colettePochi lo ammettono, ma spesso sono i capricci a “salvarci”. Senza quella tendenza a consumare con ostentazione, golosi di lusso, cibo ed esperienze, abbacinati dalla mondanità chiacchierata, dall’ansia di sperimentare, non accadrebbe la metamorfosi liberatoria: quella che trasforma la persona in personaggio. E sconfigge il primo e più soffocante dei tormenti: la fragilità.

Lo comprende presto Sidonie-Gabrielle Colette, nata nel 1873 a Saint-Sauveur-en-Puisaye, nell’Yonne, Borgogna. Di quei capricci deciderà di fare un’arte, uno stile inconfondibile, che detta legge agli altri. Nasce così l’essere di “tendenza”.

La parisienne diventerà lei, Colette, essenza dell’essenza più intima dell’eleganza irripetibile, della spudoratezza, e d’una irredimibile voglia di stupire.

Sarà sempre appena sopra le righe, sedotta dall’onda lunga del gesto, teatrale, che sposa cultura e paura, sprezzo dei dogmi e rispetto.

Non eccederà però, non scadrà mai nella volgarità. Incarnerà il lato semi oscuro del demi-monde, darà in pasto alla società quel giusto grado di insubordinazione capace di stimolare la segreta pruderie anche delle bigotte compassate. Lo otterrà usando quell’inclinazione molto adolescenziale di spezzare le regole senza farle saltare davvero.

Costruirà l’icona della ribelle in crinoline, la pasionaria bon ton, che di nulla si priva e nulla rifiuta per principio, la saccente sboccata che conosce a menadito la raffinatezza, perché a sei anni già leggeva Balzac, Daudet e Mérimée. Anche la spavalderia ha una “giusta misura” e lei la troverà.

Ultimogenita di una famiglia benestante della borghesia di Borgogna, segue un’educazione piuttosto liberale, cresce a contatto con la natura, s’innamora del paesaggio che la circonda e di quel sillogismo che lega sensazione e memoria fisica, tipico dell’infanzia.

Studia come ogni brava signorina musica, poesia, arte. E quando nel 1891 è costretta a lasciare la sua campagna, trasferendosi a Châtillon-Coligny, per incaute scelte finanziarie del padre Jules Joseph, capitano degli zuavi in congedo e poco incline agli aspetti pratici dell’esistenza, avverte lo strappo e l’inquietudine crescere.

Le sarà compagna, quell’inquietudine, lente d’ingrandimento sul lato oscuro della vita. L’ammalerà, anche, appena due anni dopo l’arrivo a Parigi, al seguito di Willy, l’abile Henry Gautier-Villars, suo consorte che, più vecchio di lei di quattordici anni, è già scrittore, editore, pubblicitario, giornalista di satira di costume, nonché spregiudicato “uomo di marketing”. La tradirà e lei ne soffrirà al punto di perdersi, forse depressione, forse malattia venerea.

Si riprenderà, e lo farà a suo modo. Con un’intelligenza che non ha nulla di calcolato, piuttosto un pragmatismo, che la indurrà a comprendere che quella è la sua vita e da quella vuole ottenere il massimo.

coletteNon è un caso se, poco più che ventenne, già confeziona il primo vero best seller francese di tutti i tempi, la “saga” in “quattro atti” di Claudine, dedicata alla protagonista quindicenne che porta questo nome.

Venata di amori saffici, di sguardi poco indulgenti sul caos degli adulti, sui segreti confinati dentro agli istituti scolastici e su quella patina di vita di provincia, che ribolle come un calderone, piena di polvere e peccati, l’uscita Claudine à l’école, 1900, calca la mano.

La firma sarà invero quella di “Willy”, il marito, che l’ha indotta a forzare sul lato scabroso e reclama la fama. (Colette otterrà la firma sulla sua serie, firma congiunta “Colette e Willy”, solo quando divorzierà).

Funziona.

La storia scatena un piccolo putiferio, straziando l’immagine ingenua troppo Belle Époque e ipocrita della “brava bambina”. È un’ottima partenza. Uno specchio incantatore.

Claudine, c’est nous.

Tutte noi.

La penna è lanciata: nel 1901 esce il secondo volume, Claudine à Paris, sempre a firma di “Willy”, e, un anno dopo l’altro, anche Claudine en ménage, incentrato sul matrimonio, e l’ultimo Claudine s’en va.

Il battesimo è compiuto.

Willy è un ottimo pubblicitario. Cavalca l’immaginario francese, e presto trasforma il personaggio di Claudine in un marchio che poi mette in vendita. Sarà il modello della prima “teenager del secolo”. Lolita dorme ancora sonni tranquilli.

Dopo non mancherà mai, dai cabaret ai bordelli più intraprendenti, il “tipo Claudine”. Accende le fantasie, soddisfa i pensieri sporchi.

Imparerà, lei pure, a farsi divertire dalle irriverenze e crudeltà della vita.

Non si negherà (è il 1906) l’amicizia con Missy, pseudonimo della marchesa Mathilde de Morny, protagonista del bel mondo parigino, lesbica dichiarata, affascinante. Grazie al suo aiuto Colette lascerà Willy.

Si dedicherà a piene mani a quella creazione, che è essere se stessa. Vuole tutto, compreso il teatro, il music hall.

Calcherà le scene del leggendario Moulin Rouge. E poi sarà critica letteraria su La Vie Parisienne, più tardi, collaborerà a Paris Soir e Marie Claire.

Parla di donne alle donne, di cibo («Buongustai si nasce»), dell’audacia del gesto sempre e comunque, seguendo quella massima che diverrà fede di vita: «Occorre vedere e non inventare».

Questo Colette non lo tradirà. Vedrà, vivrà. Lo farà senza risparmiarsi, e senza consumarsi. Lo farà con ingordigia e un gusto squisito.

Generosa, snuderà intemperanze e capricci, il gusto di dare sfogo alle pulsioni e sedarle, godendone prima però.

Nel compito di appagamento si mostrerà stakanovista, indefessa, guidata dall’acume di chi sa quanto il teatro delle passioni confini con la burla, assai più che con la tragedia.

La vagabonda (titolo del romanzo che esce a puntante nel 1920) non si lascerà mai trovare impreparata.

Stupirà con gusto, ferirà con ferocia, vezzeggerà quel suo Chéri, (il testo è pubblicato nel 1920), amante venticinquenne della ricca e bella cortigiana Léonie Vallon, con il doppio dei suoi anni, nel testo suo forse più conosciuto.

