T’appassionasti al movimento della danza, perché almeno lì, in quelle bolle di tempo, c’era armonia, e corpo, e pensiero distante, e attesa, e ritmo.
Ritmo che sale e scende, cresce, avvampa.
Ritmo che è librarsi. In volo. E annullare quello che senti differente.

L’ala.
L’ala difforme, deforme, eroica e arrabbiata anche.
L’ala d’una fiaba che chissà se qualcuno te l’ha mai letta. Ma è la fiaba tua, non c’è dubbio. Ognuno di noi ne ha una, data in consegna con il latte, gl’incubi, il Dna, il codice di previdenza, le malattie esantematiche e la furia che potrebbe diventare dolore o follia, o invece né l’una né l’altra, perché mischiata e impastata nei giorni che scorrono assume un’altra forma. E la chiamano poi talento.
La fiaba, ti dicevo. La tua fiaba, Greg Louganis, nato a San Diego il 29 gennaio del 1960.
La fiaba è dei Fratelli Grimm, I sei cigni, ma Hans Christian Andersen l’ha riscritta ed è diventata I cigni selvatici.
A te s’addice di più la seconda versione.
Ndr Questa Voce d’autore è tratta dall’antologia Tra Uomini e dei, storie di rinascita e riscatto attraverso lo sport (Morellini Editore), antologia curata da Elena Mearini che contiene contributi di Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Giorgio Nisini e altri significativi autori, italiani introdotti dal mitico Bruno Pizzul.
Un bellissimo progetto pop che mescola sport e letteratura, che vede in squadra le “nostre” Silvia Andreoli e Anna di Cagno.
Stay tuned… ogni settimana ve ne regaleremo un assaggino, perché uomini o dei tutti i personaggi raccontati sono degli Inaffondabili.

Anno 1991, ricordi? Campionati nazionali degli Stati Uniti, tua figlia vince il titolo con il punteggio tecnico di 6.0. Tu strizzi gli occhi, per la prima volta m’illudo che una lacrima ti bagni la guancia e una scia d’umanità ti attraversi il viso. Ma i tuoi occhi sono strofinacci secchi di polvere e sole, per quanto tu voglia strizzarli nessuna goccia può uscire, in loro l’acqua è un fossile.

Quell’anno per altre tre volte presentai il triplo axel, una ai Mondiali e due allo Skate America. Nessun errore, partenza dal filo sinistro esterno avanti e poi quella sensazione di lancio nel vuoto che faceva tremare ogni pattinatrice.

Tutte facevano resistenza di fronte all’ipotesi del nulla che spalanca le braccia per afferrarti, è una reazione del corpo che teme per la propria pelle, i muscoli si bloccano all’istante, scatta lo stesso dispositivo di sicurezza che blocca le portiere dell’auto in corsa.

In me accadde l’opposto, durante il salto i muscoli abbandonarono cinghie, catene e ogni sorta di costrizione, mi affidai al vuoto con il rischio altissimo della libertà.

Non fu solo per tenacia, coraggio e preparazione, no. Quel triplo axel rappresentò il mio posto nei tuoi occhi, mamma.

“Che si fotta il vuoto” pensai, “Io mi lancio nello spazio, nell’aria, mi butto in quella voragine aperta che è mia madre e le ricado dentro in equilibrio perfetto, con i pattini puntati al centro dei suoi occhi e i piedi fermi sopra l’unico superstite punto d’amore”.

Tu non lo sai, nessuno può immaginarlo, ma quando a fine salto atterrai sul ghiaccio io la vidi, quella minuscola crepa circolare, un segno d’acqua resuscitata, il respiro rinvenuto da sotto la lastra tombale. Ci ero riuscita, a scalfire la sua e la tua morte. Il ghiaccio si era commosso davanti al mio salto e tu con lui. Strizzavi gli occhi forte, senza lacrime, è vero.

Il tuo piangere era asciutto, ma restava comunque pianto e prova di una vita dentro.

Ndr Questa Voce d’autore è tratta dal racconto pubblicato in Tra Uomini e Dei, Storie di rinascita e riscatto attraverso lo sport (Morellini Editore), antologia a cura di Elena Mearini che contiene contributi di Carlo Lucarelli, Massimo Fois, Nicoletta Vallorani e altri significativi autori italiani, introdotti dal mitico Bruno Pizzul.
Un bellissimo progetto editoriale pop che mescola sport e letteratura che vede in squadra anche le “nostre” Silvia Andreoli e Anna di Cagno.
Stay tuned… ogni settimana ve ne regaleremo un assaggino, perché uomini o dei tutti i personaggi raccontati sono degli Inaffondabili.

