Ci sono libri che non si capiscono mai, per questo ogni tot di tempo ci devi ritornare.
Cuore di tenebra, di Joseph Conrad è uno di questi: lo leggi, lo ami, ti segna più di un tatuaggio, ma se poi qualcuno ti chiede: “Di che cosa parla?” non sai rispondere.
Cominci a biascicare cose tipo che è una storia di avventura in cui Marlow, un vecchio lupo di mare ridiscende il fiume Congo per raggiungere Mister Kurtz, l’agente di prima classe della Compagnia che ha conquistato troppo potere e adesso controlla il traffico dell’avorio nel continente nero.
Poi t’inerpichi su interpretazioni più alte: è la più grande metafora del Colonialismo, talmente forte e universale da tornare utile in qualsiasi momento storico in cui si manifesta, come nella guerra del Vietnam, per esempio. E citi Marlon Brando in Apocalypse Now.
Ci aggiungi che è un viaggio nei meandri dell’essere umano, e alla fine t’impantani e concludi dicendo: “Devi leggerlo, è un capolavoro!”.

Ed è vero ma il perché ti sfugge. Ti resta però il turbamento di una lettura indimenticabile.
Perché quello che Conrad ha fatto, scrivendo in una lingua non sua (era polacco e imparò l’inglese a vent’anni) è altro: ha toccato un punto cieco del nostro essere. E l’ha nascosto in fondo al protagonista silente, Mr Kurtz, colui che muove la storia senza fare nulla, semplicemente essendo.
E ti ci lascia avvicinare, ma essendo un punto cieco non lo vedrai mai nitidamente, perché altrimenti avrebbe un nome e una voce tutta sua nel vocabolario.

Ma chi è Kurtz?
“Un uomo davvero notevole”.
“Un prodigio”.
“Un emissario della pietà e della scienza e del progresso e sa il diavolo che altro”.
“Un genio universale”.

Così viene presentato a Marlow. Ma per lui che deve andare a recuperarlo e riportarlo in patria è solo un nome. Una parola che si nasconde alla fine di un fiume “grande e possente, simile a immenso rettile con la testa nel mare”. Immobile, apparentemente, in realtà feroce e vendicativo come la sua “verità interna” che si nasconde sempre, per fortuna, sotto i piccoli incidenti quotidiani, che lungo un fiume sono banchi di sabbia sommersi, subdoli tronchi d’albero, battelli affogati.

Quando Conrad compie il viaggio in Africa che ispirerà questo romanzo (1886), Sigmund Freud è un giovane professore universitario e l’invenzione della psicoanalisi deve attendere ancora dieci anni. Usciranno lo stesso anno L’interpretazione dei sogni e Cuore di tenebra, nel simbolico 1899, quando si chiude l’epoca di tutte le certezze e si apre il dolorante e frammentato, e a breve, folle Novecento.

Joseph Conrad era un uomo di mare, trascorse trentasette anni a bordo di imbarcazioni della Marina Inglese, conosceva bene l’India, l’estremo oriente e l’Africa nera, e la solitudine. E la violenza.
Ma l’inconscio non era certo una sua priorità, e neanche una delle parole più utilizzate a bordo. Eppure, quel fiume che si snoda nel cuore del continente nero è una delle più azzeccate metafore per indicare quello che Freud racconterà da quel momento in poi.
Anzi, di più.
Alla seconda e poi alla terza o quarta rilettura di Cuore di tenebra ci si accorge che è un’intuizione ancora più potente, perché non solo anticipa le avvincenti teorie della psicoanalisi, ma le supera, con quello scarto che solo la letteratura può.

“Risalire quel fiume era come viaggiare indietro nel tempo sino ai più lontani albori del mondo (…) perdevi l’orientamento come in un deserto e incappavi giornate intere nei bassifondi, alla ricerca di un canale, finché non arrivavi a crederti stregato e tagliato fuori da tutto ciò che un tempo avevi conosciuto  (…) questa immobilità non assomigliava per niente alla pace. Era l’immobilità di una forza spietata che stava rimuginando un impenetrabile progetto. Ti guardava con aria vendicativa.”

