Come, you spirits
That tend on mortal thoughts, unsex me here
Lady Macbeth, Act I, Macbeth

Unsex me chiede Lady Macbeth agli spiriti dei pensieri di morte: dispensatemi dall’essere donna, e quindi debole, rendete più denso il mio sangue, implora alla riga successiva.
Ma lei non è debole. Affatto. Lei è fortissima. Mica come quell’inetto del marito.
O forse no? Forse il forte è lui, o invece è solo un uomo che si nutre della forza della moglie per colmare la sua pochezza. E se fosse uno scaltro che si lascia manipolare in cambio della riscossione della pena? Perché il senso di colpa  per i crimini commessi dilania lei, la sposa ambiziosa e spietata, ma non lui.
Insomma, chi è la vittima? E chi il carnefice?
Who’s the slave and who’s the master, si domanderà qualche centinaio di anni dopo Samuel Beckett alle prese con un’altra coppia di celebri psicopatici, Pozzo e Lucky di Aspettando Godot.

Chi è il Male?
Una donna frustrata dalla sua condizione sociale di subalternità che convince un marito debole a macchiarsi di orride colpe, per conquistare il potere che lei da sola non potrà mai rivendicare o un uomo che si macchia di orride colpe per compiacere una moglie, la cui ambizione gli è strumentale, perché gli dà un ruolo che lui da solo non saprebbe conquistarsi?

Prima che una delle più famose tragedie di William Shakespeare, Macbeth è il trattato scientifico più autorevole e completo sui rapporti di coppia. Disfunzionali, of course.
I due protagonisti prima che dall’amore sono infatti legati dalla totale assenza di quei valori etici condivisi all’interno di un consorzio umano, e da questo incastro nascono poi délire à deux, megalomania, profezie che si autoavverano e disprezzo per la vita altrui, ma anche propria.

Ma facciamo ordine.
Macbeth è un valoroso generale. Torna da una battaglia e attraversa un bosco insieme al suo compagno d’armi, Banquo. Vuoi perché sono reduci da una battaglia vinta all’ultimo sangue, vuoi perché stanno attraversando un bosco in piena notte, vuoi perché probabilmente sono strafatti di alcol-e-dio-solo-sa-quali intrugli-psicotropi (che era prassi comune ingurgitare prima di una battaglia per potenziare forza e coraggio),  vedono tre streghe che preannunciano cose strane, tra cui che Macbeth diventerà re ma Banquo genererà una stirpe di re senza però essere lui stesso re.
Ebbene, Banquo rimane lucido, e scaccia lontano parole tossiche e relativi pensieri contorti  in esse contenuti; Macbeth no. Lui torna a casa e spiffera tutto alla moglie, la quale non lo riconduce alla ragione, non gli chiede che cosa si sia bevuto o fumato prima, durante e dopo la battaglia e soprattutto di non farlo mai più, perché di questo passo… e questa casa non è un albergo…

No. Lei lo ascolta e di più, si mette all’opera per accelerare la realizzazione delle profezie.
Dopotutto, il re è in vita, quindi bisogna dare una mano al destino affinché vada nel verso giusto. Duncan deve morire e lei – in estrema sintesi – supplica gli spiriti di darle la forza di sopportare quel babbeo di Macbeth che invece esita e si fa degli scrupoli.
E che diamine! Lui però è pur sempre un valoroso generale, non prende alla leggera il regicidio. È cosa brutta sovvertire l’ordine sociale, l’ordine divino.
Ma, si sa. Se una moglie come Lady Macbeth si mette in testa di far emergere il marito, nulla può fermarla. E infatti lui uccide Re Duncan e da quel momento la spirale verso gli inferi non si fermerà più.

Nulla ha fermato Lady Macbeth… nulla, tranne il senso di colpa, tranne la follia che prende possesso di lei in seguito al regicidio. E perciò si toglierà la vita, non prima però di aver – tra le varie nefandezze – commissionato l’omicidio di Banquo e aver accusato di questo crimine due servitori. E senza pensarci, anche in questo caso però dà un contributo alla realizzazione della profezia delle streghe perché sarà poi la progenie di Banquo a ristabilire l’ordine naturale delle cose e, di conseguenza, a riprendere il corso di una monarchia legittima affidata a chi ne è degno.
Nel corso del V atto Macbeth – che per lei ha ammazzato un re – rimane indifferente alla notizia della morte della moglie e conclude la tragedia con i celeberrimi versi:
Life is a tale told by an idiot… full of sound and fury signifying nothing.

Ne valeva la pena? 
Macbeth ha fatto di tutto per compiacere la moglie ma nessuno dei due aveva considerato che la pazzia si annida nel cervello di chi commette gesti estremi come i loro. Era così razionale lo scopo…
O forse erano già talmente talmente pazzi e sono andati a briglia sciolta incontro al proprio destino.
Chi può dirlo? Shakespeare non ce lo dice, ma ce la mostra tutta la loro follia con quella semplice, agghiacciante frase: la vita è frottola raccontata da un idiota… che non significa nulla.
È qui il seme della follia che li unisce: solo per due folli la vita non significa nulla e non ha un valore assoluto e può essere profanata e liquidata come una frottola senza senso.
Solo i folli scatenano l’inferno sulla terra per sete di potere o semplicemente per la smania di mostrarsi grandi al cospetto della donna amata.

È questo il Male: muove sempre da motivi terreni e porta caos, rovina, sciagura. E travolge gli “altri”, le persone di buona volontà che sanno che, nel consorzio umano, ciò che crea scompiglio, viola l’ordine e la razionalità non è compatibile con l’agire  nella direzione del bene individuale e comune.
Leggere  il Macbeth significa prendersi una laurea in filosofia, psichiatria e sociologia in soli cinque atti, perché è una tragedia universale e anche se la si rappresentasse a una comunità eschimese, tibetana o swahili sarebbe compresa appieno da ognuna.

