cima all’Europa prima che qualcuno se la bevesse, di “Milan e Benfica che fatica”, di “Eravamo in centomila…” , di “Luci a San Siro” .

A descrivercelo c’erano veri campioni, della radio o della tv: Ameri, Ciotti, Carosio, poi Martellini e un giovanissimo Pizzul. Ma l’aedo della carta scritta – e sì che ce n’erano tanti di scrittori prestati al giornalismo – fu, indiscutibilmente Giuàn Brera fu Carlo: forza espressiva e violenza epica di un narratore orale. Grazie a loro, grazie soprattutto a lui, l’immaginazione dei bambini, appena diventati in grado di leggerlo, si trasformava in passione vera e fatale. Irrimediabile.

“Mago” della penna, il padano di San Zenone Po ci rendeva l’estraneo familiare, ci spiegava il mistero, ci chiariva la leggenda, la trama oscura, unendo cronaca e letteratura, gesti atletici e mito. Come ci manca oggi questo inventore di un linguaggio che univa dialetti e riferimenti letterari, latinismi e stravolgimenti onomastici, immagini espressive e metafore immortali.

Teniamoci forte e non facciamoci struggere dalla nostalgia: Rivera era l’Abatino, Riva Rombo di Tuono, Baresi il Piscinin, Boninsegna Bonimba. E poi c’erano Schopenhauer Bagnoli, Accaccone (da H.H) Helenio Herrera e Accacchino (idem)  Heriberto Herrera: e  chissà oggi, se avesse potuto vedere  Donnarumma, Cassano, Gabigol e le loro gesta.

Certo, “quel Campionato”  veniva descritto senza che questi grandi, tra cui il nostro “sommo”, si mettessero in discussione. Oggi potremmo dire che l’ottica fosse  “etnocentrista”, determinista, in alcuni casi addirittura razzista, con giudizi perentori, e teorie anche biologico-evoluzioniste.

Brera fu un “leghista” ante litteram, esaltatore della razza padana, secondo lui antropologicamente superiore a tutte le altre. Dati i tempi – quelli di allora, non di adesso –  lo si può perdonare: tra le altre, divertenti ipotesi,  sosteneva il primato del calcio “mandrogno”, ovvero alessandrino, citando grandi campioni quali  Balonceri, Ferrari, lo stesso Rivera, nati proprio tra il Tanaro e la Bormida.

Di lui ci manca ancora e ci mancherà sempre  lo spessore lirico, come quando scrisse a Gigi Riva infortunato: “Hai dunque regnato, Brenno ed ora la penisola brulica di vindici Camilli. Se non sei nella polvere, torna impetuosamente fuori…”

O quando, obtorto collo, santificò Dieguito: “Maradona è un divino scorfano con i drammi secolari del crollo: le sue labbra tumide e amare mi danno disagio e mi aiutano a non invidiarlo… ma ha ridato dignità inventiva e gestuale anche alle mani posteriori, divenute volgarissimi piedi da qualche milione di anni.“

Altro che questionare e accapigliarsi con altri giornalisti tifosi, parlando dei sei scudetti della Juve che però non vince le Champions, del lontano triplete dell’Inter, della Roma e del ponentino, del Napoli che gioca bene e che non vince mai e del Milan ritrovato.

E adesso che sta partendo questo campionato (con la c minuscola) 2017-2018, e i giornalisti improvvisano articolesse sulla “griglia di partenza”, su chi ha fatto la miglior campagna acquisti, sui pronostici d’agosto, insomma, varrebbe la pena rileggere quanto scrisse nell’”Arcimatto”, tra i suoi libri meglio riusciti: “Gli imperativi categorici del calcio sono: primo non prenderle (oh yes, sir); centrocampo dotato di fondo atletico; punteros (due o meglio tre) agili e coraggiosi. Se tutto il gioco d’impostazione lo fai fluire al centro, riduci l’angolo piatto del fronte (180°) a un angolo inferiore a 90°. E le signore punte fanno il piacere di rientrare – dopo ogni azione – al centrocampo”.

Allora, ai tempi di Brera (a proposito, 1919-1992), di questo si parlava e così si scriveva, quando Internet, Facebook e Instagram ancora non li avevano inventati.

Bruno Barba

Diego MaradonaStadio Azteca di Città del Messico, è il 22 giugno e siamo ai Mondiali del 1986. Ora,  andiamo su You Tube e ascoltiamo il cronista uruguaiano Victor Hugo Morales: Diego Armando Maradona sta per diventare il barilete cosmico. Lui, il pibe de oro era appena diventato la mano de dios – ma quanti soprannomi ha avuto, “sto sgorbio celeste”? – segnando all’Inghilterra un gol di mano. La preghiera, dopo la bestemmia.

La seconda rete fu una delle più belle della storia del calcio, sicuramente la più indimenticabile di tutta la storia dei Campionati Mondiali. Quella di Victor Hugo Morales è un poesia modernista, un’improvvisazione lirica sincopata: «genio, genio, genio… quero llorar…barilete cosmico, da que planeta veniste?»  Già, … “da che pianeta sei mai venuto per seminare tanti inglesi… Grazie Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime…”.

