Il re Vittorio Emanuele II s’innamorò della sua bella Rosina, legandola a sé in un amore diventato leggendario.

Ma perché Vittorio Emanuele II era chiamato “Re galantuomo”?

In verità non l’avevo capito finché non ho trovato questo ricordo, firmato regina Vittoria: «Era uno strano uomo, sregolato e spesso sfrenato nelle passioni (specialmente per le donne), ma un coraggioso, prode soldato, con un cuore generoso, onesto, e con molta energia e grande forza». La sovrana inglese l’aveva conosciuto nel 1855, in occasione di un viaggio a Londra che il Conte di Cavour aveva organizzato per il re. Ufficialmente per consolarlo dopo la morte della moglie Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena, molto più probabilmente a scopo diplomatico.
Il nostro fece colpo sulla regina, che nella sua corrispondenza privata lo descriveva così: «È un uomo rozzo. Balla come un orso, parla in modo sconveniente: ma, se entrasse il drago, sono sicura che tutti fuggirebbero, tranne lui. Sguainerebbe la spada e mi difenderebbe. È un cavaliere medievale, un soldato, questo Savoia».

E continuava: «Quando lo si conosce bene, non si può fare a meno di amarlo. Egli è così franco, aperto, retto, giusto, liberale e tollerante e ha molto buon senso profondo. Non manca mai alla sua parola e si può fare assegnamento su di lui».
Come non amare un uomo così? Dopo aver letto un simile giudizio non ci si meraviglia più scoprendo che Vittorio Emanuele II era anche un tombeur de femmes seriale.

Accreditatissimo presso le Corti europee, il “re galantuomo” aveva dalla sua una capacità innata: sapeva come accattivarsi le simpatie di tutti.

Vittorio Emanuele era e si sentiva un re, orgoglioso del passato millenario della sua dinastia.

Ma nello stesso tempo con la sua bonomia e il suo anticonformismo riusciva a dare ai suoi interlocutori la sensazione di mettersi sul loro stesso piano, come ha sottolineato lo storico Federico Chabod: «Qui era in gran parte il segreto del fascino ch’egli esercitò, indubbiamente, e non solo sui piccoli borghesi e sui contadini ma anche sugli uomini politici, qui era una delle sue doti vere di capo di Stato, che potè dunque agire personalmente, e non solo per imposizione o per consenso».

Le cronache raccontano che Vittorio Emanuele II, figlio di Carlo Alberto, soprannominato “l’Italo Amleto” crebbe come un giovane scavezzacollo, tarchiato e rubizzo, amante del vino, del gioco d’azzardo e delle belle donne. Tanto da far nascere la leggenda (a quanto pare mai smentita) che il vero erede fosse morto in un incendio e fosse stato sostituito in culla con il pargolo di un macellaio, tale Tanaca, che negli stessi giorni aveva denunciato la scomparsa del pargolo.
Nessuno ha mai risolto il dubbio, quel che è sicuro invece è che il titolo di “Padre della Patria” non era tanto dovuto alle imprese risorgimentali, quanto al gran numero di figli disseminato in tutto il Piemonte e oltre, tutti con il cognome Guerriero o Guerrieri che il re riservava ai figli delle sue amanti. Ma il suo unico vero e duraturo amore fu Rosa Vercellana, che riuscì sempre a trionfare su tutte le rivali e a tenere ben saldo il cuore del Savoia. Che da lei e dai loro due figli (Vittoria, nata nel 1848, ed Emanuele Alberto, nato nel 1851) ritornava sempre. Che piaccia o no, infatti, quella tra il re galantuomo e la donna che lui definì “compagna indivisa delle mie pene” è sì d’altri tempi. Ma è anche una storia di amore nel vero senso della parola. Un amore pacato, domestico e familiare, rasserenante malgrado tutto.