T.S. Eliot aveva ragione quando diceva che una tragedia come Macbeth differisce da un articolo di cronaca nera per un solo motivo, semplice ma fondamentale: ogni emozione tende alla formulazione intellettuale. Pertanto, solo la resa estetica del dolor che diventa furor (Seneca docet) rende tollerabile la visione dell’orrore. La sola idea di Rosa e Olindo che, dopo la strage di Erba, vanno a mangiarsi un panino da Mac Donald’s è una botta allo stomaco. Lady Macbeth che continua a vedere le sue mani sporche di sangue anche dopo averle lavate è una botta al cervello. Non è una differenza da poco.

La realtà supera spesso la fantasia, ma è solo la letteratura che ce la rende sopportabile in tutta la sua agghiacciante banalità.

I wish I were doctor Watson! 

Perché? Non è più bello e prestigioso e vincente essere Sherlock Holmes?
Forse. Ma forse no, a ben vedere.

Un po’ come la storia delle famiglie infelici che sono infelici a modo loro, eppure alla fine forse è meglio farne parte piuttosto che essere tutti felici uguali.
E quindi sì, tutti dovremmo desiderare di essere John Watson. Ma non possiamo.

Perché?
Elementare, perché non abbiamo stessa fortuna di Doctor Watson.
Sì, proprio lui, l’amico opaco, il medio-man che vive all’ombra del genio, il medico, che in quell’Inghilterra lì era considerato dai ceti alti poco più che un maniscalco.
Che però, e forse proprio per questo, è la quintessenza della prudenza, del buon senso e del civiltà dei costumi, con un’umanissima propensione per l’oscuro, per tutto ciò che non si lascia classificare facilmente e che spesso non si lascia addomesticare.
E sì. Ci vuole una testa ben piantata sulle spalle per essere il compagno
di avventure di uno svitato come Sherlock Holmes e rimanere sempre se stessi: il buon dottore che fa la vita da scapolone fino a un certo punto, poi si sposa.
Sherlock rimane invece un single impenitente, i cui ormoni ballano la rumba solo se incontra La Donna per eccellenza, Irene Adler, una che fa scoppiare scandali in Boemia, mica una donnicciuola qualunque. Nel frattempo si fa di morfina, frequenta gli anfratti più fetidi di quella giungla metropolitana che è la Londra tardo-Vittoriana e vive in un appartamento  in cui regna un accogliente disordine, reso talvolta inquietante da qualche pericoloso esperimento chimico o dall’andirivieni dei clienti di questo strampalato investigatore dell’anima.
Sbarellato ma geniale.

Deve essere una maledizione essere così intelligente da rilevare a occhio nudo i dettagli che un essere umano cerca di nascondere, come se lo stessi sottoponendo a una TAC.
La seduzione va a farsi benedire. Non avrai mai voglia di scoprire, denudare,
penetrare l’oggetto del tuo desiderio, perché gli esseri umani sono oggetti da esaminare e non da desiderare, quando ti chiami Sherlock Holmes.
Il privilegio di essere Doctor Watson è quello di essere dotato di un’intelligenza assolutamente normale – potenziata da studi difficili, certo, ma pur sempre nella media – abbinata a virtù che talvolta sono più utili della genialità: la curiosità, la voglia di capire, la voglia d’imparare, l’empatia.
E Sherlock invece? Non gliene frega niente d’imparare nozioni, organizzare il proprio sapere in modo enciclopedico, fare sfoggio di cultura, umanistica o scientifica che sia:

è un errore pensare che quella stanzetta [si sta riferendo al cervello, ndr] abbia muri elastici che possono estendersi all’infinito. Prima o poi arriverà il momento in cui per ogni nozione aggiunta si dimenticherà qualche conoscenza pregressa. Pertanto, diventa della massima importanza impedire che dettagli irrilevanti sgomitino via ciò che è buono a sapersi”.

Ma come? Non è utile sapere come funziona il sistema solare?
No.
Serve invece avere tutti i sensi sempre accesi come dei radar, con il cervello che funziona alla
massima velocità di elaborazione possibile.
Ecco cosa serve.

Sherlock è un dio dell’Olimpo sceso tra gli umani che invece di un’isola greca, ha scelto Londra, Baker Street, per l’esattezza.
Ma senza un umano che ne riconosca la superiorità, nessun dio potrebbe esistere.
John Watson diventa necessario allo svelarsi del divino Sherlock.
Ecco perché dovremmo desiderare di essere John Watson.
Vogliamo conoscere il divino e, come tutti i nostri consimili, siamo invece costretti a vivere tra gli umani.

Long live Sherlock and Watson!

mago di ozDove finisce il reale e comincia il fantastico?
Non chiedetelo al mago di Oz, e nemmeno al suo autore.
È stata anzi la poetica della confusione tra l’una dimensione e l’altra a certificarne il plauso incredibile, persino spaventoso.
Quattordici romanzi della saga.
Al ritmo di uno all’anno, dopo il successo del primo, The Wonderful Wizard of Oz, uscito a Chicago il 17 maggio del 1900, con l’editore George M. Hill Company.

Né Baum aveva previsto il successo furioso che avrebbe prodotto.
Lui che, classe 1856, nella “città del vento” s’era trasferito nove anni prima, dopo una serie di attività non propriamente fortunate, s’infiamma e infervora per quel regno inventato, e partorito di slancio, con la stessa seria determinazione dei suoi lettori.

“I miei deliziosi tiranni”, li chiamerà esplicitamente qualche anno. Perché i piccoli accoliti, innamorati del Regno di Oz, riempiranno a ritmo vertiginoso (a pacchi di cinquanta o cento al giorno testimonierà il figlio di Baum) la sua cassetta della posta. Lettere con esplicite domande, richieste per il sequel, dettagli da specificare.

Risponderà lui a tutti, personalmente, consapevole che nulla avrebbe reso più felice lui, da bambino, che ottenere una risposta a firma dell’autore amato. Eppure quest’accoglienza lo esalterà e lo logorerà, intrappolandolo nella sua stessa creazione. “Un tempo mi figuravo davvero come “autore di favole” – dirà di sé- “ma ora sono un semplice editor o segretario personale di un manipolo di giovanotti le cui idee sono come fili che a me spetta intrecciare nella matassa delle mie storie.

