Cronaca d’un flop editoriale?

Ebbene sì. Checché ne dica la storia successiva.

In quel 10 aprile del 1925, quando Scribners manda sugli scaffali delle librerie americane Il Grande Gatsby, smalto e successo non arridono.

La profezia dell’autore viene contraddetta. Resta deluso l’indebitato Francis Scott Fitzgerald, che s’attende “il botto”. Lui, che aveva predetto come una certezza che se ne sarebbero vendute almeno 75mila copie quel primo anno, deve piegarsi all’evidenza: a fatica si raggiungono le 20mila copie, ripagando appena i costi di stampa e pubblicazione.

Non se ne capacita, il “vecchio” Scott, nato nel 1896, ma già consumato dai vizi e dalla vita. Sei anni prima, ha “sbancato” con Di qua dal Paradiso, che di copie ne ha vendute altrettante, ma in una settimana.

Questo “rifiuto” di Gatsby è un’autentica rovina. Ha fame di denaro per mantenere la vita “al limite” che conduce con la folle, splendida e devastata moglie Zelda.

Invece il successo latita, i critici si accaniscono. La prima recensione, uscita appena due giorni dopo la pubblicazione, titola “L’ultimo disastro di F. Scott Fitzgerald”. La redattrice del Brooklyn Eagle che firma il pezzo non fa sconti e garantisce di «non aver trovato in tutto il libro neanche una traccia di magia, di chimica tra i personaggi, di ironia, romanticismo, di vita insomma».

Né le sorti infami sarebbero mutate prima che Fitzgerald partisse per il “grande sonno”, nel 1940 a soli 44 anni, portando con sé l’insicurezza e la frustrazione d’una asimmetria incomprensibile tra il suo occhio narrativo e la fame dei lettori.

Ma è l’editoria, Bellezza.

L’ombra aleggerà, ingravidando il mito nel mito, facendo poi impennare le vendite. La fantasia collettiva galoppa, infatti, scortica la barra rigida dei tempi. E la fiaba infelice stregherà.

Quel seme insinuato, quella “corruzione” dell’immaginario sedimenta e cresce. Nessuno potrà più vaneggiare una “pubertà dorata”.

L’amore ammorba, l’amore avvelena, l’amore rende megalomani, e d’una solitudine spaventosa.

Madame Bovary, al confronto, sembra quasi una crocerossina.

Questa, la sinossi “liofilizzata del romanzo:

«Un ricco mercante di ferramenta all’ingrosso narra che un gangster, raffinato di gusti e romantico di temperamento, si trasferisce in una villa di Long Island, un sobborgo lussuoso di New York, e vi organizza feste favolose. Lo fa per impressionare una sua ex fidanzata, sposata ora a un miliardario che ha una relazione con la moglie del garagista. Il garagista sorprende la moglie, la quale per sfuggire alla sua vendetta corre fuori di casa e viene investita e uccisa dalla moglie del suo amante».

E qui mi fermo.

Anzi qui “faccio fermare” la voce della grande Fernanda Pivano, che di questo riassunto è artefice, ma se proseguissi verrei lapidata per consumato reato di spoiler.

Resti il mistero per chi ancora non l’ha letto. Con qualche avvertenza.

Sui luoghi, e uno soprattutto: la villa di Gatsby. Si tratta della “Colonial Revival” costruita sul “Lands End”, ultimo appezzamento di terra sul Long Island Sound, uno dei gioielli della Gold Coast, composta di oltre 1.400 ville coloniali edificate a partire dal 1890 per ospitare le famiglie dei titani dell’industria a stelle e strisce.

Ma nel 2011 esce la notizia sui giornali: la villa verrà acquistata e distrutta. Al suo posto, cinque residenze di lusso destinate ad essere messe in vendita a 10 milioni di dollari l’una.

Anche i sogni si ridimensionano nell’America della crisi.

E tutto ha un costo, un prezzo, pure i grandi personaggi.

Allora perché non accettare l’offerta top secret della società immobiliare 4B Realty, autorizzando la demolizione dell’elegante residenza sull’Oceano dove negli anni Venti e Trenta soggiornarono Winston Churchill e i fratelli Marx ?

Almeno la storia – di carta – nessuno può toccarla.

Tranne l’autore, s’intende.

Ma Fitzgerald il manoscritto l’avrebbe ritoccato, eccome, prima della stampa.

A fronte della profezia del successo del libro, infatti, aveva rivelato di doverci ancora mettere mano.

Intanto non lo convinceva il titolo. All’editore lo stesso Fitzgerald presentò una serie di titoli alternativi, con l’intento di convincerlo a cambiarlo: Among the Ash-Heaps and Millionaires, Trimalchio in West Egg, Gold-Hatted Gatsby, The High-Bouncing Lover, On the Road to West Egg Under the Red, White and Blue. (Meglio che non sia stato ascoltato…)

Né l’incipit sul protagonista. Avrebbe voluto cominciare dal passato “innocente”, quello dell’infanzia. E aveva deciso di inserire, come prologo al romanzo, un racconto dedicato al ragazzino che bazzica il Midwest, cresciuto nella morsa di un cattolicesimo punitivo.

