uschi obermayerA vent’anni appena compiuti scappa di casa, attraversa l’Europa e arriva a Londra. Lei è bella, bellissima. L’invitano dappertutto e, party dopo party, conosce centinaia di persone. Tra queste Peter Green – chitarrista e fondatore dei Fleetwood Mac – e, tramite lui, Mick Taylor, chitarra dei Rolling Stones. Diventa amica di Taylor che un giorno la invita agli Olympic Studios. Bella, affascinante, ribelle e disinibita, un attimo dopo entrata in sala di registrazione aveva addosso gli occhi di Mick Jagger, che interrompe di cantare per salutarla con un: «You are so beautiful».

Diventa amica di tutto il gruppo e pochi mesi dopo torna a Monaco di Baviera. Una sera riceve una telefonata: è Keith Richard. Gli Stones suonano a Zurigo e siccome ha voglia di vederla, dopo il concerto prende un’auto e la raggiunge a Monaco. Appende il telefono e cinque minuti dopo chiama Jagger e le fa la stessa proposta. «Ma viene già Keith» risponde Uschi. «Nessun problema – risponde Jagger – sistemo la cosa sul palco».  Alle quattro del mattino suona il campanello Mick, cinque minuti dopo Keith. E nessuno se n’è andato.

Icona della controcultura del Sessantotto Ursula “Uschi” Obermaier nasce a Monaco di Baviera nel 1946. A scoprire la sua bellezza è un assistente fotografo della rivista Twen, che nel 1968 la vuole per un servizio fotografico per via del suo corpo, magro e sensuale contornato da una folta cascata di capelli castani, agli antipodi rispetto al modello di donna in voga in quel periodo. «Voglio ogni cosa da questo mondo. Voglio sperimentare tutto e vivere nel qui e ora » dichiara quando scoprono che, oltre che modella, è una delle groupie più “attive” nel mondo del rock.

Uschi ObermayerGrazie a quegli scatti è richiestissima è contesa dai migliori fotografi internazionali. Con la nudità, in linea con il suo carattere ribelle, ha un rapporto disinvolto e non sono pochi i servizi in cui appare a seno nudo. Sono gli anni in cui la politica coinvolge comportamenti e scelte di una generazione intera. Indifferente dei soldi e delle richieste di lavoro – nel frattempo ha debuttato nel cinema – Uschi si trasferisce prima Monaco nella comune degli Amon Duul (gruppo progressive tedesco) e poi – in seguito alla relazione con Rainer Langhans – nella Kommune 1 di Berlino, quartier generale dell’opposizione extraparlamentare e del movimento studentesco tedesco. Diventa simbolo e icona della controcultura europea, incarnando i principi della sexual revolution.

Lascia la passione politica e segue quella della musica. E se la vita di una rockstar è spericolata e piena di eccessi, quella di una groupie – fan che oltre ad amare la musica ama il rocker – non è da meno. Perché di romantico, nelle storie d’amore nate sotto il segno del rock, c’è ben poco: gli amori sono sempre contrastati, i baci rubati, i camerini affollati e i tradimenti all’ordine del giorno. Per Uschi non è un problema, lei non si vuole innamorare. Sa perfettamente che la rockstar, come un marinaio, quando è in tournée ha una donna che lo aspetta nel camerino di ogni palasport. « Don’t dream your life. Live your dreams» afferma. E intesse relazioni con tutti i big del momento, Jimi Hendrix incluso.

Alla fine s’innamora anche lei. Ma, come succede alle rockstar, la sua vita sentimentale non è mai banale: lui è Dieter Bockhorn, facoltoso titolare di un club nel Reeperbahn (il distretto a luci rosse) di Amburgo. Nel 1973 partono per un viaggio intorno al mondo a bordo di un Bulli, il pullmino Volkswagen, in puro stile hippie. Raggiungono l’Asia, il Messico e gli Stati Uniti. Quando sono in India decidono di sposarsi: un Maharaja, scambiandola per una principessa tedesca, organizza una fastosa cerimonia nuziale hinduista. Ma, come succede alle rockstar, la storia d’amore di Uschi non ha lieto fine: nel 1983 Bockhorn perde la vita in un incidente in moto.