Di Oz Baum non si libererà mai.
E nel tempo a venire, fino al momento della sua morte, 19 anni dopo (il 6 maggio), a quello e a quello soltanto si sottometterà. Ma tanto vale almeno comandare l’onda e così lo farà a modo suo.
Dopo alcuni tentativi di deviare e iniziare nuovi mondi, spinto dall’attenzione dei bambini e stimolato dal bisogno di denaro (fame e fama a braccetto), innesterà piani sovrapposti d’utopica, strabica fantasia, conducendo, tra i confini del regno incantato da lui stesso creato, altri spunti, tanto concreti e storici, quanto fantasiosi.

Che cosa c’è di più American Dream di questo?
Riuscirà, lui, in un’impresa cui hanno fallito tanti.
Sarà il creatore del più celebre racconto americano per bambini, ordendo, passo per passo, una forma fantastica specificamente a stelle e strisce.
E dopo le mirabili voci di Peter Pan, Alice, personaggi che non usciranno mai dall’immaginario, tanto meno di chi ha l’inglese come lingua madre, ecco che svetta nel giardino delle Esperidi infantile un autentico genere fantastico d’oltreoceano.
Nessuna soccombenza più, nemmeno nell’immaginazione, al vecchio regno.

S’appresta a penetrare la coltre dei sogni e desideri una Dorothy reale e pragmatica con le sue scarpette rosse che solo la forza devastante d’un ciclone poteva condurre nel cuore d’un regno inventato, dove pure, grazie al suo buon senso e alla pratica azione, saprà farsi Principessa, sconfiggendo streghe, rassicurando leoni, nobilitando omini di latta, spaventapasseri e così imbastendo una nuova mitologia.

Fenomeno Pop?
Narrativa di Serie B?
Diseducativa amorale fiaba senza ideali ed eroi?
Il Mago di Oz fa cadere gli altarini, e accende il Puritanesimo a stelle e strisce. Infatti, nonostante il successo immediato dei numeri, e la sete indomabile di nuovi dettagli che fa fremere il piccolo (in senso di età) popolo dei lettori, i detrattori non mancano.

Critici letterari in primis, che snobbano Oz perché, a loro dire, poco elevato. I puritani contestano una mancanza di guida spirituale, l’esaltazione di una qualche mollezza codarda, l’inservibile ruolo dell’utopia pasticciata in salsa animalista e animistica (oggetti e cose, come bestie e materia parlano, ragionano, discorrono).
E poi c’è il fronte accanito dei bibliotecari. Già, loro, che devono scegliere, scartano i titoli di Baum. Non li vogliono, li combattono.

Non basta, però, ad arrestare l’ascesa d’un genere e d’un meccanismo.
Il Mago di Oz incanta e persuade, fa sorridere e domandare.
Domandare, quanto meno agli adulti, nell’infinita radiografia delle pagine: ma che cosa mai c’è dietro? Dietro al velo, alle ombre, alle invenzioni?

Certamente c’è Baum, che s’è messo in gioco senza risparmiarsi. Che assorbe, scandaglia, prende, usa, distorce.
Attinge dal reale per creare il fantastico e s’avvede, d’un tratto, però, anche, che il fantastico ha preso in scacco il suo, di mondo, e appunto il confine non ha nessuno spessore.
Così lui, genero di una delle più famose suffragette nonché femministe americane, sedotto dalla grandezza della Chicago World’s Fair che il 1° maggio 1893 apre i battenti e sancirà 27 milioni di visitatori, intreccia alti ideali e dettagli scintillanti. Apprende ogni caratteristica della Città Bianca, inaugurata alla fiera e ne farà lo scenario per la sua Città di Smeraldo.

Comporrà ostili differenze e ingenue capitolazioni.
Mischierà, cadrà anche in apparenti contraddizioni che pure nel regno del fantastico non si risolvono in un fallimento, semmai in una nuova logica e spinta per procedere oltre.
Non solo: il Mondo di Oz è pieno di femmine, eroine coraggiose, tutte assai più capaci dei maschi. E soprattutto, ribelli e determinate, faranno scolorare il potere modello macho man, ridicolizzandolo.
Ma più che con un Baum femminista sembra di avere a che fare con un attento osservatore del reale, di ciò che accade lì, fuori, nelle strade, e d’un artefice paziente quanto minuzioso della trasposizione di questo nel suo regno, e dunque seguendo logiche e strategie, dettagli, colpi di testa, invenzioni assolutamente particolari.
A dimostrare insomma che la vera arma della fantasia non è nell’ignorare ciò che accade davvero, ma traslarne semi e forze, dopo un’accurata cernita, e quindi trasfigurarla secondo un capriccio serio serissimo come sanno testimoniarlo solo i piccoli, fedelissimi lettori.

Qualche intoppo , nondimeno, si verifica.
In Italia, per esempio, Il meraviglioso Mago di Oz “sbarca” (appena prima degli Alleati) nel 1944. Sarà però solo con gli anni settanta che affermerà il suo potere d’influenza, grazie ad un susseguirsi di traduzioni. Eppure non ci si discosterà dal primo.
Per il pubblico italiano Oz è un libro e un libro soltanto.
Né è stata necessaria alcuna censura o un’attività caparbia di blocco da parte delle biblioteche, com’è accaduto invece in USA.
Gli altri tredici volumi della saga non sono arrivati, o meglio si tentò con tre, ma il fuoco fatuo si spense prima ancora di mandare una misera scintilla. Un vuoto che ha indotto i pochi curiosi che si sono addentrati a interrogarsi sulla ragione a rispondersi che si sarà trattato di un sequel di tono minore.