Maradona, per via di quel gol divenne oggetto di dispute filosofiche. Per alcuni fu lecito scomodare  il concetto di “giustizia divina” (il gol del raddoppio avrebbe dimostrato  il gradimento del Dio del calcio, che voleva ripagare gli argentini, sconfitti dagli inglesi nella guerra Falklands-Malvinas); per altri – che evidentemente attendevano soltanto un pretesto –  divenne lecito proclamare  l’inesistenza di Dio: perché è che un Dio giusto non avrebbe permesso quel miracolo.

 

Il fatto è che non si può dire e neppure pensare che Maradona mi è indifferente. Nell’ordine, si può o si deve dire che è il genio, il diavolo, l’uomo vero, il capitano, il compagno, lo sciupafemmine, la bandiera. Fan tenerezza i giovani – che fanno sempre tenerezza – quando pensano che Messi, o qualcun altro possa essere meglio di lui. Che forse, a qualcun altro è stata dedicata un’edicola votiva? Passate da Spaccanapoli, e pensate che quel capello deve essere davvero il suo.

Per qualcun altro è stato mai appeso uno striscione accanto al cimitero con su scritto: «E che cosa vi siete persi»? Accadde dopo il primo scudetto vinto dal Napoli, nel maggio 1987.  

Lo straordinario Jorge Valdano, calciatore argentino, poi dirigente e oggi scrittore, nel suo  Il sogno di Futbolandia dice del  suo ex compagno Diego: «Maradona, come allenarlo? … Tu hai mai visto allenarsi un gatto?… Bene, Maradona è come un gatto. Gli basta nutrirsi e riposare per essere il migliore».

 

Maledetto, benedetto Diego. Gli ruppero una gamba a Bilbao, quando giocava nel Barcellona, e poi un giorno, sempre contro quei rivali baschi, e soprattutto uno, quello, che gliela aveva stroncata scatenò una rissa che a vederla ancora (occorre andare ancora su You Tube) fa rizzare i capelli. Fu peccatore e santo, perché diede a una città, a dei terroni, a dei terremotati, orgoglio di appartenenza, dignità, orgoglio, autostima. Non provateci a dire banalità tipo oppio dei popoli, panem et circensem, non provateci se non siete napoletani e quei giorni non li avete vissuti. Forse è meglio ora, o era meglio prima? Era meglio soffrire e basta, perdere e basta, senza nemmeno avere quei pomeriggi di raggi di sole abbacinanti anche quando pioveva, quei cieli di arcobaleni impossibili, di sfide alla forza di gravità e di sfide alle industrie del nord, di motorini che lo scortavano, di… tutti sanno dove abita, lassù a Posillipo, delle attrici che si faceva, di Agnelli che lo avrebbe voluto come ennesimo e forse suo più grande vizio, altro che quel francese, Michel, che lui, l’avvocato, faceva finta, ma solo finta, di preferire.

 

Era commovente e spudorato, Maradona, kitsch come un vero argentino, come un vero napoletano, sublimazione della semplicità e del barocco, della malandrinaggine e del cuore grande, enorme.

«Ho visto Maradona…» era un grido al cielo, un inno sacro, altro che un canto da stadio, Napoli gli ha perdonato tutti i vizi e lui che ha attraversato ogni tappa della gloria e dell’ignominia lo ha fatto da Maradona. Da numero uno, senza rivali. Da uomo, da eroe, da re e da sconfitto, da padrone del mondo e da drogato, da figo – era bello da giovane, altro che – e da ciccione, da “trickster”, ossia eroe culturale inventore di prodigi, è stato più semplicemente, la celebrazione del “fanciullo che è in noi”.

 

È peggiorato Maradona, perché è un uomo, e ogni uomo peggiora, tranne quelli che sono falsi.

Ha arricchito Napoli, e pazienza se ha depredato il fisco, noi italiani perdoniamo tanti altri che non hanno mai scavalcato la barriera come lui, palleggiato con un limone, siglato reti impossibili, vinto scudetti e campionati mondiali con compagni che si chiamavano Cuciuffo, Giusti, Volpecina e Bruscolotti.

Che vita ingorda che hai avuto, Diego, tanto imperfetta da sembrarci invidiabile.

Eppure c’è stato un tempo nel quale tanti, troppi, e qualcuno c’è ancora, hanno goduto della tua caduta. Con un gusto, un compiacimento, che si spiega soltanto con il bisogno che per qualcuno è connaturato, di invidiare l’eletto. Se è vero che gli eroi ci piacciono, talvolta questi eroi si devono pur abbruttire e finire presto, magari morire. 

Ma Diego è una creatura mitologica, metà uomo e metà pallone, e mi spiace, invidiosi, è il meglio di tutti e di tutto. E morire, non morirà mai. Come una divinità di un politeismo footbalistico, «il santo canaglia, il più sujo dei santi dell’universo football», come lo definì Eduardo Galeano, si trasformerà, anzi si è già trasformato, in una divinità, ricca, oltre che di qualità, di difetti.

