Ci sono scrittrici che danno il meglio di sé in una stanza silenziosa, piena di carte e fantasmi. Altre che attingono dal dialogo e dall’incontro con la più variegata fauna umani la materia vibrante della loro arte.

Fernanda Pivano appartiene senza dubbio al secondo tipo. E lo fa in un’epoca in cui non era per nulla scontato.

Lei, Nanda, è una che punteggia acquerelli ma con i caratteri dell’alfabeto. Li fila e rifila in una sorta di collana di gesti e poi li tatua nella memoria di chi legge. La data ha poca importanza, il ‘74, il ’46, il ’71, sembra sempre una cronaca del presente.

Per questo dalla tela bidimensionale, seppur con i giochi ottici del trompe l’oeil, si ha la certezza di piroettare nel magico, modernissimo e sorpassato mondo di Oz, ad ologrammi incandescenti.

S’è esercitata a lungo, lei, a incuriosire, diteggiare, sviare, poi confondere e riprendere, quasi progettasse senza sosta uno di quei giochi di enigmistica infantile in cui devi unire i puntini per vedere la figura intera. E quell’immagine, alla fine, ha sempre qualcosa anche di suo, un riverbero del viso, di sguardo, affondato nella miriade di satelliti magniloquenti, i cui nomi rispondono a: Allen Ginsberg (che così l’ha descritta: “Lei, soltanto lei, è stata capace di attraversare, incontrare, unire, spiegare, raccontare oltre cinquant’anni della nostra letteratura”), Ernest Hemingway (che la chiama “il mio generale Cadorna” e più tardi “la mia Giovanna d’Arco) o Francis Scott Fitzgerald, che non ha conosciuto di persona (“è morto troppo presto. Andai a cercare la sua Costa Azzurra”).

 

Questa cosa, dei luoghi che coincidono con ritratti immediati della persona, attraversa, -quasi una fede-, ogni introduzione, traduzione, presentazione, ogni riga che porta la sua firma, e, a calce, invisibile quanto caparbia, l’onda d’un sorriso accennato. È l’ironia che fa scattare l’attrazione verso questa giovane genovese, nata il 18 luglio del 1917.

Anomala rispetto alla tradizione dell’epoca lo è, Fernanda, eccome. Figlia di scozzesi trapiantati in Italia, definirà la famiglia sua “vittoriana”.

Gli studi li fa a Torino, dove si trasferisce con i genitori e il fratello nel ’29, anno che ritornerà di continuo nei suoi amori letterari, di quella “generazione perduta” (è la definizione di Gertrude Stein) di cui descriverà ascesa e caduta. Un’epoca irriverente e picconatrice, senza la quale non si sarebbe prodotto probabilmente nessun ’68.

 

Al liceo classico “Massimo D’Azzeglio” di Torino, Nanda siede accanto a Primo Levi (Pivano e Levi “topperanno” l’ammissione all’esame di maturità in quanto i loro scritti verranno giudicati non idonei).

In aula c’è Cesare Pavese come supplente di italiano.

Sarà proprio Pavese a portarle nel ’38 quattro testi americani, che segneranno il suo futuro: Addio alle armi di Hemingway, che tradurrà clandestinamente, Foglie d’erba di Whitman (“Capitano mio capitano”), Antologia di Spoon River di Lee Masters, prima vera analisi dei disastri della provincia (con questa traduzione entrerà ufficialmente nel 1943 nella casa editrice Einaudi. Scriverà, lei: “A parlare della vita di villaggio come di un inferno sono stati in molti dopo Masters, ma non sono stati in molti prima di lui”) e l’autobiografia di Sherwood Anderson.

 

Poker d’assi.

L’America diventa terra d’elezione, nei suoi dissidi e nelle sue contraddizioni. La visiterà, per la prima volta, nel 1956, Fernanda Pivano, già coniugata Sottsass (nel 49 si sposa con l’architetto Ettore Sottsass Junior e si trasferisce a Milano) e vi tornerà di continuo.

Ma anche quando resta lontana, a quell’America guarda sempre, di più: alla penna americana. Che insegue in ogni lato del mondo, come una falena che s’inabissa nel cono di luce.