Niente affatto.
Perché nelle pagine che seguono al primo volume, le invenzioni sono incantevoli. Dal Libro della Storia, fatto di pagine bianche che si scrivono contemporaneamente all’accadere degli eventi nel mondo reale, all’Orecchio della Montagna, che capta i segnali della catastrofe imminente, sia Borges che Orwell che gli scienziati all’avanguardia avrebbero di che gioire.
E poi chi non se li è trovati addosso, almeno una volta, gli occhiali verdi che filtrano la realtà per volere del più cialtrone dei maghi impostori del mondo o quelle scarpette rosse che Judy Garland, vestendo i panni di Dorothy, rese mitiche, nel film del 1939, con la regia del celebre Victor Flemming, che quello stesso anno firmò il colossal campione d’incassi Via col vento?
Né si commetta l’errore di credere che abbiano perso la loro funzione. Sono necessari, invece, per arrivare, magari zoppicando, oppressi da un attacco di vigliaccheria o dal terrore di non sapere amare, là, Somewhere over the rainbow. Basta non smettere di cercare.

 

Silvia Andreoli

jane austen“Tutto il mondo è animato e pieno di dèi” sosteneva il saggio Talete, ricomprendendo nella lista anche i mostri, dal latino monstrum, ovvero fuori dalla norma.

Ma se per millenni questo bacino di creature se ne stava nel favolistico mondo, secondo quanto ci racconta Jane Austen, a metà Settecento demoni, draghi e ninfe pare abbiano pensato bene di acquattarsi in famiglie. E da lì mimetizzarsi sotto tic verbali, egoismi giganteschi, difettucci miserrimi e crudeltà pantagrueliche.

E lei, britannica di Steventon, nata il 16 dicembre del 1775 e morta presto (esattamente 200 anni fa, il 18 luglio 1817), non s’è lasciata sfuggire l’occasione di osservarli, studiarli e “sezionarli” con acutezza e irriverenza, rivelandosi così d’essere, sotto le pieghe delle immense gonne, una Magnifica Spiona.

La piccola Jane se ne accorge molto presto dell’arcano, ovvero che lì, nel cosmo domestico, tra pentole che sobbollono, libri polverosi, lenzuola stese e giardini rigogliosi, ci sono tesori e segreti. Il multiforme si sbilancia non appena crede d’essere non visto, e allora il segreto sta nel cogliere l’istante esatto, quando la patina che riveste cose e persone si sfalda, esattamente nel modo in cui la nebbia abbandona la brughiera.

Ha un’arma, però, la nostra Jane: l’ironia. Che, come il furbo Gatto con gli Stivali della fiaba di Perrault, non risparmia di usare, sfidando l’orco tracotante e pieno di sé a mostrare un’abilità che sorprenda, ovvero a trasformarsi in qualcosa di infinitamente piccolo, magari un topolino (e il gatto se lo mangia in un boccone).

La Austen guarda, registra, e poi scrive. Ne escono dialoghi che sono rapsodia.

Rapidissimi, cinematografici ben prima dell’avvento della pellicola, un botta e risposta quasi tennistico, innocenza e rabbia, meno ragione e più sentimento, di un’eleganza dotta che non scende mai di livello nemmeno quando ha a che fare con il meschino degli umani.

“Ti diverti a torturarmi! Non hai proprio pietà dei miei poveri nervi…” “Ti sbagli della grossa, cara. Ho il massimo rispetto per i tuoi nervi. Sono mie vecchie e care conoscenze. Sono per lo meno vent’anni che te li sento nominare.” [Orgoglio e pregiudizio] 

Con superba noncuranza, mischia partite di whist, opinioni sul panorama, lotte contro matrimoni combinati e stoccate geniali sulla profondità di quell’inconscio che ancora Freud non aveva rivelato.

In quasi ogni affetto c’è tanta parte di gratitudine, o di vanità, che non c’è da fidarsi a lasciarlo in balia di se stesso. Tutti possono dare il via liberamente a un sentimento e l’inclinazione verso qualcuno è più che naturale, ma sono pochi coloro che hanno abbastanza cuore da innamorarsi veramente senza alcun incoraggiamento. Nove volte su dieci una donna farebbe meglio a mostrare più simpatia di quella che prova. [Orgoglio e pregiudizio]

A Netflix oggi, senza dubbio, la scritturerebbero con un contratto a molti zeri.

Un tratto di lei, quest’acutezza, che la piccola Jane sfrutta, trasformando lo sguardo e quella curiosità smodata, che talvolta la natura accorda a certe fanciulline, nell’insidioso tarlo che sarebbe piaciuto a Schopenhauer, ovvero di strappare non più il velo collegiale della madre superiora, quello di Maia, piuttosto.

Maestra involontaria (e in gonnella) di quell’ Holmes (Sherlock) che turberà Scotland Yard poco meno di un secolo dopo, Jane Austen inchioda chi legge alla trama, che si snoda sui personaggi, mai contro o a fianco. Un abito, invece, ordito e cucito, punto per punto, pagina per pagina. E ammanta chi lo indossa, d’una sorpresa spiazzante, perché alla fine lui o lei si ritroverà più nudo dell’imperatore.

Dove colpisce Jane fa centro.

Mentre riveste, insomma, spoglia. E s’insinua, grazie a parole che sa trasformare in lance, puntute amigdale di primitiva potenza.

Non conquistano, le sue eroine. Non come vorrebbero. Non quell’amore cubitale che è dogma e quasi religione. L’attesa è tale che non può che andare delusa.

Elinor, Lizzy, Fanny (e le loro “sorelle di carta”) devono ridimensionare i sogni per riuscire a stare nella vita.

Quando nel gennaio del 1813, esce Orgoglio e pregiudizio con l’editore Egerton, la scrittura di Jane pare alla famiglia, tranne al padre, che da subito ha visto il talento della figlia, una sorta di divertissement. E in qualche modo come gioco nasce, se è vero che Jane usava le storie per intrattenere durante le lunghe e frequenti occasioni d’incontro che accadevano nella grande casa di famiglia.

Ne seguiranno, rapidissimi, Mansfield Park (1814), che fu un successo di vendite (tutte le copie esaurite in sei mesi), Emma (1815) che esordì con il più famoso John Murray, stimato editore londinese.

L’anno dopo, Jane s’ammala.

È grave.

