otis reddingVerde smeraldo: la camicia, i pantaloni, la giacca doppiopetto.

Non è glam e non è hippie, ma chissene, è l’unico cantante R&B invitato al Monterey Pop Festival e fa quello che gli pare.

Ha 26 anni e si muove con la sicurezza di un artista consumato; commuove quella massa sterminata di capelloni radunati ai suoi piedi cantando I’ve been loving you too long e subito dopo attacca con (I can get no) Satisfaction.

No, non è sexy come Mick Jagger, non sculetta, non ammicca e non si muove neanche molto bene sul palco, quel ragazzone nero di Dawson, Georgia. A un certo punto sembra quasi addirittura che stia mollando il colpo… e invece riprende, sincopato, blues, acido e psichedelico più di quanto Mick e i Rolling Stones siano mai stati. Faccio quello che mi pare, compreso vestirmi come un Arbre Magique perché posso fare tutto…

Pochi mesi dopo Monterey registrerà il suo successo più famoso, Sitting on the dock of the bay, una cosa nuova rispetto a quello che aveva cantato finora. Uscirà postumo (morirà il 10 dicembre dello stesso anno in un incidente aereo) e conquisterà il mondo.

È inaffondabile perché: continuiamo a domandarci tutti quali altre sorprese ci avrebbe regalato se fosse vissuto più a lungo.

Anna Di Cagno

Impossibile per loro non entrare nel mito. Nati come gruppo al momento giusto nel posto giusto, vale a dire San Francisco, scorcio della seconda parte dei sixties, i Jefferson Airplane sono i “primi” in un sacco di cose. E in una manciata di anni mettono a segno tutte le “mete”: Monterey (1967), Woodstock (1969), Altamont (1969) e i primi due eventi sull’isola di Wight.

A stregare la Summer of Love di quell’indescrivibile Monterey, il 17 di giugno la voce di Grace Slick, frangetta adolescente, occhi grandi, liquidi, d’un verde cangiante tuffato nel blu, il fisico sinuoso coperto da lunghe gonne folk – e la malizia sottile tatuata addosso, emblema d’una splendida rivalsa dell’innocenza apparente che sa rivelare il lato più oscuro delle cose.

Intonando White Rabbit, pezzo scritto di getto, dice la leggenda, nell’arco giusto di una mezz’oretta, le parole fanno scivolare la realtà nella fiaba e viceversa.

Come?

Mischiando LSD, Bolero di Ravel e quell’Alice nel Paese delle Meraviglie che entra nelle ossa fin dalla prima infanzia. Il resto, poi, spetta al corpo, senza più fini né confini.

L’effetto è potentissimo: tra some kind of mushroom, fumo di Brucaliffo e l’immancabile richiamo alla madre (che nemmeno le pillole giuste sa scegliere), pare quasi che in sottofondo suoni -piano, forte, poi piano ancora, ma infinito-, il più astruso, irresistibile,  lisergico dei dialoghi fiabeschi firmati da quel folle visionario ossessivo che è Lewis Carroll.

Alice: Per quanto tempo è per sempre?

Bianconiglio: A volte, solo un secondo.

Già, un secondo.

Ma teniamocelo stretto, quell’istante incandescente. Che nell’anniversario della Summer of Love, attraversa la cortina dei decenni e ci piomba addosso, con una forza tra nostalgia e decisione, tra incubo e paradiso perduto.

E se vi resta qualche dubbio, Go ask Alice, I think she’ll know.

Silvia Andreoli


simon and garfunkel“Monterey, 16 giugno 1967. Quasi solstizio d’estate. Fortunatamente non siamo i primi a salire sul palco, abbiamo ancora un po’ di tempo per prepararci. Paul è tra gli organizzatori, eppure è emozionato tanto quanto me. Io parlo meno, scrivo meno, ma saliremo insieme là sopra, è la nostra avventura.

Sono tre giornate pazzesche, ci sono cinquantamila persone che ci attendono come si attende un profeta, è un’esperienza che fa girare la testa. Potrebbe essere una cartolina psichedelica questa, da tanta roba sta girando. Ci sono esperienze che puoi fare soltanto abbattendo alcuni filtri, sconnettendoti per un attimo dalla realtà e lasciando andare immagini e suoni che ne derivano. Non sono allucinazioni, non solo.

Le persone che sono arrivate qui non lo hanno fatto solo per assistere a un concerto. La musica è bellissima, ma non basta. Qui si cerca coesione, rivoluzione alternativa, libertà di prospettive. Anche noi abbiamo progetti ambiziosi, li porteremo avanti… (Because a vision softly creeping…)”

Inaffondabili perché: Visionari tra i visionari, in mezzo a una folla che non aveva i loro stessi colori, sono riusciti a diventare i portavoce di chi ha guardato alla Summer Of Love da una diversa un’angolazione.

Chiara Orsetti

Questa è un’estate particolare per San Francisco, un’estate speciale: sono in pieno svolgimento le celebrazioni per il 50° anniversario della Summer of Love. Chi c’era, nel 1967, se la ricorda eccome, chi è più piccolo e ha voglia di assaporare quelle atmosfere, è invitato a non perdersi nemmeno una delle iniziative in calendario.