Su questa letteratura concentra il suo lavoro, instancabile, puntuale, dotto e pieno di arguta simpatia (non a caso la laurea in filosofia con indirizzo pedagogico che consegue il 22 giugno del ’43, in piena guerra, ha come titolo: Il valore della simpatia nell’educazione”).

E se Hemingway, che chiama Papa, rimarrà la scintilla d’adolescenza (letteraria) e il faro costante con Lee Masters, sarà verso un altro faro che muoverà i passi più determinati: ovvero il City Lights Bookstore, la casa editrice fondata da Lawrence Ferlinghetti, “culla” della Beat Generation – da Allen Ginsberg, di cui pubblica L’urlo a causa del quale finirà in carcere, e Jack Kerouac.

Li porterà in Italia e sarà scandalo, meraviglia, morbo, ossessione.

Ha fatto, lei, come quelle navi che attraccavano a Ellis Island, solo che nel suo caso ritornava sempre piena di parole. Parole d’altri cui incide un timbro assolutamente personale, senza mai rivendicarne la maternità però.

Un megafono, semmai, ma una sorta d’incantevole megafono divino.

 

La fama che riconosce e accende negli altri metterà in ombra la sua. Di poetessa. Intellettuale. Scrittrice.

Non se ne dorrà.

Il segreto? La passione. Qualunque forma assumesse, purché eccessiva.

Passione che significa poi anche dissacrazione.

E questa bussola le permette di riconoscerne i germi negli altri. Una sorta di metal detector.

Dissacra i vecchi stereotipi. Dissoda il terreno, che d’un tratto appare fertile, anche da noi, non pronto del tutto, ma quasi.

Le parole hanno bisogno di lavorare un po’ più a lungo nel profondo e accedere poi alla coscienza.

Le parole sono sempre in anticipo. È la maledizione degli scrittori, dei poeti. E lei si muove tra scrittori e poeti, d’una lingua che è estranea, anche se ai suoni ci si comincia ad abituare. Una lingua di cui coglie, a pelle e orecchie, la forza rivoluzionaria. Che è quella della sensazione.

E così s’impegna, s’impone.

 

Interviste.

La sua arma più affilata sono le interviste. I dialoghi. Di cui è maestra. Perché sa stare ad ascoltare.

E lo praticherà con orecchio musicale, quest’ascolto (già nel 1940 ha conseguito il diploma in pianoforte al Conservatorio di Torino). Saprà scovarle le voci sempre. Diverrà amica di De André e confidente.

E quando muore, a 92 anni, il 18 agosto del 2009, sembrerà di ascoltare quel verso dell’Antologia di Spoon River che lei ha tradotto:

 

La terra ti suscita

Vibrazioni nel cuore: sei tu.

E se la gente sa che sai suonare,

suonare ti tocca, per tutta la vita.

 

Silvia Andreoli

 

C’è un’intervista divenuta leggendaria, che Kerouac rilascia a una giovanissima Fernanda Pivano, la vera “madrina” italiana di tutta la Beat Generation. Il termine lo conia lui stesso, appellandosi a quella matrice religiosa di beat, beato, che assumerà invece, nel tempo subito seguente, una valenza politica netta.

L’anno è 1966. Gli studi, quelli della Rai.

E qui il più folgorante, indiavolato e “meticcio” di tutti gli animi della scrittura americana del decennio a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta appare visibilmente ubriaco, gesticola, biascica parole, intervallando inglese e francese, si scusa di non saper parlare italiano.

Quarantaquattro anni vissuti intensamente, e ancora non lo sa, mentre siede accanto alla Nanda, gigioneggiando, ma gliene restano soltanto tre da vivere.

Però vivere lui sì, lo ha fatto. E lo ha fatto intensamente.

Sulla strada, il romanzo della consacrazione, è il diario-romanzo-invenzione-cronaca che firma nel 1951, a meno di trent’anni, ma che verrà pubblicato la prima volta il 5 settembre del 1957.

Un successo. Un successo folgorante, che si fa presto culto (verrà naturalmente censurato, accrescendone l’appeal) e trasmette, come un diapason, da nord a sud, lungo la East e West Coast, un nuovo modo di guardare, il mondo, certo, ma il mondo inteso come osmosi infinita di interno ed esterno, di vita mia e vita tua. Pensiero, immaginazione, delirium tremens, saggezza.

