Dopo un’attesa durata quattro anni e senza alcun preavviso martedì 11 marzo 1986 compare nei negozi di dischi l’ultimo album di Lucio Battisti, Don Giovanni. Noi battistiani – in crisi d’astinenza – ci passiamo subito la voce e corriamo nei negozi per acquistarlo. Sappiamo che sarà un disco storico. A casa, dopo aver guardato con curiosità mista a stupore la copertina – uno scarabocchio che assomiglia a una lettera “a” minuscola con appesa una sciarpa – posiziono il disco sul piatto dello stereo e comincio l’ascolto. Al termine de Il diluvio sono pietrificato, fino all’ultima canzone non c’è traccia di Battisti.

Un primo trauma l’avevo avuto quattro anni prima con E già, primo album dopo la separazione da Mogol, quando Battisti aveva affidato la scrittura dei testi alla moglie, Grazia Letizia Veronese alias Velezia. L’album venne considerato da tutti – pubblico, critica – un lavoro di transizione e piaciuto a pochi, ma questo Don Giovanni lascia i battistiani della prima (quelli di Acqua azzurra, acqua chiara; Non è Francesca; Fiori rosa fiori di pesco) e dell’ultima ora (cresciuti con Ancora tu; Sì, viaggiare; Una donna per amico) allibiti. Invece di «Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi/le sue scarpette rosse» o «Come può uno scoglio arginare il mare/anche se non voglio torno già a volare» Lucio canta – o forse sarebbe più corretto dire recita – strofe come «Vittime fa l’ottima idea d’essere noi finali. Straziante d’estri tristi annegherà la più assetata arsura» e «Non penso quindi tu sei/questo mi conquista/L’artista non sono io/ sono il suo fumista» e via così.

L’addio al compagno di strada Mogol non poteva essere più definitivo, radicale, irrimediabile.

 

lucio battisti, don giovanni

Com’è stato possibile? Com’è potuto accadere? E, soprattutto, perché ha voluto distruggere quel monumento alla canzone italiana costruito in una dozzina di album? Fino a quell’11 marzo 1986 tutti i suoi dischi raggiungono la vetta della classifica e molte canzoni sono considerate veri capolavori.

E invece…

Dal sodalizio con Mogol l’album che fa storcere un po’ la bocca è Anima latina, pubblicato nel 1974. È un disco di musica prog, dove Battisti inizia a sperimentare, uno dei meno immediati (e meno venduti), ma in realtà, se ascoltato attentamente, presenta degli episodi di assoluta qualità. Largo spazio alle armonie, arrangiamenti raffinati, voce al servizio della musica e non viceversa (alcuni critici parlarono addirittura di missaggi sbagliati, senza riuscire a capire le sue intenzioni). Un album atipico per l’epoca, ma come sempre il cantante reatino era in anticipo sui tempi.

La coppia cominci a a scricchiolare alla fine del 1978, dopo l’uscita di Una donna per amico. Esaurita la vena artistica? Voglia di cambiare? Litigio per una questione di soldi? Per un pezzetto di terra? Se ne sono dette tante, nessuno saprà mai qual è la verità.

Battisti è sempre più convinto di intraprendere nuove strade e ricercare nuove soluzioni creative, il suo amore per la musica anglo-americana cresce a dismisura; del successo, del dominio delle hit-parade – e anche dei soldi – non gliene frega niente. Sente il bisogno di espandere ulteriormente i confini della propria arte, di entrare in contatto con altri universi musicali. Nel 1979 rilascia la sua ultima intervista: «Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Da oggi non parlerò mai al pubblico, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte».

È stato di parola, non parlerà mai più e non si farà vedere. Una giornata uggiosa, uscito nel 1980, è l’ultimo lavoro a firma Battisti-Mogol, realizzato insieme solo per rispettare il contratto con la casa discografica perché la coppia è ormai sulla strada del divorzio. Un titolo malinconico, una copertina grigia e piovosa che si addice al triste finale del matrimonio artistico più fortunato della canzone italiana.

E nel 1982 incomincia la svolta: Battisti rivendica la propria libertà artistica e dalle regole di mercato e, soprattutto, è affascinato dalla musica elettronica. Incide E già, disco non molto riuscito ma in qualche modo fondamentale non solo perché è il primo del dopo-Mogol ma perché segna il suo passaggio definitivo a sonorità completamente elettroniche. Una svolta che termina l’anno dopo quando Adriano Pappalardo gli presenta un poeta, Pasquale Panella. Per Battisti è il secondo importante sodalizio della sua carriera: a lui, infatti, affida i testi dei successivi cinque album, per un totale di 40 canzoni.

Nei brani, dai testi ermetici, non esistono ritornelli e melodie immediatamente memorizzabili: comprenderlo a fondo richiede tempo e impegno, e forse non tutti sono in grado di farlo. È comunque troppo difficile per chi ha amato e conosciuto il primo Battisti. Appena uscito Don Giovanni sui giornali si legge di un «dadaismo alla Baci Perugina»; di «metafisica della canzone»; si scrive che il binomio non potrà mai funzionare, perché c’è «troppa poesia per la canzonetta o troppa canzonetta per la poesia». Insomma, Battisti con la sua inversione di rotta spiazza anche la critica. E non poteva essere altrimenti. Assieme alle critiche, però, arriva anche il primo posto in classifica. Ma sarà l’ultimo.

Due anni dopo è la volta de L’apparenza, lavoro che se da una parte decreta l’abbandono definitivo delle canzoni d’amore e romantiche, dall’altra segna il netto distacco del “suo” pubblico: «Non è più lui. Non si capisce niente di quello che fa» dicono i battistiani, anche quelli più irriducibili. A lui non interessa e pensa solo a quello che gli piace fare. Sempre con Panella confeziona La sposa occidentale, uscito nel 1990 che – se possibile – è ancora più complicato dei precedenti, tanto che la critica lo bolla apertamente come disco «cervellotico, privo di qualunque spunto d’interesse» decretandone così la definitiva morte commerciale.

Il fondo – da un punto di vendite – lo tocca con Cosa succederà alla ragazza, pubblicato nel 1992: rispetto ai lavori precedenti del “nuovo corso battistiano” la ritmica è padrona assoluta e – incredibile ma vero – si segnala un timido ritorno all’orecchiabilità. Per quanto riguarda i testi, invece, siamo ancora alla Pagina della Sfinge della Settimana Enigmistica: «I pesci pesci pesci i pori pori/Cosa succederà alla ragazza/Vede i pori con le corna come i tori/Le corna curve sono due ferventi trafficanti a bassa voce/Sotto la croce sotto la croce». L’album è accreditato del 57a posto nella Top 100; miglior posizione raggiunta la quinta. È la conferma di quanto il grosso del pubblico gli abbia voltato le spalle.