Blob è in debito con lei. Senza “Oddio, Ciro!” il programma, all’epoca appena nato, non avrebbe mai fatto quell’audience. Ma prima della tv e degli scherzi di pessimo gusto (la telefonata partì dagli uffici dell’Alemagna) Sandra Milo è stata musa e forse anche amuleto di cose ben più importanti.
Si chiamano capolavori e portano firme di Federico Fellini, Roberto Rossellini, Antonio Pietrangeli, solo per citarne un paio. E ha incarnato un’epoca, il Dopo Guerra, e un momento rimasto unico, il Grande Cinema Italiano,  apposta in maiuscolo.
L’abbiamo incontrata perché di passaggio a Milano al Teatro Franco Parenti con Toc Toc, commedia di Laurent Baffie , e perché ha tenuto a battesimo un Labò, un nuovo spazio culturale nato in città per volontà dell’editore Mauro Morellini.
“C’è bisogno di un messaggio culturale forte in questo momento”, ha detto e noi di mollybrown.it non potevamo non esserci.

Da dove si comincia un’intervista a Sandra Milo?
Cominciamo così: è contenta di essere Sandra Milo?

Giusto. È contenta di essere Sandra Milo?
Sì! E anche molto.

Cosa non sappiamo di lei?
Sapete tutto. I non ho mai nascosto nulla della mia vita. Perché sono un personaggio pubblico e, se scegli questa vita, devi accettare che la tua ti appartenga un po’ di meno, e perché sono caratterialmente così, trasparente.

Si considera una donna fortunata?
Ho avuto delle grandi fortune, ma tutto quello che ho fatto nella vita me lo sono guadagnato. E costruito. Anche il mio modo di essere, è stata una scelta e una fatica diventare la donna che sono, perché nessuno nasce disponibile, pronta alla comprensione, è una questione di scelta.

Quanto ha amato?
Tantissimo, in modo travolgente e sconsiderato.

Qual è stato il suo amore più felice?
Gli amori non sono mai felici, non possono esserlo. Gli amori ti riempiono, ti fanno sentire piena di un’altra persona quasi fino a soffocarne, e nonostante ciò poi finiscono. La felicità in amore è allora solo fatta di attimi, momenti di straordinaria bellezza e fusione. Ma il grosso dell’amore sono le tensioni, le fatiche e le strategie. L’amore ha bisogno di una strategia.

E qual è stata la sua strategia vincente?
L’adulazione. Gli uomini sono più fragili, più insicuri e l’adulazione li rassicura. Perciò bisogna dirgli che sono bravi, intelligenti, belli. Agli uomini piace tanto sentirsi dire che sono belli. Tutto questo si trasforma in attrazione per noi, dipendenza. Sia chiaro: non voglio dire che una donna deve essere sottomessa, è che l’amore funziona meglio così. Qualsiasi tipo d’amore, anche quello per i figli.
Bisogna adulare chi si ama, perché dà sicurezza.

Quindi non è vero che negarsi paga di più in amore?
No, non credo proprio. Quello vale per quelle persone complicate e un po’ involute. Perché alla fine che cosa cerchiamo tutti quanti? Essere amati, e quindi devi amare anche tu, prima tu.

Certo che però adulare Federico Fellini non deve essere stato molto difficile…
Era normale che una ragazzina restasse incantata da un uomo così. E poi, l’attrazione per l’intelligenza, l’attrazione assoluta per il talento, le capacità. Assoluta perché secondo me l’intelligenza, quella vera, è anche bontà straordinaria, capacità di comprensione e di amore. Una persona stupida non ha queste capacità, può essere buono perché inerte, perché non ti fa del male. Ma la bontà è consapevolezza, e richiede intelligenza.

L’ha amato molto?
Ero innamorata persa e lo sono rimasta per tutta la vita. Oggi che ripenso a lui da donna matura, ancora di più, perché lui era un visionario, un precursore, un uomo capace di vedere in là, più avanti. È stato il mio maestro, mi ha insegnato a uscire dalla mia pelle. Mi ha costretta ad abbandonare ogni pudore, perché diceva che un attore non può avere pudore. Quando abbiamo girato Otto e mezzo a un certo punto ho sentito come se mi avesse preso la pelle e me l’avesse strappata di dosso e rovesciata. E superato lo choc ho capito che quello che mi stava insegnando era molto più che recitare, mi stava insegnando a vivere, a esprimere i miei sentimenti senza nessun riserbo.

