«La prima generazione crea, la seconda mantiene, la terza distrugge» recita una legge non scritta ma considerata infallibile, a cui poche grandi imprese familiari sfuggono. È il caso della casa editrice Hoepli, nata nel 1871 e oggi saldamente governata dalla quinta generazione. Il segreto? Svelato così nel 2006 in un’intervista da uno degli eredi: «Di solito la generazione più difficile, quella a rischio di distruzione, è la terza. Nel caso degli Hoepli invece è stata la salvezza. Di tutti gli Hoepli, papà è stato quello che più ha avuto il senso dell’avvenire, la capacità di leggere il futuro del libro. Il credere che senza libri non c’è civiltà. Gli piaceva molto l’espressione inglese looking forward: guardare avanti». Un insegnamento che gli eredi della celebre dinastia di librai-editori non hanno mai tradito.

Intorno al fondatore, Johannes Ulrich Höpli (questo il nome originario, poi italianizzato), si è creato negli anni un alone di leggenda. E in effetti la sua giovinezza ha tutti gli elementi per diventare un film. Era nato nel 1847 a Tuttwil, un villaggio svizzero del Cantone Turgovia, da una famiglia protestante proprietaria di un’azienda agricola. Dopo aver frequentato le scuole primarie a Tuttwil e quelle secondarie nella vicina Eschlikon, viene mandato a Winterthur per un periodo di apprendistato in una farmacia, ma il disinteresse per questo tipo di attività e la sua passione per il mondo dei libri spingono i genitori a spedirlo a Zurigo, dove arriva a soli 15 anni per fare il garzone nella libreria Schabelitz. Dopo pochi anni, impara così bene il mestiere che inizia a girare il mondo. Lo ritroviamo a Magonza, Trieste, Breslavia e persino al Cairo, dove rimane alcuni mesi per riordinare la biblioteca del Chedivè. A 23 anni, il 7 dicembre 1870, arriva a Milano dopo aver acquistato per corrispondenza – al prezzo di 16mila lire, grazie all’eredità del padre – la libreria Laengner, già proprietà dei viennesi Tendler e Schaefer, che si trovava nella galleria De Cristoforis, il primo “passage” italiano, con annesso un laboratorio di legatoria.

Nella Milano capitale della editoria italiana, dove operano, tra gli altri, Treves, Ricordi e Sonzogno, Hoepli ha la capacità di ritagliarsi un originale spazio di mercato e di offrire una efficace risposta alle esigenze di informazione e di aggiornamento dei nuovi ceti artigianali e industriali. Sin dal 1872 Hoepli accosta alla vendita dei libri anche l’attività editoriale, pubblicando la Guida per le arti e i mestieri, che nel 1876 si trasforma nel periodico «L’Arte e l’industria». Ma saranno i celebri Manuali (traduzione dalla parola inglese handbook) a far decollare il marchio Hoepli. Si tratta di volumetti, rilegati e a basso costo, che costituiscono una sorta di enciclopedia delle conoscenze e pratiche applicative secondo un modello anglosassone che Hoepli importa con l’acquisto dei diritti di traduzione della serie Science primers for elementary school, dell’editore Macmillan. Il primo, del 1875, è Il Manuale del tintore, di Roberto Lepetit, mentre il titolo più famoso sarà Il Manuale dell’ingegnere di Giuseppe Colombo, uno dei protagonisti dell’industrializzazione lombarda.
Secondo la volontà del loro editore, i Manuali dovevano contenere: «gli elementi primissimi delle principali Scienze, allo scopo di ispirare alla gioventù ed alle persone di mezzana cultura quell’amore allo studio, che è il primo fondamento di una più completa istruzione». Il successo è prontamente assicurato, tanto che nel 1915 Hoepli arriverà ad avere oltre duemila titoli in catalogo. Gli argomenti toccano numerosi aspetti dello scibile umano con una inclinazione decisa verso la tecnica, le arti e i mestieri. Non mancano però temi curiosi come la parapsicologia, la grafologia (autore Cesare Lombroso), chiromanzia e tatuaggio, a riprova dell’apertura di Hoepli verso campi anche alieni dallo spirito “positivista” dell’epoca.

Nel 1913 il libraio arrivato dalla Svizzera riceve la Medaglia d’oro del Comune e la cittadinanza onoraria, come riconoscimento alla funzione di mecenate per la sua città d’adozione, a cui nel 1922 donerà la Biblioteca popolare “Ulrico Hoepli”. Ma Hoepli era anche un grande appassionato di astronomia, già da anni editava i lavori dell’Osservatorio Astronomico di Brera e nel 1929 aveva iniziato la pubblicazione delle opere del celebre astronomo Giovanni Virginio Schiaparelli. In estate, dalla torretta della sua casa in via XX Settembre (il celebre Villino Hoepli, realizzato fra il 1894 e il 1896 in stile Liberty ma purtroppo distrutto durante la Seconda guerra mondiale), l’editore-libraio si dilettava a scrutare il cielo con un piccolo telescopio. Fu questa passione a spingerlo a realizzare il Planetario, costoso macchinario che riproduceva la volta celeste e il moto degli astri. Lo regalò il 10 luglio 1929 alla città, per celebrare degnamente il sessantesimo anniversario del suo arrivo in Italia, con queste parole: «Alla generosa Milano, mia patria d’adozione, dono, con animo riconoscente, il Planetario». Il progetto fu affidato all’architetto Piero Portaluppi, vera e propria archistar dell’epoca. Ma a inaugurarlo, il 20 maggio 1930, arrivò da Roma nientemeno che Benito Mussolini.