Ma oltre a pubblico e parte della critica, anche i discografici cominciano a farsi domande su Battisti: ma vale tutti questi soldi che chiede ogni volta che si presenta con un disco? E così la CBS, che lo aveva strappato a suon di milioni alla Rca e pubblicato gli ultimi due album, quando Battisti si presenta con la lacca di otto nuove canzoni risponde: «No, grazie!». Hegel, il suo ultimo album, esce nel 1994 – distribuito dalla Rca – sulla sua vecchia Numero Uno, quella dei “capolavori” rimpianti da milioni di fans. Questa volta la critica si divide: se per Flaviano De Luca «La distanza col resto dell’Italia canzonettara è davvero incolmabile» e per Fabio Santini «se ne potrebbe benissimo fare a meno di certi prodotti, un disco assolutamente inutile», per Michele Serra: «è semplicemente l’opera di due geni». Il pubblico è però fermo nelle sue posizioni e il disco vende ancora meno del precedente.

La svolta di Battisti può piacere o no, una cosa però è certa: Lucio è stato un cantante unico, non tanto o non solo per le canzoni storiche e per i successi, ma perché ha avuto il coraggio di abbandonare una strada facile e sicura che lo portava a un successo garantito (e a un altrettanto garantito guadagno) per una sperimentazione difficile, che lo ha portato ad allontanarsi dal grande pubblico. Battisti avrebbe potuto replicare all’infinito le canzoni “modello Mogol” – e nessuno avrebbe avuto a che ridire –  garantendosi successi di critica e pubblico, la prova è il successo improvviso degli Audio 2, suoi replicanti degli anni Novanta prodotti da quel volpone di Massimiliano Pani (mentre oggi giovani come Colapesce, Iosonouncane e i Verdena si ispirano alla sua ultima produzione). Lui ha seguito l’istinto dell’artista, lontano anni luce dalle leggi del mercato.

E fosse anche solo per questo, Lucio Battisti merita il massimo del rispetto.

È un triangolo amoroso.

Struggente, stregato e irresistibile.

Ménage à trois che inchioda e implica.

Si fa poesia assoluta.

Soffia rabbia, dolcezza silente in quel Famous Blue Raincoat, ch’è mercurio liquido e scende, inceppa, incendia.

È New York.

È il 1971.

A scriverla e cantarla quel Leonard Cohen, canadese, nato a Montreal, in una famiglia ebrea immigrata, padre polacco, madre lituana, che ha trentasette anni.

Da una decina già ha rivelato un talento di poeta sorprendente, che lo porta a pubblicare nel 1961 la raccolta The Spice-Box of Earth.

Certo, è approdato alla musica come cantautore con un primo disco appena quattro anni prima, nel 1967. Ma il successo c’è stato nel 1969 con l’album Songs from a room.

Ovazione in America e in Inghilterra, più tiepida nel suo Canada.

È il tempo giusto, il momento perfetto per parlare d’amore, contrasti, conflitti, paure, corpo, sesso, paura.

It’s four in the morning, the end of December

Il testo di Famous Blue Raincoat è una lettera che scrive nella notte di dicembre Cohen.

Non alla sua donna, oggetto conteso di questo amore, la indirizza. Invece al rivale, antagonista.

My brother, My Killer lo chiama.

you treated my woman to a flake of your life

And when she came back she was nobody’s wife.

Non c’è descrizione più onesta, puntuale, affilata. Di quella condivisione che espropria. Che annulla. Che fa cedere le barriere.

Una canzone. Una lettera. Una storia.

Storia minuta, come ce ne sono infinite. Una storia che si consuma in silenzio, tra i silenzi che la contraddizione d’amore innesca. In chi tradisce o viene tradito, e poi il terreno non sarà più il medesimo.

Ma è dicembre, e NY un incanto di musica e poesia. È dicembre, un dicembre che può tornare anche a marzo, maggio o nel pieno dell’estate, perché innesca nel succedersi delle frasi, nell’inceppare lento della voce che graffia quell’ambivalenza che da millenni le fiabe raccontano.

“Il viaggio dell’eroe” lo hanno chiamato. Il tentennamento. La cacciata. Il ritorno. Che non è mai altro che un nuovo abbandono.

5 minuti e 15 secondi d’assoluto.

In quel c’era una volta infinito e di tutti.

Trama non più d’infanzia, però, o adolescenza.

Età adulta, semmai. E comme-il-faut, dunque. Lui e lei. L’altro, amico di lui. Che la seduce.

Poi l’abbandona.

Allora lei fa ritorno da lui, mentre l’altro si eclissa, nel deserto.

Lieto fine?

Non potrebbe e poi questo lo sarebbe davvero?

Allora Cohen prende in mano la penna e scrive – la lettera. E ringrazia l’antagonista– per l’ombra.

And what can I tell you my brother, my killer

What can I possibly say?

I guess that I miss you, I guess I forgive you

Di più: ti perdono, I forgive you.

Alla fine lei se ne è andata.

Ecco. Non è stato – tradimento.

Doveva andarsene.

S’era consumato a quel modo solo un passo – il primo, d’un congedo.

 

Piccola, minuta storia, di tutti.

Ma è dicembre.

Notte.

La musica.

È NY.

E questa vita.

Imperfetta, imprecisa, inciampata.

È NY, il 1971.

Oggi.

Domani.

C’era una volta.

Per tornare indietro. Sapendo che Hey, That’s No Way to Say Goodbye

Qualcuno ha detto che Famous Blue Raincoat non parla d’amore, o di tradimento. Invece di depressione.

Ma forse anche la depressione, in un certo senso, è tappa d’inferno di quel viaggio infinito presente dell’eroe. Il viaggio dell’errore

L‘errore magico che ci sta per forza dentro l’amore.

E ce lo teniamo tutto.

Sincerely, L Cohen

La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciotto anni, lei sedici, io tre. La mamma lavorava come cameriera, da una famiglia di bianchi, e quando i padroni si accorsero che era incinta la buttarono fuori su due piedi… I ragazzi erano tutti e due poveri, e da poveri si cresce alla svelta. 

 

Niente male come incipit di un’autobiografia
(La signora canta il blues, Feltrinelli). Nulla a confronto del resto, però.

A tutti quelli che dicono che l’arte non salva nessuno, a tutti quelli che credono che la musica sia solo un intrattenimento bisognerebbe far leggere la biografia di Billie Holiday; anzi, per la precisione, la biografia di Eleanora Fagan, nata a Filadelfia il 7 aprile del 1915.

La madre ha tredici anni, il padre sedici.
Lei sguattera, lui suonatore di banjo.
La bimba viene lasciata a Baltimora da una cugina della madre, che non la ama e la maltratta.

È ribelle, una piccola “negra” indisciplinata. E finisce in riformatorio due volte.
La prima perché marina la scuola, la seconda perché è stata stuprata da un vicino di casa.
Sì, funziona così a Baltimora negli anni Venti: ha dieci anni, vieni stuprata e finisci in riformatorio. Una volta uscita, raggiunge la madre a New York.

Sadie -questo il suo nome- fa la cameriera, forse la prostituta; la bimba finisce a vivere una casa, con una signora. Farà le pulizie, e forse non solo, forse quella casa è un bordello e la ragazzina viene messa a giro. Siamo ad Harlem, a casa di Alice Dean, destinata a entrare nella leggenda per aver consentito a questa bambina randagia di ascoltare Bessie Smith e Louis Armstrong al fonografo. In cambio però, Eleanora lava i pavimenti e non si fa pagare.