Darà così alla vita nella Ville Lumière un marchio di spregiudicata innocenza e famelica fantasia che la città ti cesella addosso e non è acquisibile altrove, né esportabile per scimmiottamento. Otterrà le più importanti onorificenze accademiche di Francia e l’investitura a Grand’Ufficiale della Legion d’onore. Di lei scriveranno: è la prima donna nella storia della Nouvelle République a ricevere, il 3 agosto del 1954, funerali di Stato.

Sarà icona.

Dell’eccesso.

Del capriccio.

Della mutevolezza. E di quella provincia che ci si lascia alle spalle. Della metropoli che cresce grazie alle energie di chi arriva.

Farà dell’essere parigina il “sesto” senso. Una ferocia da sorriso ingenuo, crinoline e baci saffici, Jeune et jolie.

Una smania che asciuga con la nostalgia primitiva, appena sottopelle, di quello stesso sguardo che possedeva anche Claudine prima di scoprire l’incantamento amoroso. E quell’apprendistato, romanzo inquieto di formazione, a volte non finisce mai.

Silvia Andreoli

 

 


Coco ChanelAnche se il suo secondo nome in francese significa “Felicità”, a leggere la biografia di Gabrielle Bonheur Chanel – in arte Coco – non sembra proprio che la vita gliene abbia riservata molta. Nonostante la fama planetaria conquistata e la fortuna milionaria accumulata. Lei stessa, del resto, ripeteva sempre: «Sono sopravvissuta al peggio», lasciando intuire di non aver più nulla da temere dopo le tante prove imposte dal destino.

Nella sua lunga esistenza, ottantasette anni, Mademoiselle Chanel ha attraversato tali e tante tragedie e momenti di dolore assoluto che chiunque al posto suo sarebbe finito ko: la scomparsa della madre Jeanne per tubercolosi quando aveva solo 12 anni, la fuga del padre Albert (un venditore ambulante squattrinato di maglieria e biancheria dallo sguardo tenebroso, seduttore impenitente), gli anni in orfanotrofio, il suicidio di due sorelle, l’incidente dell’amato Arthur “Boy” Capel e poi più in là la scomparsa di Paul Iribe, un illustratore con cui stava per sposarsi.

Per non parlare della tristezza e dello sconforto provati in una società che a lungo la considerò solo una “commerciante”. Lei, invece, facendo leva probabilmente su un carattere d’acciaio inox («La forza si ottiene con i fallimenti, non con i propri successi», diceva), ha saputo superare il buco nero della disperazione con la creatività.

Famosa per le battute fulminanti («La moda passa, lo stile resta», «La bellezza serve alle donne per essere amate dagli uomini, la stupidità per amare gli uomini»), colei che ha rivoluzionato lo stile mettendo i pantaloni alle donne è stata una femminista ante litteram. La donna “liberata” da Coco fin dagli inizi del Novecento si muoveva agile e disinvolta anche in abito da sera, senza lacci e corpetti, perché «la vera eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento».

Icona di stile impertinente e trasgressiva, rivelò: «Ad appena vent’anni ho fondato una casa di moda. Non fu la creazione di un’artista, come si è soliti sostenere, né quella di una donna d’affari, ma l’opera di un essere che cercava solo la libertà». Ammettendo anche che fin da bambina era solita raccontare piccole o grandi bugie per raggiungere i suoi scopi.

Ma qualunque psicologo da strapazzo direbbe che probabilmente Coco Chanel era solo timida e ansiosa e voleva che il mondo l’amasse, a causa della mancanza di amore negli anni dell’infanzia e giovinezza. E che dire del fatto che fu l’unica tra tutti i couturier a bandire l’abito da sposa dalle sue collezioni? Pare ne abbia inventato uno solo, quello indossato dalla sorellina Antonietta, morta suicida poco dopo le nozze.

Mademoiselle Chanel era nata per caso a Saumur, nella Valle della Loira, nello stesso paesaggio in cui Honoré de Balzac aveva collocato Eugénie Grandet, la giovane protagonista di uno dei suoi capolavori. Però considerava l’Alvernia la sua terra d’origine, tanto che amava ripetere: «Sono l’ultimo vulcano dell’Alvernia a non essersi ancora estinto». Il soprannome Coco pare derivi invece dalla canzone “Qui qu’a vu Coco?”, in cui la giovanissima Gabrielle si esibiva in un caffè-concerto di Moulin (ma esistono altre versioni anche riguardo a questo particolare, come esige tutta la “mitologia” Chanel).

Se le biografie agiografiche su di lei si sprecano, in una delle più documentate la giornalista Marie-Dominique Lelièvre si addentra invece nelle vicende oscure di un’esistenza sempre sotto i riflettori: il ricorso alla droga, la bisessualità accennata, il disprezzo per i poveri e gli sconfitti, le accuse di simpatia per i tedeschi e di antisemitismo.

Inventrice di uno stile rimasto unico e nello stesso tempo imitato da tanti, l’ex orfanella Coco si dedicherà al lavoro tutta la vita e con tutte le sue forze. E sarà il lavoro a salvarla dai ricordi.

Negli ultimi anni soffriva l’ossessione delle domeniche, unico giorno di chiusura della sua “maison”. Per riempire il vuoto del giorno festivo andava tristemente a sedersi ai giardini pubblici, insieme all’autista.

Morirà sola, il 10 gennaio del 1971, in una camera dell’hotel Ritz di Parigi, dove viveva in due stanze nude come una cella monacale. Ogni sera, uscendo dai lussuosi saloni di rue Cambon n. 31, era come se tornasse – eterna diseredata – dalle suore del convento di Aubazine (dove ancora oggi accorrono frotte di turisti americani, giapponesi e tedeschi e dove anche lei tornò più volte, a cercare le radici su cui aveva fondato il suo ideale di bellezza e di chiarore). Perché in fondo, come ben ha indovinato Rainer Maria Rilke: «Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada».

Marina Moioli

Claude Monet«Non dormo più per colpa loro».

È il 1925.

Claude Monet morirà l’anno dopo avere scritto queste note, nella sua Giverny, Normandia, dove, fiero, indefesso, ha costruito dal vivo quello che la mente e il pennello partoriscono, poi annullano, cancellano.

Non avrà smesso un istante di crearle e distruggerle.

 

Trent’anni di ninfee. Trecento dipinti, di cui quaranta di grande formato.

Attraverserà ogni evento, due lutti importanti, la perdita della moglie Alice il 19 maggio del 1911 e del figlio Jean il 1° febbraio del 1914.

Ma ogni alba, spesso anche la notte, nei dubbi in cui si dibatte, sarà aggrappato al progetto di realizzarle.