Nessun’altra opera apparirà in vita.

Postuma invece.

Con alcuni “interventi” dei parenti.

Perché qualcosa turba, del suo eloquio, della precisione, sferzante, di certi “smascheramenti”. Soprattutto in chi le abita accanto e di piccinerie, difetti, oltraggi forse anche e sicuramente scivoloni, ne ha parecchi.

Non stupisce allora sapere che, dopo la sua morte, la sorella tanto amata prima, i fratelli e i nipoti poi, distrussero moltissime lettere e carte private.

Al punto che un nipote, tal J.E. Austen-Leigh, s’arrischiò pure a scriverne una biografia dove presenta l’intelligente e rivoltosa Jane come una brava signorina, con l’amore per la casa e la famiglia e incidentalmente, guarda caso, il vezzo della narrativa (anche se tutti avrebbero preferito si dedicasse al piccolo punto o ai gatti…).

Ma la penna batte l’ipocrisia. E le sue storie ce la regalano inimitabile modello di grande e sottile ribellione.

Silvia Andreoli

 

C’è stato un momento in cui antipatico rischiava di diventarlo davvero. E d’una antipatia puntigliosa, che non si perdona. Tantomeno se a esibirla, in una sorta di snobismo culturale annoiato, è un uomo, anzi uno scrittore (e un regista) che ha affascinato i lettori attraverso la creazione di un universo di strano fallimento divenuto cool.

Dopo troppe copertine patinate, e interviste autoreferenziali, strabordanti d’un compiacimento di maniera (del tipo: io sono io e voi chi cazzo siete?), finalmente Paul Auster, all’anagrafe Paul Benjamin Auster, nato a Newark il 3 febbraio 1947, divenuto la quintessenza dello scrittore newyorkese di Brooklyn, il tonfo l’ha fatto.

 

Ed è tornato a essere quello che abbiamo pazzamente amato.

 

Quello di prima del successo, insomma, (arrivato nell’87, a quarant’anni), afflitto da fame, fatica, viaggi, un primo matrimonio, un figlio, un divorzio, il freddo nelle soffitte mal riscaldate, Parigi e la solitudine (tranne il calore delle puttane a Saint-Denis), una fattoria nel sud est della Provenza, e persino l’imbarco su una petroliera nel Golfo, per racimolare denaro, d’un tratto sembra ricordare d’aver dimenticato.

Si è arrestato, ha innescato la marcia indietro, ed è tornato strepitoso.

 

Paul Auster, Diario d'invernoA cambiare tutto è stato il Diario d’inverno. Nelle 192 pagine dell’edizione tascabile Einaudi, la nudità che espone lo rende d’una sensualità tenera, sconcertante anche. Parla con quel “tu” che trasforma in intimità anche il dolore. Lui che racconta il corpo che lo tradisce, che lo abbandona, che lo ferisce. Incidenti d’infanzia, un chiodo che s’infilza nel viso mentre gioca nel meraviglioso spazio appena scoperto d’un centro commerciale, e poi, ragazzino, da sportivo, e da uomo, invece, perché tradito, dalle emozioni che non dice, dal dolore che non ha verbo. E allora deflagrano gli spettri del panico, crisi infinite, il terrore che anticipa il terrore.

Sta lì, nero su bianco. Ma non è confessione, semmai dialogo. Un dialogo d’una franchezza dolce, da scrittore a uomo. Da chi ha costruito sul fallimento trame d’incanto e ora squarcia il velo e dice: c’era questo, anche. Non: invece, proprio: anche.

 

Allora scende dal palco, dalle copertine “ubriache” di Vanity &co, tratteggia l’ombra lungo il ponte di Brooklyn, convinto di scomparire da un momento all’altro, ma ascende, invece, come Lulù on the Bridge, e arriva a terra, sbatte, s’infanga, sanguina anche. Muso nella polvere, parole semplici.

Arriva, determinato a condannarsi se deve, basta assoluzioni in nome del successo, questa parabola da circo americana. E si smaschera da solo.

Vuole svelarlo, l’imbroglio di Mago di Oz, che suo malgrado si è trovato a recitare. Sembra che si compiaccia di additare se stesso, in quella parte posticcia. E questo sembra che faccia: che lo ammetta di assomigliare all’ometto, che ha gambe corte, cranio enorme, pelato. E che è solo della menzogna autoassolvente che si deve avere terrore.

 

Anche Auster, come Oz, ha inventato chimere e mostri seducenti, dando così un nome a ciascuna delle sue fosche paure. Né mai avrebbero immaginato, l’uno come l’altro, che una Dorothy, o Lulù-Mira Sorvino, con un Uomo di Latta, uno Spaventapasseri e un Leone codardo, o accanto a Harvey Keitel e Willem Dafoe, potessero dapprima magnificare la sua forza e poi ridicolizzarlo.

Non sarà questo, però, in fondo uno scrittore?

 

Quell’ometto ridicolo una certa magia la sa innegabilmente regalare. E restano di lui i personaggi, magnifici e autonomi, capaci di stracciarla, quella carta che stringe e costringe, per diventare strani, mutevoli e umanissimi eroi.

 

Lo avrà pensato per forza, questo, Auster, mentre dilaniava il corpo dinnanzi alla paura. Lui, come Tantalo, ma esposto nelle architetture dell’anima, invece che nelle interiora più oscure. Tantalo che, fuori dalla mitologia, non più il figlio di Zeus e Pluto, così sciocco da aver offeso gli dei, lui che, ebbro di rancore contro l’esclusione, si fece assassino di giovinetti, in realtà dà nome comune a un pennuto africano del genere Mitteria, simile al marabù, ma migliore, per carattere, poiché non si ciba di cadaveri.

Ha la testa nuda, come Oz, occhi circondati di giallo, becco lunghissimo arcuato verso il basso, zampe lunghe rosse, piumaggio bianco macchiato di rosso sulle ali, coda completamente nera

 

 

Dal tormento alle penne, anche se non esattamente leggerissime: ecco la metamorfosi post-moderna (che tanto sarebbe piaciuta a Ovidio) di Auster. Uomo, e scrittore. O viceversa.
Che un po’ di arie se le era concesse, e aveva rischiato lui pure la cacciata dagli dei, visto che alcuni dei romanzi scritti nella fase di boria, poco avevano di poesia, e di umano sentire.