La polizia scopre il bordello e la quattordicenne torna in carcere. Ne esce quattro mesi dopo.
Non vuole tornare a prostituirsi, fa un provino come ballerina da Pod’s & Jerry’s, uno di quei club della mitica Centotrentatreesima.
Un disastro, non sa ballare, e il pianista quasi commosso di fronte alla sua goffagine le domanda: «Sai almeno cantare?». E lei canta.
E nasce Billie Holiday, la voce più bella della musica jazz.
Lady Day diventa il suo soprannome.
Lady anche se ha solo quindici anni, perché è struggente e sofisticata come non si è mai sentito in un locale di Harlem, perché nella sua voce sembra esserci tutto il dolore del mondo, e bisogna aver vissuto per conoscerlo.
Lady perché è l’unica, tra le ragazze del locale, che si rifiuta di accettare le mance dei clienti stringendo le banconote tra le cosce com’era prassi.

Cambia locale, compie diciotto anni e una sera il produttore John Hammond è lì.
L’ascolta e la mattina dopo la porta in sala d’incisione dove ad attenderla c’è suo cognato Benny Goodman. In una settimana incidono due dischi. E se non il mondo intero, ma gli amanti del jazz scoprono qualcosa che già s’intuisce resterà unico.

D’accordo c’è un’altra ragazzina che incanta Harlem, si chiama Ella Fitzgerald e ha una potenza vocale strabiliante, ma Billie è unica. E destinata a restare unica, come tutte le creature fragili che non resistono agli urti della vita.

Dal 1939, anno dello scandalo Strange Fruit (la prima canzone in cui si parla dei linciaggi contro i neri), al 1959, anno della morte avvenuta il 17 luglio, si snodano velocissimi vent’anni di successi, infelicità, lutti, amori finiti male, collaborazioni con i massimi nomi della musica jazz americana, alcol e droga. Tanta droga.

Eroina. Che sembrava quasi farla cantare ancora meglio, se possibile, e che cozzava – o forse si compiva in un profondo e inconsolabile bisogno di bellezza – con quella gardenia bianca sempre appuntata tra i capelli.

«Nessuno canta la parola “fame” e la parola “amore” come le canto io», ebbe a dire.
Ed era vero.
Ed è per questo che a cinquantanove anni dalla sua morte continuiamo a nutrirci della sua arte.

don giovanniNon c’è indulgenza di giudizio con i grandi amatori. Comunque li si prenda, appaiono sempre esagerati. Figurarsi poi se dal sentimento si scivola al sesso. D’un tratto le parole si fanno acuminate. E ci si scopre a essere – tutti, immancabilmente- degli irrefrenabili bacchettoni.

Scrive Giovanni Macchia: “Si disse che l’amore è un’invenzione del XII secolo. Ma nel Seicento s’inventò l’erotismo con tutte le sue degenerazioni e la sua follia: s’inventò Don Giovanni”.

Seicento, secolo di Inquisizione, caccia alle streghe, dagli all’untore. E che sia peste o invece passione, la differenza è minima: entrambe sono contagiose.

Nato da un gesto forse di ribellione alla paura, da quella cosmogonia della morte che ha soffiato per secoli sull’Europa, Don Giovanni muove i primi passi in questo humus che mischia magia popolare ad alta teologia, che scende negli anfratti d’una caparbia teoria del demonio che possiede il corpo, e lo rapisce.

A tenerlo a battesimo, nel 1631, Tirso de Molina, non a caso religioso, drammaturgo e poeta della Spagna del siglo de oro, che ne fa il protagonista dell’opera in versi El Burlador de Sevilla.

L’apertura è diretta. Intrigo e desiderio alla corte di Napoli, dove il bel Juan seduce e getta il disonore sulla duchessa Isabela, scappa verso la Spagna, fa naufragio, sarà salvato e accolto dalla pescatrice Tisbea, che riceverà in cambio di nuovo quell’amore dei corpi tanto ambito quanto esecrato dalle parole.

Sarà il primo, indelebile atto d’una serie di sequel o prequel scritti per mani differenti, tutte “grandissime”, attratte da questa fama, che traduce anche una fame, una lotta, una battaglia. Contro l’indifferenza della carne? A favore del piacere femminile? Antesignano d’una battaglia che non demorde, nemmeno ora, tra rispettabilità e ingordigia di passione?

Una battaglia, questo è certo.

Che sconfigge con il numero iperbolico di donne godute e appagate, l’ horror vacui, quella cosa che ha suono di morte: la depressione, ch’è termine nuovo, e stonato. Più intrigante, melancolia, che dentro c’ha tutta la Grecia, e l’Antica Roma, molta alchimia e zero Prozac.

Ateo, pragmatico, artista nel senso più cristallino del termine, Don Juan si staglierà nell’universo dell’immaginazione come l’eroe che non cerca null’altro che l’erotismo per affermare d’esistere.

Dunque una sorta di anti-eroe: siamo fatti di carne, e forse è vero, diventeremo polvere. Ma intanto godiamocela, questa macchina che possediamo. Ed è un godimento sovrano, che, come l’arte stessa, da sé comincia e in sé si conclude.

Don GiovanniL’arte per l’arte, diranno i manifesti nei secoli a venire e con lui il corpo diventa arte e poesia.

Quale miglior mezzo che un gemito di piacere? Fa sapere don Giovanni, che un gemito è alfabeto per chi comprende. E cosa racconta? Che l’inferno sta in mezzo, non in basso, né opposto dell’altissimo. L’inferno è rimanere in panchina. A guardare anime pie o empie sfilare su una passerella che porta da un lato all’altare dall’altro al patibolo.

Sono i gesti a creare la geografia di un uomo, sembra raccontare don Giovanni. E le mappe vanno scrutate, studiate. Ma il giudizio non è di questa terra, sembra volerci dire.

E infatti Tirso de Molina non lo fa finire bene. Perché con l’inganno una statua lo trascinerà all’inferno. Ma quello che a noi rimane è la sua abilità nella seduzione. Gli uomini vorrebbero imitarne, a parole almeno, le armi e le arti mentre le donne avvertono brividi scendere oltre il lecito ardire. Guance di porpora, sogni che scottano. Don Giovanni appare tra gli specchi, le stoffe, sono segreti da non dire nemmeno in confessionale. S’insinua sotto pelle.

Attraverserà il secolo XVII, arriverà al XVIII, per l’ascesa assoluta. Alla consacrazione penserà Mozart.

Ständetheater. Praga. 1787. 29 ottobre.

Wolfgang Amadeus, énfant prodige della musica eccelsa, spinge le porte ed entra. Sotto braccio ha la partitura del suo Don Giovanni ossia il dissoluto punito. Della stesura del testo poetico si è occupato Lorenzo Da Ponte, che calca i toni sull’ostinata forza a non pentirsi (forse illuministica ribellione alla trascendenza).
L’anti eroe risplende. D’un romanticismo scintillante.

Com’è firma di Mozart, dramma e commedia s’intrecciano. Cos’è la vita d’altra parte se non una farsa serissima?

Il pubblico esulta.

È nata una stella.