Oltre che generoso mecenate Ulrico Hoepli, che non aveva figli, si dimostrò lungimirante. Per assicurare continuità alla sua impresa, pensò bene nel 1923 di istituire una società anonima tutta familiare, designando come direttori, e in seguito suoi successori, i nipoti Carlo Hoepli ed Erardo Aeschlimann, già impiegati a tempo pieno nell’azienda. Per sé riserverà però la carica di gerente responsabile, continuando sino alla morte (nel 1935, a 88 anni) a tenere saldamente le redini dell’impresa.

Premessa: questo non è un articolo, è un ricordo. E quindi sarà incompleto, ma per quello che ha fatto, per i tantissimi libri e premi letterari, i programmi televisivi e le comparsate in film, le campagne pubblicitarie e le interviste rilasciate c’è Wikipedia, e dal 20 dicembre dozzine di articoli usciti su tutti i giornali. Perciò, scusate l’incompletezza.

Ho conosciuto Andre G. Pinketts nel 1993.
Lui era già “il Pinketts”, io una giovanissima redattrice per Cosmopolitan.
Scriveva per il magazine articoli di costume e attualità, a modo suo.

Bionda, che ne dici di un pezzo su “Come reagiscono le donne davanti a un’esibizionista?”.
Io salgo su un tram, in impermeabile, poi a un tratto lo apro e sono nudo. E vi scrivo cosa mi dicono.

Non abbiamo mai saputo se l’avesse fatto davvero, ma bastava l’idea, e la sua scrittura.
Unica, paradossale, funambolica, in uno strano equilibrio tra Raymond Quenau e Giorgio Scerbanenco, il suo grande maestro. Noir e gioco linguistico, senso della trama e senso della frase, giusto per citare il titolo di un suo celebre romanzo.

Era bello Andrea, un Bruce Springsteen che al posto della bandana indossava cappelli a falde larghe e le cravatte più kitsch che siano mai state prodotte. E fumava il sigaro sempre, ovunque, anche dopo il divieto di fumo nei locali pubblici.

Vieni giovedì a Le Trottoir ho fondato la Scuola dei duri e parliamo di letteratura, ma anche di cazzate.

E ci andai. E lo trovai al tavolo con Fernanda Pivano che lo guardava con amore materno e fiducia. Lei, il mito, la donna che aveva portato in Italia la Beat Generation che taceva mentre questo ragazzone di poco più di trent’anni parlava con voce roca e vocali meneghine di Jack Kerouac, Ernest Hemingway, Edgar Lee Masters, Superman, Batman, Jack lo Squartatore e Franco Califano.

Era pop per vocazione e nel senso nobile: alto e basso, letteratura e canzonette, grande cinema e programmi tv s’incastravano nelle sue parole in una maniera unica e strepitosa.
Poteva parlare di qualsiasi cosa, Andrea, di Shakespeare e di Pupo, e sempre ti arriva addosso quel lampo, quel guizzo di genialità e stupore.
Un bambino talentuoso che guardava alla vita con occhi curiosi e attenti.

E ricordava tutto. Poteva non incontrarti per anni, bere litri di birra, essere in feste affollate attorniato da fan e ragazze semi-nude e ti salutava sempre, e ti riconosceva sempre.
E ti invitava nei suoi luoghi, e ti rispondeva al telefono.
Un cellulare di prima generazione.
Niente WhatsApp, niente email, niente social.
Analogico per scelta etica: parole, voce, sguardi, puzza di Toscano e pinte di birra. 
Era un uomo di mondo (del mondo, avrebbe specificato) un playboy, un grande bevitore, un nottambulo. Ma.

Ciao Ma’ ti volevo dire che stasera non torno a dormire.

Per tre anni ho avuto il numero di telefono di casa (si andava di fisso all’epoca) identico a quello della madre di Andrea, solo una cifra, un 9 suo, che diventava 6 per il mio.
E alla sera, la birra, gli amici, le ragazze… ci va un attimo che lo componi al contrario.
E lo componeva al contrario, con una regolarità che era diventata leggenda.
Se squilla il telefono dopo la mezzanotte, può essere solo il Pinketts.

Non sono la tua mamma, Andrea!
E chi sei allora?
Anna, Cosmpolitan
Ah sì, la bionda. E che ci fai a casa mia?

E nonostante gli avessi spiegato già la prima volta che non ero a casa sua, me lo domandava ogni volta. Lui, il fondatore della Scuola dei Duri, il ragazzaccio sempre con una birra in mano e un paio di pupe sottobraccio, alla sera se tardava o dormiva fuori, avvisava la mamma.

L’anno scorso l’ho chiamato per chiedergli di fare parte dell’antologia Lettere alla madre che stavo curando per Morellini Editore.
Non potevo non farlo dopo aver ricevuto telefonate per conto di sua madre per tre anni!
Mi convocò nella nuova sede de Le Trottoir, mi cantò con una voce bellissima e perfettamente intonata Ciao Mama del Quartetto Cetra e mi disse: «Ok, ci sto».
Prima di inviarmi la sua lettera mi telefonò per dirmi che avrebbe voluto che il testo integrale della canzone venisse impaginato a sinistra, a fronte con l’incipit della sua lettera.

