Iago è il manipolatore per eccellenza, l’inquietante personaggio inventato da William Shakespeare che s’insinua nella mente di Otello per renderlo vulnerabile. Il grande Parasite della letteratura.
Mala tempora et currunt et currebant et current è una di quelle frasi in latino che di solito vengono pronunciate da qualche passatista che vive nel rimpianto dei tempi belli, giusti e buoni, a differenza della brutta aria che tira ora. Però, a dire il vero, potrebbe avere ragione.
Devono essere tempi orribili, i nostri, se due dei film più premiati di questa stagione cinematografica sono stati Joker e Parasite.
Entrambi infatti narrano di tempi brutti, molto brutti e sono film belli, molto belli.
Entrambi seguono l’evoluzione di personaggi che sono dei precipitati sociali. Gente che rotola in basso e, quando smette di precipitare, incominciano i guai, perché scatenano l’inferno. Sono  molle che, se tenute sotto una pressione eccessiva, a un certo punto saltano per aria tirandosi tutto dietro.
In psichiatria, i momenti in cui la molla rischia di saltare si caratterizzano per l’insorgere di stressor, ossia fattori stressogeni. Se ti chiami Arthur Fleck e da bambino ti legavano al termosifone è molto probabile che avrai qualche disturbo da grande e che, se ti mettono una pistola tra le mani, la usi.
Se vivi in uno scantinato fetido e il caso ti infila in una casa di miliardari, è molto probabile che questo enorme sbalzo tra due stili di vita così lontani tra loro possa farti svalvolare. A maggior ragione se poi in questo baratro si infilano altri scrocconi, oltre te stesso.
Chi se ne intendeva di stressor era senz’altro William Shakespeare. Solo che lui non si è mai limitato a usare un espediente banale quale l’introduzione di un elemento stressogeno in un tessuto narrativo o drammatico. Troppo facile. Troppo didascalico. No.

Iago è un alfiere, un uomo integrato

Joker viene picchiato, deriso, umiliato, la sua malattia lo isola socialmente, ne fa un diverso che può causare ilarità solo suo malgrado, non sarà mai un comico.
Di lì ad odiare tutti e infine ad ammazzarli (per davvero oppure nella tua testa malata, poco importa), il passo è breve.
La famiglia coreana di Parasite sembra unita da legami affettivi profondi, eppure questi legami non prevedono alcun controllo e contenimento sul piano morale: loro stanno insieme per sopravvivere, sono un branco che mira a marcare un territorio sottraendolo a chi – a vario titolo – lo occupa già. Quando la darwinistica lotta per l’affermazione del più forte conferma che loro non saranno mai i più forti, i nervi cedono e la catastrofe è a quel punto inevitabile.
Joker e Parasite sono indagini sull’abissale cattiveria umana. E così sono le tragedie di Shakespeare ma, pur andando indietro nel tempo, ci accorgiamo che ne sono la versione 2.0.
Insomma, era più avanti lui, più post-moderno.

Iago manipola Otello e si insinua tra le sue debolezze come un tarlo.

“Guarda che Desdemona ti tradisce”. E lui ci crede, sulla base di un banalissimo fazzoletto che non si trova (anche in Parasite un tarlo mentale è amplificato da un fazzoletto). E l’ammazza, poi, capisce di aver preso un clamoroso abbaglio e si uccide.
Possibile che non abbia capito che Iago lo stava intortando? Possibilissimo.
Perché Iago è un parassita, proprio come la famiglia di diseredati coreani che infestano una casa e una famiglia ricca.
Ma… c’è un grosso ma.
Perché lo ha fatto? Lo hanno attaccato al termosifone ed è diventato grullo?
Non sa più cosa inventarsi per unire il pranzo con la cena?
No, non c’è un fattore scatenante. Questa è la grandezza di Shakespeare.
Il fattore scatenante è presente nella trama delle sue tragedie ma l’interpretazione di quel fattore l’abbiamo di volta in volta stabilita noi, nel corso dei secoli.
Una lettura molto attuale potrebbe essere il senso di inferiorità del maschio bianco rispetto al nerboruto uomo nero che gli sottrae una donna dal proprio harem mentale.
Ne deriva un ordio sordo per lo “straniero” che si prende il fior fiore di quello che appartiene al proprio territorio. E allora, come lo straniero si è infiltrato nell’habitat di Iago e vi ha sottratto il più bell’esemplare di femmina, quest’ultimo si infiltra nella testa del Moro e la manovra a suo piacimento fino ad ammazzare la femmina che ha tradito Iago e non Otello, in realtà.

Iago è sempre in agguato.

Un po’ come Arthur Fleck che riceve solo gentilezza dalla vicina di casa (vedi caso afroamericana) e in cambio la poveretta e la sua bambina fanno una brutta fine, sperabilmente solo nella testa di un uomo bianco frustrato che rappresenta l’orrore della cultura dell’attuale americana.
Una lettura meno fallica ma comunque affascinante consiste nel sostituire alla parola gelosia la parola invidia sociale.
Per tutti è la tragedia della gelosia ma in realtà può tranquillamente essere  la tragedia dell’invidia sociale. Otello ha tutto: è valoroso, ha successo, è rispettato e deve piacere molto alle donne se per lui Desdemona si è opposta apertamente al papà pur di averlo, cosa che a quei tempi le signorine comme il faut non si permettevano di fare neanche per uno svedese, figuriamoci per il Moro di Venezia. Otello allora deve pagare per questo eccesso di successo e Iago sarà la sua nemesi.
Mala tempora semper currunt bisognerebbe ricordare a chi rimpiange età di bontà, solidarietà, gentilezza che non sembrano essere mai appartenute agli esseri umani.
La volontà di vivere tempi buoni fa i tempi buoni, altrimenti Iago è dietro l’angolo nella vita di ognuno di noi, e spesso anche negli angoli della mente di ognuno di noi.