Comincia un’altra epoca per don Giovanni. Una nuova scansione del tempo. Lo riprenderanno Molière e Lord Byron, Puskin, Saramago, tanto per citare i “grandissimi”.

Ma sarà icona per tutti quei piccoli invisibili amanti di provincia, per i “draghi” delle balere, per i forsennati del liscio. Sarà il modello della trasgressione e dell’indecisione, la scialuppa di salvataggio dei più invasati, degli insoddisfatti, degli “allergici” ai legami.

E tuttavia questo non fa di lui (come qualche pessima psicoanalisi applicata alla letteratura ha provato a dimostrare) un narcisista fallito, un egoista, un prototipo da odiare per quelle Donne che amano troppo di una certa manualistica intossicante. Piuttosto una coazione al piacere che, se approvata da controparte, può diventare persino sublime e strepitosa.

C’è della follia in questo? O è follia ciò che combatte i crismi sociali?

A ben guardare, non esiste conservatorismo più puro in una società che in ciò che riguarda matrimoni, relazioni, e camere da letto. Un conservatorismo cui fa da contralto il pruriginoso bisbigliare da beghine, che tanta ricchezza ha portato all’industria del pettegolezzo.

Magari allora un poco ci si deve rassegnare e piegare lo sguardo, e l’orecchio, e concedere che forse sì, non è morale nel senso più tradizionale del termine, ma… Carezza i sensi oltre l’umano sentire, e fa sentire uniche, unici, e straordinarie, straordinari.

Manca, è ovvio, sempre un ingrediente: la verità.

Ma esiste verità in amore? O non diventa il terreno assoluto dei segreti e delle interpretazioni? Non lo cerchiamo per quello?

E se l’amore diventa un ideale cui tendere (perennemente sfuggente), appare impossibile opporsi alla constatazione che non uno ne esiste, ma infinite espressioni, molteplici sfaccettature e dunque un potenziale infinito di donne, e di uomini cui dedicarsi. È un altro tipo di sapienza quella a cui giunge Don Giovanni, non è ‘malattia’, semmai guarigione, da una sapienza che non è funzionale se non all’adattamento.
(Ma solo Darwin era convinto che l’essere umano fosse fatto per adattarsi all’ambiente).

Silvia Andreoli

 


Lou ReedBasterebbe Heroin.

7 minuti e 12 secondi. Come un Big Bang affamato.

Esplode il suono e diventa gesto, dapprima, trasgressione, infine scava il mito consegnandolo alle folle.

È il 1967. La nota d’attacco, una premonizione.  S’apre l’istante che regala al mondo una delle più acute, sovversive rivelazioni dei segreti.

L’amore è tossico e stregato. L’amore non ha codice e misura. La passione può distruggere, che la si chiami con qualsiasi nome, resta un assoluto: non se ne andrà mai più. Diventerà rimpianto forse, ma, radicata, impedirà qualunque disfatta.

 

 ‘cause it makes me feel like I’m a man

 

La voce di Lou Reed, Lewis Allan Reed, nato a New York (e dove sennò?) il 2 marzo del 1942, irrompe nell’universo del silenzio perfetto, punta il faro sul dissidio interiore, che fa scontrare desideri e buonsenso. E ci restituisce, violenta, in faccia una verità sacrosanta quanto tendenziosa: inutile mettere barriere, transenne, paletti. Quando si arriva a quella landa, terra di sogno, d’incubo che è il desiderio, la sola arma è la resa.

 

And I feel just like Jesus’ son

 

Non servono esperti a tratteggiarne un senso. Anzi tanto vale comprendere che non è questione di senso. Invece: di sensi.

All’apice della loro potenza esplosiva.

La pelle s’increspa, gli accordi simulano mani, e indecenza. E quell’unico desiderio che incombe. Graffia, scende.

Lasciateci innamorare.

 

Dopo, c’è tutto il resto.

Ma viene, appunto, successivamente. E se è vero che la congerie delle conseguenze sconvolge, nemmeno con il senno di poi indietro si tornerebbe.

 

Indigna Heroin. Levata di scudi.

Applausi di mani fino a spellarne i palmi.

Poi sarà lo stesso per le altre.

Perché la musica di Lou Reed è sesso.

Non soltanto erotica, sensuale.

No, questo si fermerebbe al piano delle suggestioni, sfiorerebbe la mente, ancora, e l’immaginazione cosciente.

Lui va oltre, fa di più.

Scopa con ciascuna delle sue adoranti ascoltatrice. E immette nei maschi un impulso all’emulazione. Lui ci racconta la disfatta, dinnanzi all’amore, non importa quale amore, quell’orgasmo dell’impotenza che ha tratteggi di infinito.

Un piccolo baratro verticale. Tra le dita e le corde vocali. E il silenzio ha tono caldo, esagerato.

Come se per istinto, l’avesse svelata subito, lui, quella “bestialità insita nell’animale umano” di cui parla, affrontando la dissonanza di Schoenberg, il grande Glenn Gould nel suo L’ala del turbine intelligente.

 

C’è un parallelo forte tra il pianista solitario, eclettico, che ha lavorato su quel vuoto, su quel negativo, dove “la musica si staglia per formare un’esile barriera tra se stessi e il nulla” (le parole sono di Michel Schneider) e l’irresistibile, esplosivo, eccessivo Lou.

Un parallelo che affonda gli artigli nel paradosso accecante dell’esistenza: quella voglia di restare anche se è sempre sul punto di andarsene.

Mito, dunque.

Mito che esalta, si eccita, scampato pericolo. E poi strazia, si strazia.

Mito che crea e distrugge, si distrugge. Senza mai far cadere nulla dall’alto. Dall’abisso semmai. Che per incanto, nella voce roca che ancheggia di questo giaguaro annoiato, diventa la sommità d’ogni altezza.

Lasciateci piombare.

Ne abbiamo bisogno.

 

I wish that I was born a thousand years ago

I wish that I’d sailed the darkened seas

 

Siamo umani. Ancestrali. Drammatici. E talvolta infinitamente vuoti. Ma un conto è se te lo scrive Pascal, o se lo minaccia Schopenhauer. Tutt’altra faccenda se a urlarlo è la faccia elettrica di Lou Reed. Che incarna, senza nemmeno volerlo del tutto (se ne sentirà responsabile, poi) il genius loci di una generazione nomade e senza terra, che canta, ama, si dispera.

 

Antropologia della paura? Radiografia del desiderio? Yin e Yang?

Forse soltanto uno che ha per voce il megafono di dio.

 

Gli anni lo confermano.

 

Se il vero debutto rock è con The Velvet Underground, che fonda con John Cale, musicista gallese eclettico (si scioglieranno nel 1973), è l’incontro con Andy Warhol, che coinvolge la band nel suo spettacolo itinerante Exploding Plastic Inevitable, a segnare in maniera indelebile quella controcultura che si beffa delle regole e toglie il velo di Maia ai peggiori tabù dell’American society.

 

Non ne andrà indenne neppure lui, Reed, che, reduce della frattura con i Velvet, tenta da solista, ma non spacca.