Ecco dunque che accetta, dopo essere stato atterrato, il volo. Da cicognide del genere Mitteria insomma. E come le cose stanno le racconta.
Incantandoci di nuovo, l’eleganza malinconica è cosa solo sua. Ma ora la lente che applica, nuova, più nitida, s’attesta anche sui fatti del mondo, quelli della Storia, insomma.

Così scrive:

 

«Avevi sedici anni quando venne assassinato Kennedy, facevi la terza liceo, e ora leggenda vuole che tutta la popolazione americana sia rimasta stordita dal dolore per il trauma di quel 22 novembre. Però tu hai un’altra storia da raccontare, perché il giorno del funerale andasti con due amici proprio a Washington. […] Era la domenica dopo quel venerdì, il giorno in cui Ruby sparò Oswald e lo uccise, e immaginavi che le folle di spettatori allineati lungo i viali al passaggio del corteo funebre sarebbero rimaste in rispettoso silenzio, in uno stato di dolore muto, ma quella che incontrasti quel pomeriggio fu un’accozzaglia di curiosi turbolenti con gli occhi sgranati, di gente appollaiata sugli alberi con la macchina fotografica, di gente che tirava spintoni per vedere meglio, e l’atmosfera ti ricordo più che altro un’impiccagione pubblica, l’elettricità che accompagna lo spettacolo della morte violenta. Tu eri lì, tu fosti testimone con i tuoi occhi di quei fatti, eppure in tutti gli anni che sono passati non hai mai sentito nessuno, neanche una volta, parlare di come andò veramente».

 

Ma perché?
Forse perché le storie si scrivono sopra e addosso alla vita.
E sono quelle a sopravvivere, con buona o cattiva pace d’una cosa a volte sopravvalutata, la realtà.
Può darsi. E non è nemmeno peccato, chissà, veniale o mortale.
Ma il sedicenne che ancora scalpita sotto la pelle non la accetta, questa cosa. È lui che s’è risvegliato, infine, che ha spaccato, come la furia verde dell’incredibile Hulk, le pareti affettate dello “scrittore famoso”. Lui che lo ha atterrato, che lo ha inchiodato a terra, affetto da un terrore panico che impone pillole. Lui, il ragazzino di sedici anni che sa bene come sono andate le cose, al funerale di Kennedy. Altro che libri di Storia.
Le cose-come-stanno, invece.

 

Lo fece in Sbarcare il lunario, quando raccontò che la nonna aveva ammazzato il nonno, sollevando l’ira della famiglia allargata. E che lui moriva di fame e di freddo a Parigi, aggrappato alle storie che scriveva come le falene alla luce ipnotica dei lampioni.
E dopo alcuni sproloqui, troppa fame di fama, e contemplazione di “Sua Maestà L’ombelico artistico” traspare di nuovo quel sorriso rarefatto, e una malinconia congenita. Riappare la sincerità, il suo tratto marcato. Che si fa sensuale. E qui non comanda, non orchestra, qui è preda dei venti, quei venti che sono voci dapprima, o ombre, poi immagini nitide e forti più della pietra.

 

 

Avanzano, i personaggi. Suadenti, meticolosi, e imprevedibili. Sono i sei personaggi in cerca d’autore, sono gli infiniti riflessi delle notti insonni, del vino, del fumo, della voglia di amore. È la paura della morte anche, il suono da sconfiggere. E lo si può fare solo scegliendo un altro padrone che, per Paul Auster e i grandi narratori, non possono che essere le parole.
Allora c’è quella frase che insinua una strana saggezza: «Quasi avesse letto Lewis Carroll e sapesse al pari di Humpty Dumpty che le parole hanno un padrone». L’ha scritta un altro bravo narratore, spagnolo questa volta, Javier Cercas, nella propria traccia di biografia, con un titolo molto intrigante, “La maschera di Agamennone”. Uno che ricorda il primo Paul Auster. E la frase li rende d’un tratto gemelli, affiatati. Le parole hanno un padrone, già. A quello meglio tornare, per non smarrirsi nella noia poco onirica e molto attuale del narcisismo a tutti i costi.

 

Silvia Andreoli

 

 

oblomov«Si può imparare a vivere? Evita qualsiasi frenesia; lascia che i tuoi giudizi smascherino la stupidità. Ridi, ma senza fretta… »

Parola di Ivan Aleksandrovič Gončarov, lo scrittore russo che ha inventato il personaggio più pigro della letteratura di tutti i tempi: Oblomov. Un anti-eroe destinato a enorme fama, tanto da diventare nell’immaginario collettivo il prototipo del tipo umano rassegnato e passivo, che subisce la propria vita piuttosto che esserne l’artefice.

 

Gončarov era nato nel 1812 e apparteneva alla schiera di coloro che diedero vita all’epoca d’oro della prosa russa (da Turgenev e Leskov a Dostoevskij e Tolstoj) ma viene considerato un tipo noioso, se non antipatico. La sua biografia si può riassumere in poche righe: dopo quasi quarant’anni di onorata carriera impiegatizia al servizio di Sua Maestà lo Zar e tre romanzi (Una storia comune, Oblomov e Il burrone) morì vecchio, solo e quasi dimenticato nel 1891.

 

In effetti dopo aver frequentato per alcuni anni la cerchia del famoso pittore Majkov, l’unico guizzo nella vita tranquilla di quello che Aleksej Tolstoj chiamava “affascinante zitella” fu il giro del mondo intrapreso nel 1852, quando si imbarcò sulla Fregata Pallada (titolo dato poi ai due volumi che scriverà al ritorno, diario di un viaggio fatto controvoglia da un viaggiatore pigro e sedentario). Dal 1855 diventò censore al Ministero dell’Istruzione e fino al 1867 occupò una posizione molto importante che sicuramente gli procurò non pochi nemici. Il che forse spiega le stroncature dei critici (con poche eccezioni) ai suoi lavori letterari.