Come si fa ad amare un uomo senza averne l’esclusiva?
L’amore è amore. Non è possesso, è qualcosa che t’invade, è dentro di te. E ce l’hai comunque, anche se un uomo ha dieci mogli, e  non puoi sradicarlo da dentro te stessa se lo provi.

È mai stata gelosa?
Non ho senso della proprietà. È uno degli effetti di essere nata durante la guerra: si poteva perdere tutto da un giorno all’altro, non aveva senso attaccarsi alle cose. Anche con gli uomini sono sempre stata così, non li ho mai considerati una proprietà, quindi no, non sono mai stata gelosa.

Chi è l’uomo che ha amato tutto di lei?
Secondo me lo devo ancora incontrare! Federico era magico, entrava dentro di te e frugava, sapeva tutto di te anche se ti aveva appena conosciuto. Lui sì, mi aveva capita. Recentemente ho visto una sua vecchia intervista in cui ha detto di me cose che non sapevo: “Sandra ha una natura gentile, ed è una donna molto interessata alle cose, ma… fino a un certo punto! E questa è la vera saggezza”.
Ed è vero, io sono curiosa di tutto, ma… fino a un certo punto.

Lei è un po’ la nostra Marilyn, incarna un modello di femminilità sexy ma ironica. Si riconosce in lei?
La Monroe era una donna profondamente infelice, e io invece no. Io sono sempre stata come appaio. Di lei mi piace quella ingenuità, quel candore interiore, quella lievità che adoro molto nelle donne quando ce l’hanno, e che mi piace pensare di avere.

Quando ha preso consapevolezza del sua bellezza?
Non ancora! Quando mi dicono: “lei aveva soprattutto questa sensualità…” io resto stupita.
Io? Sensuale? Non me n’ero accorta!

Il ricordo più bello della sua vita?
Ne ho molti, ma credo sia mia madre, le sue braccia meravigliose, bianche, morbide. E quel profumo che non era un profumo ma era il suo odore, sapeva di rosa e quando mi abbracciava mi restava nel naso.
E poi la nascita dei miei figli. Io non ho voluto il cesareo, volevo essere vigile, vivere tutto quel momento, quella gioia infinita e poi quella malinconia profonda, perché quando poi tuo figlio nasce, ti senti improvvisamente sola. I nove mesi di gravidanza sono gli unici mesi in cui non ti senti sola.

È stata una madre sbaciucchiona e coccolona?
No. I bambini odiano essere sbaciucchiati. Sono stata presente, ma ho sempre cercato di capire cosa piacesse a loro e quale fosse la loro indole. Mi sono sempre trattenuta nelle mie manifestazioni, ma darei la vita per loro senza pensarci due volte.

Se non avesse avuto figli si sentirebbe una donna meno completa?
Assolutamente no! Sarei molto felice! Avrei fatto molte più cose e speso molto di meno. Io ho un eccessivo senso della responsabilità e quindi per me i figli sono sempre stati un motivo di grande apprensione, anche perché li ho educati tutti e tre da sola. E comunque non credo che una donna si completi con i figli, no.

Lei quando sua madre si è ammalata ha preso una posizione netta a favore dell’eutanasia…
E continuo a difenderla. Vedere una persona amata soffrire senza speranza, solo per arrivare all’inevitabilità della morte è terribile. Mia madre è morta molto vecchia e gli ultimi periodi sono stati atroci, continuava a chiedermi di aiutarla e io le dicevo di no, che non potevo. Un giorno mi ha detto: “Io per te l’avrei fatto”, e lì mi sono sentita egoista. Poi sono stata denunciata per “apologia della morte” da un onorevole democristiano di cui non ricordo il nome, ho subito un processo, rischiavo di essere condannata… Ma ho ricevuto migliaia di lettere dalle persone che mi comunicavano solidarietà e mi ringraziavano. La dignità di morire dovrebbe essere un diritto.

Che effetto le fa l’Italia di oggi?
Mi sembra stia andando un po’ indietro. Io ho vissuto un periodo meraviglio dopo la guerra. Me-ra-vi-glio-so! C’era una tale voglia di vivere, una fiducia, un entusiasmo che si sono trasformati in cultura, alta, pop, d’élite… Cultura. Cinema, musica, teatro, televisione era tutto un fermento. Oggi ne vedo molto meno, ma qualcosa si muove nel teatro e nell’editoria, e io cerco di esserci.