Ti va bene? 
Certo Andrea 
Non vorrei che gli altri autori pensino che voglio fare il fenomeno con questa richiesta particolare.
Ma tu sei un fenomeno!
Cazzo, hai ragione!

Tre giorni dopo mi arrivò il testo, e mi telefonò alle undici di sera.

Leggilo bionda, e fammi sapere subito.

E io lessi in tempo reale e lo richiamai.
«Non credevo che avrei mai desiderato di avere un figlio come te», gli dissi.
E lui, serio, una voce improvvisamente bambina e nitida: «Ma ti è piaciuta?».
Sì, Andrea -adesso seria io- è meravigliosa.
Mi chiese di scrivergli un messaggio in cui apparisse evidente che la sua mamma veniva fuori bene dalla lettera. Non voleva fargliela leggere prima della pubblicazione, ma voleva rassicurarla.

Bellissima lettera! E bellissima “mama”, dalle tue parole traspare una donna meravigliosa e un passo avanti. Spiegato finalmente da dove arriva il talento del Pinketts. Grazie

Ovviamente mi richiamò, perché Andrea era una di quelle persona che quando ti chiedeva un favore poi ti ringraziava. E mi ringraziò, e mi disse che la sua mamma si era commossa.
Ma io prima di lei, quando avevo letto:

Per me una lettera alla mamma è composta da una lettera sola, A come amore, con una firma A come Andrea.

È stato con me la sera del mio compleanno e ha tenuto il discorso prima del taglio della torta come uno sposo di provincia, e ha declamato la sua dedica folle e improvvisata , scritta come sempre in stampatello. Ed è stato al mio fianco la sera della prima presentazione milanese di Lettere alla madre, e ha tenuto banco, incanto, fatto ridere e pensare. Come sempre.
E ha trovato il modo di esserci anche la sera della presentazione per BookCity, con un video feroce e spavaldo in cui ha ancora una volta ha dimostrato di essere un uomo generoso, coraggioso e profondamente onesto.

Spero che questo mio ricordo ti piaccia, Andrea.
A me è piaciuto tantissimo conoscerti.

 

 

 

 

 

«Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di essere perfettamente normali, e grazie tante».

È il 1997.

Harry Potter e la pietra filosofale esce in libreria. Ma niente dapprima sembra “muoversi”. Se non fosse per quel dettaglio, il sottotitolo del primo capitolo “Sopravvissuto”.

Che erode la superficie e promette l’impossibile.

Accadrà.

Di pagina in pagina, di volume in volume, sette romanzi, pubblicati nell’arco di dieci anni, tra il 1997 e il 2007, proiettano i milioni di lettori dentro la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, in Scozia, tra bacchette, draghi, incantesimi e faide, rabbie, invidie, colpi bassi, paure, menzogne molto umane.

Secondo solo al Maigret di Simenon, il ciclo di Harry Potter resta il più venduto, 450 milioni di copie, traduzione in 77 lingue, tra cui anche il greco antico.

Il merito?

Uno, indiscutibile: di aver superato, letteralmente per magia, il dissidio, il gap, la distanza ineliminabile tra il linguaggio delle madri e quello dei figli.

La fantasia mette tutti d’accordo.

Non sono fiabe (per bambini) né fantascienza (astrusa tranne che per qualche maschio adulto).

Questo è un ibrido, un nuovo genere, una nuova “incomprensione”. Che per il fatto stesso di sottrarsi alle categorie esplode nell’empireo della fama. Fa il botto.

E, sembra, senza un piano a tavolino.

Piuttosto, ecco il punto che intriga, a sentire la storia narrata nelle interviste dall’autrice, la cosa è venuta così, da sola, come corollario di un racconto fatto per raccontare e farsi coraggio da parte di quella mamma numero zero, la Rowling stessa.

E così proseguendo, a far la radiografia un po’ balzana della prosa che ha conquistato i bambini del mondo, si scopre insomma che, se il successo arride, beh, in gran parte è perché l’Harry occhialuto e imbranato ha sedotto innanzitutto le mamme.

Regola prima del marketing sin dagli albori: se conquisti chi guida il “carrello”, sei già in vetta al mondo.

E così è stato.

Sono trascorsi 21 anni.

I nostri figli sono cresciuti.

Adesso persino Harry Potter pare alta letteratura se confrontato con i dialoghi piatti di molte serie Netflix, ottimi prodotti, che strizzano l’occhio all’adolescente, giovane adulto o come lo si vuole chiamare, ma comunque infarcite di padri assenti, madri egocentriche, figlie strafatte, ragazzi disturbati, certificazioni di vari psy e soldi che ci sono, non ci sono, feste, abiti, sesso, droga, poco rock’n roll.

Insomma lì nessuno se li fila, mamme papà nonni. Domina semmai un onanismo di generazione asfittica che vuole affermare se stessa in quanto tale, facendo fuori, però, a tavolino le altre voci in campo, che, tra le pieghe narrative di serie fiction più o meno spinte, non hanno altro ruolo che di comparsate.

