Indro Montanelli diceva che non si poteva capire l’Italia del Dopoguerra senza leggere i suoi libri. E aveva ragione. Le avventure di don Camillo e Peppone nel Mondo piccolo di Giovannino Guareschi servono più di qualsiasi saggio storico per entrare in quel clima, ma dietro il successo planetario della serie (letteraria e poi cinematografica) c’è anche dell’altro. Il fatto è che «in quella fettaccia di terra distesa lungo la riva destra del Po, fra Piacenza e Guastalla, con le sue strade lunghe e dritte, le sue case piccole pitturate di rosso, di giallo e blu oltremare, sperdute in mezzo ai filari di viti», Guareschi ha messo in scena una “commedia umana” universale. Come un Balzac nostrano, dotato di ironia e intelligenza, che era solito dire: «è sempre infinitamente più difficile essere semplici che essere complicati». E aggiungeva: «Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo».

Il “mondo piccolo” di Guareschi è un posto semplice, con leggi immutabili tramandate da padre in figlio. Un posto dove si bestemmia non per far dispetto a Dio ma al prete, dove volano facilmente le sberle ma sempre onestamente, senza odio. Qui la parola data ha un grandissimo valore e non si spara alle spalle, neanche se sono quelle del peggior nemico. Un mondo di individui veri, con le loro meschinità e le loro grandezze, i loro sogni e i loro desideri di giustizia. Un mondo dove anche noi – oggi – vorremmo vivere.
Le vicende si svolgono, secondo le parole dello stesso autore, dal dicembre 1946 al dicembre 1947 e hanno come protagonisti gli amici-nemici don Camillo e Peppone, il parroco che parla col Cristo dell’altare maggiore (che di recente è stato rievocato come prete-modello perfino da Papa Francesco), e il sindaco comunista (nonché meccanico del paese). La prima pubblicazione della saga risale al marzo 1948, il primo film con Fernandel e Gino Cervi, ambientato a Brescello, un paese della Bassa in provincia di Reggio Emilia che ancora oggi campa su quel successo, è del 1952.

Scrittore, giornalista, caricaturista e umorista, Guareschi è stato ed è uno degli autori italiani più apprezzati nel mondo, con oltre 20 milioni di copie vendute. Monarchico, cattolico e anticomunista e per questo sempre ignorato dalla cultura ufficiale, a cinquant’anni dalla morte (il 22 luglio 1968), è ancora oggi popolarissimo, amato e studiato. Inventore del celebre slogan che diede il primato alla Democrazia Cristiana nel 1948 (“Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”), nel 1954 finì in cella per 409 giorni in seguito all’affaire De Gasperi con l’accusa di diffamazione a mezzo stampa. Durante la detenzione gli arrivarono ben 27mila lettere: «Gli hanno permesso di non impazzire. A noi figli, di sapere quanto era amato», ha rivelato il figlio Alberto in una recente intervista pubblicata su Il Giornale.

«Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione», disse invece all’epoca Guareschi, che dopo aver vissuto a Milano, nei primissimi anni Cinquanta si era trasferito a Roncole di Busseto, proprio a fianco della casa natale di Giuseppe Verdi, dove ancora abita il figlio Alberto, fedele custode dell’archivio e della biblioteca paterna e dove c’è anche la sede del “Club dei 23” (dalla famosa frase dello scrittore, che diceva di avere solo 23 lettori…).

Penna pungente, Guareschi è passato alla storia anche per le sue famosissime vignette intitolate “Obbedienza cieca, pronta, assoluta”, dove sbeffeggiava i militanti comunisti che lui definiva trinariciuti, che prendevano alla lettera le direttive che arrivavano dall’alto, nonostante i chiari errori di stampa, poi corretti con la frase “Contrordine compagni!“.

Certo è che il suo conflittuale rapporto con il potere costituito e il suo carattere irriverente, irruente e sanguigno non gli hanno reso la vita facile. Ma ha ragione Marcello Veneziani a scrivere nella prefazione al libro Marco Ferrazzoli, Non solo Don Camillo di Marco Ferrazzoli: «Per comporre la biografia civile di Guareschi bisogna riconoscere i suoi tre paradossi: dopo due anni nei campi di concentramento nazisti (dal ’43 al ’45), passò per un fascista; dopo aver vinto la battaglia nel ’48, appoggiando la Dc di De Gasperi, finì in galera per la querela del medesimo De Gasperi; dopo aver umanizzato i comunisti, fondò il settimanale più efficace nella lotta al comunismo e là scrisse il primo libro nero del comunismo».

Lui, Giovannino (che scherzava sempre sul fatto che un omone grande e grosso come lui fosse stato battezzato con questo nome) ha lasciato detto: «Ho dovuto fare di tutto per sopravvivere, tuttavia, tutto è accaduto perché mi sono dedicato ad un preciso programma che si può sintetizzare con uno slogan: “Non muoio neanche se mi ammazzano”». Un vero inaffondabile!

