Sicuramente non sarete in molti a conoscermi, anzi forse ancora meno. Eppure venni anche in Italia, al Festival di Sanremo a cantare in coppia con Al Bano la canzone La Siepe . Ero giovanissima, avevo 24 anni e per l’America ero Bobbie Gentry.

Il mio vero nome è Roberta Lee Streeter ma per tutti sono sempre stata la ragazza di Chickasaw County che ha fatto gettare Billie Joe dal Tallahatchie Bridge. Ma non sono un’assassina, sono solo una country singer che nell’estate del 1967, la Summer of Love, mentre il mondo guardava alle politiche internazionali americane, cantava la vita di provincia.

In quell’anno uscì il mio più grande successo Ode to Billie Joe e rimasi 4 settimane prima in classifica, spodestai dal n.1 la ben più famosa All you need is love. Con la mia ballad per Billie Joe vinsi 3 Grammy Awards e Rolling Stone la inserì tra le 500 migliori canzoni di tutti i tempi. Fu un grande successo, avevo le carte in regola per diventare una star, alcuni mi rivedono nella fisicità di Lana del Rey, ma ormai non sono più quella ragazza e la mia voce forse non è più come una volta. Una voce che molta critica accomunava a quella di Carole King.

And papa said to mama, as he passed around the blackeyed peas
Well, Billie Joe never had a lick of sense; pass the biscuits, please
There’s five more acres in the lower forty I’ve got to plow
And mama said it was shame about Billie Joe, anyhow
Seems like nothin’ ever comes to no good up on Choctaw Ridge
And now Billie Joe MacAllister’s jumped off the Tallahatchie Bridge

Come vi ho raccontato prima, mentre l’America guardava al Vietnam, io guardavo in una casa di provincia di una famiglia qualunque, che viveva nel delta del Mississippi, una famiglia apparentemente normale, mamma, papà e due figli adolescenti, un maschio ed una femmina.
Una famiglia come tante che si riunisce a tavola e tra biscotti e piselli parlano di quello che è successo. Parlano di Billie Joe MacAllister che si è buttato dal ponte Tallahatchie.

Ma chi era Billie Joe? La voce narrante nella canzone lo conosce, è la ragazzina di questa famiglia del sud ed era sua amica, a tal punto che il fratello a tavola, mentre chiede alla madre un’altra fetta di torta di mele, rievoca un episodio all’esposizione della Contea, dove loro, maschi, si erano divertiti a mettere una rana sulla schiena della ragazza. Della famiglia non si sa niente, non si conoscono i loro nomi, si conoscono i loro ruoli, il ritratto doveva essere fedele, la morte doveva entrare dalla porta principale di una tranquilla famiglia di provincia.

And mama said to me, child, what’s happened to your appetite?
I’ve been cookin’ all morning, and you haven’t touched a single bite
That nice young preacher, Brother Taylor, dropped by today
Said he’d be pleased to have dinner on Sunday, oh, by the way
He said he saw a girl that looked a lot like you up on Choctaw Ridge
And she and Billie Joe was throwing somethin’ off the Tallahatchie Bridge

La morte entrò finalmente in quella casa quando la madre, che aveva cucinato tutta la mattina, si accorge che la figlia non aveva mangiato niente. Ma non le rivolge il dovuto peso, il suo egocentrismo di madre modello la porta a parlare di padre Taylor che verrà a cena domenica e che ha visto una ragazza, molto simile alla mia protagonista, insieme a Billie Joe buttare qualcosa dal Tallahatchie Bridge.

È quella cosa, che ora è sicuramente sul fondo di quelle acque che scorrono sotto il ponte Tallahatchie, che mi ha perseguitato e sicuramente mi perseguiterebbe oggi se uscissi dalla mia condizione di dorata solitudine.

Tantissime sono le supposizioni che si fecero attorno a quel gesto dei due adolescenti e sicuramente tutti pensavano che solo sapendo cosa avevano buttato dal ponte il giorno prima, si sarebbe scoperto perché Billie Joe si sia suicidato. Il Tallahatchie Bridge, che è crollato nel 1972, venne messo sotto stretta sorveglianza, molta gente andava a vedere da dove si era buttato Billie Joe. Erano talmente tante le visite che le autorità iniziarono a temere atti di emulazione suicida. Non sarebbe certo una novità in America. Ma per quel periodo fu qualcosa di sconvolgente.