Roba da poco, invero, sarebbe sciocco parlare di fallimento. E infatti David Bowie s’invaghisce dei testi, tanto che decide di usare alcuni dei must di Reed da Transformer.

 

Perfect day (inserita anche nella colonna sonora di Trainspotting) e Walk on the Wilde Side, per capirci.

Seguirà Berlin, sulla rottura d’amore con la moglie, Rock and Roll Heart (che non piacque, a pubblico e critica, giudicato troppo “morbido” negli arrangiamenti).

Certo, si può dire quello che si vuole, ma comunque è Reed. Comunque incanti e delusioni.

 

Irresistibile.

 

L’immagine che va creando di sé si fa marchio: Ray-ban scuri, giubbotto di pelle, jeans. Icona lo è, riconoscibilissimo, oggi si dice “faccia da tazza”.

Eppure non gli basterà. Non andrà indenne nemmeno dalle gelosie, Lou, anche se avanza con i fiabeschi stivali delle Sette Leghe nell’olimpo dei più grandi della musica. Quando comincia, nei primi anni Ottanta, a lavorare con il chitarrista punk Robert Quine per The Blue Mask, arriva il successo più successo di sempre. Waves of Fear suonato in assolo da Quine incendierà critica e folla.

Lou si sente messo in ombra.

Di nuovo rottura.

 

Poco importa.

La disperazione fa sangue, e suoni.

Arrivano, tra i capolavori, New York, Songs of Drella (per esorcizzare il dolore causato dalla morte di Andy Warhol, cui Lou era legatissimo), Ecstasy, The Raven (rilettura in chiave rock dei racconti di Edgar Allan Poe),

Ma dirli tutte sarebbe impossibile. La costellazione dei suoni, testi, accordi, richiami che la sua mano firma appare infinita e potenzialmente capace di riprodursi autonomamente, per scissione.

 

Silvia Andreoli

 


madonna«Spesso mi danno della puttana.  Strano per una che porta un nome come il mio, vero?».

Madonna (che all’anagrafe aggiunge anche Louise Veronica Ciccone) si riassume in questa frase che lei ama ripetere ogni volta che è protagonista di uno scandalo. Oltre che della puttana le danno della ribelle, indomabile, testarda, passionale, egocentrica, combattiva, ottimista, insaziabile, curiosa, violenta, sensuale, fiera, impudente, erotica… e chissà in quanti altri modi ancora la definiscono. Una cosa mette tutti d’accordo: Madonna è una delle più grandi star dello spettacolo.

È indomabile, dagli insuccessi – non pochi, sia nella vita privata sia nella carriera – non si è mai fatta fermare, anzi: sembra che le abbiano fornito una carica potentissima per andare avanti, affrontare una nuova sfida, atteggiamento rarissimo per un personaggio dello spettacolo. Grazie alle sue trasformazioni, la sua astuzia, il suo continuo rinnovarsi e stare al passo coi tempi è universalmente riconosciuta Queen of Pop, titolo che ancora oggi, alla soglia dei sessant’anni, non ha nessuna intenzione di abbandonare.

«Andai a New York. Non conoscevo nessuno. Volevo ballare, cantare, rendere felice la gente, essere famosa. Volevo che tutti mi amassero, essere una star e diventare più famosa di Dio. Ho lavorato duro e i miei sogni si sono avverati». Il carattere e la determinazione sono chiari e questa dichiarazione riassume la sua vita. Nasce a Bay City, paesino nel cuore del Michigan dove odia tutto, dall’odore della strada fino alle facce dei suoi abitanti. Quando decide di andarsene ha appena compiuto vent’anni e in tasca soltanto 35 dollari.

La perdita prematura della madre, morta a 31 anni per un tumore al seno, ha condizionato la sua vita. Si chiamava Madonna anche lei, una donna dolce e affettuosa per i suoi sei figli. La tragedia si abbatte quando l’ultima ha solo 6 mesi. A soli 16 anni Madonna è orfana di madre, sgobba a scuola, si fa carico delle incombenze domestiche, deve badare ai suoi fratelli e si sente tradita dal padre perché si è risposato poco dopo con una donna che detesta. Ha ben presente cosa significa avere la vita dura e farsi valere. E forse non è un caso che la maggior parte del suo pubblico sia composto da donne bianche, adulte, non “in carriera” ma operaie, lavoratrici della classe media. Donne escluse da un femminismo troppo intellettuale.

Ha sempre voluto essere padrona della sua vita. Per lei, il più grande errore compiuto dalle femministe è stato quello di credere di doversi vestire e comportarsi da uomini per ottenere tutto quello che vogliono. La donna liberata, secondo Madonna, può ottenere il potere senza dover sacrificare la propria femminilità. E il piacere sessuale.

Ha sempre fatto sesso quanto e come ha voluto ma,  ci tiene a precisare, non è mai dovuta andare a letto con qualcuno per fare carriera. Se poi, tra le lenzuola, è capitato anche qualcuno che ha potuto aiutarla, meglio ancora, perché univa l’utile al dilettevole. Per “quanto e come ha voluto” s’intende che non ha mai fatto distinzioni tra uomini e donne, tra machos e gay,  tra miliardari e poveracci. Il più delle volte, però, ha fatto l’amore per piacere, più che per amore.

In parole povere, per essere rispettata una donna non deve trasformarsi da uomo: si può essere potenti anche restando femminili. E Madonna ne è la prova vivente.

Con la trasgressione, la ribellione e il non rispetto delle regole ha costruito il suo personaggio. Non si è posta limiti in campo sessuale né in quello artistico, ma su una cosa non transige: alcol e droghe. Non s’è mai fatta nemmeno una canna e non si è mai ubriacata. Le piace far credere agli altri che non ha limiti, che la sua vita corre sempre sul filo del rasoio. In realtà non è così: la sua ribellione è collegata a una sorta di autodisciplina, un codice di auto-regolamentazione morale con regole ferree che sono servite per arrivare al successo e ottenere (quasi) tutto quello ha voluto.

La sua abilità è sempre stata quella di riuscire a trasformarsi da diavolo ad acqua santa nel volgere di pochissimo tempo e, soprattutto, in base alla convenienza del momento. Lei non ha una vita privata e, forse, non l’ha mai voluta avere. «Io sono del mio pubblico. Devo tutto ai miei fans e a nessun altro!». Quindi, oltre che per dischi, film e concerti, Madonna è una che fa notizia, sempre e comunque. I suoi scandali sono mirati e indirizzati solo e unicamente al pubblico, lei non ha mai truffato il fisco, non è mai stata beccata a fare atti osceni in un luogo pubblico, non ha mai distrutto una stanza d’albergo perché ubriaca fradicia o drogata, non ha mai aggredito un paparazzo.

Di scandali, però, ha sempre vissuto: ha iniziato da bambina e non ha ancora finito oggi, signora di mezza età. Grazie a esibizioni, libri di erotismo, baci saffici, masturbazioni con crocefissi, dichiarazioni politiche si è costruita pezzo per pezzo, e scandalo per scandalo, il personaggio.