Marina Moioli


Indro MontanelliSono già passati 16 anni dal 22 luglio 2001, ma nessuno si è dimenticato di Indro Montanelli, da tutti venerato come il più grande giornalista italiano del Novecento.

Anche se lui, a novant’anni suonati, scrisse: «Io forse sarò ricordato, quando avrò preso congedo da questo mondo, da qualcuno dei miei lettori, non certamente dai loro figli. So di aver scritto sull’acqua. Ma ciò non mi ha impedito di continuare a scrivere, impegnandomi tutto in quello che scrivo…».

Alla nipote Letizia Moizzi dettò questo auto-necrologio rivelatore: «Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza / Indro Montanelli / giornalista / prende congedo dai suoi lettori, ringraziandoli della fedeltà e dell’affetto con cui lo hanno seguito». Un congedo commosso a quelli che lui, cresciuto con il mito di «scrivere per farsi capire anche dal lattaio dell’Ohio», considerava la sua vera famiglia.

Sulla lunga vita e sulla prestigiosa carriera di Montanelli sono stati scritti decine e decine di libri. Di lui si sa, o si crede di sapere, ormai tutto. Dalla leggenda del perché si chiamasse così – per mascolinizzazione del nome della divinità induista Indra, scelto dal padre Sestilio per fare un dispetto ai parenti della moglie – oltre che Alessandro, Raffaello e Schizogene (ovvero “seminatore di zizzania”) al divorzio con Berlusconi. Dalla relazione di “madamato” con la piccola Fatima in Eritrea al racconto di una memorabile cena con Papa Giovanni Paolo II. Dalla prigionia a San Vittore con Mike Bongiorno alle polemiche con l’amico-nemico Fortebraccio.

Non fece in tempo a commentare la tragedia dell’11 settembre, ma aveva già predetto che il futuro avrebbe portato un tempo di conflitti striscianti, forme di guerra endemica e di terrorismo. «Se avessi vent’anni avrei paura del fanatismo religioso. Le ideologie politiche sono morte, per il momento, ma le religioni tendono facilmente a diventare politica», profetizzò poco tempo prima di morire.

Si definiva “anarcoliberale” e anche un “condannato al giornalismo” («perché non avrei saputo fare niente altro» scrisse in Questo secolo, 1982) e negli ultimi anni, parlava con rimpianto del suo secolo che stava finendo: «Un secolo di sangue, di barbarie, di orrori. Un’ininterrotta “suspence”. Quando li vivevo, quei drammi, non vedevo l’ora che finissero. Ora mi mancano».

Per i suoi tanti orfani ogni tanto arriva ancora qualche piccola e curiosa nuova rivelazione, come quella secondo cui Indro, quando andava d’estate in vacanza a Cortina d’Ampezzo, si fermava a Valeggio sul Mincio, in compagnia dell’amico Cesare Marchi, per gustare i deliziosi agnolini nell’Antica Locanda Mincio di Borghetto. Se invece era diretto al mare, a Montemarcello, trovava sempre il modo di fare una sosta a Berceto, sulla strada della Cisa, per gustare un buon piatto di funghi porcini. Notizie che sembrano stupefacenti, considerata la nota sobrietà di Montanelli, magro come un grissino, a tavola. Leggenda vuole infatti che si nutrisse più o meno con una minestrina, un pugno di fagioli con un cucchiaino di olio, uno spicchio di pomodoro, poche verdure. E qualche giornalista milanese di lungo corso ricorda ancora i pranzi-esame alla Tavernetta Da Elio di via Fatebenefratelli, quando ordinava enormi piatti di fave crude per tutti (e chi non dimostrava di gradirle non acquisiva certo punti ai suoi occhi).

Nonostante gli innumerevoli successi, Montanelli fu però per tutta la vita un uomo inquieto, tormentato dalla depressione. Un coacervo di contraddizioni. Così tanto che forse tra tutti gli aneddoti e i ricordi, l’informazione che più ne rivela il carattere è un verso della poesia che più amava, If di Kipling: «… e perdere, e ricominciare daccapo». Quasi un vademecum esistenziale per un uomo destinato a vivere sempre controcorrente. E con la schiena dritta. «Perché non ho potuto sempre dire tutto quello che volevo, ma non ho mai scritto quello che non pensavo», dichiarò.

Non ebbe (almeno ufficialmente) figli, ma ai giovani dava regolarmente un unico e prezioso consiglio: «Combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s’ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio».

Inaffondabile perché… È l’unico giornalista italiano che sia diventato leggenda. A lui Milano ha intitolato i Giardini Pubblici dove amava passeggiare ogni mattina e dedicato una statua che lo raffigura intento nella stesura di un articolo con la celebre Lettera 22 sulle ginocchia.

Marina Moioli