E come si fa a parlare?

Almeno con Harry Potter la Rowling ci aveva dato il guanto della sfida, e ci siamo buttati a pesce. Un poco come aveva fatto, quasi cent’anni prima, per la saga del Meraviglioso Mondo di Oz, di cui il creatore aveva dichiarato poi d’essere diventato letteralmente schiavo.

E come il Mondo di Oz, anche Hogwarts fa piazza pulita delle associazioni immediate con le nostre vite e ci libera dal più pesante dei carichi di cui sono portatori (insani…) i social network: similitudini, confronti, paragoni.

Respiro di sollievo.

Perché siamo stufi di conflitti. Di mediazioni, culturali o culinarie. Siamo esausti di tensioni, politiche, economiche, familiari. Siamo nauseati dalle scaramucce su ogni cavillo idiota, fossero pure gli abiti di Kate, le scarpe della Ferragni, le avventure d’una attempata Belén.

Siamo stufi di parole che non parlano. Con gli altri.

E se la Rowling, bontà sua, ha creato una specie di “mondo-Lego” della parola, almeno qualche ora, alla settimana, beh, ci buttiamo tutti, pancia a terra, sul tappeto, e cominciamo.

Allora, prima di deprimerci e attaccarci a un’altra delle infinite tiritere sulle responsabilità di una generazione – noi, di genitori – che hanno omesso qualcosa nel viziare i figli, nel renderli “mammoni”, e allora tanto vale attaccarsi al rubinetto dell’inchiostro innocuo (almeno in apparenza) e “strafarsi” dell’odio per zia Petunia, dell’arroganza di quel deficiente di Draco Malfoy che vanta un padre potente e un complesso d’inferiorità da far paura a Freud, della petulanteria (si può dire) di Ermione, che tanto di lì non si muove, saputella rompiscatole prima della classe, della bontà di Ron. Ovvero una banda ormai conclamata di brocchi, infelici mutanti tra infanzia e pre-adolescenza, adolescenza.

La stessa età a cui la mente riporta i nostri figli, anche se pretenderebbero ora d’avere facce da uomini e donne.

Su Hogwarts ci si era trovati, allora. E, anche ora, ci si ritrovano mamme e figli che stanno passando quell’età di mezzo che è complicata e astrusa ne Il signore degli anelli, lieve e “alla mano” nella Rowling. Per cui il male esiste sì, ma si vede. O ha comunque un’etichetta, tutto diventa più gestibile.

Non facile.

Ma gestibile.

Utopia rowliniana?

Non proprio. E se uno come Zerocalcare s’è preso la briga di farne un fumetto, beh, qualcosa di inconscio e collettivo c’è e ormai ci appartiene.

Ci siamo affezionati anche alla noia che a volte ci prende. Perché comunque, Bergson docet, la noia è già un legame con il mondo reale, la controprova della vera oggettività del tempo. E se è lastricato di romanzi miliardari come galline dalle uova d’oro che importa?

Silvia Andreoli


ho chi minhIl suo nome era… Nguyễn Sinh Cung (che in vietnamita significa “colui che è vittorioso”), non Cerutti Gino. Ma lo chiamavan Hồ Chí Minh, vale a dire  “Portatore di luce”, pseudonimo di battaglia del fondatore nel 1941 della Lega per l’Indipendenza del Vietnam, colonia francese.

Forse non tutti sanno però che qualche anno prima, anziché la luce della rivoluzione, portava i piatti in tavola agli avventori di una storica trattoria milanese. Il futuro presidente della Repubblica Democratica del Vietnam, che avrebbe guidato il Paese durante la Guerra del Vietnam fino al 1969, anno della sua morte, infatti, durante gli anni delle sue peregrinazioni in giro per il mondo nel 1933 capitò anche a Milano.

Le notizie storiche informano che il piccolo Nguyễn Sinh Sắc proveniva da una famiglia povera ma non indigente: il padre era un funzionario e uno studioso del confucianesimo, oltre che un anticolonialista. Nguyễn Tất Thành ricevette un’educazione occidentale e frequentò il liceo francese di Huế, ma quando il padre per le sue idee politiche fu espulso dalla pubblica amministrazione decise di partire in cerca di lavoro.

Il 5 giugno 1911 lasciò per la prima volta il Vietnam a bordo del piroscafo francese Amiral-Latouche Tréville, dove era stato assunto come aiuto-cuoco. Viaggiò in incognito sotto il nome Van Ba e sbarcò a Marsiglia. Durante la permanenza in Francia lavorò come addetto alle pulizie e cameriere, trascorrendo la maggior parte del tempo libero nelle biblioteche pubbliche.

Diventato nei due decenni successivi un rivoluzionario a tutti gli effetti, votato alla causa indipendentista, nel giugno del 1931 venne arrestato a Hong Kong dalla polizia britannica per attività sovversiva e la Francia ne chiese l’estradizione. Nel gennaio del 1933, liberato, riprese le sue missioni e per un certo periodo abitò proprio a Milano, in una caratteristica casa popolare di ringhiera tra viale Pasubio e via Maroncelli, a pochi metri da quella zona che stava cominciando a diventare la Chinatown meneghina.