Resta poco del ragazzino sbruffone, scapestrato, annoiato dalla scuola, che vende caricature e si fa pagare, perché sa d’essere bravo, molto bravo.

Terminata l’adolescenza a Le Havre, s’aprono gli anni elettrizzanti a Parigi, in quel caffè di Batignolles, dove incontra Cézanne, Degas, Zola, Renoir, Sisley.

Mischia alla Ville Lumière l’incandescenza d’immagini raccolte nei due anni trascorsi in Algeria, sopporta la miseria degli esordi e la fame sperimentata a Londra, l’incanto di Venezia negli occhi («Venezia è l’impressionismo in pietra», dirà), e il suo nome gira e fa parlare, arriveranno soddisfazioni, riconoscimenti.

Un sollievo soltanto apparente per lui che fin dall’inizio ha scelto di dipingere en plein air. A catturare il mondo come è, la natura come si rivela dinnanzi. Preciso. Attento. Implacabile.

 

Troppi detrattori all’inizio.

La tecnica nella metà dell’Ottocento è inedita e del tutto dirompente, nessun pittore l’aveva mai azzardato prima.

Stordisce. Ma funziona.

Nasce da quel gioco serissimo l’Impressionismo.

 

Eppure non gli basta.

C’è qualcosa che gli sfugge della visione. Una specie di menzogna che s’insinua. Però mentre lo fa, disvela, corrompe.

Forse il mistero è nella luce.

O invece è dentro di lui.

«Quanto più avanzo, tanto più fatico a rendere ciò che sento», ammetterà.

Una distanza che sembra possibile annientare, ma, un istante prima, ecco che tradisce. La fiaba si spezza.

 

Sarà il vortice, un gorgo. Né sa, Monet, ancora che il risultato, d’un tratto, supererà le sue intenzioni. Lo precederà, anzi, travolgendolo. Come è giusto che facciano le creature soprannaturali verso il loro demiurgo.

E soprannaturali queste tele lo sono davvero.

Lo si scopre durante una visita al museo parigino de l’Orangerie, un’esperienza incredibile, un’immersione fisica nelle Ninfee (Imperdibili anche quelle del Musée D’Orsay sempre nella Ville Lumière e strepitoso quello di Giverny, in Normandia, nel buen retiro dove creò dal vivo il giardino d’acqua). 

Guardando quelle grandi tele, qualcosa poi cambia per sempre. Parola di tutti quelli ci sono stati e dopo si sono allontanati lungo i Jardins des Tuileries colonizzati da una strana, impalcabile nostalgia.

Se ne è invasi ed espugnati insieme.

Esperienza da provare, comunque. Molto meglio di una sbornia epica, del “giro della morte” sulle montagne russe, d’una mano a Black Jack o l’ebbrezza del volo con paracadute.

Perché qui la distanza percorsa va misurata dentro, in quella specie di spazio tra anima e mondo, che la struttura ovale delle pareti del museo garantisce.

Ritorno a una vita prenatale, sembra, galleggiando nel liquido amniotico. Nutrimento che fluisce delle otto grandi tele esposte nelle due sale ovali.

Abracadabra.

Lì il Grande Mago supera se stesso.

L’unicità dell’unicum.

Queste piante, classificate tra le idrofite, presentano gemme sommerse o natanti. Un’eccezione alle regole eterne. D’una bellezza intensissima, irreale.

Eppure le chiamò il suo grande errore.

 

«Ho dipinto una infinità di ninfee, cambiando sempre punto d’osservazione, modificandole a seconda delle stagioni e adattandole ai diversi effetti di luce che il loro mutare crea. E l’effetto cambia incessantemente, non soltanto da una stagione all’altra, ma anche da un istante all’altro», ammetterà Monet, assicurando di provare comunque un piacere infinito dapprima.

 

Con il tempo, quel piacere sfumerà. Sarà quasi persecuzione.

Perché quelle sirene lo fanno ammattire. Giocano a rimpiattino, come i folletti dispettosi delle leggende nordiche.

 

Giverny sarà estasi e prigione. Luogo e anima. Silenzio e tormento. Ogni goccia distillata dal tempo verrà divorata dalla ricerca di quella visione.

Né smetterà, il grande Mago Merlino, fino alla morte, nel 1926, d’interrogarsi su quel cruccio che, gli pare, lo conduca verso un fallimento, l’impossibilità di afferrare una volta per tutte la verità dell’immagine.

 

Citando Montaigne, nella sua Breve storia della Menzogna Jacques Derrida ricorda che «il rovescio della verità ha centomila aspetti e un campo indefinito».

Qui il campo si colora d’acqua. Una distesa a specchio immensa, pronta ad accogliere quella schiera irresistibile di piante che non necessitano del terreno per crescere.

Un paradosso di natura. Che è paradosso dell’arte. Nell’inferno di chi la crea si alza il paradiso di chi guarda. E giorno dopo giorno, dinnanzi alle Ninfee restiamo catturati da un senso di potenza che feconda il mondo. E se è stato un errore, una menzogna, tanto meglio. Vogliamo essere tutti per sempre bugiardi.

Silvia Andreoli


magritteL’apparenza inganna e se ne volevate la prova inconfutabile, eccola. Semplice, precisa, e quindi disorientante.

Tanto che la frase, anche per chi di francese non parla una parola, ha assunto l’intransigente verità di una strofa di canzone. 

Ceci n’est pas une pipe.

Questo – non è una pipa.

 

Il fatto che la poi la scritta si posizioni sotto l’immagine riprodotta d’una enorme pipa spiazza e diverte.

Burlesque, boutade, gioco e inganno della retorica, ossimoro, tautologia?

Forse.

O neanche.

Semmai la fotografia a pennello di quell’istante incagliato che spezza vista e suoni, quella sfasatura impercettibile eppure reale che segna la distanza tra l’atto del guardare – la pipa- e l’altro, successivo, per cui ci si sposta a leggere quella grafia minuta e perfetta, quasi elementare. E si ha la colpevole sensazione d’essersi distratti, e come d’aver perduto qualcosa.

Un dettaglio. Una lieve increspatura che pure, da sé sola, spalanca l’equinozio della comprensione.

 

Geometria di significati e non senso combaciano. Perché il non senso assume d’un tratto valore iniziatico. Coincide insomma con quella formula magica che apre la stanza degli specchi, e rivela, in silenzio, un castello di streghe e maghi. Ogni possibile “e se…” rinvia a una miriade d’altri, amplificando il gioco che è stata croce e meraviglia del Novecento: l’identità mai identica.

