Cosa ci si può aspettare da una dichiarazione d’amore che avviene davanti a una tomba? Ambiente quantomeno insolito e terribilmente “romantico”, ma che di per sé non sembra di buon auspicio, e nei fatti che accadranno ai protagonisti di questa storia, non lo sarà per nulla.

Il 26 giugno 1814 il cimitero di  St. Pancras, a Londra, diviene testimone muto di uno degli amori e delle avventure intellettuali più anticonvenzionali e rivoluzionarie d’inizio Ottocento.

La tomba è quella di Mary Wollstonecraft, intellettuale, scrittrice e femminista, morta il 30 agosto 1797 dando alla luce una bambina che prenderà il suo nome, figlia nata dal legame con  William Godwin, il più famoso filosofo radicale (e romanziere) dell’epoca.

Lì, proprio davanti al suo sepolcro, Percy Bysshe Shelley, rampollo ventiduenne di una nobile famiglia inglese e poeta, che ha già alle spalle alcune pubblicazioni in prosa e in poesia e una serie di comportamenti scandalosi sia nella sfera religiosa che in quella privata, trova il coraggio di aprire il suo cuore a Mary  Wollstonecraft  Godwin, nonostante sia sposato con Harriet Westbrook, dalla quale ha già avuto due figli.

Un amore prepotente, forte non solo di passione ma anche e soprattutto di comuni interessi, un amore nato tra le conversazioni e gli scambi di letture che avvenivano nel salotto di casa Godwin.

Un amore che conduce la coppia clandestina, dopo un solo mese, a decidere l’irreparabile: Percy e Mary fuggiranno infatti da Londra il 28 luglio 1814 insieme a Jane, sorellastra di Mary, figlia della seconda moglie di Godwin, Mary Jane Clairemont. Si dirigono a Calais e di lì in Francia, poi in Svizzera, Germania, Olanda. I due tengono un “diario di bordo”: scrivono, alternandosi, un Giornale
Dopo due decenni di guerre devastanti, le frontiere sono riaperte al flusso dei viaggiatori, che trovano scenari spaventosi e situazioni di estremo disagio.  In Francia, da poco messa a ferro e fuoco dalle truppe cosacche che inseguono le armate napoleoniche in ritirata, i tre giovani fuggiaschi s’imbattono in problemi d’ogni tipo: poco e pessimo cibo, luridi e scomodi alloggi, popolazioni abbruttite dalla guerra, scarsi mezzi finanziari, fatica (viaggiano a piedi, a dorso di mulo, a cavallo, in barca, noleggiano una voiture con un vetturino che però spesso li abbandona impaurito dalla guerra costringendoli a cercarlo e a inseguirlo a piedi). Alla fine dell’estate il terzetto  ritorna in Inghilterra. Mary inizia a scrivere Hate (Odio), un’opera rimasta ancor oggi ignota. La situazione finanziaria di Shelley precipita; è costretto alla clandestinità per evitare la prigione. Verrà più tardi giudicato dal tribunale per amoralità e ateismo. Seguono mesi di miseria e la separazione da Harriet. Per sollevare le precarie condizioni economiche in cui vivono, Mary e Percy pubblicano un libro scritto a quattro mani, Storia di un viaggio di sei settimane, basato sulla loro fuga del 1814 in Francia, Svizzera, Germania e Olanda.

Nel novembre si unisce alla compagnia Tomas Jefferson Hogg, compagno di università di Shelley, espulso insieme a lui da Oxford in seguito alla pubblicazione, da parte di Shelley, del pamphlet Necessità dell’ateismo. Hogg si innamora di Mary e nasce una sorta di ménage à trois, una prova della “romantica” affinità che unisce i tre amici spiritualmente. Il 22 febbraio 1815 nasce la prima figlia di Mary e Percy. Hogg assiste Mary la notte del parto e rimane con lei anche il giorno dopo. Alla morte del nonno di Shelley, che lascia una cospicua eredità, la coppia si libera dalla miseria in cui viveva, tuttavia il sollievo per l’insperata tranquillità economica viene presto distrutto da un nuovo lutto che funesterà l’intera vita di Mary: il 6 marzo 1815 trova la bambina morta, al mattino, nella sua culla. Nel corso degli anni a venire altri tre figli della coppia moriranno in età infantile, soltanto uno, Percy Florence, nato nel novembre 1819, sopravviverà alla madre. La sorellastra di Mary, che ora si fa chiamare Claire, inizia una relazione con Lord Gorge Gordon Byron che si è nel frattempo stabilito in Svizzera, dove si trasferiscono anche Mary, Claire e Percy, a Mont Alègre, vicino a Ginevra. Qui, a metà giugno 1815, iniziano le letture dei racconti di fantasmi e le discussioni sui “Principi Vitali”, che porteranno alla composizione di Frankenstein.