È la simbiosi, quella fusionalità di sinistra matrice psicotica, eccitante complicità e insinuante dedizione, che viene esaltata in Sulla strada.

Una metafisica dell’asfalto che tradisce polvere e fatica, e sangue e mitologie da pilgrimage, per sbattere l’anima in prima fila e se necessario, farla triturare sotto la forza degli pneumatici.

Inutile dire che il testo appartiene di diritto allo scaffale dei bildungsroman per le lezioni afasiche e folgoranti su “come crescere”.

Altri così non ce n’era.

Mentre le pagine, come frammenti, scorrono tra fantasie, intimi pensieri, dialoghi, descrizioni, piccole o grandi devastazioni, si ha davvero la certezza d’essere piombati dentro un intenso, lungo, quanto rapsodico rito d’iniziazione, che, adoperando strumenti e trasgressioni moderne (leggi: droghe, alcol, droghe, sesso, donne, uomini, droghe, sesso) ha comunque il fine antropologico di quella liturgia: fare scaturire, dal corpo del ragazzo, l’uomo.

Ed è questo che Sulla Strada Kerouac ripercorre: un rito in forma di cronaca, precursore d’un certo realismo trash che tanto tocca, sorprendentemente, le corde più infinite delle nostre emozioni.

Un rito, invero, che smarrisce qui le coordinate spazio temporali necessarie, esce dalla storia per entrare in una sorta di fiaba.

La fiaba della Grande America Sconfinata, più Moby Dick che Piano Inclinato. Un immenso Ologramma America da storytelling, sporco, a volte, depresso, folle, scuro. E tuttavia sempre vitale.

Si va. Si parte. Si abbandona.

Il mondo, là fuori, chiama.

E adesso, nonostante le insidie, in quel 1951, è tempo di andare.

Sarà diverso, dopo.

Dopo molti ragazzi finiranno carne da macello. Vietnam, viaggio senza ritorno. Vietnam, che ha spappolato le ossa dei sorrisi d’America.

Troppi ragazzi inghiottiti dal Drago Affamato.

Molti perderanno ragione, innocenza, gambe, braccia, silenzio, lacrime.

Ma ancora non c’è ombra della carneficina, sulle strade USA.

Le sole ombre, sono quelle dei fantasmi del crescere. Della morte che è il sottofondo della giovinezza, Eros e Tanatos, generazioni che s’avvicendano, immortalità come obiettivo e paura a diadema per tutti.

E se l’accompagnamento dell’iniziando non avviene più per una cacciata nel bosco, o un abbandono, se la dinamica di ammissione del neofita non passa più attraverso un atto di accecamento simbolico, ecco che però l’impellenza è la stessa.

Non si può non andare. Sulla strada, appunto.

Che è l’equinozio stregato del passaggio.

La strada che è il luogo della metafisica dell’esclusione, ma nel medesimo istante della libertà.

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»

«Dove andiamo?»

«Non lo so, ma dobbiamo andare».

Tre righe: la cifra di un’intera epoca.

La forza centrifuga che fa ascendere e disperare.

Basti ricordare che…

Un anno dopo la fine della stesura di Sulla strada, un irlandese sconosciuto che vive a Parigi, scrive in francese e nel 1969 vincerà il Premio Nobel per la Letteratura, firma il suo testo teatrale Aspettando Godot. Di nome fa Samuel Beckett, e nei fatti sta sulla strada pure lui.

Scriverà Kerouac ne Il libro dei sogni:

«Ecco come finisce il mondo, in raggi, nel rosso, gente che guarda, silenzio, stanchezza. Il mondo della mente è il mondo reale, i raggi della mente i raggi reali».

Appunto.

E lui, che sostiene d’avere un nonno di discendenza indiana cherokee, la madre franco canadese, lui che nasce a Lowell in Massachusetts il 12 marzo del 1922, ha davvero fatto quello che ha dichiarato.

«Sto seduto là discutendo infervorato e tracannandomi le ore degli angeli- orologio alla mano».

 

Silvia Andreoli