Viveva al piano superiore dell’edificio e lavorava come cuoco (secondo altri come cameriere) in viale Pasubio 10, in quella che ancora oggi si chiama “Antica Trattoria della Pesa”,  al piano terra presso la signora Calatti, all’epoca proprietaria del ristorante. Eventualità del tutto plausibile, perché già nel 1915 a Londra all’hotel Carlton il futuro grande condottiero vietnamita era diventato chef pasticciere sotto la guida del famoso cuoco Auguste Escoffier.

Di  sicuro c’è che il locale conserva ancora all’interno un ritratto giovanile del futuro presidente vietnamita e che all’esterno c’è una lapide che recita: «Questa casa fu frequentata dal presidente Hồ Chí Minh durante le sue missioni internazionali negli anni ’30 a difesa delle libertà dei popoli. Nel centenario della nascita 1890-1990». Ricordo storico sancito in anni recenti dalla visita guidata che Silvio Berlusconi fece fare nel dicembre 2009 in viale Pasubio all’allora presidente vietnamita Nguyen Minh Triet.

“Zio” Hồ (Bác Hồ, come lo chiamano affettuosamente ancora oggi i nordvietnamiti), non rimase però molto a Milano tra i tavoli o ai fornelli della Pesa, visto che qualche anno dopo, nel 1938, lo ritroviamo in Cina consulente dell’armata comunista cinese di Mao Tse-Tung.

Il resto di lui è noto, dalla salma imbalsamata conservata nel mausoleo di Hanoi al nome dato in suo onore nel 1975 alla conquistata città di Saigon.

Manca solo un particolare: chissà se gli piacevano il risotto e la cotoletta alla milanese.

Marina Moioli

«Veramente mirabile pittore, scultore, teorico dell’arte, musico, scrittore, ingegnere meccanico, architetto, scenografo, maestro fonditore, esperto d’artiglieria, inventore, scienziato».

Così Giorgio Vasari ne Le vite elenca le abilità di Leonardo da Vinci, considerato l’archetipo del genio universale. Ma si è dimenticato di dire – forse per non sminuirlo –  che l’autore de “L’Ultima Cena” è stato anche gran maestro di cerimonia per feste e banchetti alla corte degli Sforza e che per tutta la vita ha nutrito una grande passione per la cucina.

Una passione coltivata fin da bambino, insieme alla grande curiosità per lo studio, il disegno, la progettazione e la sperimentazione. Leonardo era nato da una relazione illegittima della madre Caterina con il notaio Piero da Vinci. Lei poi aveva sposato un vecchio pasticcere in pensione, tale Piero del Vacca detto Accatabriga, che insegnò al piccolo genio in erba a preparare i dolciumi, tanto che crebbe creando modellini di strumenti fatti di marzapane.

Leggenda vuole che all’età dieci anni Leonardo fosse condotto a Firenze per entrare nella bottega del pittore Verrocchio dove, agli impegni di apprendistato artistici, pare affiancasse  l’attività di apprendista cuoco prima alla “Taverna delle tre lumache” vicino al Ponte Vecchio e  in seguito alla trattoria: “Le tre rane di Sandro e Leonardo”, aperta in società con Botticelli. Ma di questi esperimenti culinario-artistica non esistono prove.

Leonardo
Macchina per gli spaghetti – Codice Atlantico

Certo invece è che, approdato nel 1482 a Milano in cerca di fortuna, fu assunto da Ludovico il Moro anche per curare la “regìa” dei banchetti di corte. Ed è proprio frequentando le cucine del Castello Sforzesco che Leonardo pensò di applicare la tecnologia alla preparazione del cibo: inventò macchinari e arnesi per pelare, tritare e affettare gli ingredienti. Lo prova anche il fatto che nel Codex Atlanticus, tra appunti e disegni di meccanica, anatomia e geometria, fanno capolino disegni e progetti che sembrano aver ispirato vari arnesi per agevolare il lavoro dei cuochi: un macinapepe, un affettauova a vento, un girarrosto meccanico, persino l’antenato del cavatappi. Studiò perfino il sistema per tenere sempre calde le pietanze e mandare via i cattivi odori e il fumo dalle cucine.

C’è chi ritiene che Leonardo si sia preoccupato anche di insegnare ai suoi contemporanei un po’ di galateo. Le sue annotazioni sarebbero contenute in un fantomatico Codice Romanoff, ritrovato in Russia nel 1865, che riporterebbe oltre a una serie di ricette anche un codice di comportamento per i commensali. D’altronde fino ad allora (secondo alcuni appunti dello stesso Leonardo) era brutta abitudine dei signorotti di ripulire il coltello sugli abiti di chiunque sedesse loro accanto e ancora, di far legare dei conigli vivi sulla tavola in modo che gli invitati potessero pulirsi le mani sulle loro pellicce.

Anche quando Ludovico il Moro lo inviò al convento di Santa Maria delle Grazie per realizzare la sua celebre “Ultima Cena” a quanto pare non rinunciò alla sua grande passione gastronomica. Tanto che il priore, disperato, scrisse al Duca di Milano: «Mio signore, sono passati due anni da quando mi avete inviato il maestro Leonardo; in tutto questo tempo io e i miei frati abbiamo patito la fame, costretti a consumare le orrende cose che lui stesso cucina e che vorrebbe affrescare sulla tavola del Signore e dei suoi apostoli».