Conosciuta come la Bèla Rosin, Rosa era nata l’11 giugno 1833 a Nizza da Giovanni Battista e Maria Teresa Francesca Griglio. Il padre, dopo essersi distinto nell’esercito napoleonico, ottenne poi una medaglia al valore e il grado di “tamburo maggiore” nei granatieri di Sardegna. Nel 1847 la famiglia viveva a Racconigi, dove Giovanni Battista comandava il presidio della tenuta di caccia.
La leggenda narra che il colpo di fulmine scoccò quando l’erede al trono del Regno di Sardegna (che aveva 27 anni, quattro figli e uno in arrivo) la vede affacciata ad un balcone. I ritratti dell’epoca ci rimandano solo l’immagine di una donna prosperosa, dal viso squadrato e i tratti grezzi, ma con una gran massa di capelli corvini, occhi scurissimi e bocca carnosa. I primi tempi la ragazza, che ha soltanto 14 anni, viene ospitata in una villa nei pressi del Castello di Moncalieri, alle porte di Torino e le viene affiancata Madama Michela con il compito di insegnarle il bon ton. Mai compito fu più arduo. Addobbata con vistosi gioielli e preziosi vestiti, Rosa sarà subito snobbata dalla nobiltà sabauda. Soprattutto Cavour non tollerava questa relazione e cercò invano di separare con ogni mezzo i due. Invece il re, che nel 1855 restò vedovo, conferì nel 1859 alla sua Rosa il titolo nobiliare di contessa di Mirafiori e Fontanafredda, comprando per lei il castello di Sommariva Perno. La Bèla Rosin era da tempo l’ombra di Vittorio, lo seguiva con i figli ovunque. Anche dopo lo spostamento della capitale da Torino a Firenze e poi a Roma. E nelle eleganti ville in cui si rifugiava, il re sapeva di trovarla sempre pronta a togliergli gli stivali, a porgergli un sigaro intinto nel cognac e a preparagli un buon piatto di bagna caoda o quelle che ancora oggi si chiamano “euv a la bèla Rosin” con la maionese e il prezzemolo.
Nel 1869, il Re si ammalò e temendo di morire sposò Rosa Vercellana con il solo rito religioso nella tenuta di San Rossore vicino a Pisa: le nozze furono morganatiche in modo che né lei né i figli potessero mai reclamare nulla riguardo alla successione al trono. Dopo il matrimonio però Vittorio Emanuele II guarì e per qualche anno i due formarono una coppia regolarmente sposata. Il matrimonio civile, del quale però non esistono documenti, avvenne il 7 ottobre 1877, a Roma.

Sempre insieme nella vita, ma separati nella morte. Lui spirò a Roma il 9 gennaio 1878 per una polmonite complicata da una pleurite. Lei era lontana, bloccata da un’influenza nella tenuta della Mandria, a pochi passi da Torino, uno dei tanti nidi d’amore in cui la coppia amava trascorrere le vacanze. Dopo la morte del re, Rosa fu definita persona non grata dalla regina Margherita, le vennero requisite tutte le residenze in cui abitava ad eccezione del Castello di Sommariva Perno. Il 27 dicembre 1885 anche lei morì a causa del diabete nel palazzo Spinola Grimaldi di Pisa, dimora della figlia. Ma naturalmente non fu sepolta vicino al suo amato al Pantheon di Roma. Per questo Vittoria ed Emanuele decisero comunque di riunire idealmente i genitori e fecero edificare in zona Mirafiori a Torino un Pantheon in miniatura. Ma dagli anni ’70, dopo una serie di profanazioni, le spoglie sono custodite al Cimitero Monumentale di Torino.

Rosa non fu nemmeno una patriota che lottò per l’unità d’Italia o una testimone attiva del Risorgimento. Si limitò a custodire il suo piccolo mondo antico alle sue condizioni, mescolando amore e furbizia. Con lei, vera anima gemella per gusti e attitudini, il primo re d’Italia poteva finalmente smettere gli stretti panni del sovrano per vestire quelli di un semplice uomo amato, compreso e accettato dalla sua compagna per quello che era veramente.
E forse l’epitaffio più azzeccato è quello scritto da Roberto Gervaso nel libro La bella Rosina. Amore e ragion di stato in Casa Savoia (Bompiani, 1991): «Vinse la battaglia fingendo di perderla, catturò Vittorio dandogli l’impressione di consegnarsi a lui. Una conquista frutto di astuzia, ma anche di acume e tempismo. Fra concessioni ch’erano rivendicazioni e perdoni ch’erano moniti. Se Vittorio se ne accorse, non sappiamo. La sua condotta, comunque, non mutò. A Rosa non avrebbe più rinunciato. Gli piaceva così, la voleva così. E, per trent’anni, così la ebbe».
Una “Regina senza trono e senza corona”, la definì il poeta Costantino Nigra. Ma una vera regina di cuori.