Nel 1816, l’anno che non conobbe estate per le conseguenze climatiche dovute all’eruzione del vulcano Tambora nell’isola indonesiana di Sunbawa, una terribile sequenza di lutti funesta la vita del gruppo: in ottobre Frances detta Fanny, sorellastra di Mary (prima figlia di Mary Wollstonecraft e dello scrittore americano Gilbert Imlay, nata nel 1794) si toglie la vita con una dose di laudano, probabilmente perché anch’essa innamorata di Shelley e gelosa di Mary; in dicembre giunge la notizia della drammatica morte di Harriet, che si è uccisa gettandosi nel laghetto Serpentine di Hyde Park (incinta di un altro uomo, lasciando due bambini).

Sarà a Frankenstein, pubblicato nel marzo del 1818, opera prima anonima con una prefazione di Shelley, a cui Mary affida il suo carico di morte: in essa sfoga, e insieme distanzia, il proprio “indicibile dolore”, dolore che impregnerà anche il romanzo breve Mathilda, a cui lavorò nel 1819, sostanzialmente una biografia romanzata. I tre personaggi sono Mathilda (Mary), il Padre (Godwin) e il Poeta (Shelley). È la storia dell’impossibile e colpevole desiderio del padre, ovvero di un desiderio di incesto. La scrittura è ancora attività riparatrice, di rammemorazione e risarcimento. Sfogo, ma soprattutto distacco. Si ripete per Mathilda la stessa situazione della fiaba Pelle d’asino in cui un re vuole sposare la bella principessa sua figlia, poiché ha perduto la moglie al momento della sua nascita. Nel romanzo di Mary Shelley, però manca l’happy end.

Sempre nel marzo 1818 la coppia riprende il suo girovagare, arriva a Calais insieme alla sorellastra di Mary, Jane, che ora si fa chiamare Claire Clairemont; nel settembre i tre arrivano a Venezia, dove muore la figlia Clara, di appena un anno, in conseguenza – almeno nei rimorsi di Mary – dei disagi dovuti al disastroso viaggio imposto da Claire per raggiungere Byron nella città lagunare. Il viaggio continua e a Roma, nel giugno del 1819 muore anche il figlio William, di tre anni, di malaria, mentre Mary è di nuovo incinta di Percy Florence. Nel giugno 1820 sono a Livorno, poi a Bagni di Pisa. In Toscana faranno nuovi incontri: Emilia Viviani, per la quale Shelley nutrirà una passione platonica, Jane e Edward Williams, una coppia di espatriati che si uniscono al circolo pisano degli Shelley. Percy si invaghisce perdutamente di Jane. L’anno seguente avverrà l’epilogo, la tragica conclusione di tanti eventi tragici e luttuosi: nell’aprile 1822 Allegra, la figlia di Claire e di Byron, muore di tifo. Mary, che è di nuovo incinta, ne è profondamente sconvolta, e subirà un aborto spontaneo.

Ma è l’estate che riserva il destino più atroce: gli Shelley sono a Lerici con gli amici Williams. Il 1° luglio Percy ed Edward salpano verso Livorno con la loro barca a vela (Ariel) per incontrare l’amico Hunt. Faranno naufragio e non arriveranno mai a destinazione, il 18 luglio  i loro corpi vengono restituiti dal mare sulla spiaggia di Viareggio. Mary si ritrova sola, vedova, a soli 25 anni. Due anni dopo morirà anche Byron, in Grecia dove si è recato per partecipare all’insurrezione greca contro i Turchi. Non partecipò a fatti d’arme, morì di febbre reumatica o di meningite. Mary scrive: “Sono nella stessa situazione di una persona anziana: tutti i miei amici sono morti”, una condizione che porterà alla scrittura del romanzo The last man che narra di un’epidemia che si diffonde su tutto il globo terrestre e l’umanità soccombe. Sopravvivere per Mary è il destino più atroce, destino che è stato del resto il suo fin dalla nascita, nascita che non divenne, come i genitori si aspettavano, “the offspring of love”; la sua venuta al mondo coincise, invece, con una tragedia: la morte della madre, colpita da febbre puerperale. Evento che rese la vita della piccola Mary “più romantica d’ogni possibile romanzo” come ebbe a dire lei stessa, e che la condizionò fortemente. Mary dovrà infatti, per tutta la sua esistenza, fare i conti con il terribile presagio di quella morte iniziale che segnò ogni suo possibile sviluppo e di conseguenza, la sua opera letteraria. Frankenstein è giocato, per una gran parte, attorno alla metafora ossessiva della sua nascita (la vita che sfocia nella morte e la morte che dà la vita) e questo stesso tema è sotteso anche nelle altre sue opere. In Frankenstein si tratta dell’ossessione della nascita del mostro, in Mathilda dell’ossessione della morte della madre e dell’incesto da parte del padre e in The last men dell’ossessione dell’estinzione catastrofica di tutto il genere umano.

Tutti sono morti intorno a lei, a volte le sembra di avanzare, colpevole, in un deserto, come appunto accade all’ultimo uomo, palese ritratto di Shelley, del suo ultimo romanzo.