È il fiume il primo luogo di tenebra ed è il suo movimento lento il pericolo, molto più della sua profondità accessibile a tutti. È la vita che da lì nasce a contenere il seme dell’impurità.
Quella che rumoreggia attorno, quella prima forma incarnata dai selvaggi appare all’uomo bianco “inumana” e “spaventosa” con le sue smorfie orribili, i suoi suoni incomprensibili e scomposti che possono essere allo stesso tempo riti festosi e dichiarazioni di guerra, bene e male. Eppure…

“La mente dell’uomo è capace di tutto – perché contiene tutto, il passato come il futuro. Cosa c’era lì in fin dei conti? Gioia, paura, dolore, devozione, valore, collera -chi può dirlo? – ma anche verità, verità spogliata dal tempo”.

Questo è l’uomo, secondo Conrad: colui che sa “affrontare questa verità con la sua vera essenza, con la sua forza innata”. L’agente di prima classe (e poi il colonnello dell’esercito americano in Vietnam) guarda alla vita per quello che è, e vede l’essenza della verità, e la verità del suo mondo è la violenza di chi sfrutta, aggredisce, prevarica. E l’essenza di questa verità è il Male, scomposto, distorto al punto tale da poter eleggere a rito la morte, a decorazione le teste impalate dei nemici.
Kurtz rintraccia schegge di assoluta bellezza in ciò che alla morale fa ribrezzo.
Kurtz forse ha bisogno di vedere bellezza anche là dove non ce n’è più traccia, deve per sopravvivere.
Kurtz è “vuoto” ci dice Marlow.
Kurtz muore pronunciando due volte la stessa parola: The Horror! the horror!
E questo è Kurtz, l’uomo notevole, il genio universale.
Conrad non ci spiega per cosa stia quella parola, se per lampo di consapevolezza, rigurgito morale, presa d’atto di sé o semplice esclamazione, constatazione.

Thomas Stearnes Eliot proverà venticinque anni dopo la pubblicazione di Cuore di Tenebra a spiegarci chi è Kurtz nella poesia The Hollow Men (Gli uomini vuoti), scritta durante uno dei suoi tanti soggiorni in cliniche psichiatriche. Gliela intitolerà in uno dei due eserghi, si accomunerà a lui (o forse quel siamo riguarda anche noi?) e scriverà un altro capolavoro della letteratura del Novecento.
Un altro testo da leggere e rileggere ogni tot di tempo, con la certezza, stupefacente ogni volta, che non capiremo mai di cosa parli. E questa è senza dubbio una fortuna.

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Appoggiati l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimé!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra i vetri infranti
Nella nostra arida cantina
Volume senza forma, ombre senza colore,
Forza paralizzata, gesto senza movimento
Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati.
È questo il modo in cui il mondo finisce
È questo il modo in cui il mondo finisce
È questo il modo in cui il mondo finisce
Non già con uno schianto ma con un gemito.

(traduzione di Francesca Romana Palumbo)

Il 2017 è un anno kennediano. In maggio, precisamente il 29, ricorrono infatti i cento anni dalla nascita di JFK, il 35° presidente degli Stati Uniti d’America assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963. Un giorno storico per il mondo ma anche il giorno più terribile nella vita di Jacqueline Lee Bouvier, detta Jackie. Seduta nella limousine presidenziale (una Lincoln Continental decappottabile del 1961), vide John Fitzgerald caderle addosso e – così si tramanda – gridò: «Oh, mio Dio! Hanno sparato a mio marito! Ti amo Jack». Dell’istante che le ha cambiato la vita restano immagini indimenticabili di lei al fianco del marito colpito dai cecchini, con quel tailleur Chanel di lana rosa macchiato di sangue e materia cerebrale che volle continuare a vestire «perché vedano ciò che hanno fatto a Jack».