Oggi, ancora anticonformista e rivoluzionaria nello stile e negli atteggiamenti, Uschi Obermaier vive a Los Angeles, disegna gioielli, fotografa, scrive, dipinge. E ascolta rock.

 

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Luca Pollini

vinicius de moraesPer chi arriva a Rio, Ipanema è la spiaggia dei più bei culi del mondo. Per chi ama la cultura brasiliana è il “quartiere” dove si svolse l’intera vicenda della bossa nova, nonché la vita, ardita e trasgressiva, di artisti, poeti e straordinari uomini cariocas. Ah, a proposito, cariocas sono gli abitanti di Rio e non tutti i brasiliani…

 

Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento tutto accadeva qui, in questa lingua di sabbia stretta tra l’Oceano Atlantico e la Lagõa Rodrigo de Freitas, nella spiaggia colonizzata dai figli degli intellettuali europei fuggiti dal Nazismo e dal Fascismo, e Ipanema era una sorta di “Firenze medicea in salsa tropicale” punto d’incontro di artisti plastici, filosofi, poeti, cantanti, donne bellissime, dissidenti politici.

 

Vinicius de Morães, il grande poeta di Rio, è stato probabilmente, il grande “articolatore dell’identità moderna” dell’uomo carioca. Nella sua Cronaca do Estado de Guanabara scrisse:

 

«Essere carioca significa, più che essere nato a Rio, aver aderito alla città al punto di sentirsi a proprio agio soltanto in mezzo alla sua adorabile disorganizzazione. Essere carioca significa non amare svegliarsi presto, anche se si sarebbe obbligati a farlo; è amare la notte prima di ogni altra cosa, perché la notte induce a chiacchierare disinvoltamente; è lavorare svogliatamente… avere come unico programma non averne nessuno… è dare più importanza all’amore che al denaro».

 

Ed è vero, il carioca si autopercepisce come appartenente a una categoria antropologica e identitaria ben definita. Un rifiuto a prendersi troppo sul serio, un’idiosincrasia per ogni tipo di autorità, un gusto per la vita che sfida ogni argomentazione razionale. Impregnato del “sapere da spiaggia”, del gusto per la chiacchierata, la birra, lo spuntino al botequim; in altri termini il carioca è l’homo brasiliensis innovatore, arguto, filosofo, malandro.

 

Vinicius era tutto questo, un grande bohémien, un filosofo amabile, un umorista spontaneo.
Un santo pagano, disimpegnato e serissimo, divertente, malinconico, coltissimo, arguto, irresistibile. Si definiva o branco mais preto do Brasil, il bianco più nero del Brasile, perché sentiva, forte,  il legame con l’Africa: la sua visione meticcia, universalistica, aperta,  era perfettamente “ipanemense”. «Nessuno è carioca invano», amava dire. Era erudito (studiò, tra l’altro a Oxford) ma propendeva per la cultura di strada, beveva whisky e si circondava di una sorta di cenacolo composto da intellettuali, giornalisti, artisti.

 

Nel 1956 produsse la piéce teatrale Orfeu da Conceição, e nell’occasione conobbe Tom Jobim: da allora il sodalizio praticamente colonizzò Ipanema. Pur amico di Neruda e Ungaretti, Osvald e Mario de Andrade  si guadagnava da vivere come critico di cinema o rispondendo a lettere di donne dal cuore infranto per giornali cariocas. Da vero poeta, alternava frasi immortali – «a vida è a arte do incontro», che divenne  il suo motto più felice, a rime   ingenue come «peixinhos e beijinhos», pesciolini e bacini.

 

Aveva 45 anni (era nato nel 1913) quando, nel 1958, uscì Chega de saudade, con le sue parole, la musica di Tom Jobin e la voce di João Gilberto: iniziava un’era d’oro per la cultura del Brasile, e Vinicius divenne il guru di quella generazione. Morì nel marzo del 1980, dopo aver trascorso, incosciente, tutta la notte nella vasca da bagno tra libri, carte, ghiaccio e naturalmente tanto whisky.

 

Le ragazze solari, belle e naturali di Ipanema erano chiamate aviãos, aerei: andavano scalze sulla spiaggia, e che con la loro sensualità e spontaneità portarono la generazione degli anni Cinquanta, senza che vi fosse un programma o una teoria precostituita, alla liberalizzazione sessuale.