Dopo un’attesa durata quattro anni e senza alcun preavviso martedì 11 marzo 1986 compare nei negozi di dischi l’ultimo album di Lucio Battisti, Don Giovanni. Noi battistiani – in crisi d’astinenza – ci passiamo subito la voce e corriamo nei negozi per acquistarlo. Sappiamo che sarà un disco storico. A casa, dopo aver guardato con curiosità mista a stupore la copertina – uno scarabocchio che assomiglia a una lettera “a” minuscola con appesa una sciarpa – posiziono il disco sul piatto dello stereo e comincio l’ascolto. Al termine de Il diluvio sono pietrificato, fino all’ultima canzone non c’è traccia di Battisti.

Un primo trauma l’avevo avuto quattro anni prima con E già, primo album dopo la separazione da Mogol, quando Battisti aveva affidato la scrittura dei testi alla moglie, Grazia Letizia Veronese alias Velezia. L’album venne considerato da tutti – pubblico, critica – un lavoro di transizione e piaciuto a pochi, ma questo Don Giovanni lascia i battistiani della prima (quelli di Acqua azzurra, acqua chiara; Non è Francesca; Fiori rosa fiori di pesco) e dell’ultima ora (cresciuti con Ancora tu; Sì, viaggiare; Una donna per amico) allibiti. Invece di «Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi/le sue scarpette rosse» o «Come può uno scoglio arginare il mare/anche se non voglio torno già a volare» Lucio canta – o forse sarebbe più corretto dire recita – strofe come «Vittime fa l’ottima idea d’essere noi finali. Straziante d’estri tristi annegherà la più assetata arsura» e «Non penso quindi tu sei/questo mi conquista/L’artista non sono io/ sono il suo fumista» e via così.

L’addio al compagno di strada Mogol non poteva essere più definitivo, radicale, irrimediabile.

 

lucio battisti, don giovanni

Com’è stato possibile? Com’è potuto accadere? E, soprattutto, perché ha voluto distruggere quel monumento alla canzone italiana costruito in una dozzina di album? Fino a quell’11 marzo 1986 tutti i suoi dischi raggiungono la vetta della classifica e molte canzoni sono considerate veri capolavori.

E invece…

Dal sodalizio con Mogol l’album che fa storcere un po’ la bocca è Anima latina, pubblicato nel 1974. È un disco di musica prog, dove Battisti inizia a sperimentare, uno dei meno immediati (e meno venduti), ma in realtà, se ascoltato attentamente, presenta degli episodi di assoluta qualità. Largo spazio alle armonie, arrangiamenti raffinati, voce al servizio della musica e non viceversa (alcuni critici parlarono addirittura di missaggi sbagliati, senza riuscire a capire le sue intenzioni). Un album atipico per l’epoca, ma come sempre il cantante reatino era in anticipo sui tempi.

La coppia cominci a a scricchiolare alla fine del 1978, dopo l’uscita di Una donna per amico. Esaurita la vena artistica? Voglia di cambiare? Litigio per una questione di soldi? Per un pezzetto di terra? Se ne sono dette tante, nessuno saprà mai qual è la verità.

Battisti è sempre più convinto di intraprendere nuove strade e ricercare nuove soluzioni creative, il suo amore per la musica anglo-americana cresce a dismisura; del successo, del dominio delle hit-parade – e anche dei soldi – non gliene frega niente. Sente il bisogno di espandere ulteriormente i confini della propria arte, di entrare in contatto con altri universi musicali. Nel 1979 rilascia la sua ultima intervista: «Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Da oggi non parlerò mai al pubblico, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte».

È stato di parola, non parlerà mai più e non si farà vedere. Una giornata uggiosa, uscito nel 1980, è l’ultimo lavoro a firma Battisti-Mogol, realizzato insieme solo per rispettare il contratto con la casa discografica perché la coppia è ormai sulla strada del divorzio. Un titolo malinconico, una copertina grigia e piovosa che si addice al triste finale del matrimonio artistico più fortunato della canzone italiana.