Con due matrimoni falliti alle spalle, quattro figli (di cui due adottati in Malawi), qualche toy boy, serate tra amanti del jet set e amicizie equivoche, la regina del pop si avvia verso i sessant’anni con lo smalto di una ragazzina e un fisico sicuramente invidiabile per una signora della sua età, che – dice – non essere mai passato sotto i ferri di un chirurgo estetico. Lei ha un’esperienza invidiabile dietro alle spalle, che le ha permesso di affrontare e superare con scioltezza tutti gli ostacoli che le si sono parati davanti e a sopportare i dolori che le hanno provocato. Esperienze che mai dimenticherà.

Ora, nonostante qualche dichiarazione tipo «Faccio un pompino a tutti quelli che votano Hillary» rilasciata in occasione delle ultime presidenziali Usa, sembra una signora borghese, tutta casa-famiglia-lavoro. Ma non è improbabile che ci riservi ancora delle sorprese, perché,  come lei stessa ha dichiarato: «Viviamo in un periodo di trasformazioni gigantesche: magari potrei finire a dirigere un Museo della scienza e della tecnica a Singapore».

Luca Pollini

Impossibile per loro non entrare nel mito. Nati come gruppo al momento giusto nel posto giusto, vale a dire San Francisco, scorcio della seconda parte dei sixties, i Jefferson Airplane sono i “primi” in un sacco di cose. E in una manciata di anni mettono a segno tutte le “mete”: Monterey (1967), Woodstock (1969), Altamont (1969) e i primi due eventi sull’isola di Wight.

A stregare la Summer of Love di quell’indescrivibile Monterey, il 17 di giugno la voce di Grace Slick, frangetta adolescente, occhi grandi, liquidi, d’un verde cangiante tuffato nel blu, il fisico sinuoso coperto da lunghe gonne folk – e la malizia sottile tatuata addosso, emblema d’una splendida rivalsa dell’innocenza apparente che sa rivelare il lato più oscuro delle cose.

Intonando White Rabbit, pezzo scritto di getto, dice la leggenda, nell’arco giusto di una mezz’oretta, le parole fanno scivolare la realtà nella fiaba e viceversa.

Come?

Mischiando LSD, Bolero di Ravel e quell’Alice nel Paese delle Meraviglie che entra nelle ossa fin dalla prima infanzia. Il resto, poi, spetta al corpo, senza più fini né confini.

L’effetto è potentissimo: tra some kind of mushroom, fumo di Brucaliffo e l’immancabile richiamo alla madre (che nemmeno le pillole giuste sa scegliere), pare quasi che in sottofondo suoni -piano, forte, poi piano ancora, ma infinito-, il più astruso, irresistibile,  lisergico dei dialoghi fiabeschi firmati da quel folle visionario ossessivo che è Lewis Carroll.

Alice: Per quanto tempo è per sempre?

Bianconiglio: A volte, solo un secondo.

Già, un secondo.

Ma teniamocelo stretto, quell’istante incandescente. Che nell’anniversario della Summer of Love, attraversa la cortina dei decenni e ci piomba addosso, con una forza tra nostalgia e decisione, tra incubo e paradiso perduto.

E se vi resta qualche dubbio, Go ask Alice, I think she’ll know.

Silvia Andreoli


janis joplinE poi sabato 17 giugno arriva lei. Alle sue spalle, quei capelloni dei Big Brother & The Holding Company, il suo primo gruppo, di fronte duecentomila persone che sognavano di cambiare il mondo. Janis, la cattiva ragazza texana, la bad girl drogata, bisex, trasgressiva e fuori dagli schemi sale sul palco in un completino di maglina color crema: una casacca pudica, un paio di pantaloni, le scarpine di strass, a punta come quelle di Aladino.

Ha i capelli stranamente in ordine e solo due collane, poco trucco, è l’immagine rassicurante di una gioventù che cresce senza strappi e inutili provocazioni. Una delusione. Poi prende il microfono e comincia a cantare Ball&Chain, la voce morbida, suadente, pulita, si direbbe che non abbia mai neanche fumato una sigaretta…

Poche strofe e quella ragazzina cicciottella vestita come una signora urla Why does every single thing I hold goes wrong? E la sua voce si fa improvvisamente disperata, sa di dolore, infelicità, disperazione ma non commuove, graffia e brucia. Come il napalm che ha preso a bruciare le campagne del Vietnam, come la voglia di essere liberi, come la fame di vita che la musica ha intercettato prima di tutti.

Morirà tre anni dopo quell’esibizione indimenticabile, a soli 27 anni.

Inaffondabile perché: le sue ‘urla’ continueranno a raccontare i sogni e le ferite di tutte le generazioni a venire.

Anna Di Cagno

Sono da sempre snobbati dagli amanti del rock e dai puristi del pop, ma se un gruppo in soli dieci anni di attività incide 8 album che vendono oltre 378 milioni di copie in tutto il mondo sono un fenomeno da studiare. Piaccia o non piaccia, questi numeri rock e pop star se li sognano. Le cifre riportate sopra racchiudono il mito degli Abba; un mito che da oltre quarant’anni non accenna a diminuire. Sono entrati nella leggenda. Dalla porta principale.

 

La storia del gruppo può essere la trama di un romanzo rosa. Benny Andersson suona la fisarmonica (una tradizione di famiglia, suo padre e suo nonno erano buoni fisarmonicisti) già a sei anni, e a dieci strimpella pure il pianoforte. Con l’arrivo degli anni Sessanta abbandona il repertorio folk a favore del pop-rock. Suona in diversi gruppi e con gli Hep Stars che raggiunge fama e successo: nel 1965 è la band più seguita in Scandinavia, tanto che la stampa li definisce «i Beatles svedesi». Durante un party conosce Bjorn Ulvaeus, chitarrista e compositore che vanta un contratto discografico con la Polar Music, potente etichetta discografica. Tra Benny e Bjorn c’è subito feeling: cercano nuove sonorità e insieme decidono di abbandonare la lingua svedese e scrivere i testi in inglese.

 

La collaborazione si ferma però nel 1966 quando Bjorn deve partire per il militare. Benny riprende così a fare il turnista e, durante un programma radiofonico, conosce e s’innamora di una giovane cantante, Frida Lyngstad. Lei è norvegese ma abita in Svezia dall’età di un anno, da quando cioè sua mamma è scappata dall’occupazione nazista della Norvegia. Già da piccola dimostra di essere portata per il canto e a soli 11 anni debutta sul palcoscenico. Studia e partecipa a diversi concorsi per giovani talenti finché, nel 1967, ne vince uno che le fa ottenere il suo primo contratto discografico con la stessa etichetta di un’altra giovane cantante svedese che in quel periodo brillava come una stella, la biondissima Agnetha Fältskog.

 

abbaNel 1969 Agnetha è già una star della musica scandinava e durante una trasmissione televisiva conosce Bjorn, che terminato il servizio di leva collabora a tempo pieno con Benny. I due, come in tutte le favole, s’innamorano mentre è in atto un altro avvicinamento – per il momento solo professionale, quello sentimentale avverrà l’anno successivo – tra Benny e Frida. Alla svolta del nuovo decennio tutto è pronto perché il romanzo degli Abba possa cominciare: Benny e Bjorn incidono un disco dove Agnetha e Frida collaborano come coriste. Il quartetto può funzionare, così decidono di incidere un disco insieme e chiamare il gruppo Bjorn & Benny-Agnetha & Anni-Frid – nome improbabile, tanto che l’anno successivo Benny decide di cambiare e s’inventa il nome Abba.