 

Erano passati esattamente dieci anni dal giorno del loro favoloso matrimonio, celebrato il 12 settembre del 1953 a Newport, Rhode Island, davanti a più di mille invitati. Ma il loro fu un rapporto fin dall’inizio pieno di amori e tradimenti, complicità e tragedie. Qualche anno dopo, Jackie dirà: «Sposando John sapevo che avrei conosciuto delusione e disperazione, ma decisi che sarebbe valso il dolore di viverle».

 

Pensando a lei, tutti rivedono la first lady impeccabile, l’icona di bon-ton e mondanità, la donna che piaceva al popolo e ai potenti. Ma lei, Jaqueline, fu anche qualcosa, qualcuno, di diverso: fu l’amante occasionale di molti uomini (fra cui John Warnecke, l’architetto che progettò la tomba di suo marito), prima di risposarsi, nel 1968, con l’armatore greco Aristotele Onassis detto Ari.  E fu l’assidua frequentatrice dei night più esclusivi di Manhattan. Forse nel tentativo di elaborare il lutto. E di ricominciare. Nascondendo la fragilità dietro agli abiti che ne fecero una star, un mito, un modello da seguire.

 

A svelare alcuni dei lati oscuri di Jackie è stato il libro La biografia mai raccontata di Barbara Leaming che per prima ha parlato della strenua lotta contro la patologia psichica che la tormentò per i successivi trentun anni di vita: il Disturbo Post-Traumatico da Stress. Uno shock profondo che finì per trasformarla da simbolo femminile positivo a personaggio scomodo. Vi si intrecciano rivelazioni, aneddoti, ma anche dettagli della morte di Kennedy (Jackie che bacia le dita, la bocca del marito morto, gli sfila la fede insanguinata, cerca di indossarla ma è troppo grande per lei). Il lutto, la solitudine, il ritorno in pubblico e alla vita mondana, le compagnie improbabili e poi i tanti, tantissimi uomini.

 

Nella lista, secondo un’altra biografia (A Life Beyond Her Wildest Dreams, scritta da Darwin Porter e Danforth Prince) ci sarebbero i nomi di Warren Beatty, Peter Lawford, Paul Newman, Gregory Peck, Frank Sinatra, William Holden e Marlon Brando. Che Jackie ebbe una relazione con il cognato Bob era risaputo, ma il libro fa anche il nome dell’altro cognato, Ted. Che avrebbe rivelato: «Sapevo che Jackie frequentava anche Bobby, ma questo non mi ha fermato. Mi sono innamorato di lei dal momento che l’ho vista». Meno romantico il ricordo attribuito a Marlon Brando: «Io le preparai le omelette, lei spense le luci, ballammo un lento, Jackie fece pressione con le cosce e finimmo sul divano. Aspettava che le chiedessi di andare a letto insieme, alla fine me lo ha chiesto lei». William Holden rivelò perfino di averle insegnato a fare sesso orale: «Suo marito non insisteva a chiederlo, così le ho detto io come fare».

 

Jacqueline Kennedy, insomma, era una donna, non una santa. Nel 1963 ha 34 anni, un passato da incubo e un futuro tutto da inventare. E quando nel 1968 uccidono anche Bob, è terrorizzata. Decide di risposarsi e sceglie Aristotele Onassis. Un vecchio avventuriero con un passato di rubacuori. È legato a Maria Callas, che viene messa alla porta senza tante cerimonie e ne morirà. Lui dichiara di voler sposare la regina Elisabetta, ma «visto che non posso, mi prendo almeno Jackie Kennedy». E così sarà. Si sposano il 20 ottobre 1968, a Skorpios, l’isola greca di Onassis.