 

Benvenuti nell’universo di René François Ghislain Magritte, il “Pirandello” belga della narrazione a olio.

Quell’uno nessuno centomila che indossa bombetta di rigore e viso di mela verde. Lui, di tela in tela, ripercorre la forma esatta di ogni evidenza, insinuandone un interrogativo. Non cupo, però. Piuttosto onirico. Tanto che l’ombra si fa nuvola e azzurro, o ascende come colomba di pace.

 

Non si commetta, dunque, l’imperdonabile errore di giudicarlo ingenuo. Invece quest’eccelso surrealista, capace di sfuggire alla catalogazione del surrealismo stesso, nato a Lessing, il 21 novembre del 1898, figlio di un sarto, resta orfano di madre a 14 anni, quando Régina Bertinchamps si getta nel fiume Sambre, nella cittadina di Châtelet dove la famiglia si è da poco trasferita.

Una tragedia che lascerà, pare, un’immagine, poi ricorrente nelle tele di René: quella del corpo annegato e ritrovato con la testa avvolta dalla camicia da notte.

L’incubo ha ali bianche, pieghe di nubi. L’assenza ha tratteggi di pioggia. E quella strana limpidezza della visione, afasica, profetica, non se ne andrà più dagli occhi.

 

La famiglia –il padre e i tre figli – si sposterà ancora, per superare il dolore.

Charleroi prima, poi Bruxelles per l’Accademia di Belle Arti.

Il percorso artistico di Magritte non conosce importanti turbamenti, fratture, ferite, battaglie impossibili. Verrà riconosciuto.

Già nel 1925 aderisce al surrealismo belga, l’anno successivo prende contatti con Breton, che ne resterà affascinato. Ci sarà una parentesi parigina, poi di nuovo Bruxelles. Con la moglie, che ha sposato nel 1922 e lo seguirà al 135 della rue Esseghem di Jette, quartiere dell’area nord.

Stabile. Costante. Qui Magritte vivrà per 24 anni, in cui dipingerà la metà circa dei lavori realizzati, 800 in totale tra tele e disegni.

Durante la guerra si ritirerà insieme alla sua inseparabile Georgette, a Carcassonne, nella Francia del Sud.

Ci saranno viaggi, è vero, ma senza grossi cambiamenti.

Tout comme il faut. Secondo un calendario quasi “impiegatizio”. Bartleby, Svevo o Kafka.

Fino a quel 15 agosto del 1967 in cui Magritte se ne andrà, strappato dalla malattia. Nel suo letto, a Bruxelles.

 

L’esistenza, sul pelo dell’acqua, sulla superficie esterna immobile, ha passo cadenzato di norma. Perché non è lì che si deve cercare.

Sotto, invece. Sotto il pelo dell’acqua (quel malefico fiume…), e la patina del quotidiano, ci sta il regno dei sogni.

Lì l’immaginazione scava e decolla, la tempesta è silente. È tempesta subacquea. Muta. Non fa clangore.

 

La vida es sueño scriveva Calderón de la Barca.

Mistero, chioserà in una delle sue frasi più celebri, Magritte. E dietro s’alza l’eco di Shakespeare: “Signori, il tempo della vita è breve”.

Il tempo, si badi. Non la vita in sé.

 

A quella Magritte lavora con l’alacre solerzia di chi non può smettere mai di riportare le contraddizioni che producono le emozioni, i dolori, le memorie, l’infanzia, i ricordi cancellati. Rivelandone la natura seriale e costantemente inafferrabile.

Al punto da far dire al filosofo Michel Foucault, che alla pipa magrittiana ha dedicato un saggio: “Non posso togliermi dalla testa l’idea che la diavoleria si trovi in un’operazione resa invisibile dalla semplicità del risultato, ma che sola può spiegare l’imbarazzo indefinibile che essa provoca. Questa operazione è un calligramma costruito segretamente da Magritte, poi disfatto con cura?”.

E d’un tratto per associazione, ecco che, tra mele, bombette, nuvole, ombrelli, alberi pieni di cielo, compare alla mente quella sequenza infinita e distonica di zuppe Campbel o di facce di Marilyn e Topolino, che hanno segnato il sommo vertice della Pop Art.

Tornando a Foucault, che si fa profeta: “Verrà un giorno in cui l’immagine stessa, con il nome che porta, sarà disidentificata dalla similitudine indefinitamente trasferita lungo una serie. Campbell, Campbell, Campbell, Campbell”.

Mai chiosa finale parve più esatta: Chapeau!

 

Per saperne di più: https://www.fine-arts-museum.be/en/museums/musee-magritte-museum

Silvia Andreoli

Candido, VoltaireFamiglia d’origine? Quella più ampia e prolifica della terra: gli sfigati.

Ma sfigati d’un certo blasone, d’una autentica determinazione. Vi appartengono Don Chisciotte della Mancia, Figaro, persino Don Giovanni, per intenderci.

Si tratta insomma di quella genìa di uomini (e donne) che, tormentati dagli eventi, invasi dalla fatica, picchiati dall’evidenza, continuano imperterriti ad aggrapparsi alle scintille di un istante che passa, e da lì filano pensieri, persino teorie e regole di vita.

Così Candide, esimio “figlio” di quel Voltaire illuminista, un grandissimo tra i grandissimi, svolge per il padre il ruolo che spesso hanno avuto certi pargoli: d’essere plasmati per diventare ridicoli, e irridere, in un gesto di racconto in apparenza lieve, scanzonato, irriverente, tutti i principi assoluti, razionali, qualche volta roboanti, che l’illustre genitore ha masticato, sedotto dall’altisonante capacità di persuadere gli altri più che se stesso.

 

Diciamolo: in questo che è uno dei più famosi scritti di Voltaire, Candido assume un po’ quel ruolo di “pecora nera” di cui hanno bisogno tutti i consessi parentali, additato per il suo tragico ottimismo – leggi: sciocca idiozia -, per la capacità di infilarsi in ogni tipo di guaio, senza mai uscirne in piedi, semmai strisciando, sporco, ferito, malmenato.

Eppur si muove. Sempre e comunque. Dopo che la vita s’è accanita con qualunque mezzo pensabile, Candido si rialza e prosegue.

 

Una sorta di coniglio rosa della Duracell, tormentone pubblicitario che dal 1973 imperversa in tivvù? Anche Candido fa uso delle magiche pile e dura di più?

Più o meno, anche se a tratti il cortocircuito lo minaccia e s’aprono finestre d’una saggezza cristallina, come nella più famosa delle citazioni del testo, usata anche da chi non ne ha mai letto un rigo: 

 

«Se questo è il migliore dei mondi possibili, gli altri come sono?».