E nel 1982 incomincia la svolta: Battisti rivendica la propria libertà artistica e dalle regole di mercato e, soprattutto, è affascinato dalla musica elettronica. Incide E già, disco non molto riuscito ma in qualche modo fondamentale non solo perché è il primo del dopo-Mogol ma perché segna il suo passaggio definitivo a sonorità completamente elettroniche. Una svolta che termina l’anno dopo quando Adriano Pappalardo gli presenta un poeta, Pasquale Panella. Per Battisti è il secondo importante sodalizio della sua carriera: a lui, infatti, affida i testi dei successivi cinque album, per un totale di 40 canzoni.

Nei brani, dai testi ermetici, non esistono ritornelli e melodie immediatamente memorizzabili: comprenderlo a fondo richiede tempo e impegno, e forse non tutti sono in grado di farlo. È comunque troppo difficile per chi ha amato e conosciuto il primo Battisti. Appena uscito Don Giovanni sui giornali si legge di un «dadaismo alla Baci Perugina»; di «metafisica della canzone»; si scrive che il binomio non potrà mai funzionare, perché c’è «troppa poesia per la canzonetta o troppa canzonetta per la poesia». Insomma, Battisti con la sua inversione di rotta spiazza anche la critica. E non poteva essere altrimenti. Assieme alle critiche, però, arriva anche il primo posto in classifica. Ma sarà l’ultimo.

Due anni dopo è la volta de L’apparenza, lavoro che se da una parte decreta l’abbandono definitivo delle canzoni d’amore e romantiche, dall’altra segna il netto distacco del “suo” pubblico: «Non è più lui. Non si capisce niente di quello che fa» dicono i battistiani, anche quelli più irriducibili. A lui non interessa e pensa solo a quello che gli piace fare. Sempre con Panella confeziona La sposa occidentale, uscito nel 1990 che – se possibile – è ancora più complicato dei precedenti, tanto che la critica lo bolla apertamente come disco «cervellotico, privo di qualunque spunto d’interesse» decretandone così la definitiva morte commerciale.

Il fondo – da un punto di vendite – lo tocca con Cosa succederà alla ragazza, pubblicato nel 1992: rispetto ai lavori precedenti del “nuovo corso battistiano” la ritmica è padrona assoluta e – incredibile ma vero – si segnala un timido ritorno all’orecchiabilità. Per quanto riguarda i testi, invece, siamo ancora alla Pagina della Sfinge della Settimana Enigmistica: «I pesci pesci pesci i pori pori/Cosa succederà alla ragazza/Vede i pori con le corna come i tori/Le corna curve sono due ferventi trafficanti a bassa voce/Sotto la croce sotto la croce». L’album è accreditato del 57a posto nella Top 100; miglior posizione raggiunta la quinta. È la conferma di quanto il grosso del pubblico gli abbia voltato le spalle.

Ma oltre a pubblico e parte della critica, anche i discografici cominciano a farsi domande su Battisti: ma vale tutti questi soldi che chiede ogni volta che si presenta con un disco? E così la CBS, che lo aveva strappato a suon di milioni alla Rca e pubblicato gli ultimi due album, quando Battisti si presenta con la lacca di otto nuove canzoni risponde: «No, grazie!». Hegel, il suo ultimo album, esce nel 1994 – distribuito dalla Rca – sulla sua vecchia Numero Uno, quella dei “capolavori” rimpianti da milioni di fans. Questa volta la critica si divide: se per Flaviano De Luca «La distanza col resto dell’Italia canzonettara è davvero incolmabile» e per Fabio Santini «se ne potrebbe benissimo fare a meno di certi prodotti, un disco assolutamente inutile», per Michele Serra: «è semplicemente l’opera di due geni». Il pubblico è però fermo nelle sue posizioni e il disco vende ancora meno del precedente.