 

L’America è scioccata. La regina di Camelot (come veniva chiamata negli anni felici dell’era Kennedy) da Biancaneve diventa strega, una femmina perfida, avida, calcolatrice. La vedova nazionale viene declassata a grande mondana. Il suo nome viene persino preso in prestito da una discoteca di Roma: il Jackie O’. Cambia la percezione di lei ma, soprattutto, cambia lei. Nella sua avidità di shopping c’è qualcosa di nevrotico. Le sue razzie consumistiche sono al limite della follia. A Capri compera trenta paia di sandali tutti uguali; a Parigi cinquanta foulard di Hermés assolutamente identici. C’è un gran vuoto da colmare. C’è l’affanno di una quarantenne che si sente sfuggire il senso della vita.

 

Quando Onassis morì, il 15 marzo 1975, Jacqueline mise fine alla disputa per l’eredità accettando una liquidazione definitiva di 26 milioni di dollari. Negli ultimi anni della sua vita visse a New York, collaborando con alcune riviste come esperta di arte egizia, e a Martha’s Vineyard con Maurice Tempelsman, un industriale e commerciante di diamanti di origine belga che sembra abbia sposato in articulo mortis. Nel 1994 le era stato diagnosticato un linfoma non-Hodgkin e morì il 19 maggio dello stesso anno, all’età di 64 anni, nel suo appartamento nella Fifth Avenue. È sepolta a fianco del suo primo marito, John Fitzgerald Kennedy, nel Cimitero Nazionale della Contea di Arlington.

 

Nel 2014 sull’Irish Times, quotidiano di Dublino, vennero pubblicate le 33 lettere che Jacqueline scrisse a Padre Joseph Leonard, un sacerdote cattolico irlandese deceduto nel 1964 all’età di 87 anni. I due si erano incontrati solo due volte. Una prima volta nel 1950 quando lei aveva 21 anni, si chiamava ancora Jacqueline Bouvier e studiava letteratura francese all’Università di Dublino. Il sacerdote ne aveva 73. Una seconda volta sempre a Dublino nel 1955: Jackie si era appena sposata e il marito stava compiendo un viaggio in Europa. Due incontri, che però bastarono per conquistare la fiducia di una giovane donna in cerca di certezze, prima dell’assassinio, e di conforto poi.

 

In una di queste lettere, spedita nell’inverno del 1963, un paio di settimane dopo l’attentato a JFK, si legge: «Sì, credo in Dio. Ma quando lo vedrò mi deve qualche spiegazione». La giovane vedova è disperata. «Avrei voluto morire io al suo posto. È morto fra le mie braccia. Dio se l’è ripreso, forse per mostrare quanto il mondo sia perduto senza di lui. Ma perché?»

 

Il ritratto che ne esce è ben diverso da quello consacrato da centinaia di libri storici e biografici. Jackie era una donna tormentata, profondamente religiosa, di grande coraggio e non la disinvolta, cinica opportunista degli anni successivi alla vedovanza. Quando sposò Aristotile Onassis voleva solo dare un altro padre ai suoi figli? O cercava compensazione al grande lutto nel glamour di quello che allora, quando volare era un privilegio, si chiamava jet-set? Finora la figlia Caroline (unica sopravvissuta dei quattro avuti da Kennedy: Arabella e Patrick morti alla nascita e John-John precipitato in mare nel 1999) non ha voluto rispondere a queste domande.

 

Del resto, come ha detto l’attrice Natalie Potman, protagonista del biopic di Pablo Larrain: «Ogni persona è un mistero, ma Jackie è un mistero più grande di altri»

 

 

P.S. Chiedo venia per un ricordo personale. Nel novembre 1963 avevo 7 anni e frequentavo alle elementari un corso di inglese. Il dolore di tutti per l’attentato di Dallas era così palpabile e partecipato in quei giorni che l’insegnante, una suora, ci fece scrivere una letterina di condoglianze per Jacqueline Kennedy, firmata da noi bambine. La cosa straordinaria fu ricevere, un mese dopo, la sua risposta di ringraziamento. Su carta intestata della Casa Bianca.

 

Marina Moioli