 

L’illuminismo batte sulla fronte di tutti, anche dell’incredulo Candido che vede l’impossibile, ne busca di ogni, e crede sempre che sia la fine. Invece arriva un prodigo ad aiutarlo, ritrova un vecchio conoscente, il perduto amore, e la macchina si rimette a correre, facendolo avventurare in ogni dove.

 

Avventure da vaudeville, ironia con punte sacrileghe come se piovesse, e la sensazione è di udirla una risata, una risata piena, di pancia, grottesca. Che al suo creatore appartenga è convinzione anche di Roland Barthes, quando definì Voltaire l’ “ultimo degli scrittori felici”. Il riso come saggezza somma, e qualcosa abbiamo da imparare. Già l’espediente narrativo con cui principia il racconto sa di burlesque. In calce al titolo si legge: «tradotto dal tedesco del signor dottor Ralph con le aggiunte trovate nelle tasche del dottore, quando morì a Minden, l’anno di grazia 1759».

 

Eppure niente di più vero: quale storia non è “riportata”? Quale racconto non passa di bocca in bocca, di pagina in pagina, e nel viaggio dall’uno all’altro non accade che un poco muti, si sfalsi, persino cambi?

Telefono senza fili ante litteram: è così che cominciamo l’apprendimento. Da un’incomprensione. Una lettura sfasata, distorta. Poco male, la conoscenza umana di questo s’avvale, fuori dagli scranni prestigiosi delle accademie colte e intellettuali (e là pure, vero, Monsieur Voltaire?).

 

La prima imbeccata ha passo di favola, e i crismi che la favola impone, sia pure un conte philosophique.

Un gesto. Evidente. Dirompente. Motore che scatena. E quel gesto è un bacio.

Un bacio scambiato, guance che s’arrossano, brividi di emozione, e la scoperta del fatto da parte di un adulto non consenziente – di regola padre o tutore della fanciulla -, che assesta un sonoro manrovescio al malcapitato e lo caccia per strada hic et nunc.

Si dia fiato alle trombe, la rocambolesca, crudele, spietata disavventura prende il via.

Ci sarà tanto, in mezzo, luoghi differenti, tragedie, crudeltà.

Però Candido non si fermerà mai. Nonostante tutto. Fino all’epilogo, in un hortus conclusus, metafora di filosofica accezione, ma anche luogo di terra e polvere. Una conclusione che fece dire a Flaubert che il Candido è prova d’un genio di prim’ordine, «l’artiglio del leone, in questa conclusione tranquilla, stupida come la vita».

 

Prima edizione: 1759.

Voltaire è un uomo maturo (è nato a Parigi il 21 novembre del 1694), mastica la fama da tempo. Forse lo annoia persino. E la filosofia, con i suoi sofismi e ragionamenti, lo ha in parte deluso. Deluso per quello che rimane di discrepanza nella lettura della vita.

Detesta gli integralismi di alcuni colleghi, convinti di detenere la verità. Ha smania di far scuotere quella severità francese che si prende troppo sul serio.

Suvvia, amici filosofi, Leibniz ci ha fregati tutti con quella massima del “vivere nel migliore dei mondi possibili”.

Piuttosto, gli fa il verso Voltaire con l’espressione concentrata di Candido, accontentiamoci di trovare almeno un modo di vivere o sopravvivere, che già il risultato pare più che apprezzabile.

Certo, come qualcuno ha suggerito, se la penna corre a dettagliare quest’errabondo “scellerato”, secondo la definizione che dà del libro Barbey d’Aurevilly, ci sono alle spalle alcuni fatti della biografia di Voltaire. I rapporti con la Duchessa di Sassonia-Gotha, seguace di Leibniz e Wolff, nonostante le conseguenze che quel pensiero dettò? Il terremoto di Lisbona? La sconfitta dei francesi a Rossbach? La rottura con Federico II? Lo scandalo per l’articolo su Ginevra nell’Encyclopédie? La perdita di Madame de Châtelet?

Forse tutto questo, e molto altro. O invece nulla. Perché, come ogni storia, anche quella di Candido esce da una fucina alchemica di delusioni, ritrattazione, rabbie e coraggio, e andare a sbrogliare la matassa è più arduo ancora che rilevarne il Dna e mapparne passato e futuro.

 

Dunque da qui si parta, da lui. Il «ragazzo che aveva avuto in dono dalla natura un carattere dolcissimo. Il suo aspetto ne rivelava il temperamento. Aveva una certa perspicacia, unita a una grande semplicità».

Mentre abita in Westfalia, nel castello del Signor barone di Thunder-ten-tronckh, su di lui la servitù mormora che «fosse figlio della sorella del Signor barone e di un buon e onesto gentiluomo del vicinato, che la damigella non volle mai sposare dato che non aveva potuto dimostrare che settantun quarti, in quanto il resto del suo albero genealogico era andato perduto per gli oltraggi del tempo».

 

Lo si capisce da qui: il fanciullo buon carattere ce l’ha, ma nasce con il piede sbagliato. E vallo a spiegare al tempo, alla vita, o a quello che molti chiamano destino, che si tratta di un’inezia, un fatto del tutto irrilevante.

Il solo a poter fingere che lo sia, è lui, Candido, e con il candore che porta nel nome – oggi qualcuno direbbe: ottusità – si comporterà esattamente secondo quel mantra: non importa il piede con cui si comincia.

Importa lo sguardo che si mette sulle cose.

Sguardo, che, ammettiamolo, parrebbe di beota in diverse occasioni, se poi la storia, a modo suo, con briciole e tocchetti, non lo confermasse nella sua determinazione.

 

Nell’ordine: lo cacciano dal castello perché bacia la giovane Cunegonda diciassettenne e pannosa fanciulla del peccato.

Finisce tra i Bulgari. Poi lui, «che tremava come un filosofo, si nascose come meglio poté». Parte per Lisbona, in nave. E fu tempesta, naufragio, infine terremoto.

Perde i due uomini che lo hanno sostenuto, Giacomo l’anabattista e il dottor Pangloss.

Viene fustigato, infine aiutato da una vecchina, che somiglia a quella della fiaba di ogni tempo e luogo. La vecchina viene per parte dell’amata Cunegonda che non è morta, come si credeva, ma venduta, schiava, donna discinta per uomini avidi.