Avevo capito che oltre a portare la morte in quella famiglia di provincia, l’avevo portata in casa di tutti gli americani. Perché la morte non ti guarda in faccia entra e ti sconvolge.

A year has come and gone since we heard the news ‘bout Billy Joe
And brother married Becky Thompson; they bought a store in Tupelo
There was a virus going ‘round; papa caught it, and he died last spring
And now mama doesn’t seem to want to do much of anything
And me, I spend a lot of time pickin’ flowers up on Choctaw Ridge
And drop them into the muddy water off the Tallahatchie Bridge 

Nell’ultimo inciso, la famiglia si ritrova all’interno dello stesso quadro, il fratello si è sposato con Becky Thompson e vive a Tupelo, il padre è morto, la madre è in una sorta di depressione e la ragazzina protagonista continua a portare i fiori al ponte Tallahatchie.

La morte, la stessa che aveva sconvolto la ragazzina durante la cena, è ancora lì. Ma questa volta ha ucciso il padre e la madre, che prima non comprendeva il dolore della figlia, vive da sola il suo, mentre un figlio vive a Tupelo e l’altra continua a portare i fiori sul ponte.

E sicuramente se siete arrivati fino a qui è per sapere cosa hanno buttato dal ponte quel giorno, forse hanno buttato la vita, l’innocenza o la noia che ti avvolge nella provincia. Possono aver buttato quello che ognuno di voi immagina, ma non ve lo dirò mai anche perché ho 75 anni, mi sono ritirata da molto tempo e mai avrei pensato di scrivere questa lettera.

E non l’ho mai fatto, è solo frutto della fervida immaginazione di una persona che ha letto di me su giornali e su internet e scrive come se fossi io.

Mark TwainCi sono fiumi e fiumi. E poi c’è il Mississippi. Nemmeno un Mississippi qualunque, invero, ma quello di Mark Twain.

Lui, che all’anagrafe faceva Samuel Langhorne Clemens, cominciò subito dotandosi di quest’altro nome, che pare derivi dal grido, slang puro, in uso tra i battellieri che facevano rotta sulla grande rete fluviale americana, per segnalare la profondità dell’acqua.

 

By the mark, twain, ovvero: dal segno, due – sottinteso tese, circa 3,7 metri, valutato come il limite di sicurezza.

 

Così il “primo vero scrittore americano”, secondo la definizione di William Faulkner, mise le sue radici, per il suo battesimo narrativo, non sulla terra delle immense pianure e sconfinate praterie, bensì in quello che descrisse nella sua biografia come

 

“il fiume più tortuoso del mondo, dato che in una parte del suo percorso consuma ben milletrecento miglia per coprire la distanza che un corvo supererebbe volando per seicentosettantacinque miglia”.

 

Nascere come scrittore, dunque, è per Twain uscire dall’acque, dalla contraddizione stessa del Mississippi, “un fiume fuori dall’ordinario nel senso che invece di allargarsi esso si restringe in prossimità della foce”. Strano, complicato, e d’una bellezza selvaggia che pure la grande anima imprenditoriale americana intende usare, senza piegarla, ma cavalcandola, se con tecnica differente da quella dei cow boy a cavallo, con la medesima determinazione.

 

Lo farà, lui, in prima persona. Dal 1857 al 1861 (lui nasce il 30 novembre 1935), lavora come battelliere sul Mississippi. Nel 1859, dopo un arduo studio e esercizio, conquista la licenza. Poi nel ’61 si arruola, diserta presto, fino a che nel ’63 ritorna al lavoro di giornalista. A quel punto incontrerà l’umorista Artemus Ward, che lo incoraggerà a scrivere. Prima però ci sono questi quattro anni.

 

Quattro anni incandescenti, quelli formativi della giovinezza, quando l’occhio innesca le immagini assorbite nell’infanzia e le rende strumenti appuntiti. Per penetrare il mondo, plasmare le forze e soprattutto lasciare impronta di sé.

 

Mark TwainQuattro anni che permettono a Twain di apprendere la lingua del fiume, usata dagli uomini a bordo, le urla, i timori, le superstizioni anche. E poi l’andamento di un ritmo mai identico, che mischia fatica a riposo, saggezza a sventatezza, in un tourbillon che non ha regole decifrabili. Invece soltanto la condivisione.

 

Parlerà del fiume nei suoi romanzi. Il fiume sarà anima, specchio, inganno, speranza, e infinita giovinezza.