La svolta di Battisti può piacere o no, una cosa però è certa: Lucio è stato un cantante unico, non tanto o non solo per le canzoni storiche e per i successi, ma perché ha avuto il coraggio di abbandonare una strada facile e sicura che lo portava a un successo garantito (e a un altrettanto garantito guadagno) per una sperimentazione difficile, che lo ha portato ad allontanarsi dal grande pubblico. Battisti avrebbe potuto replicare all’infinito le canzoni “modello Mogol” – e nessuno avrebbe avuto a che ridire –  garantendosi successi di critica e pubblico, la prova è il successo improvviso degli Audio 2, suoi replicanti degli anni Novanta prodotti da quel volpone di Massimiliano Pani (mentre oggi giovani come Colapesce, Iosonouncane e i Verdena si ispirano alla sua ultima produzione). Lui ha seguito l’istinto dell’artista, lontano anni luce dalle leggi del mercato.

E fosse anche solo per questo, Lucio Battisti merita il massimo del rispetto.

conte camillo negroni«Cos’è il genio?» chiede il Perozzi in Amici miei. «È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione» si risponde.

Il genio, se permettete, è anche 1/3 di gin, 1/3 di bitter Campari, 1/3 di vermouth rosso, una scorza di arancia (o limone) e ghiaccio. Una ricetta elementare che tutti – senza essere grandi barman – sono in grado di replicare. È il Negroni, “la perfezione” all’interno di un bicchiere, tumbler basso, mi raccomando.

 

Che questo cocktail rappresenti la perfezione è risaputo da anni. È la fine degli anni Venti e il conte Camillo Negroni, eclettico nobile fiorentino che ama la bella vita, è appena tornato dall’America dove per un po’ di mesi ha giocato a fare il cow boy. Da vero nobile e uomo di mondo, il conte Camillo non ama lavorare e passa le giornate con gli amici alla Bottega Giacosa, in via de’ Tornabuoni, a Firenze. Stufi di bere vermouth o bitter nel tardo pomeriggio, tra i gentiluomini va di moda di consumare l’Americano, cocktail che, a dispetto del nome, fa uso esclusivamente di prodotti italiani: bitter Campari, vermouth e una spruzzata di seltz. Sempre in cerca di novità e sensazioni forti, un bel giorno il conte Camillo dice a Fosco Scarselli, che non sarebbe corretto definire barman però sta dietro al bancone a servire da bere, che vuole irrobustire il suo solito Americano. La scelta del nobiluomo cade sul gin, un po’ per non rovinare quella splendida tonalità di colore rosso, ma soprattutto per alzare notevolmente il grado alcolico. Una semplice modifica, che aggiunge al drink una sensazione secca e pulita e ne esalta il sapore grazie all’inconfondibile gusto amarognolo del ginepro.

Per qualche tempo la gente ordina «un Americano alla maniera del conte Negroni», ma ben presto al fido Scarselli ci si rivolge dicendo «preparami un Negroni».

 

Il Negroni è un cocktail democratico e trasversale: il gin soddisfa il virile gusto maschile; la dolcezza del vermouth piace alle donne e, per via della sua anima profondamente italiana, scalda il cuore del conservatore nazionalista; ma – qualora non fosse disponibile il Mojito che piaceva tanto a Fidel – strizza l’occhio anche al compagno che in fondo a quel bicchiere rosso ci vede una sorta di passione socialista. Nel Negroni si trova sempre qualcosa di magico, di attraente, di sensuale. Anche quando è terminato, sarà per la fettina d’arancia o di limone da morsicchiare lentamente, oppure si resta incantati a guardare il ghiaccio che si scioglie che regala un liquido con sfumature che vanno dal rosa al rosso vermiglio.

 

negroniUn mix che ha sedotto il gusto della gente in ogni angolo della Terra al punto da diventare uno dei cocktail più bevuti al mondo. Ha un enorme successo soprattutto negli Usa, diventando negli anni Cinquanta uno dei drink preferiti nei transition bar, i cosiddetti bar di passaggio nelle stazioni ferroviarie. E anche la cultura s’è fatta sedurre: nel film tratto dalla novella di Tennessee Williams La primavera romana della signora Stone (1961) la protagonista si abbandona a un «magnifico Negroni per dimenticare e aprirsi ai giovani amori» e persino Ian Fleming, l’ideatore di James Bond, il protagonista dei suo racconto Risiko diventa un ambasciatore del Negroni, tradendo così il must del “bondiano” Vodka Martini “agitato non mescolato”.