La tecnologia ha tolto o ha dato qualcosa al cinema?
Credo che abbia tolto. Io recitavo con una camera fissa davanti e il volto del regista affianco, che mi guardava negli occhi, mi guidava. Era quasi un dialogo a due, e quell’intensità arrivava allo spettatore. Oggi il regista non lo vedi quando reciti, è in cabina e il suo volto è sostituito da protesi tecnologiche, telecamere volanti, droni.

Com’era Roberto Rossellini?
Un genio. Meno solare ed espansivo di Federico, ma un Leonardo Da Vinci del cinema. Aveva inventato uno zoom fai-da-te e lo chiamava il “panzino” ed era un accrocchio che aveva fatto con un macchinista con una chiave di quelle per l’acqua delle pompe da giardino. Ha vissuto per il cinema, disegnava le scenografie e trasformava i luoghi e le persone che lo incontravano

Dove tiene tutti i premi che ha vinto nella sua carriera?
Non li tengo. Li ho sempre regalati, quelli brutti, buttati. Non ho mai conservato un giornale, un’intervista, nulla. So di colleghi che hanno veri e propri archivi, a me stanca solo l’idea.

È in forma smagliante, fa ginnastica, segue una dieta?
Mai fatto sport in vita mia. Non so neanche nuotare… E sono golosa.

Squilla il telefono…
Mi scusi, guardo chi è.
Ciro!

Questa volta l’espressione è di gioia. Ciro sta bene e ha un bimbo di quattro anni per il quale lei sta scrivendo Lettere a mio nipote, la sua prima, completa autobiografia.
Grazie mille “Sandrocchia”, per il tempo e l’amarcord di quell’Italia meravigliosa che ci ha regalato.
E in bocca al lupo per i suoi mille progetti e desideri ancora tutti da avverare.

Premessa: questo non è un articolo, è un ricordo. E quindi sarà incompleto, ma per quello che ha fatto, per i tantissimi libri e premi letterari, i programmi televisivi e le comparsate in film, le campagne pubblicitarie e le interviste rilasciate c’è Wikipedia, e dal 20 dicembre dozzine di articoli usciti su tutti i giornali. Perciò, scusate l’incompletezza.

Ho conosciuto Andre G. Pinketts nel 1993.
Lui era già “il Pinketts”, io una giovanissima redattrice per Cosmopolitan.
Scriveva per il magazine articoli di costume e attualità, a modo suo.

Bionda, che ne dici di un pezzo su “Come reagiscono le donne davanti a un’esibizionista?”.
Io salgo su un tram, in impermeabile, poi a un tratto lo apro e sono nudo. E vi scrivo cosa mi dicono.

Non abbiamo mai saputo se l’avesse fatto davvero, ma bastava l’idea, e la sua scrittura.
Unica, paradossale, funambolica, in uno strano equilibrio tra Raymond Quenau e Giorgio Scerbanenco, il suo grande maestro. Noir e gioco linguistico, senso della trama e senso della frase, giusto per citare il titolo di un suo celebre romanzo.

Era bello Andrea, un Bruce Springsteen che al posto della bandana indossava cappelli a falde larghe e le cravatte più kitsch che siano mai state prodotte. E fumava il sigaro sempre, ovunque, anche dopo il divieto di fumo nei locali pubblici.

Vieni giovedì a Le Trottoir ho fondato la Scuola dei duri e parliamo di letteratura, ma anche di cazzate.

E ci andai. E lo trovai al tavolo con Fernanda Pivano che lo guardava con amore materno e fiducia. Lei, il mito, la donna che aveva portato in Italia la Beat Generation che taceva mentre questo ragazzone di poco più di trent’anni parlava con voce roca e vocali meneghine di Jack Kerouac, Ernest Hemingway, Edgar Lee Masters, Superman, Batman, Jack lo Squartatore e Franco Califano.

Era pop per vocazione e nel senso nobile: alto e basso, letteratura e canzonette, grande cinema e programmi tv s’incastravano nelle sue parole in una maniera unica e strepitosa.
Poteva parlare di qualsiasi cosa, Andrea, di Shakespeare e di Pupo, e sempre ti arriva addosso quel lampo, quel guizzo di genialità e stupore.
Un bambino talentuoso che guardava alla vita con occhi curiosi e attenti.