 

E qui torna in gioco l’Africa. L’Africa della diaspora, che permea la cultura brasiliana, persino al di là delle apparenze visive. In Africa l’uomo produce e crea valore, è saggio, esperto, affidabile; la donna vende, è mobile, va a vendere al mercato, soprattutto sviluppa i lombi, la cosce, il culo, la bunda brasiliana. Sì, meglio che la parola che definisce questo universo di significati sia femminile. Il mercato diventa così, anche o soprattutto, il luogo della bellezza, delle sfilate, il momento del passaggio dal privato al pubblico.

 

Qui l’Africa si svela e promette quel che sarà in America, quel che sarà, in un futuro prossimo, il mondo intero.

 

«La nostra vera patria è la nostra pelle», diceva Curzio Malaparte.
È vero, il corpo è soprattutto il prodotto di un processo storico e culturale.
È la cultura che forgia i corpi, attraverso quella dinamica che gli antropologi chiamano “antropopoiesi”. Non basta nascere per aver un corpo – una tabula rasa su cui scrivere, un blocco di cera da modellare, un campo di forze nel quale l’individuo si scontra con la cultura, l’ideologia, la politica, la morale, la storia – noi siamo il nostro corpo, e il nostro corpo è quel che ci meritiamo.

 

Per gli indios Caduveo «chi non è tatuato non è un uomo»: se non l’avessero detto a Claude Lévi-Strauss negli anni Trenta del Novecento, sembrerebbe uno slogan della modernità occidentale.

 

È la cultura, quindi, che segna la pelle, insegna gesti e impone posture, e il corpo è una zona di riflessione, una sorta di “altare” di fronte al quale sacrificare ogni pregiudizio perché di per sé parla, racconta, orienta, dirige.

 

Il pudore e il riserbo di noi occidentali ha oscurato millenni di gesti, provocazioni e liberazioni, ammantandoli di compiaciuta morbosità; al contrario il Carnevale brasiliano con il suo rovesciamento di ruoli e lo scatenamento apparentemente sregolato e dionisiaco non è solo una sospensione del tempo, dello spazio, delle regole, è anche un magico disvelamento della mentalità, dell’ideologia, del modo di essere brasiliano.

 

C’è anche un po’ di eredità indigena in questa disinvoltura “corporale” che osserviamo nelle spiagge brasiliane.

Tomar um banho, lavarsi, in qualunque momento della giornata, è un’esperienza mediata dalle tradizioni degli indios, associata alla sensazione felice del contatto, e anche alla sessualità, alle piacevoli stimolazioni offerte. Il contatto con la propria pelle, che i brasiliani glorificano ed enfatizzano permette al corpo-materia di suscitare sensazioni vive, rimandando allo stesso tempo, alla sfera della meditazione e del sacro.

 

E veniamo, anzi torniamo, al sedere (come suona irreale e politically correct questo termine…), anzi alla bunda. Sempre protagonista: cos’altro era l’imperiale incedere della garota di Ipanema se non una sua esaltazione del culo ammantata di poesia?

Nell’immaginario popolare brasiliano la bunda, sul piano estetico-erotico, è assolutamente preminente. Negli Stati Uniti la preferenza va invece al seno voluminoso che, secondo alcuni critici, può denotare il complesso della mamma, la valorizzazione di uno dei punti più nobili del corpo della femmina, poiché, di fatto, lo si associa alla preservazione della vita, ovvero all’allattamento.

 

Vi fu un anno, il 1972, in cui Arembepe, non lontano di Salvador de Bahia, fu il centro del movimento hippie. Bene, quei giovani liberi, disinibiti e considerati dai militari che erano allora al potere estremamente trasgressivi, chiamarono quel tempo o verão do desbunde, come dire più o meno: “l’estate del culo nudo”.

 

Il fatto è che Rio de Janeiro vive in spiaggia. Affermazione apparentemente banale e riduttiva, ma la spiaggia qui svolge il ruolo che in altre grandi e piccole città del mondo hanno le piazze, i cinema, i bar. È la via d’accesso obbligatoria alla cittadinanza. Dappertutto è un’esplosione di significati. Il corpo nudo mostra tatuaggi, celluliti, silicone, muscoli naturali o coltivati dal body-building: il popolo, a secondo della tribù di appartenenza, si divide e colonizza parti di spiaggia differenti. Il tratto dei gay, delle garotas de programma, delle prostitute (idem), dei fricchettoni ribelli.