Menù disegnato da Leonardo
Menù disegnato da Leonardo

Genio fallito in cucina, Leonardo ebbe maggior fortuna come vignaiolo, non solo perché inventò un’inedita bevanda (l’Acquarosa, la cui ricetta è descritta al foglio 482 recto del Codice Atlantico, databile attorno al 1517), ma soprattutto come proprietario della vigna che Ludovico il Moro gli regalò nel 1499. Passata di mano in mano e praticamente scomparsa nel corso dei secoli, è stata miracolosamente e fortunosamente ripristinata nel 2015, in occasione di Expo, e ora lì cresce ancora il vitigno coltivato fin dal 1500: la Malvasia di Candia Aromatica.

 

Dopo ben trent’anni alla corte degli Sforza, Leonardo fu invece costretto a scappare in Francia, a Cloux, alla corte di Francesco I, anch’egli grande appassionato di cucina. Si narra che un giorno il re gli chiese di conoscere il contenuto di una scatola nera che l’inventore portava sempre con sé, ma lui si rifiutò. Quella scatola nera sarebbe stata il prototipo della “macchina per fare gli spaghetti”. Ecco spiegato perché quando morì, nel 1519, Leonardo lasciò metà del suo patrimonio alla fedele cuoca, insieme al “brevetto” di una serie di innovazioni come il cavatappi, l’affettatrice e il trita-aglio, chiamato ancora oggi dai cuochi “Il Leonardo”.

link

www.vignadileonardo.com

www.celebrandoleonardo.org

 

Marina Moioli

 

(Se Testori e Kureishi s’incontrassero in un bar d’angolo, là, appena fuori il centro)

 

Pagine che scorrono. Sotto i piedi. Le ruote di una bici. Di uno scooter. È questo stesso gesto che si fa, con le periferie, in fondo: le si attraversa.

 

Oltre la coltre di nebbia, di cemento, stagliata su quel cielo blu che solo Milano accorda agli occhi in certe giornate capricciose, giunge una risposta alla domanda perentoria: che cos’è la periferia?

 

Ghetto?

 

Opposto di centro?

 

Corpo estraneo?

 

Città nella città?

 

Eterotopia (secondo Foucault)?

 

Non-luogo (Marc Augé)?

 

Forse tutto, e il suo contrario.

 

Ma, al di là di ogni stigmatizzazione tecnica, la periferia è romanzo.

 

Giovanni Testori se ne innamorò.

 

Lo fece a quel modo tutto suo, di perlustrare avanti e indietro i luoghi attraverso occhi e arroganze dei personaggi. Il Ponte della Ghisolfa, la via Mac Mahon, Roserio, Villapizzone.

 

Siamo negli anni Cinquanta. La guerra è alle spalle. La città cresce, erutta persino, come una fabbrica produce, si moltiplica per partenogenesi, si proietta verso una chimera che non sa neppure immaginare.

 

In periferia la geografia la scrive un’umanità variegata, differente, che della megalomania del centro riceve qualche eco, la polvere s’insinua sotterranea, lavora nel buio, in silenzio, e intanto segna quella specie di doppia anima che Milano si porta ancora addosso: centro e periferia.

 

Ricchezza e povertà? Innovazione e tradizione? Cultura e buonsenso?

 

Niente è davvero così semplice.

 

Colpevole, anzi, semplificare.

 

Lo urla Giovanni Testori, urla e dipinge, mentre le sue creature s’insediano nelle pagine e hanno la periferia come scenario, hanno la periferia nella pelle, nei gesti, nella rabbia, nella fame, ma anche in quella spavalderia che regalano l’età e la strafottenza di giocare il tutto per tutto, non avere nulla da perdere.

 

Ne esce un affresco nuovo, intrigante, e irresistibile.

 

Ma alcuni gridano allo scandalo.

 

È il 1960.

 

L’Arialda, testo teatrale, va alla gogna. Citazione in giudizio per l’autore e il suo editore. Sospeso lo spettacolo (nella messa in scena della Stoppa-Morelli), ritirato il libro.

 

Oscena, l’additano. Parla di omosessualità. Intrighi e malaffare di sentimenti nella periferia confusa.

 

Testori ne è persino ossessionato, da questa periferia dov’è nato. È sincera, dunque disarmante. Qui, d’un tratto, esplode. E ne emerge una sfaccettatura tanto più grande quanto maggiore è stata la spinta a nascondere.

 

E ora?

 

A guardarla nella sua attuale forma, che direbbe mai Testori di questa periferia che si sposta, si accentra, evolve, si chiude, scompare, ritorna, mutata e a volte identica?

 

Qualche anno fa una ricerca per “addetti ai lavori”, coordinato dall’Università Cattolica di Milano, decise di fotografare cinque aree della periferia milanese.

 

Il risultato, raccolto in un volume dal titolo intrigante Quartieri in bilico, si proponeva di fissare, con la marginale approssimazione connaturata a ogni indagine che tasti il polso delle realtà in fieri, lo stato dell’arte di quelle zone di Milano di cui ora parlano tutti, nei programmi politici, ma che rimanevano relegate, fino a un lustro fa (la pubblicazione è del 2009), al ruolo di laboratorio en plein air per sociologi professionisti.