Dice, raccontando le proprie sventure antiche, lei che fu principessa, «Insomma, Madamigella, ho esperienza, conosco il mondo; concedetevi un divertimento, invitate tutti i passeggeri a raccontare la loro storia; e se ne trovate uno solo che non abbia spesso maledetto la propria vita, che non si sia sovente detto di essere il più infelice degli uomini, gettatemi in mare a testa in giù».

Questa, dunque, la saggezza, quella che ci mette tutti sulla stessa barca.

E allora che si può fare?

Andare.

Un po’ con senso, un po’ per caso, mossi da quell’idea che se si può, si deve.

E si può sempre.

E chi gliene farebbe una colpa, povero Candido?

Scagli la prima pietra chi non ha mai pensato di rovesciare il casino di eventi avversi con quell’idea di guardare meglio, e con più attenzione, che magari è stata una stoltezza non cogliere il senso. Perché un senso deve pur esserci, no? Il filosofo, eccolo.

Più Wile E. Coyote che Platone, poco importa, basta che resti, lì, in attesa, con noi, mentre ci pare che ogni cosa se ne vada alla deriva, lì, a inforcare il binocolo, cercare terra, mare, palme, montagne. Un approdo, fosse pure di cartone, per una grande pantomima stregata.

Ma questo non è ottimismo, per nulla.

Si indigna Voltaire quando afferma: «Che cos’è questo ottimismo? “È il delirio di sostenere che tutto va bene quando tutto va male”».

Qui – pardonnez-moi Monsieur Voltaire – è la parola che non calza.

Questo non è ottimismo. Si chiama attaccamento alla vita, semmai, o, se si preferisce, istinto di sopravvivenza.

Se condito con un po’ di immaginazione, diventa arte, poesia.

E Candido si fa poeta sommo e stolto d’ogni sfigato invisibile che abita dentro la vita, quella di ciascuno di noi.

Anni trascorsi a scuola, dalle elementari all’università a spaccarci la testa, consumati dalla noia e dall’impossibilità, scientificamente dimostrabile oggi, di memorizzarla tutta…

Ei fu. Siccome immobile,

Dato il mortal sospiro,

Stette la spoglia immemore

Orba di tanto spiro,

Così percossa, attonita

La terra al nunzio sta…

Lunga come la fame, incomprensibile a qualsiasi italiano nato dopo il 1821 (ma forse anche prima), pedante tanto che a confronto i Promessi Sposi sembrano Io&Annie di Woody Allen.

Ma per capire Napoleone, ci hanno detto, bisogna leggere “il” Manzoni, che la scrisse di getto, quella poesia, appena apprese della morte del primo Imperatore di Francia; e che cercò di far rivivere, in chi leggeva, i tormenti del suo animo e il travaglio della sua improvvisa conversione. Bugia.

Se vogliamo davvero capire Napoleone, e non solo ripassare a memoria le date delle sue storiche gesta, se vogliamo entrare tra le pieghe del suo animo, dobbiamo ascoltare  ‘O surdato ‘nammurato, la più famosa canzone napoletana composta nel 1915, a meno di cento anni dalla morte del grande condottiero, dal poeta Aniello Califano.

Perché ancor prima, o meglio durante, le sue famose e gloriose “campagne”, Napoleone è stato un uomo innamorato. Disperatamente innamorato.

A testimoniarlo, le famose Lettere a Giuseppina, pubblicate per la prima volta dai Fratelli Fabiani nel 1834 e poi da Rusconi nel 1982.

 

Napoleone sposa Giuseppina de Beauharnais il 9 marzo del 1796.

In realtà la “bella creola” (era nata nella Martinica) si chiamava Marie Josèphe Rose de Tascher de la Pagerie, era la vedova del visconte di Beauharnais, Alessandro Francesco Maria, generale rivoluzionario ucciso durante il Terrore; era madre di due figli e mantenuta di diversi amanti, tra cui Barras che la presentò a Bonaparte col preciso intento di scaricarla. E aveva sei anni più del secondo marito (Emmanuel Macron fa notizia solo per chi non ha memoria: sei anni alla fine Settecento equivalgono a ventiquattro oggi).

Quel soprannome “terone” gliel’aveva affibbiato lui, geloso del primo nome sussurrato da troppi amanti, e forse già inconsapevole “soldato innamorato” (come altro potrebbe chiamarsi “o primmo ammore”?).

La sposa con rito civile e per fede le dona un anello smaltato con un’iscrizione: “Au Destin”, al destino.

Pochi mesi dopo il matrimonio parte per la prima campagna d’Italia.

 

«Dappoi che ti ho veduta sento che ti amo mille volte ancor di più.

Dappoi che ti conosco, ogni dì più ti adoro…

Ah te ne prego, lasciami veder qualcuno dei tuoi difetti: sii meno bella,

meno graziosa, meno tenera…»

le scrive il 17 luglio da Marmirolo, e lei lo prende in parola, e non gli nega un dispiacere, dal silenzio al tradimento, vario ma costante.

Ma lui a lei “vola cu ‘o penziero” e a fine giornata le scrive ogni giorno, cosa che molti uomini dotati di smartphone, e seduti alla scrivania dicono di non riuscire a fare. E anche se ha perso duecento uomini e visto morire altri cinquecento in contemporanea, in realtà è “inquieto per non sapere come tu stia, che cosa fai” e la saluta rassicurandola, con un “Amore senza limiti, fedeltà a tutta prova”, che è come dire “Sii sicura e chist’ammore…”.

 

«Ti scrivo molto spesso, mia buona amica, e tu poco.

Sei cattiva, brutta, bruttissima tanto quanto leggera…»

 

È il 17 settembre 1796, e lui si trova a Verona.

Il più grande stratega della storia, come lo ha definito lo storico Basil Liddell Hart, conquista regioni nel Nord dell’Italia in pochi giorni, e intanto non smette di essere passionale, vendicativo, capriccioso come un bambino.

E frigna, dimostrando così di non saper assolutamente come far breccia nel cuore di una donna, diversamente dal giovane soldato napoletano che dal fronte furbescamente esorta: “scrive sempre e sta cuntenta…”, e lei piange disperata…

 

È stato un grande amore, tormentato e sbilanciato come tutti i grandi amori, ha ispirato film e fiction tv e alimentato leggende e pettegolezzi, dalle sue singolari richieste erotiche («Giuseppina sto tornando, non lavarti…») all’infinita questione sulle dimensioni, non geografiche, dell’Imperatore (nel 1972 John K. Lattimer, uno strampalato urologo americano annunciò, con la sicurezza del collezionista che sosteneva di averlo comprato all’asta, aggirarsi sui 4,5 centimetri). 