 

Il corpo nudo nutre stereotipi (brasiliana sta per “donna disinibita”), scandalizza (l’attrice Leila Diniz nel 1971 si mostrò gravida in bikini sulla spiaggia di Ipanema), crea mode («è brutto, vecchio e obeso chi non vuole prendersi cura di sé»).

 

Questa è la patria della chirurgia estetica (Pitanguy), ma attenzione: la corpolatria carioca non ha nulla a che vedere con l’edonismo e la vanità di stampo occidentale.
Il corpo è in primis salute, altro che estetica.

 

Che sia vestito o nudo, il corpo carioca è al centro di una strategia dell’apparire assolutamente peculiare, unico. Nella nostra Europa ci si veste per coprirsi, certo, ma soprattutto per comunicare, a lo stesso; soltanto che qui, invece di vestirsi, ci si sveste. Perché a parlare, a Rio non sono gli abiti, ma i corpi: benessere, bellezza, sensualità non sono (soltanto) doni di natura, ma conquiste, a volta faticose. Si percepisce, si tocca il desiderio di consenso visuale che travolge la popolazione, l’autocompiacimento, la familiarità con il proprio corpo.

 

Rio coltiva il valore della morenidade, ovvero dell’abbronzatura. In realtà il termine sarebbe intraducibile e significherebbe piuttosto lo “scuramento”. Si tratta di un rito religioso e istintivo, di un culto democratico che interessa ogni ceto sociale, una sorta di trionfo del meticciato culturale: puoi essere afro, europeo o asiatico, ma davanti alla natura, nudi, sotto questo sole, siamo tutti ugualmente brasiliani. Anzi, carioca.

 

Ipanema è un luogo da respirare, sognare, immaginare e il suo popolo si sente un popolo eletto e diverso. La musica, la religione, il cibo, la letteratura, il calcio permettono di ritrovare autostima e soddisfano un bisogno identitario fortissimo e il modo di vivere e la poesia di questo panorama hanno sublimato questo bisogno vitale di riaffermare le origini “meticce”, le radici afro ed europee, un’identità carioca.

 

E lei, la Garota de Ipanema è tutto ciò. Una ragazza ignara di 15 anni, occhi verdi e lunghi capelli neri che abitava in quella rua Montenegro (oggi Vinicius de Moares) e che  andava al bar Veloso a comprare le sigarette alla mamma. Vinicius e Tom Jobim, già grandicelli, si innamorarono della bellezza universale, al punto da dedicarle un inno.

 

Olha, que coisa mais linda/Mais cheia de graça,

É ela, menina, que vem e que passa,

Num doce balanço, a caminho do mar”.

 

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Bruno Barba

 


julio iglesiasNel 1976 esce Se mi lasci non vale, e un fenomeno musicale, uno dei più eclatanti della musica leggera (300 milioni di dischi venduti) conquista vecchio e nuovo mondo.

Nello stesso anno Roland Barthes ha finalmente ciò che merita: una cattedra di Semiologia Letteraria al Collége de France, e poco dopo pubblica Frammenti di un discorso amoroso, e un nuovo modello di critica letteraria s’impone e conquista l’intellighenzia europea e non.

Nel suo saggio abbozza una geografia dell’amore attraverso i segni e le parole seminati nei romanzi, una mossa azzardata che supera l’analisi strutturalista del testo, riconoscendole un grande debito.

Come noi (le donne soprattutto) dobbiamo riconoscerlo a Julio Iglesias. Che più che farci sognare (per molte è sempre stato difficile andare oltre i primi venticinque secondi di una sua canzone) ci ha insegnato tutto quel che è necessario sapere sull’uomo, inteso non come razza umana, ma come maschio, e latino.

O meglio: avrebbe potuto insegnarci tutto quello che è necessario sapere sugli uomini, se qualcuno ci avesse fatto un’analisi strutturale del suo testo e poi abbozzato una geografia del sentire maschile.