Le celebrazioni ufficiali – dove la parola d’ordine è “controcultura” – sono cominciate da un paio di mesi e andranno avanti fino ad agosto. L’appuntamento principale è The Summer of Love Experience: Art, Fashion, and Rock & Roll, mostra che fino al 20 agosto va in scena al De Young Fine Art Museum, ricostruzione del movimento hippie e della loro cultura attraverso fotografie, poster, musica, light show, abiti, oggetti d’arte e artigianato, film e documentari.

I suoni sono quelli delle leggendarie band di San Francisco, Grateful Dead e Jefferson Airplane in testa, le grafiche quelle di artisti come Rick Griffin, Alton Kelley, Stanley Mouse, i light show faranno rivivere il genio di Bill Ham e Ben Van Meter, i capolavori della moda hippie sono quelli creati da Birgitta Bjerke, nota come 100% Birgitta, Mickey McGowan alias Apple Cobbler, i manufatti sono quelli di Alexandra Jacopetti Hart, le foto sono firmate da Herb Greene, Elaine Mayes e Jim Marshall.

Ma chi furono i protagonisti della Summer of Love? Quello degli hippie fu un movimento che a metà degli anni Sessanta ebbe un impatto devastante su una generazione di ventenni e che riuscì ad affascinare anche gli adulti. E che, ancora oggi, fa parlare di sé. Furono giovani profeti e protagonisti di un passaggio straordinario. E il cambiamento non lo studiarono a scuola o sui libri, lo annunciarono al mondo loro stessi.

Ragazzi che tentarono di cambiare le regole, lo stile di vita, la cultura. E di creare un mondo d’amore. Nel quartiere di Haigh-Ashbury di San Francisco si era creata una micro-società libera dalla repressione: libera da tutto, da qualsiasi indottrinamento e condizionamento, dove suonare e fare sesso era più facile che mangiare, dove i cittadini battevano le mani alle loro performance, dove le forze dell’ordine sorridevano al loro passaggio e – non di rado – appoggiavano le loro battaglie. Era il modello ideale del benessere della società.

Sociologi e politici li accusarono di essere soltanto dei sognatori innamorati dell’amore, ma gli hippie non erano solo giovani dediti all’amore libero e alle droghe: s’impegnarono a scrutare a fondo l’anima per raggiungere la verità nei rapporti fra le persone, ad avere più rispetto per la natura e più voce per gridare no alla guerra e al razzismo; principi individuati cinquant’anni fa ma quanto mai attuali e urgenti ancora oggi.

Negli anni Sessanta il mondo occidentale stava vivendo il periodo del boom: si consumava tanto e non si risparmiava niente, si compravano automobili sempre più grandi e potenti e nuovi elettrodomestici che cambiarono radicalmente la vita di tutti.

I figli dei fiori rifiutarono tutto questo perché convinti che soldi, comodità e benessere addormentassero le coscienze e alla ricchezza preferirono i valori spirituali e la distruzione del codice moralistico della società borghese. Per loro «Pace e amore» non era solo uno slogan pacifista ma anche condizione mentale: interpretarono l’amore come passione sensuale e consacrazione dell’altro.

Il 1967 fu l’anno in cui il movimento toccò l’apice della notorietà, l’anno della Summer of Love che fu più un effetto che una causa. Dietro c’era l’inquietudine di un’America stanca di una guerra incomprensibile, quella del Vietnam; che si vergognava davanti al mondo per non aver ancora risolto la problematica razzista; che nascondeva i problemi generazionali con il boom dei consumi.

Quello che cinquant’anni fa andò in scena a San Francisco e a Monterey – dove si svolse il Monterey Pop Festival, primo megaraduno rock della storia – non fu casuale, ma il risultato dell’attivismo di un gruppo di giovani che intuirono come gestire passioni, emozioni, creatività, trasgressioni, partecipazioni, condivisioni di ideali che investivano la nuova gioventù.

Il quartiere di Haight-Ashbury diventò un magnete che attrasse giovani di tutto il mondo in cerca di nuovi percorsi e che inseguirono l’utopica rivoluzione con i fiori. Erano i discepoli dell’era dell’Acquario, immersi nei suoni del rock psichedelico con le coscienze “aperte” grazie all’Lsd.

Poi l’estate si trasformò rapidamente in autunno e l’epoca degli hippie e del loro sogno si chiuse velocemente. Una fine voluta fortemente da interessi economici e politici, perché parole come “Pace e Amore” cominciarono a essere una minaccia per l’America, impegnata in guerre infinite, in rapporti tesi con l’Est, con violenti conflitti razziali interni e con presidenti, politici e predicatori assassinati.

Furono anni meravigliosi, forse irripetibili, in cui un’intera generazione cercò di cambiare il mondo con i colori, l’arte e l’amore; ribellandosi all’ipocrisia di un modello sociale e all’arroganza della politica con l’impegno culturale e civile.

Un’epoca e un movimento che vanno ricordati e rispettati.

Luca Pollini