L’amò molto, la tradì forse per disperazione (almeno all’inizio), la lasciò per motivi dinastici (non gli aveva dato un erede, come invece farà Maria Luisa d’Asburgo-Lorena pochi mesi dopo il matrimonio) ma continuò a scriverle anche dopo il divorzio, avvenuto nel 1809, e a pagarle gli infiniti debiti. 
E forse anche ad amarla un po’. 
C’è della tenerezza, nella perfida riga finale di una delle ultime lettere datate 1813:

 

«Addio amica mia, scrivimi che stai bene. Si dice che tu sia ingrassata come una fittaiola di Normandia».

 

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Anna Di Cagno

Arrivarci è semplice.

Autobus linea 84 da Porte de Champerret à Panthéon, fermata Luxembourg, oppure metrò ligne 4 (lilla) fermata Saint-Sulpice.

Sono pochi passi che diventano musica a percorrerli nei giorni d’autunno, con le foglie che cadono, ritmate, sui marciapiedi e lungo i controviali alberati, restando per giorni, a crepitare sotto i tacchi se l’inverno è mite, o l’attesa della primavera meno lontana.

S’insinua l’attesa, per qualcuno reticenza, o forse un po’ di scetticismo, ma per quante informazioni si siano assunte, attraverso rete e guide, la sorpresa giunge ed è intensa, apnea, di quei minuscoli salti nel respiro che si iscrivono nella memoria. Perché generano intrecci, costellazioni di silenzi. Incontri, in una parola. Incontri che in questa stretta via meravigliosa di Parigi si fanno lungo i muri.

Letteralmente.

Benvenuti nella Rue Férou, sesto arrondissement. Parigi che più Parigi non si può.

Si dice che qui abbia abitato anche Hemingway, al civico 6, come Man Ray che aveva l’atelier al civico 2B e persino Athos, de I tre moschettieri di Alexandre Dumas.

Ma oggi ci si viene per tuffarsi nella veemenza di Arthur Rimbaud. In quella sua parola incontrastata, che da rapsodico incedere si fa, lungo la via, pietra.

Pietra di muro per l’esattezza. Elegante nella tonalità di beige appena marezzato, silloge perfetta all’antica, vicina chiesa di Saint Sulpice (resa nota al grande pubblico anche da Dan Brown con il suo Codice da Vinci).

Su questo muro si snoda un racconto a cielo aperto lungo ben 300 metri quadrati.

Un binomio estroso, stregato.

Un sobbalzare di lettere che s’inseguono e intrecciano, nella perfezione di una prospettiva che tende a imbuto, se si guarda verso il parco, a cono se si dirige lo sguardo alla chiesa.

Muro e parola, dunque, ma non certo di una parola qualunque.

Invece quella poeticissima e ispirata di Arthur Rimbaud.

Jan Willem Bruins trascrive Rimbaud in St. Sulpice
Jan Willem Bruins trascrive Rimbaud in St. Sulpice

È qui, appunto, che, su commissione della fondazione Tegen-Beeld, con un finanziamento dell’ambasciata dei Paesi Bassi, l’artista calligrafo Jan Willem Bruins ha realizzato nel 2012 l’iscrizione dell’intero poema di giovinezza, furori, ubriacature, amori, terrori – che ha titolo Le Bateau ivre.

Da leggere da destra verso sinistra. A ritroso.

Perché questa scelta?

Fu proprio in un ristorante, ora scomparso, di questa viuzza che, il 30 settembre 1871, Rimbaud recitò a voce alta i versi.

Rimbaud che non ha ancora 17 anni (è nato il 20 ottobre del 1854) quel giorno.

Rimbaud, che giusto un anno prima, il 29 agosto, fugge, acquista un biglietto ferroviario per Saint-Quentin, ma la sua destinazione è Parigi. Alla Gare du Nord viene scoperto, consegnato alla polizia e, accusato di vagabondaggio, incarcerato nella prigione di Mazas in attesa di giudizio.

Rimbaud, che esprime il suo guizzo di poeta veggente e magnifico nella manciata di ventiquattro mesi. E poi si rifiuta di scrivere ancora.

Non toccherà più penna, matita per un poema. Forse nemmeno la voce.

300 metri quadri.

Di passi.

Che indietreggiano. O avanzano.

Di lingue che corrono, scorrono, occhi che si chiudono. Per affondare nello stesso, incantevole tratto.

Di quella voce che s’immagina roca, intensa, appena impastata. Una voce che abbranca e carezza, graffia, mentre s’alza oltre la cortina di nuvole, e cielo, e stelle, invenzioni.

“Comme je descendais des Fleuves impassibles,
Je ne me sentis plus guidé par les haleurs:

Des Peaux-Rouges criards les avaient pris pour cibles,
Les ayant cloués nus aux poteaux de couleurs.

Mentre discendevo lungo fiumi indifferenti, M’avvidi di non essere più in mano ai manovranti.
 Dei pellerossa urlanti li avevano presi a bersaglio,

Nudi li avevano inchiodati a pali variopinti.

Accelerano il ritmo le gambe.

Saltellano indietro. Come fosse un gioco.

Indietro, a occhi chiusi, poi aperti di nuovo, testa in giù, di spalle, poi ancora a guardare, per leggere e sbagliare riga magari. Che la poesia è gioco, ricchezza, ribellione. Cosa che stropicci e inghiotti, e poi mastichi, non sputi mai.

Si può leggere in fila, o invece saltabeccando, come quando si sfoglia un volume in libreria.

Solo così funziona la poesia. Senz’ordine. Meticolosità.

La poesia che è esplosione, sensazione, esperienza.

Entrare. Nelle acque. Nella tormenta. Seguendo la scia lasciata dal battello.

 

La tempête a béni mes éveils maritimes.

Plus léger qu’un bouchon j’ai dansé sur les flots

 

Benedì la tempesta i miei risvegli marittimi

Più leggero di un sughero tra i flutti danzavo

 

Nelle ore della sera, quando i lampioni s’accendono, e creano gli scorci che solo qui vedi, un’ombra pare avvicinarsi, lenta, appena deragliando.

Un’ombra che ha fattezze di ragazzo, uomo, infinito narrare. Un’ombra che, a ben guardare, nella vetrina dinnanzi di una prestigiosa agenzia immobiliare, sembra prendere un viso, un sorriso conosciuto.

Et j’ai vu quelquefois ce que l’homme a cru voir!

E ho visto a volte ciò che umano ha creduto di vedere

Già, un viso.

Forse, gemello del proprio.

Uguale, eppure smarginato.

Perché segreto.