 

I quattro da quel giorno di amore ne ha messo in abbondanza nelle loro canzoni: dopo la vittoria dell’edizione all’Eurofestival del 1974 con Waterloo e fino alla loro separazione, il gruppo svedese è stata un’incredibile macchina pop, che ha sfornato successi senza tempo, scalato classifiche e vinto dischi d’oro e di platino in tutto mondo: Sos; Dancing Queen; Take A Chance On Me; The Winner Takes It All; Gimme! Gimme! Gimme!; Knowing Me, Knowing You; Money, Money, Money… brani zuccherosi,  scritti in un periodo in cui il mondo era col fiato sospeso per la guerra fredda; il pugno della dittatura schiacciava Grecia, Spagna, Portogallo e Cile; in Italia si viveva negli Anni di piombo; si combatteva in Vietnam e nel Medioriente. La domanda sorge spontanea: ma come facevano a pensare a storielle leggere d’amore in un periodo così?

«Sapevamo scrivere testi “fuori tempo”, che non rispecchiavano la realtà del momento – ammette Benny – ma se avessimo cantato una canzone pacifista contro l’intervento militare in Vietnam o contro Pinochet non saremmo stati credibili» In effetti no, anche per una questione di look, abiti coloratissimi pieni di lustrini e paillettes. «Nel 1974 – spiega – prima di salire sul palco dell’Eurofestival ci siamo detti “se ci presentiamo in jeans e maglietta passiamo inosservati” e così abbiamo deciso di mascherarci un po’. E, visto il successo, il nostro produttore ha deciso che era meglio continuare con i travestimenti». Gli abiti di scena occupano un paio di sale dell’Abba – The Museum, inaugurato soltanto pochi anni fa e che è già diventato una delle maggiori attrazioni di Stoccolma.

 

Per stessa ammissione di Benny l’avventura degli Abba è terminata perché si erano resi conto che la musica stava cambiando. Negli anni Ottanta punk, heavy metal e disco hanno sempre più pubblico ma loro – aiutati anche da conti correnti bancari da nababbi – decidono di restare fedeli al loro stile fino alla fine. E, come fanno le grandi star, preferiscono ritirarsi quando sono ancora all’apice della carriera, lasciando i fans con l’amaro in bocca ma con uno splendido ricordo.

 

Otto dischi che – sia ben chiaro – non hanno certo contribuito a cambiare il mondo, ma hanno sicuramente aiutato a renderlo un po’ più leggero, spensierato, allegro. E quando a Benny fai notare che nel 1970 si compie lo scioglimento dei Beatles e un paio di anni più tardi gli Abba fanno uscire il loro primo singolo intitolato People Need Love, sorta di contraltare di All You Need  Is Love del gruppo di Liverpool, si imbarazza: «No, no, non vuol dire niente. È solo un caso: i Beatles sono inarrivabili. Non esistono paragoni con loro, non scherziamo! Al loro fianco noi non siamo nessuno e, soprattutto, non abbiamo fatto niente di così memorabile». Onesto. Benny la musica non l’ha abbandonata: oggi gira per la Svezia con un gruppo acustico (lui suona la fisarmonica) e propone musiche popolari scandinave.

 

Che Benny, Bjorn, Agnetha e Frida (battezzata Anni-Frid, così si giustifica la seconda A nel nome del gruppo) siano l’orgoglio della Svezia lo si capisce appena atterrati ad Arlanda, l’aeroporto della capitale. Percorrendo il corridoio che porta all’uscita le gigantografie di Benny e compagni ti accolgono assieme a quelle di altri personaggi illustri che hanno fatto grande la Svezia, come lo scrittore August Strindberg, le attrici Liv Ullmann e Britt Ekland, Alfred Nobel creatore del premio, gli sportivi Bjorn Borg e Ingemar Stenmark, il regista Ingmar Bergman solo per citarne alcuni. Quindi, se avevamo ancora bisogno di una conferma, i quattro sono ufficialmente entrati nella storia. E non solo della Svezia.

 

I reali di Svezia non hanno mai nascosto di essere loro fan, ma quando gli hanno chiesto di riunirsi per un’occasione speciale i quattro hanno declinato l’invito. «L’avventura degli Abba – s’è giustificato Benny – è terminata nel 1982 perché non avevamo più niente da dire. Trovo molto tristi gli artisti che non sanno fermarsi». Chapeau!

Loro si sono fermati, ma la leggenda continua.

 

Luca Pollini

 


Si chiamano Violetta, Gilda, Leonora, Aida, Desdemona, Amelia, Elisabetta. Sono le eroine più famose delle opere di Giuseppe Verdi, dalla Traviata all’Aida passando per il Rigoletto, il Trovatore o La Forza del Destino. Eroine stereotipate in un primo tempo, destinate a diventare però donne di carne e di sangue, di testa e di cuore. Donne che vivono in palcoscenico, ma che assomigliano sempre di più a quelle che s’incontrano nelle case, nelle strade, nei teatri d’Italia.

 

E se le “donne di carta” di Verdi tendono a essere sempre più concrete e reali, anche le sue donne “di carne”, quelle che lo hanno accompagnato lungo il corso della vita, sono tutte figure solide, forti, sostenute da un amore pragmatico e terreno.

Margherita Barezzi, la prima moglie, che segue devotamente Giuseppe nei primi, tragici anni milanesi, poi Giuseppina Strepponi, fedele, paziente, saggia compagna di una vita, che lo protegge dalle tempeste dell’esistenza. Senza dimenticare Clara Maffei, amica e confidente, che fa di lui un uomo di pensiero e persino un politico, e infine Teresa Stolz, l’amore platonico e inconfessato, che gli sta accanto in silenzio, soprattutto negli anni della fertilissima vecchiaia. Ma nell’elenco va pure citata «l’antica e fedele amica» Giuseppina Morosini Negroni Prati, che lo veglierà per tre giorni sul letto di morte nella suite 105 del Grand Hotel et de Milan di via Manzoni.

 

L’albergo era diventato la residenza milanese abituale di Verdi a partire dal 1872. Nel periodo in cui era gravemente ammalato la folla sostava davanti all’ingresso e due o tre volte al giorno il direttore dell’hotel faceva affiggere i bollettini con lo stato di salute del Maestro. Su quella che allora veniva chiamata “Corsia dei Giardini” fu sparsa della paglia per attutire i rumori delle carrozze e dei cavalli, e non disturbare così l’agonia del compositore. Ancora oggi all’esterno dell’hotel è affissa una targa che riporta questa scritta: «Questa casa fece ne’ secoli memoranda Giuseppe Verdi che vi fu ospite ambito e vi spirò il dì 27 gennajo del 1901. Nel primo anniversario di tanta morte pose il Comune per consenso unanime di popolo a perpetuo onore del sommo che avvivò nei petti italici con celestiali armonie il desiderio e la speranza di una patria».