La scorticata

Roland Barthes: “Speciale sensibilità del soggetto amoroso, che lo rende vulnerabile, esposto anche alle ferite più lievi”

 

La valigia sul letto

è quella di un lungo viaggio

e tu senza dirmi niente hai trovato il coraggio

con l’orgoglio ferito di chi poi si ribella

ma quando t’arrabbi sei ancora più bella

 

La ribellione della donna è fonte di stupore per Julio. E di eccitazione. La schiava che spezza le catene, il soggetto amoroso scorticato e vulnerabile non causa senso di colpa, ma in prima battuta meraviglia (che fai, ti ribelli?) e in un secondo momento compiacimento erotico (soffri per me, che sexy!). Essere fonte di dolore e di piacere, quindi essere tutto, essere la vita, che dà, toglie, fa piangere e sorridere.

Risonanza

R.B. “Modo fondamentale della soggettività amorosa: una parola, un’immagine si ripercuotono nella coscienza affettiva del soggetto”

E così, su due piedi, io sarei liquidato

ma vittima sai d’un bilancio sbagliato

se un uomo tradisce, tradisce a metà

per cinque minuti e non eri più qua

 

Una donna tradita, anche se scema, per grandi linee immagina cos’è successo. E cosa fa Julio, sorvola? No, le regala un’immagine: sono stati solo cinque minuti! E, come scrive Roland Barthes,  “la parola, l’immagine, l’idea hanno l’effetto di un colpo di frusta”.

Poi aggiunge: “Nell’immaginario amoroso, niente contraddistingue il più trascurabile stimolo da un fatto realmente conseguente; il tempo viene scosso in avanti (mi vengono in mente predizioni catastrofiche) e indietro (mi ricordo con sgomento dei “precedenti”): da un niente, prende corpo tutto un discorso del ricordo e della morte che mi trascina con sé: è il regno della memoria, arma della risonanza, del “risentimento”.

Perché lo fa? Non sarebbe più furbo passare oltre, rassicurare lei dell’amore che li lega e risvegliare immagini e ricordi della loro meravigliosa storia? No, non sarebbe più furbo.

Julio è arrabbiato perché si sente – lui – vittima di un’ingiustizia.
Ma come, io mi faccio una sveltina con la segretaria e tu mi lasci?
E no, non vale. Con un uomo come me, questo bilancio è sbagliato. L’hai capito o no che mi saltano addosso? Vorresti per caso un uomo che non se lo fila nessuna?

Colpo di frusta. Tac! E adesso rimetti i vestiti nell’armadio.

L’Inconoscibile

R.B.: “Sforzi del soggetto amoroso per capire e definire l’oggetto amato ‘in sé’ come tipo caratteriale, psicologico o nevrotico, indipendentemente dalle peculiari cognizioni del rapporto amoroso”

Metti a posto ogni cosa e parliamone un po’

io di errori ne ho fatti, di colpe ne ho

ma quello che conta tra il dire e il fare

è saper andar via ma saper ritornare

Tra il dire e il fare per gli altri c’è di mezzo il mare, per Julio no.
Lui non va giudicato sulla base delle sue azioni. O meglio, va giudicato sulla base delle sue azioni, ma ben sapendo che queste racchiudono un mistero: il suo essere, la sua inconoscibilità divina. E quindi si sottraggono al giudizio morale che prevede per tutti le stesse condizioni di partenza. Lui no, lui è al di là del bene e del male.

“Prodigarsi, adoperarsi per un soggetto impenetrabile, è religione pura”; scrive Roland Barthes, “fare dell’altro un enigma irrisolvibile da cui dipende la mia vita, significa consacrarlo come dio)”.

E Dio va e Dio ritorna, si manifesta e scompare. Non ti abbandona ma pretende da te un atto di fede. Posto allora che ambire a capire come funziona e secondo quale logica sono orientate le sue azioni è impossibile, domandiamoci con Roland Barthes: “Cosa si verificherebbe se io decidessi di definirti non già come una persona, ma bensì come una forza? E nel caso mi ponessi come una forza contrapposta alla tua forza? Tutto ciò avrebbe come risultato questo: il mio altro si definirebbe solamente attraverso la sofferenza o il piacere che egli mi dà”.

Julio è il principio e la fine, il bene e il male, quello che va e ritorna, la coincidenza degli opposti.

Un pirata e un signore. Appunto.

 

Anna di Cagno