È un triangolo amoroso.

Struggente, stregato e irresistibile.

Ménage à trois che inchioda e implica.

Si fa poesia assoluta.

Soffia rabbia, dolcezza silente in quel Famous Blue Raincoat, ch’è mercurio liquido e scende, inceppa, incendia.

È New York.

È il 1971.

A scriverla e cantarla quel Leonard Cohen, canadese, nato a Montreal, in una famiglia ebrea immigrata, padre polacco, madre lituana, che ha trentasette anni.

Da una decina già ha rivelato un talento di poeta sorprendente, che lo porta a pubblicare nel 1961 la raccolta The Spice-Box of Earth.

Certo, è approdato alla musica come cantautore con un primo disco appena quattro anni prima, nel 1967. Ma il successo c’è stato nel 1969 con l’album Songs from a room.

Ovazione in America e in Inghilterra, più tiepida nel suo Canada.

È il tempo giusto, il momento perfetto per parlare d’amore, contrasti, conflitti, paure, corpo, sesso, paura.

It’s four in the morning, the end of December

Il testo di Famous Blue Raincoat è una lettera che scrive nella notte di dicembre Cohen.

Non alla sua donna, oggetto conteso di questo amore, la indirizza. Invece al rivale, antagonista.

My brother, My Killer lo chiama.

you treated my woman to a flake of your life

And when she came back she was nobody’s wife.

Non c’è descrizione più onesta, puntuale, affilata. Di quella condivisione che espropria. Che annulla. Che fa cedere le barriere.

Una canzone. Una lettera. Una storia.

Storia minuta, come ce ne sono infinite. Una storia che si consuma in silenzio, tra i silenzi che la contraddizione d’amore innesca. In chi tradisce o viene tradito, e poi il terreno non sarà più il medesimo.

Ma è dicembre, e NY un incanto di musica e poesia. È dicembre, un dicembre che può tornare anche a marzo, maggio o nel pieno dell’estate, perché innesca nel succedersi delle frasi, nell’inceppare lento della voce che graffia quell’ambivalenza che da millenni le fiabe raccontano.

“Il viaggio dell’eroe” lo hanno chiamato. Il tentennamento. La cacciata. Il ritorno. Che non è mai altro che un nuovo abbandono.

5 minuti e 15 secondi d’assoluto.

In quel c’era una volta infinito e di tutti.

Trama non più d’infanzia, però, o adolescenza.

Età adulta, semmai. E comme-il-faut, dunque. Lui e lei. L’altro, amico di lui. Che la seduce.

Poi l’abbandona.

Allora lei fa ritorno da lui, mentre l’altro si eclissa, nel deserto.

Lieto fine?

Non potrebbe e poi questo lo sarebbe davvero?

Allora Cohen prende in mano la penna e scrive – la lettera. E ringrazia l’antagonista– per l’ombra.

And what can I tell you my brother, my killer

What can I possibly say?

I guess that I miss you, I guess I forgive you

Di più: ti perdono, I forgive you.

Alla fine lei se ne è andata.

Ecco. Non è stato – tradimento.

Doveva andarsene.

S’era consumato a quel modo solo un passo – il primo, d’un congedo.

 

Piccola, minuta storia, di tutti.

Ma è dicembre.

Notte.

La musica.

È NY.

E questa vita.

Imperfetta, imprecisa, inciampata.

È NY, il 1971.

Oggi.

Domani.

C’era una volta.

Per tornare indietro. Sapendo che Hey, That’s No Way to Say Goodbye

Qualcuno ha detto che Famous Blue Raincoat non parla d’amore, o di tradimento. Invece di depressione.

Ma forse anche la depressione, in un certo senso, è tappa d’inferno di quel viaggio infinito presente dell’eroe. Il viaggio dell’errore

L‘errore magico che ci sta per forza dentro l’amore.

E ce lo teniamo tutto.

Sincerely, L Cohen