 

Un fascino che non invecchia mai. A certificarlo è Drinks International, una sorta di Guida Michelin americana per barman, che per la prima volta ha pubblicato la classifica dei migliori cocktail del mondo: ebbene, il Negroni ha messo in fila Manhattan, Daiquiri e Martini Dry, che qualcosa di tricolore può vantare. E poi Whiskey Sour, Margarita, Sazerac, Moscow Mule e Mojito. Davanti c’è solo l’Old Fashioned, simbolo della scuola anglosassone, basata sul Bourbon. Non si poteva chiedere di più agli americani, che restano pur sempre dei grandi nazionalisti.

 

Il Negroni può vantare di essere uno dei pochissimi cocktail internazionali ad avere una composizione mai messa in discussione e delle varianti che non hanno (quasi) mai modificato lo spirito e la sua forza originale. La più famosa è il Negroni Sbagliato, creata negli anni Sessanta da Mirko Stocchetto, barman del Bar Basso di via Plinio a Milano. La celeberrima sostituzione del gin con spumante brut non è stata studiata: Stocchetto, in realtà, prende una bottiglia per un’altra e, pensando di versare il primo come da ricetta canonica, aggiunge il secondo. Si accorge subito dell’errore e avverte i clienti, fortunatamente frequentatori abituali del bar: «No, non bevetelo, mi sono sbagliato!».  Loro lo vogliono assaggiare ugualmente e restano sorpresi del gusto. Ottimo, un mix che ha una sua personalità e diventano testimonial del nuovo cocktail. La seconda variante nasce a Roma in occasione del Giubileo del 1950: qui il barman dell’Hotel Excelsior decide di dedicare un cocktail a un cardinale, cliente abituale e consumatore di Negroni, sostituisce il Martini rosso con il Dry e lo chiama, appunto, Cardinale.

 

Da qui in poi la lista si allunga. C’è il Negroski, con la vodka al posto del gin; il Negroni Insolito con gin, Americano Cocchi, China Clementi e una guarnizione di chicchi di caffè; il Western Style Negroni con bourbon Wild Turkey al posto del gin e gocce di bitter al cioccolato. Per fortuna al conte Camillo questa lista resta sconosciuta.

Oltre che un ottimo cocktail, il Negroni resta una comoda e veloce soluzione per chi cerca innocenti evasioni: nel bicchiere – a parte l’arancia – tutto è alcolico. E dopo il terzo – se non guidi – la vita comincia a sorriderti.

 

Luca Pollini

 

 

Se, come sosteneva Carl Gustav Jung, l’inconscio collettivo è un contenitore psichico universale, per tutti gli italiani dal 1972 questo contenitore ha un nome e un cognome: Claudio Enrico Paolo Baglioni, Roma il 16 maggio 1951.

Ed ecco spiegato perché, anche se non è il nostro genere musicale preferito, anche se non abbiamo mai comprato un suo disco, anche se abbiamo sempre cambiato stazione radio all’incipit di “quella sua maglietta fina…” tutti sappiamo che era “tanto stretta al punto che immaginavo tutto…”.

Insomma, tutti sappiamo a memoria almeno una canzone (in realtà molte di più) del mitico, anzi archetipico Claudio.

 

Sosteneva Jung che gli archetipi, cioè quei simboli originari che si ritrovano in tutte le culture umane, comunicassero “al mondo effimero della nostra coscienza una vita psichica sconosciuta appartenente a un lontano passato” e servissero per comunicare “lo spirito dei nostri ignoti antenati, il loro modo di pensare e di sentire, il loro modo di sperimentare la vita e il mondo, gli uomini e gli dei”. L’influenza di questa psiche oggettiva sul nostro essere e divenire (lo psicoanalista svizzero parla di autorealizzazione\individuazione) è perciò fondamentale, perché a loro attingiamo, volenti o nolenti, per pensare, sentire, intuire…

Ed esserne consapevoli o meno non fa una grande differenza, perché gli archetipi ci sono e ci agiscono e ci rendono parte di una comunità.

Ecco perché non è necessario avere la discografia completa di Baglioni in libreria, per ritrovare se stessi, perché è lui a essere dentro di noi, non noi ad ascoltare lui.

 

Ma torniamo al 1972 e all’uscita di Questo piccolo grande amore, ormai per tutti QPGA.