 

Sei le aree osservate.

 

Bovisa, Lambrate, Corvetto-Rogoredo, Molise Calvairate, stazione Centrale e Villapizzone sono i loro nomi. Forse persino : il loro titolo.

 

Sì, perché oggi queste strade, e case, marciapiedi, fabbriche dismesse, recuperate o abbandonate, tratti di ferrovie che le attraversano, botteghe, insegne, bar, suoni, voci, idiomi, tornano a essere un nuovo grande, immenso affresco vivente. Che non parla più la lingua inventata da Testori da un incrocio di dialetto lombardo con francese e inglese.

 

Sono altri gli accenti, le fusioni.

 

Ma il risultato rimane intenso, e la periferia si conferma affine alla più grande invenzione ottocentesca, il romanzo.

 

 

Là dove s’incrociano flussi di vite, passaggi di attese, e desideri, mischiate a contraddizioni, ansie di rivalsa e spazi di una tradizione antica, di una lotta ormai sepolta, lì si producono storie.

 

Le storie che poi, intrecciandosi, e sedimentando in silenzio, come fanno i graffiti sui muri, mostreranno d’essere la sola vera grande cultura quotidiana di un pezzo di Storia.

 

“Vengo dalla periferia a sud di Londra”, afferma Karim Amir, protagonista de Il budda delle periferie” di Hanif Kureishi, romanzo culto degli anni Novanta dello scorso secolo, “ e sto andando da qualche parte”.

 

Un caso, quando esce. Per la forza con cui racconta la periferia londinese, zona sud, una periferia che è esclusione, distanza dal centro. Geografica, certo, ma anche di condizione esistenziale, quella separatezza che ci si porta dentro, quando si è immigrati, e immigrati di seconda generazione.

 

Così, dunque, se Testori dalla periferia non si muove, – è sua l’affermazione:

Quando ho detto che sono nato nel 1923, a Novate, cioè a dire alla periferia di Milano, dove da allora ho sempre vissuto e dove spero di poter vivere sino alla fine, ho detto tutto”-

Kureishi lo fa, eccome.

“Sono convinto che mi fece bene in quel momento ricordare quanto odiassi la periferia e quanto fosse importante continuare il viaggio verso Londra e verso una vita nuova se volevo essere sicuro di non trovarmi più in mezzo a gente come questa, in posti come questo”.

 

Per Karim, il protagonista, allora, il luogo, la periferia, s’afferma per negazione: è un luogo da lasciare (per poi rimpiangerlo, come una sorta di spazio d’innocenza, e indecenza, perdute). Così per algebra incomprensibile, proprio togliendone la presenza, affiorano ricordi e consapevolezza.

 

E di questo uomini e città hanno comunque bisogno.

Per saperne di più: http://www.associazionetestori.it/

Silvia Andreoli

Ettore ContiNon è parente del ben più famoso Carlo (deus ex machina del Festival di Sanremo). E non ha nulla a che vedere neppure con il simpatico Febo (noto solo agli ex bambini degli anni ’60 che guardavano in tv il mitico quiz Chissà chi lo sa). In più Milano, che pure gli deve moltissimo, non gli ha mai dedicato nemmeno una strada di periferia. E c’è pure da scommettere che la maggior parte degli allievi dell’istituto tecnico che porta il suo nome non si è mai posto il problema di sapere chi fosse l’ignoto personaggio. Uno dei tanti milanesi, un tempo illustri, oggi ingiustamente dimenticati.

 

Eppure quella di Ettore Conti, conte di Verampio nonché ingegnere, politico, imprenditore e dirigente d’azienda italiano è stata una vita da romanzo, degna di diventare la sceneggiatura di un film o perlomeno di una fiction. Non solo perché è vissuto più di cent’anni (dal 1871 al 1972), ma anche perché, nato figlio di un modesto tappezziere e fabbricante di mobili, è stato il primo vero magnate dell’industria elettrica italiana.

 

Forte del motto “Agere, non loqui” (Fare e non parlare), con le sue imprese, nel primo Novecento, Conti costruì molte centrali idroelettriche nelle valli alpine, quasi tutte su progetto dell’architetto Piero Portaluppi (che ne sposò la nipote, Lia Baglia, adottata ex sorore), diventando uno dei più importanti industriali del Ventennio fascista. Primo presidente di Agip e presidente di Confindustria, incaricato di missioni economiche all’estero, presidente per quindici anni della Banca Commerciale, fu anche uno dei rari italiani che tenne testa a Mussolini.

 

La sua scalata sociale comincia nel 1894 quando, appena laureato in Ingegneria civile al Politecnico, fonda insieme a Carlo Clerici la “Clerici e Conti”, una società in accomandita per la distribuzione dell’energia elettrica a Milano (la sede era in via Principe Umberto, oggi via Turati) che viene subito acquistata dalla Edison per 81.000 lire. Nel febbraio 1895 entra nella direzione tecnico-amministrativa della Edison. Ambizioso, brillante, consapevole delle proprie capacità e del valore delle proprie intuizioni, energico, dotato di eccellenti qualità manageriali, non ci rimase a lungo, anche se lì, come riconosceva, apprese «molte virtù borghesi».