 

Lui stesso, in un articolo autobiografico, ha spiegato la genesi delle sue opere: «I miei romanzi sono tutti legati da un solo filo conduttore, da un’idea conseguente». Il primo, Una storia comune, è il romanzo della sconfitta di un giovane idealista e sognatore, Aduev, che vuole vivere la sua temperie romantica di stampo byroniano ma si arrende e torna a casa identificandosi nel ruolo concreto e pratico dello zio. Oblomov è il canto centrale e Il Burrone l’epilogo, il ritorno alla provincia, alla terra, alla casa avita, per sempre. Il protagonista in questo caso è Raiskij, pittore e poeta insoddisfatto, costretto a fare i conti con la propria mediocrità artistica. Un’altra figura di dilettante, di uomo incapace di vivere attivamente nel presente.

 

Goncarov, OblomovAmareggiato dall’insuccesso del libro, lo scrittore trascorse gli ultimi anni in un piccolo appartamento di San Pietroburgo, in via Mochovaja, accanto alla famiglia del suo domestico Ludwig, morto nel 1978, e alla vedova lasciò tutti i suoi averi. All’epoca, un critico poco lungimirante annotò: «Il vecchietto fu seppellito in gran pompa benché in realtà non lo compiangesse nessuno: era ormai molto vecchio e il pubblico se n’era dimenticato». Non aveva capito che Oblomov, un capolavoro di infinita sottigliezza, avrebbe reso il suo autore immortale.

 

Il’ja Il’ič Oblómov è un proprietario terriero (la sua tenuta di trecentocinquanta anime è chiamata Oblómovka) che vive senza compiere alcuna attività particolare. Per la gran parte del tempo resta sdraiato su un divano o su un letto, circondato da poche persone, tra le quali il suo pigro, riottoso, ma fedele servitore Zachàr, senza il quale non riesce neanche a indossare le scarpe e gli stivali.

Vive in una casa di San Pietroburgo, nel disordine e nella trascuratezza. Ex impiegato, ha dato le dimissioni dopo un errore sul posto di lavoro, prima ancora di conoscere le conseguenze della sua mancanza, solo per paura della reazione del capufficio.

 

«Nel suo appartamento situato in via Gorochòvaja, in una di quelle case i cui abitanti sarebbero bastati a popolare una città di provincia, Il’ja Il’ič Oblómov se ne stava, un mattino, sdraiato sul suo letto. Di età sui trentadue o trentatré anni, di media statura, di aspetto piacente, con occhi grigio scuri, ma con un viso i cui lineamenti non esprimevano alcuna concentrazione per un’idea determinata…

 

… Che cosa faceva a casa? Leggeva? Scriveva? Studiava?

Sì: se un libro o un giornale gli capitavano sottomano, lo leggeva; se sentiva parlare di qualche lavoro importante, gli nasceva il desiderio di conoscerlo: cercava, chiedeva il libro e se poteva procurarselo subito cominciava a leggerlo e a formarsi un’idea dell’argomento: sarebbe bastato un ultimo passo per impadronirsene del tutto; ma eccolo già sdraiato, con lo sguardo assente volto al soffitto mentre il volume non letto gli giace accanto.

Il disinteresse si impossessava di lui assai prima dell’entusiasmo, e mai accadeva di riprendere la lettura abbandonata…»

 

 

Oblomov vive così della rendita che gli è garantita da Oblómovka, la tenuta dove era cresciuto, invischiato e inghiottito in un Eden di dolcissima pigrizia. Ma la proprietà rende sempre meno, perché il suo disinteresse per gli affari ha fatto sì che i contadini e gli amministratori della terra lo ingannino sistematicamente sull’effettivo rendimento delle colture. Ha pochi rapporti umani: il bonario Alekséev, il viscido Tarànt’ev e l’adorato amico Andréj Ivanovič Stolz, che tenta inutilmente di risvegliarlo dal suo torpore esistenziale.

 

Poi, quasi all’improvviso, Oblomov si innamora di Olga, e sembra diventare un’altra persona.

«Gli sembrava di essere risuscitato e irriconoscibile. Teneva lo sguardo fisso su Olga come una lente, e non riusciva a volgerlo altrove. C’era in lui una rafforzata circolazione del sangue e un battito raddoppiato del polso, e un palpitare del cuore. Ma presto ripiombò nella sua apatia. Non amava: sognava, sdraiato sul divano. La sua “tenerezza di colomba” non riuscì a sopportare l’amore, che lo abbandonò inerte, come se non l’avesse mai visitato», ha scritto Pietro Citati in un memorabile articolo  (“Corriere della Sera”, 30 luglio 2012) dedicato al personaggio di Gončarov visto come testimonial del no alla vita.

 

OblomovSalvato miracolosamente dai truffatori, Oblomov finisce per vivere gli ultimi anni accanto ad Agaf’ja Matvéevna, la vedova che abita a Oblómovka, con la quale si sposa e fa un figlio, chiamato Andréj in onore dell’amico Stolz. E proprio a quest’ultimo, che nel frattempo sposa Olga, Agaf’ja affiderà alla fine del libro il piccolo perché cresca colto e forte, e non indolente come il padre. Che era morto per un colpo apoplettico, «ancora giovane nel sonno, senza dolore», scrive ancora Citati, «come si ferma un orologio, che qualcuno ha dimenticato di caricare».

 

 

 

…. «Si è rovinato, perduto senza alcun motivo…

Stolz sospirò e rimase sovrappensiero.

“E non era più stupido di altri, era un’anima pura, limpida… come il cristalllo, generoso, tenero e… si è rovinato”.

“Perché mai? Per quale motivo?”

“Motivo… quale motivo! L’oblomovismo!” , disse Stolz.

“L’oblomovismo?”, ripetè sorpreso il letterato. “Che roba è?”»