Baglioni ha appena 21 anni ed è al suo terzo album (ha già scritto Signora Lia, prima Milf della musica italiana), vende quasi un milione di copie, resta in classifica per quindici settimane e il brano che dà il titolo al disco viene definito “la canzone italiana del secolo”.

E, dato che siamo in piena rivoluzione sessuale, viene anche censurato (la voglia era di essere nudi e non soli, le mani erano ansiose di cose proibite e non c’erano scarpe bagnate).

Cosa c’è di universale, collettivo e archetipico in questo testo?

  1. La maglietta fina: bisognerà aspettare vent’anni perché nasca il concorso Miss Maglietta Bagnata, ma da sempre e per sempre ogni ragazzina sogna di sfoggiare una maglietta fina che ne sottolinei le forme appena acquisite e ogni adolescente maschio ne resta abbacinato.
  2. Il falò. In un Paese che conta quasi ottomila chilometri di costa, la tradizione estiva della schitarrata in spiaggia la sera di Ferragosto è seconda solo al Natale, e pari per aspettative\frustrazione.
  3. Il materno. Quello che per Jung era la Grande Madre e cioè, “ciò che è benevolo, protettivo, tollerante” per Baglioni è una ragazza con “quell’aria da bambina” che gli “diceva sei una frana” ma già era pronta, è evidente, a perdonare la goffaggine e l’eterna indecisione maschile.
  4. Il rimpianto. Adesso che lui saprebbe cosa fare, adesso che saprebbe finalmente dire qualcosa di più significativo di “non sono sicuro se ti amo davvero” lei non c’è più.

E chi non ha almeno un rimpianto legato alla propria gioventù? E come si fa a crescere e individuare se stessi senza fare errori? Errori con uno scopo, li definisce Jung…

 

La sua discografia è immensa, la sua carriera batte i quarantasette anni, la quantità di dischi venduti è incredibile (siamo oltre i cinquanta cinque milioni), i ritornelli tormentone da “passerotto non andare via” (sequel del piccolo grande amore) ad Alé-oò i più efficaci di sempre, ma nel nostro personale processo d’individuazione ci sono altre due tappe fondamentali, una volta scollinata l’adolescenza attraverso E tu…, Gira che ti rigira amore bello e Sabato pomeriggio.

La prima è E tu come stai? Dove la stessa “e tu…” che qualche anno prima era ancora una volta in spiaggia accoccolata ad ascoltare il mare, ancora una volta coinvolta in corse a perdifiato sulla battigia, ancora a piedi nudi, ancora “fatta di sguardi e di sorrisi ingenui” si conquista un punto interrogativo e una domanda: come stai?

I falò sono finalmente finiti e con loro si spengono i primi amori importanti, quelli che fanno male davvero. Lasciata la spiaggia, lavata via la sabbia dai piedi ci si ritrova una sera da soli a domandarsi: “chi viene a prenderti, chi ti apre lo sportello, chi segue ogni tuo passo… chi ti ha portato via…”. Domande che tutti, sicuramente anche Jung, si sono posti a seguito della fine di una storia d’amore importante.

 

Ed eccoci al 1990, anno della svolta. E di Oltre, un concept album che già dalla copertina preannuncia una nuova fase della sua\nostra vita interiore: niente foto, un quadro, pennellate che lo ritraggono a torso nudo, un sottotitolo criptico più degli ultimi scritti di Jung (“un mondo uomo sotto un cielo mago”) e sul retro la sua ombra, l’archetipo della nostra parte irrazionale. Nella traccia più celebre, Mille giorni di te e di me, l’amore si fa sempre più difficile, ma la disperazione prende nuove forme, più armoniche, più integrate, non si cercano più facili scuse, ci si separa un po’ come ci si unisce, e si diventa tutti un po’ filosofi: “Finimmo prima che lui ci finisse, perché quel nostro amore non avesse fine…”.

È l’amore della maturità, intenso, fatto di luoghi, case, armadi, olfatto (“chi ci sarà dopo di te respirerà il tuo odore pensando che sia il mio..”), ma più composto, consapevole.

Individuato.

E il percorso è compiuto. Siamo cresciuti. Grazie Claudio.

 

Anna Di Cagno