 

Disegnando una pianta industriale di Milano «con la indicazione di tutti gli opifici che avranno interesse a sostituire il motore elettrico al vapore o al gas» e iniziando le trattative con i potenziali clienti, Ettore Conti si era conto delle enormi e inesplorate possibilità del settore. Clienti principali delle officine elettriche erano ancora solamente «i teatri, caffè, grandi magazzini di lusso ed appartamenti di persone facoltose, o almeno dei ceto medio», quanti cioè preferivano la comodità e sicurezza dell’illuminazione elettrica al minor costo dei gas.

 

Veniva però trascurata secondo lui «tutta la numerosissima clientela degli impianti privati di piccola entità, le piccole botteghe aperte fino a tardi, i cui padroni inoltre vivono spesso superiormente alla bottega stessa, accrescendo la possibilità di un lungo orario», scrive. Per questo con altri soci fonda alcune società, con cui costruisce una centrale elettrica dopo l’altra, dalla val d’Ossola all’Adamello.

 

Ettore Conti davanti alla Centrale di Verampio

Nel 1919 Ettore Conti viene eletto Senatore del Regno (con 102 voti favorevoli e 8 contrari) ma deve aspettare altri vent’anni, fino al 9 maggio 1939, per diventare nobile con il titolo di “conte di Verampio” (dal nome della località dove sorge la centrale costruita nel 1915 alla confluenza dei fiumi Toce e Devero). Sullo stemma, dedicato al suo santo patrono San Giorgio (era nato il 24 aprile) figurano anche la “razza” viscontea (il sole raggiante) e una scacchiera.

 

Il resto è una vita piena di grandi successi. Economici e diplomatici. Come nel 1922, quando su incarico del presidente del Consiglio Luigi Facta, negozia un accordo commerciale con i Sovietici alla Conferenza internazionale economica di Genova. E di coraggiose prese di posizione politiche. Come il suo discorso in Senato nel 1927 sulla rivalutazione della lira (anche se l’unico quotidiano che riportò il testo del suo intervento fu «La Stampa», che venne per questo sequestrata).

 

Una tessera della manovra con cui nella tarda primavera del 1927 si cercava da più parti di indurre Mussolini a non rivalutare a oltranza la lira (la famosa “Quota 90”), usando come argomentazione efficace il pericolo di compromettere irreparabilmente il pareggio del bilancio di cui il fascismo si vantava. Ma evidentemente Conti seppe giocare bene le sue carte, se nel decennio successivo viaggiò in tutto il mondo in missione ufficiale fino all’ultima nel 1938 ufficiale (che gli vale la nomina a ministro plenipotenziario): le trattative con il Giappone e il Manciukuò per accordi economici.

 

Fu Giovanni Malagodi a suggerire a Ettore Conti di modificare un progetto concepito nell’estate 1939 (rievocare le fasi iniziali dello sviluppo industriale italiano) in un racconto autobiografico (pubblicato nel 1946 da Garzanti con il titolo Dal taccuino di un borghese) che lo impegnerà durante tutta la guerra, e a cui forse contribuì il nipote e figlio adottivo, lo scrittore Piero Gadda Conti.

 

Epurato dopo la Liberazione per i suoi trascorsi sotto il Fascismo, Conti viene in seguito riabilitato e nominato nel 1955 Grande Ufficiale al merito della Repubblica. Muore il 13 dicembre 1972. È sepolto assieme alla moglie Gianna Casati nella quarta cappella a sinistra di Santa Maria delle Grazie, la basilica di cui per due volte, prima e dopo la guerra, finanziò i restauri.

 

Casa Atellani

Tutto questo e molto di più sulla straordinaria figura di questo imprenditore milanese lo si scopre visitando la Casa degli Atellani (o Della Tela, famiglia di cortigiani e diplomatici al servizio nel XV secolo dei duchi di Milano, di Ludovico il Moro e degli Sforza) in corso Magenta 65-67, acquistata da Conti nel maggio 1919 per farne la propria abitazione  (nonostante le resistenze di sua moglie che pare avesse esclamato: «Non vorrai che noi si venga ad abitare in questa topaia!») e restaurata dal genero Piero Portaluppi tra il 1922 e il ’23.

 

Allora si trattava di due case vicine e separate: una nel luogo dello scomparso numero civico 67; l’altra, probabilmente già ricostruita nel primo Cinquecento, nel luogo dell’attuale ingresso al numero civico 65. Portaluppi abbatte il muro che le separava e s’inventa una casa sola, unendo le due corti preesistenti grazie a un nuovo atrio porticato, sotto il quale prevede l’ingresso all’appartamento padronale.

 

La pianta del nuovo edificio viene riequilibrata intorno a un inedito asse prospettico che si spinge fino al giardino interno, dove nel 2015, in occasione di Expo, è stata riportata alla luce la Vigna di Leonardo da Vinci, che abitò proprio qui negli anni in cui dipingeva il Cenacolo per i frati domenicani di Santa Maria delle Grazie, praticamente di fronte al portone di casa. Corsi e ricorsi curiosi della storia di Milano, città plasmata grazie anche all’irrequietezza fattiva di persone come Ettore Conti, fedeli nei secoli al motto “Agere, non loqui”.

LINK

www.storiadimilano.it/repertori/ettoreconti/cronettoreconti.htm

www.vignadileonardo.com

 

Marina Moioli