Ma poi le pagine scompaiono. Escluse, divengono un mini racconto, dal titolo Absolution, pubblicato nel giugno 1925, e ignorato. E il “Gatsby bambino” archiviato.

Su di lui prende piede invece quell’adolescente James Gatz, figlio di poveri contadini del Nord Dakota, che fugge dalla famiglia convinto di poter trasformare se stesso e costruirsi una nuova identità. Ma lo incastra la passione. D’una ragazza, poi donna. Lei, solo lei.

Nonostante soldi, ricchezza, quell’ossessione, insonnia. Appunto di possesso.

È il sogno americano.

E la sua perdizione. Che invade i pensieri, e gli schermi. Con l’adattamento del 2013, il quarto, e il viso stregato di Leonardo Di Caprio.

Identificazione riuscitissima. Un ologramma strabico e ammiccante, dal potere iridescente, dove proprio la perdizione gioca il ruolo di calamita. Tenendoci così perdutamente “incollati” al fuoco fatuo della rovina in nome del primo amore.

Silvia Andreoli

La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciotto anni, lei sedici, io tre. La mamma lavorava come cameriera, da una famiglia di bianchi, e quando i padroni si accorsero che era incinta la buttarono fuori su due piedi… I ragazzi erano tutti e due poveri, e da poveri si cresce alla svelta. 

 

Niente male come incipit di un’autobiografia
(La signora canta il blues, Feltrinelli). Nulla a confronto del resto, però.

A tutti quelli che dicono che l’arte non salva nessuno, a tutti quelli che credono che la musica sia solo un intrattenimento bisognerebbe far leggere la biografia di Billie Holiday; anzi, per la precisione, la biografia di Eleanora Fagan, nata a Filadelfia il 7 aprile del 1915.

La madre ha tredici anni, il padre sedici.
Lei sguattera, lui suonatore di banjo.
La bimba viene lasciata a Baltimora da una cugina della madre, che non la ama e la maltratta.

È ribelle, una piccola “negra” indisciplinata. E finisce in riformatorio due volte.
La prima perché marina la scuola, la seconda perché è stata stuprata da un vicino di casa.
Sì, funziona così a Baltimora negli anni Venti: ha dieci anni, vieni stuprata e finisci in riformatorio. Una volta uscita, raggiunge la madre a New York.

Sadie -questo il suo nome- fa la cameriera, forse la prostituta; la bimba finisce a vivere una casa, con una signora. Farà le pulizie, e forse non solo, forse quella casa è un bordello e la ragazzina viene messa a giro. Siamo ad Harlem, a casa di Alice Dean, destinata a entrare nella leggenda per aver consentito a questa bambina randagia di ascoltare Bessie Smith e Louis Armstrong al fonografo. In cambio però, Eleanora lava i pavimenti e non si fa pagare.

La polizia scopre il bordello e la quattordicenne torna in carcere. Ne esce quattro mesi dopo.
Non vuole tornare a prostituirsi, fa un provino come ballerina da Pod’s & Jerry’s, uno di quei club della mitica Centotrentatreesima.
Un disastro, non sa ballare, e il pianista quasi commosso di fronte alla sua goffagine le domanda: «Sai almeno cantare?». E lei canta.
E nasce Billie Holiday, la voce più bella della musica jazz.
Lady Day diventa il suo soprannome.
Lady anche se ha solo quindici anni, perché è struggente e sofisticata come non si è mai sentito in un locale di Harlem, perché nella sua voce sembra esserci tutto il dolore del mondo, e bisogna aver vissuto per conoscerlo.
Lady perché è l’unica, tra le ragazze del locale, che si rifiuta di accettare le mance dei clienti stringendo le banconote tra le cosce com’era prassi.

Cambia locale, compie diciotto anni e una sera il produttore John Hammond è lì.
L’ascolta e la mattina dopo la porta in sala d’incisione dove ad attenderla c’è suo cognato Benny Goodman. In una settimana incidono due dischi. E se non il mondo intero, ma gli amanti del jazz scoprono qualcosa che già s’intuisce resterà unico.

D’accordo c’è un’altra ragazzina che incanta Harlem, si chiama Ella Fitzgerald e ha una potenza vocale strabiliante, ma Billie è unica. E destinata a restare unica, come tutte le creature fragili che non resistono agli urti della vita.

Dal 1939, anno dello scandalo Strange Fruit (la prima canzone in cui si parla dei linciaggi contro i neri), al 1959, anno della morte avvenuta il 17 luglio, si snodano velocissimi vent’anni di successi, infelicità, lutti, amori finiti male, collaborazioni con i massimi nomi della musica jazz americana, alcol e droga. Tanta droga.

Eroina. Che sembrava quasi farla cantare ancora meglio, se possibile, e che cozzava – o forse si compiva in un profondo e inconsolabile bisogno di bellezza – con quella gardenia bianca sempre appuntata tra i capelli.

«Nessuno canta la parola “fame” e la parola “amore” come le canto io», ebbe a dire.
Ed era vero.
Ed è per questo che a cinquantanove anni dalla sua morte continuiamo a nutrirci della sua arte.