 

Quello che invece Rimbaud non ha mai nascosto, e per farlo si è speso, ha camminato, ha consumato, si è distrutto, creato, distrutto ancora e poi, dicono, spento.

Ma, nella Rue Férou, lo si ritrova a ogni soffio di vento.

Per sapere di più:

http://poesie.webnet.fr/lesgrandsclassiques/poemes/arthur_rimbaud/le_bateau_ivre.html

http://www.lafeltrinelli.it/libri/yves-bonnefoy/rimbaud/9788860364432

Mappa: Rue Férou

https://www.google.it/maps/place/Rue+Férou,+75006+Paris,+Francia/data=!4m2!3m1!1s0x47e671da681e9e89:0xb3edd7b558666178?sa=X&ved=0ahUKEwjQopjP3d_QAhVEfhoKHT6xCrYQ8gEIHDAA

 

Silvia Andreoli

arthur rimbaudMentre discendevo lungo Fiumi indifferenti,
M’avvidi di non essere più in mano ai manovranti.
Dei pellerossa urlanti li avevano presi a bersaglio,
Nudi li avevano inchiodati a pali variopinti.
 
Indifferente al destino di qualsiasi equipaggio,
Portatore di biade fiamminghe o di cotone inglese.
Quando con i miei manovranti ebbe fine il pestaggio,
I Fiumi m’hanno lasciato scendere a mie pretese.
 
Nello sciabordio furioso delle maree,
L’altro inverno, più sordo che un cervello infantile,
Correvo! E le Penisole alla deriva
Mai subirono sconvolgimenti più trionfali.
 
Benedì la tempesta i miei risvegli marittimi
Più leggero di un sughero tra i flutti danzavo
Che si dicono eterni albergatori di vittime,
Dieci notti, senza rimpiangere lo stolto occhio di un faro
 
Più dolce che al bimbo l’asprigna polpa dei pomi
L’acqua verde penetrò nel mio scafo di pino
E delle macchie bluastre di vino e di vomito
Mi spazzò, disperdendo l’ancora e il timone
 
Da allora, mi son bagnato dentro il Poema
Del Mare, infuso d’astri, e lattescente
Divoratore di verdi azzurrità; dove, relitto estasiato
E livido, a volte discende pensoso un annegato
 
Dove tingendo all’improvviso le azzurrità, deliri
E ritmi lenti sotto gli arrossamenti del giorno,
Più forte dell’l’alcool, più vaste delle lire,
Fermentano i rossori amari dell’amore!
 
Conosco i cieli che si squarciano in lampi e le trombe
E le risacche e le correnti: conosco le sere,
Le Albe esaltate tali a un popolo di colombe,
E ho visto a volte ciò che umano ha creduto di vedere
 
Ho visto il sole basso, macchiato d’orrori mistici,
Illuminare dei lunghi coaguli violacei,
Tali ad attori di drammi alquanto antichi
I flutti spingere al largo frementi di pennacchi
 
Ho sognato la notte verde dalle nevi abbagliate
Baciare salendo agli occhi dei mari con lentezza
La circolazione di linfe inaudite
E il risveglio giallo e bluastro di fosfori canterini
 
Ho seguito per mesi interminabili, tale a una mandria
Isterica, le onde all’assalto delle barriere
Senza sognare che i piedi luminosi di Marie
Potessero forzare il muso agli Oceani affannati
 
Ho urtato, sappiatelo, Floride incredibili
Che mischiavano ai fiori occhi di pantere dalla pelle
D’uomo! Degli arcobaleni sottesi come redini
Sotto l’orizzonte dei mari a glauche greggi
 
Ho visto fermentare le paludi enormi, nasse
Dove imputridisce tra i giunchi tutto un Leviatano!
Dei crolli in mezzo alle bonacce d’acqua,
E di lontananze verso gorghi catarrosi
 
Ghiacciai, soli d’argento, flutti perlacei, cieli di braci
Invasi disgustosi sul fondo di golfi bruni
Dove i serpenti giganteschi divorati dai fetori
Cadono, dagli alberi contorti, con degli acri profumi
 
Avrei voluto mostrare ai bimbi queste orate
dei flutti blu, questi pesci d’oro, questi pesci canori.
Delle schiume floreali hanno cullato le mie derive
E i venti ineffabili mi hanno reso alato
 
A volte, martire stanco dei poli e delle zone,
Il mare di cui il respiro rendeva dolce il mio rollare
M’innalzava i suoi fiori d’ombra dalle gialle ventose
Ed io sostavo, tale a una femmina inginocchiata…
 
Simile a un’isola, sballottando sui miei bordi le liti
E il guano di maldicenti uccelli dagli occhi biondi
E vogavo quando attraverso le mie liane tremule
Degli annegati discendevano all’indietro addormentati!
 
Ora io, battello perduto sotto i capelli delle anse,
Gettato dall’uragano nell’etere senza uccelli,
Io di cui i Monitori e i velieri anseatici
Non avrebbero ripescato la carcassa ebbra d’acqua;
 
Libero, fumante, cavalcato da brume violette,
Io, che penetravo il cielo rosseggiante come un muro
Che porta, confettura squisita ai bravi poeti,
Licheni di sole e naricio d’azzurro;
 
Io che correvo, macchiato di lunule elettriche,
Tavola folle, io scortato da ippocampi neri
Quando i lugli facevano crollare a colpi di randello
I cieli oltremarini dagli ardenti imbuti
 
Io che tremavo sentendo gemere a cinquanta leghe
Il rutto di Behemot e i Maelström profondi
Eterno incrociatore di immobilità bluastre
Ora rimpiango l’Europa dai malandati parapetti
 
Ho visto arcipelaghi siderali! E isole
dove i cieli deliranti sono aperti al vogatore:
È in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esili,
Milioni di uccelli d’oro, oh futuro Vigore?
 
È vero, ho pianto troppo! Le Albe sono desolanti
Tutta la luna è atroce e tutto il sole amaro
L’acre amore mi ha gonfiato di torpore inebriante
Oh che la mia chiglia esploda! Oh che io ritorni al mare
 
S’io vagheggio un’acqua d’Europa, questo è lo stagno
Freddo e nero dove in un crepuscolo imbalsamato
Un bimbo pieno di malinconia libera accovacciato
La sua barchetta tremula come una farfalla a maggio
 
Non posso più, bagnato dai vostri languori, o venti
Inseguire i solchi dei carichi di cotone
Né attraversare l’orgoglio di stendardi e gonfaloni
Né manovrare sotto gli occhi orrificanti dei pontoni