 

Ma c’è un altro luogo milanese legato a filo doppio con Verdi: è il ricovero per musicisti di Piazza Wagner. Aperto nel 1902, ospita artisti anziani da tutto il mondo.

 

«Delle mie opere, quella che mi piace di più è la Casa che ho fatto costruire a Milano per accogliervi i vecchi artisti di canto non favoriti dalla fortuna o che non possedettero da giovani la virtù del risparmio. Poveri e cari compagni della mia vita!», disse il Maestro, che qui riposa nella sontuosa cappella (aperta e visitabile gratuitamente tutti i giorni).

 

E in effetti ancora oggi Casa Verdi è uno dei rari luoghi dove si ha l’impressione di qualcosa di onesto e coerente, di un’idea ben fondata che funziona con grande naturalezza. Un luogo dell’anima dove regna l’armonia.

 

Se Verdi è diventato uno degli italiani più famosi del mondo, pochi conoscono le vicende della sua storia privata. Comprese le passioni amorose. Sempre coltivate con molta discrezione. Come quel ménage à trois con la Strepponi e la Stolz, in cui il compositore si rivelò un uomo anticonformista e moderno.

«Era un uomo complicato, contraddittorio. E proprio per questo affascinante», ha detto di lui Michele Placido, che al Verdi intimo e segreto ha dedicato qualche anno fa uno spettacolo teatrale. Dicono che fosse un tipo scontroso, solitario, cupo. Sicuramente però, oltre alle donne, amava il vino. Ed era anche un buongustaio, ghiotto per esempio dei biscotti della pasticceria Alquati di Cremona che si faceva preparare e spedire appositamente.

 

A condizionare la vita affettiva di colui che è stato pomposamente definito il “cigno di Busseto”, rendendola complessa e tormentata, fu sicuramente la prima moglie: Margherita Barezzi, morta a 26 anni. Un fantasma che una sciagurata catena di lutti (la morte di due figli a due soli mesi di distanza, quindi la morte di lei, dopo altri otto) incomberà su Verdi per tutta la vita. Lei è la figlia dell’agiato commerciante di Busseto Antonio Barezzi, che nel 1830 ospita in casa il giovane compositore. Tra lui e la figlia del suo mecenate nasce un legame e i due si sposano il 4 maggio 1836.  Nascono due figli: Virginia e Icilio Romano, che moriranno però entrambi all’età di un anno. Nel febbraio del 1839, dopo che lui abbandona il suo lavoro di maestro di musica, i Verdi si trasferiscono a Milano. Margherita fa in tempo a vedere il debutto della prima opera del marito al Teatro alla Scala, l’Oberto, Conte di San Bonifacio, nel novembre del 1839. Ma muore l’anno successivo a causa di una encefalite mentre Verdi stava componendo la sua seconda opera lirica, Un giorno di regno.

 

Giuseppe Verdi a tavolaLa grande svolta avviene con il Nabucco, opera che debutta, sempre alla Scala, il 9 marzo 1942 e fa incontrare per la prima volta il genio verdiano con la sua futura seconda moglie e già soprano affermato Giuseppina Strepponi (si sposano però soltanto nel 1859) che interpreta il ruolo di Abigaille. «La Strepponi sarà una moglie devotissima, adorante. E intelligente» è ancora il commento di Michele Placido. «Ma lui aspettò 12 anni, prima di sposarla. Se la portò in casa more uxorio (e nonostante lei avesse uno o due figli segreti) scandalizzando i bravi abitanti di Busseto. Lei l’adorò sempre: contribuì a lanciarlo, lo introdusse nei migliori salotti. Ma lui, a quanto pare, la trattava malissimo: la rimproverava di non saper gestire la servitù, scatenava collere epiche per dei nonnulla».

 

Invece, tra le tante testimonianze dell’amore di Giuseppina c’è una lettera del 5 dicembre 1860 in cui si legge: «Ti giuro, e tu non avrai difficoltà a crederlo, che io molte volte sono quasi sorpresa che tu sappia la musica! Per quanto quest’arte sia divina e il tuo genio degno dell’arte che professi, pure il talismano che mi affascina e che io adoro in te, è il tuo carattere, il tuo onore, la tua indulgenza per gli errori degli altri, mentre sei tanto severo con te stesso. La tua carità piena di pudore e di mistero – la tua altera indipendenza e la tua semplicità di fanciullo, qualità proprio di quella tua natura che seppe conservare una selvaggia verginità d’idee e di sentimenti in mezzo alla cloaca umana! O mio Verdi, io non sono degna di te e l’amore che mi porti è una carità, un balsamo a un cuore qualche volta ben triste, sotto le apparenze dell’allegria. Continua ad amarmi, amami anche dopo morta ond’io mi presenti alla Divina Giustizia ricca del tuo amore e delle tue preghiere, o mio Redentore!».

Il 14 novembre 1897 anche la seconda moglie morì, a causa di una polmonite, lasciando Verdi solo nella sua lunga vecchiaia.

 

La terza donna di Verdi è stata Teresa Stolz: il pettegolezzo più chiacchierato della storia dell’opera. Generazioni di storici ci si sono scervellati sul dilemma: erano amanti o no? Secondo alcuni era soltanto una cara amica di famiglia. Descritta come «il soprano verdiano drammatico per eccellenza, potente e appassionata, ma dotata da tono sicuro e da molto autocontrollo» ceca naturalizzata italiana, era nata nel 1834 e morì a Milano nel 1902.

 

La curiosità è scoprire che la Stolz dedicò gli ultimi mesi della sua esistenza (e una somma di denaro enorme) alla sistemazione e all’abbellimento del tempio funerario del suo adoratore. La piccola cappella che ospita la tomba di Verdi si affaccia in un balconcino di marmo, su colonne alte e pareti dipinte con angeli e una bellissima volta azzurra di lapislazzuli su cui risplende un sole dorato. Al di sotto, anonime e ovattate, le due tombe, con i nomi in rilievo: Giuseppe Verdi e Giuseppina Strepponi. Oltre al sepolcro della prima moglie, Margherita, e dei due figli morti bambini. E al celebre epitaffio di Gabriele D’Annunzio: «Diede una voce alle speranze e ai lutti. Pianse e amò per tutti».

 

Alla parete sono appoggiate due corone che ricordano la visita di Vittorio Emanuele III l’8 ottobre 1901. Su suggerimento della regina Margherita venne successivamente aggiunta una targa in ricordo della prima moglie e dei suoi due figli: «Dolce consorte a lui vicina nelle prime lotte della vita, lo fece padre di Igino e Virginia, desiderati e pianti ancora piccoli».

 

Al centro del grande mosaico la Stolz volle due figure di geni che levano alta una corona ornata da bacche d’oro e un medaglione con il ritratto di Verdi fuso in bronzo da Giovanni Lomazzi. Quel che non è dato sapere ai visitatori più maliziosi è se Giuseppina Strepponi, eterna e gelosa rivale, non abbia mandato a Teresa Stolz qualche maledizione dall’oltretomba.

 

Per saperne di più: http://www.casaverdi.org

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Marina Moioli