Difetti umanissimi e che ci piacciono assai. Il primo di tutti: la passione.

 

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Bruno Barba

 

Diego MaradonaFatta eccezione per una ristretta minoranza, le donne non amano il calcio. O meglio: non amano quel calcio amato dagli uomini. Quello della Gazza e del campionato, delle coppe che ancora non si capisce che differenza c’è tra Champions, Europa League, Coppa Italia, Super Coppa e del fuorigioco che manco loro sanno spiegarti a cosa serve. 


 

Non lo amano perché non amano l’infinita discussione sul  rigore giusto o sbagliato, i noiosissimi supplementari, la filosofia (!) degli allenatori, la sociologia (!!) delle squadre, la poetica (!!!) del bandierone e l’etica (!!!!) della fedeltà, applicata più alla zebra o alla lupa che alla propria donna.

Da ultimo, ma non per ultimo, le donne non amano il calcio perché non amano assistere alla trasmutazione fisica e mentale del proprio uomo. Il tifoso è la migliore (peggiore?) gif di un trattato di Cesare Lombroso. 

Ma come sempre nel variegato e mutevole mondo delle donne, c’è almeno un’eccezione. 


Lui: Diego Armando Maradona. 


E tutto cambia.

 

Qualsiasi donna che l’abbia visto giocare è “tombée amoureuse”, letteralmente: caduta innamorata, inciampata in qualcosa che mai avrebbe potuto immaginare.

Perché? Perché Maradona e non il “rivale” Platini o quel gran pezzo di figo di Rummenigge? 


Hanno vinto di più,  sia in squadra sia a titolo personale, ed erano forti, fortissimi e decisamente più bellocci.

Ma Diego era un’altra cosa. 


Brutto, piccolo, tozzo, un’improbabile cascata di riccioli neri, la faccia di un qualsiasi “terone” di un qualsiasi Sud del mondo, uno stile di vita orribile e sbracato,  c’era ben poco di cui innamorarsi.

Eppure…

Quando scendeva in campo, bastavano pochi minuti e Diego diventava bellissimo,  alto,  slanciato,  elegante. Armonia allo stato puro.

Un corpo che si muove in assenza di gravità e gioca,  ma gioca davvero. Non calcia,  non segna, non dribbla.  Gioca. 
Come giocava Picasso dipingendo su qualsiasi cosa incontrasse, o Glenn Gould “strimpellando” Bach su un pianoforte, o Louis Armstrong soffiando-e-sorridendo in una tromba o Fred Astaire che faceva sembrare il tip-tap l’unica cosa facile che un uomo può fare nella vita. 


Anche Diego, semplicemente gioca.

E non c’è segno di fatica, e mai una smorfia di dolore, non c’è calcio negli stinchi che lo ferma e non c’è tecnica. 


C’è solo un’immensa, inesprimibile, incomparabile bellezza.

 

La bellezza vera, quella che ti lascia senza fiato, è quella che cancella la fatica; è l’illusione che la perfezione sia e basta; è un dono, una cosa che non può che essere così, non un risultato. Per questo cura,  e fa star bene e ci riconcilia con noi stessi e con la realtà, perfino col calcio!

 

Ma la bellezza è arrogante, e sfida Dio, da sempre. 


E anche Diego l’ha fatto.

Il 22 giugno del 1986 aveva un progetto: umiliare un Paese, l’Inghilterra, che aveva umiliato il suo con la guerra per le Falklands. E così,  al cinquantunesimo minuto,  nella partita più tesa dei mondiali del Messico, segna di mano. 


E non pago, la mostra, la ostenta. 


«È la mano di Dio», dice. 


E per quattro minuti il mondo del calcio, quello degli uomini si scatena (le donne faticano a vedere il pugno nascosto sotto la chioma; le donne difendono gli uomini che amano oltre ogni evidenza).

Vergogna, schifo, ladro, “napoletano”…

Gli insulti si sprecano. 


Ma solo per quattro minuti.

Poi Diego torna in campo una seconda volta (sì, non l’ha mai lasciato il campo, ma è come se…) e adesso tutti zitti.

Non è un calciatore, non è Platini, Van Basten, Matthäus e men che meno Ronaldo (Cristiano o no, fa lo stesso), Totti o Dybala. Lui è Achille, è un semi-dio dispettoso e vendicativo; è Lucifero, il più bello degli angeli ribelli.

Sfida il mondo.  


Con arroganza, con vanità, con quello stesso nichilismo malcavato che lo porterà da lì a pochi anni alla dissoluzione totale.

Dieci secondi, sessanta metri, cinque avversari scartati, un gol. O meglio: “Il più grande gol nella storia della Coppa del Mondo Fifa”, com’è stato decretato dalla Federazione nel 2002.

Un colpo di fulmine. Da togliere il fiato.

 

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Anna Di Cagno