 

 

Secondo lo slavista Fausto Malcovati, però, quello di Oblomov «in realtà non è un fallimento: è un rifiuto a uscire dal proprio cosmo. Perché a lui non restava che «sopravvivere come mondo isolato (oblom in russo significa “frammento”) secondo le proprie leggi fino a che il nuovo mondo le permetterà. Un essere lunare tra i terrestri».

 

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Marina Moioli


hobbit, signore degli anelli“In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima…”
In questa descrizione c’è ben poco della dimensione epica della grande saga del Signore degli anelli che avuto tanto successo attraversando intere generazioni, e riesplodendo letteralmente grazie alla versione cinematografica ricca di effetti speciali quanto lontana dallo spirito originario del ciclo romanzesco.

 

C’è anzi un tono ironico che introduce come meglio non potrebbe quelli che sono in fondo i protagonisti della saga di J. R. R. Tolkien, senza i quali l’autore britannico non uscirebbe probabilmente dalla categoria del fantasy o addirittura della letteratura per ragazzi, secondo la nota definizione di W. H. Auden e grazie alle diffidenze di una critica che non ha mai accompagnato con particolare favore il suo lavoro.

Lo hobbit è la prima avventura del mondo fantastico della Terra di Mezzo. Il protagonista Bilbo Baggins, rapito dalla pace contemplativa dell’orizzonte e dalla compagnia della sua erbapipa, si trova infilato suo malgrado in una missione che dopo ostacoli e vicissitudini d’ogni genere, lo porterà a trovare l’anello prodigioso attorno a cui ruotano le vicende del secondo libro, Il Signore degli anelli. Con quel tomo Tolkien nel 1937 presenta per la prima volta il foltissimo universo ispirato alla mitologia germanica ricco di maghi, orchi, elfi creature affascinanti e mostruose, che ormai milioni di persone di ogni età, in ogni parte del mondo, conoscono nei minimi dettagli.

 

In quella folla di personaggi “si stagliano” quei minuscoli esseri “dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari”, che formano un popolo “discreto e modesto, ma di antica origine… amante della calma e della terra ben coltivata”, timidi, capaci di “sparire veloci e silenziosi al sopraggiungere di persone indesiderate”, con un’arte che sembra magica ma è “unicamente dovuta a un’abilità professionale che l’eredità, la pratica e un’amicizia molto intima con la terra hanno reso inimitabile da parte di razze più grandi e goffe”, quali gli uomini.

Non hanno poteri particolari i mezziuomini della Contea, se possono mantengono addirittura la parola data, fanno il bene ma senza predicarlo più di tanto, sono dotati di un placida (e raramente sottile) ironia, riescono in grandi imprese nonostante la loro statura fisica (son alti “un braccio o un braccio e mezzo”, tra gli 80 e i 120 cm). In una parola sono antieroi per eccellenza e proprio qui risiede la loro grande forza: perché nessuno si aspetterebbe da loro alcunché.

 

Anche per questo sembra francamente azzardata ogni dichiarazione di affiliazione politica e ideologica dell’opera di Tolkien tentata più volte nel corso del tempo a partire dal neopaganesimo dai campi hobbit del Fronte della Gioventù negli anni Settanta per arrivare al ritorno alla natura degli hippy americani. Lo scrittore era sicuramente un conservatore e un fervente cattolico ma ha sempre rifiutato una precisa interpretazione politica e religiosa dei suoi scritti così come le numerose letture allegoriche studiate dai complottisti più sfegatati. Impossibile però frenare il fascino e l’influenza del ciclo fantasy sull’immaginario collettivo: basti pensare alla recente inchiesta sul “mondo di mezzo” di Mafia Capitale nella Roma in cui s’incrociano drammaticamente politica e malavita.

 

Se dovessimo eleggere uno hobbit onorario la scelta cadrebbe inevitabilmente su Bilbo Baggins, eroe involontario di ardite imprese che il grande mago bianco Gandalf coinvolge in una missione cruciale e densa di significati: la riconquista del tesoro custodito dal drago Smaug (o Smog). Violentemente sbalzato dalla idilliaca Hobbitopoli oltre il confine delle Terre Selvagge, fra gole, foreste incantate e minacciose montagne, dove non esistono “vie sicure”, il pacifico Bilbo affronta ogni genere d’avventura in compagnia dei tredici nani suoi compagni e all’imprevedibile mago bianco, che appare e scompare, lasciando cadere come per caso gli insegnamenti decisivi. Si scopre così capace di affrontare prodigi e orrori: il mostruoso Gollum, i ragni giganti, i perfidi orchi, il grande drago e infine la tremenda Battaglia dei Cinque Eserciti, scontro fra le forze benigne e maligne, eternamente opposte, per il bramato e fatale possesso del tesoro. Fino al ritrovamento, apparentemente casuale, dell’ anello magico finito in possesso di Gollum. Che innesca la cruciale domanda: che cosa fare dell’Anello del Potere?

 

“Gli Hobbit” scrisse Tolkien, “sono stati trascurati nella storia e nella leggenda, forse perché – in genere – preferivano le comodità alle emozioni…” Ma proprio il loro carattere riservato, ozioso e flemmatico, reso particolarmente evidente dal contrasto con le incredibili avventure affrontate, ha finito per “condannarli” all’eterna simpatia del pubblico e al trionfo dei grandi personaggi senza tempo. Perché l’idea che un piccolo uomo possa vincere il grande male deve poter continuare a vincere. Nel segreto dei nostri cuori o almeno nella finzione del romanzo.

 

Carlo Alberto Brioschi*

 

*Dopo molti anni come giornalista e ancor più come editor e direttore di saggistica in Mondadori e Rizzoli, ha fondato un’agenzia editoriale con un nome per i più inspiegabile: Blandings, amena località letteraria dove lavora più di prima ma con molti più “capi”. Onnivoro per interessi (non solo alimentari), nutre un’insana passione per la storia della corruzione su cui ha scritto alcuni libri pubblicati anche fuori dai confini dell’amata Penisola. Qui lascia ogni tanto qualche traccia: “non solo libri”, www.carlobrioschi.blogspot.it