 

Viaggerà molto, dopo, Twain, nella sua vita. Conoscerà varie città d’Europa, raggiungerà l’Italia di cui lamenterà uno stato di degrado (Pompei e Venezia per esempio), un eccesso di culto superstizioso legato alla religione cattolica anche. Apprezzerà invece Genova e il lago di Como. Dove c’è acqua, c’è comunque una specie di casa.

 

Eppure, Twain lo sa, dove c’è acqua s’insinua a volte la morte. Un binomio che lo stregò, letteralmente. Per quanto accadde a suo fratello, Henry. Perché Henry fu vittima di un incidente su un battello a vapore ed era stato Mark a convincerlo a imbarcarsi. Lo scoppio di una caldaia, Henry venne inghiottito dall’acqua. Fuoco e acqua, una battaglia infinita.

 

Non se lo perdonò, Mark, quell’amore sconsiderato che lo aveva spinto a coinvolgere Henry. Soprattutto perché aveva avuto premonizione della tragedia. Un mese prima dell’evento, un incubo gli rivelò quella sua fine. Il sogno, come l’acqua, aveva predetto. Errore non averlo ascoltato. Doppia colpa. Il fiume va sempre ascoltato.

 

Le avventure di Tom Sawyer viene pubblicato nel 1876. Il seguito, Le avventure di Huckleberry Finn, esce nel 1884. Con Tom Sawyer, che dà inizio alle vicende picaresce e straordinarie di questo sguardo impudente e stregato sull’universo delle contraddizioni americane della seconda metà dell’Ottocento, Twain torna al suo fiume. Sono trascorsi quindici anni dall’apprendistato come battelliere. Nel frattempo ha tanto visto, tanto fatto, tanto viaggiato. Ma è da lì che parte la penna.

 

Chi la dimentica la a fuga del ragazzetto intraprendente e scapestrato, paesanotto e curioso, Huck Finn, che, come ogni americano che si rispetti, cerca la libertà? Bianco, figlio di un ubriacone e maltrattato dal padre, poi angariato da una vedova che vuole trasformarlo nel bravo ragazzo che non è, Huck se la dà a gambe e quando fugge, a lui si aggrega uno schiavo della vedova. Ed eccola formata, quasi per un ghiribizzo del caso, la coppia perfetta: due disperati in cerca di fortuna che si imbattono in una zattera semi distrutta, fatta di tronchi d’albero e portata, appunto, dal fiume. L’immaginario è segnato. (E molta parte della narrativa americana attuale ha tributi giganteschi verso questi personaggi, Mississippi compreso).

Huckleberry Finn, Mark Twain

Così comincia la storia. Che è poi storia d’andare. Partenza senza una meta. Fatta per fuggire. Come ogni viaggio serio in fondo. Dove si conosce ciò che si lascia, e un mezzo (di fortuna) per abbandonare il passato, ma nessuna informazione su quello che si troverà. Se non quell’acqua, di fiume, a volte in piena, furiosa, a volte lenta, tanto da scatenare l’impazienza.

 

Il fiume, nei romanzi di Twain, più che luogo diventa occasione. D’incontri. Di guai. Di racconti anche. È nella traversata, comunque si svolga, qualunque cosa accada, che si resta attenti ad ascoltare. Le conversazioni di quelli che viaggiano. Uno scambio impareggiabile, di contraddizioni anche, di punti di vista. Di quella metamorfosi che subiscono gli eventi sotto l’influsso di idee pregresse, o pregiudizi. Ma anche della dimenticanza di ciò che si lascia, per fame di ciò che si trova.

 

Il fiume trasforma. La storia di Huck. Quella di Tom. Il fiume lambisce e testimonia. Ma con una strana leggerezza. Che hanno le parole quando ritornano a un tempo concluso. Ricordo, certo, ma sfasato, che sborda, smargina. Un ricordo che si concede incursioni nel territorio inesplorato del fantasioso, fantastico, verosimile, possibile, crudele anche.

 

Un miscuglio tanto potente ed energico da entrare nell’empireo del Reale Immaginato. Quello che scorre infinito, fregandosene bellamente di anni, secoli, luoghi e confini. Il fiume immenso dell’inchiostro versato. Un Mississippi infinito, insomma. Che appartiene di diritto a ogni lettore, che l’abbia o meno visto, fosse pure in un dipinto, foto, cartina geografica, non ha nessuna importanza. Perché alla fine quel fiume è una cosa che ti porti dentro.

 

A due tese, ovvero 3,7 metri, di profondità. Sotto il livello dell’anima.

 

Silvia Andreoli