E ricordava tutto. Poteva non incontrarti per anni, bere litri di birra, essere in feste affollate attorniato da fan e ragazze semi-nude e ti salutava sempre, e ti riconosceva sempre.
E ti invitava nei suoi luoghi, e ti rispondeva al telefono.
Un cellulare di prima generazione.
Niente WhatsApp, niente email, niente social.
Analogico per scelta etica: parole, voce, sguardi, puzza di Toscano e pinte di birra. 
Era un uomo di mondo (del mondo, avrebbe specificato) un playboy, un grande bevitore, un nottambulo. Ma.

Ciao Ma’ ti volevo dire che stasera non torno a dormire.

Per tre anni ho avuto il numero di telefono di casa (si andava di fisso all’epoca) identico a quello della madre di Andrea, solo una cifra, un 9 suo, che diventava 6 per il mio.
E alla sera, la birra, gli amici, le ragazze… ci va un attimo che lo componi al contrario.
E lo componeva al contrario, con una regolarità che era diventata leggenda.
Se squilla il telefono dopo la mezzanotte, può essere solo il Pinketts.

Non sono la tua mamma, Andrea!
E chi sei allora?
Anna, Cosmpolitan
Ah sì, la bionda. E che ci fai a casa mia?

E nonostante gli avessi spiegato già la prima volta che non ero a casa sua, me lo domandava ogni volta. Lui, il fondatore della Scuola dei Duri, il ragazzaccio sempre con una birra in mano e un paio di pupe sottobraccio, alla sera se tardava o dormiva fuori, avvisava la mamma.

L’anno scorso l’ho chiamato per chiedergli di fare parte dell’antologia Lettere alla madre che stavo curando per Morellini Editore.
Non potevo non farlo dopo aver ricevuto telefonate per conto di sua madre per tre anni!
Mi convocò nella nuova sede de Le Trottoir, mi cantò con una voce bellissima e perfettamente intonata Ciao Mama del Quartetto Cetra e mi disse: «Ok, ci sto».
Prima di inviarmi la sua lettera mi telefonò per dirmi che avrebbe voluto che il testo integrale della canzone venisse impaginato a sinistra, a fronte con l’incipit della sua lettera.

Ti va bene? 
Certo Andrea 
Non vorrei che gli altri autori pensino che voglio fare il fenomeno con questa richiesta particolare.
Ma tu sei un fenomeno!
Cazzo, hai ragione!

Tre giorni dopo mi arrivò il testo, e mi telefonò alle undici di sera.

Leggilo bionda, e fammi sapere subito.

E io lessi in tempo reale e lo richiamai.
«Non credevo che avrei mai desiderato di avere un figlio come te», gli dissi.
E lui, serio, una voce improvvisamente bambina e nitida: «Ma ti è piaciuta?».
Sì, Andrea -adesso seria io- è meravigliosa.
Mi chiese di scrivergli un messaggio in cui apparisse evidente che la sua mamma veniva fuori bene dalla lettera. Non voleva fargliela leggere prima della pubblicazione, ma voleva rassicurarla.

Bellissima lettera! E bellissima “mama”, dalle tue parole traspare una donna meravigliosa e un passo avanti. Spiegato finalmente da dove arriva il talento del Pinketts. Grazie

Ovviamente mi richiamò, perché Andrea era una di quelle persona che quando ti chiedeva un favore poi ti ringraziava. E mi ringraziò, e mi disse che la sua mamma si era commossa.
Ma io prima di lei, quando avevo letto:

Per me una lettera alla mamma è composta da una lettera sola, A come amore, con una firma A come Andrea.

È stato con me la sera del mio compleanno e ha tenuto il discorso prima del taglio della torta come uno sposo di provincia, e ha declamato la sua dedica folle e improvvisata , scritta come sempre in stampatello. Ed è stato al mio fianco la sera della prima presentazione milanese di Lettere alla madre, e ha tenuto banco, incanto, fatto ridere e pensare. Come sempre.
E ha trovato il modo di esserci anche la sera della presentazione per BookCity, con un video feroce e spavaldo in cui ha ancora una volta ha dimostrato di essere un uomo generoso, coraggioso e profondamente onesto.

Spero che questo mio ricordo ti piaccia, Andrea.
A me è piaciuto tantissimo conoscerti.