Il vodka-Martini agitato, non mescolato; auto corazzate come carri armati, capaci di sparare missili, navigare sott’acqua o volare; orologi che possono tagliare una catena temperata, sprigionare gas mortali e trasformarsi in una ricetrasmittente; smoking ingualcibili anche quando indossati sotto la muta da sub; donne mozzafiato al fianco e un biglietto da visita, verbale, da leggenda: «Il mio nome è Bond. James Bond». Sono queste le caratteristiche che hanno creato il mito dell’agente segreto più famoso e amato al mondo, che ha incarnato i sogni di diverse generazioni.

 

Un personaggio nato nel 1953 grazie alla penna dello scrittore inglese Ian Fleming, che dopo sessantaquattro anni – tanti ne sono passati dall’uscita di Casino Royale, il primo romanzo che lo vede protagonista – una dozzina di libri e 25 film, non dà segni di stanchezza. Anzi: la sua popolarità continua a crescere, pellicola dopo pellicola, forse per la sua grazia da playboy o per il cinismo del killer, o forse per lo humor tipico anglosassone. Più probabilmente perché nelle avventure di 007 a tutti piacerebbe avere un ruolo, da quello del cattivo alla bellona di turno. Sì, perché anche le Bond Girl hanno contribuito ad alimentare – e non poco – il mito di 007.

 

James Bond e Ian Fleming si assomigliavano molto: amanti delle sigarette e degli alcolici (il cui eccesso portò lo scrittore a una morte prematura a 56 anni, nel 1964), delle belle donne, del lusso. Fleming aveva un metodo tutto suo per scrivere: si ritirava un paio di mesi l’anno, in inverno, in una tenuta in Giamaica, chiamata Goldeneye: per sei settimane scriveva quattro ore al giorno, circa 2.000 parole senza effettuare correzioni. Poi utilizzava un’altra settimana per correggere e riscrivere alcuni passaggi; e l’ultima per dedicarsi alla pesca e al golf.

Il grande pubblico lo conosce nel 1962 con Licenza di uccidere, e da lì in poi ogni uscita è un evento, anche se i membri dell’Academy Award non hanno mai mostrato particolare attenzione per i suoi film che a oggi si sono complessivamente aggiudicati soltanto cinque Oscar, per di più in categorie considerate “minori” (effetti sonori, montaggio sonoro, effetti speciali, miglior canzone).

 

Ma l’aspetto più clamoroso, quello che più di tutti rende 007 immortale, è che il personaggio sopravvive agli attori che lo interpretano, e a volte ha persino la meglio su di loro: Sean Connery, Roger Moore e Pierce Brosnan hanno preferito svestirsi dei panni di Bond perché ormai identificati troppo con lui. Nei film, una serie che ha avuto il merito di fondere l’action movie con la spy story senza mai tralasciare un sottofondo di frivola ironia, Bond ha cambiato sei volti, e non sempre la scelta si è rivelata felice.

 

Meglio il carisma di Sean Connery o la classe di Roger Moore? Difficile a dirsi. Ciascuno è stato figlio del suo tempo. Connery, virile e spietato; George Lazenby, rigido ed elegante; Moore ironico e donnaiolo; Timothy Dalton composto e preciso; Pierce Brosnan raffinato e mascolino; Daniel Craig – l’ultimo Bond in ordine di tempo – è l’uomo contemporaneo, smarrito e con difficoltà a rapportarsi con una donna. E questa è una grande svolta, perché le Bond Girl sono sempre state un cult nei film di 007, donne bellissime che tra inseguimenti e sparatorie sfoderano corpi favolosi e, prima o poi, entrano sempre nel suo letto. Il Bond di Craig invece è un uomo disilluso, che non si fa affascinare e che rinuncia lui stesso ad affascinare una donna, forse perché non crede più all’incontro con l’altro dell’amore. A dire il vero, neppure i precedenti Bond ci credevamo molto, ma le loro storie d’amore si sostenevano sulla classica posizione uomo-donna, dove l’uomo è gratificato dalla sua conquista e la donna è gratificata dall’essere l’oggetto del desiderio dell’uomo forte e vincente. Insomma, sesso sì, ma senza troppi coinvolgimenti sentimentali.

 

Questa svolta, magari non perbenista ma sicuramente più attenta al carattere del personaggio, è da interpretare come un segnale – forte e chiaro – che autori e produttori hanno voluto dare al pubblico. Se prima ogni film di James Bond, per quanto pieno di costanti minacce, era ricoperto da una patina di piacevole evasione,  dalla certezza che comunque il bene avrebbe sconfitto il male, oggi non è più così. Dopo l’11 settembre il mondo è cambiato e Bond assieme a lui. E la formula originaria dei suoi film si è improvvisamente rivelata incompatibile con una realtà stravolta: l’uomo donnaiolo, impermeabile al dolore è diventato poco credibile, sicuramente fuori luogo in una realtà come quella di oggi.

Ecco perché la pensione per l’Agente 007 è ancora lontana, perché «Noi siamo Bond,  James Bond».

 

Luca Pollini

 

 

 


hobbit, signore degli anelli“In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima…”
In questa descrizione c’è ben poco della dimensione epica della grande saga del Signore degli anelli che avuto tanto successo attraversando intere generazioni, e riesplodendo letteralmente grazie alla versione cinematografica ricca di effetti speciali quanto lontana dallo spirito originario del ciclo romanzesco.

 

C’è anzi un tono ironico che introduce come meglio non potrebbe quelli che sono in fondo i protagonisti della saga di J. R. R. Tolkien, senza i quali l’autore britannico non uscirebbe probabilmente dalla categoria del fantasy o addirittura della letteratura per ragazzi, secondo la nota definizione di W. H. Auden e grazie alle diffidenze di una critica che non ha mai accompagnato con particolare favore il suo lavoro.

Lo hobbit è la prima avventura del mondo fantastico della Terra di Mezzo. Il protagonista Bilbo Baggins, rapito dalla pace contemplativa dell’orizzonte e dalla compagnia della sua erbapipa, si trova infilato suo malgrado in una missione che dopo ostacoli e vicissitudini d’ogni genere, lo porterà a trovare l’anello prodigioso attorno a cui ruotano le vicende del secondo libro, Il Signore degli anelli. Con quel tomo Tolkien nel 1937 presenta per la prima volta il foltissimo universo ispirato alla mitologia germanica ricco di maghi, orchi, elfi creature affascinanti e mostruose, che ormai milioni di persone di ogni età, in ogni parte del mondo, conoscono nei minimi dettagli.

 

In quella folla di personaggi “si stagliano” quei minuscoli esseri “dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari”, che formano un popolo “discreto e modesto, ma di antica origine… amante della calma e della terra ben coltivata”, timidi, capaci di “sparire veloci e silenziosi al sopraggiungere di persone indesiderate”, con un’arte che sembra magica ma è “unicamente dovuta a un’abilità professionale che l’eredità, la pratica e un’amicizia molto intima con la terra hanno reso inimitabile da parte di razze più grandi e goffe”, quali gli uomini.

Non hanno poteri particolari i mezziuomini della Contea, se possono mantengono addirittura la parola data, fanno il bene ma senza predicarlo più di tanto, sono dotati di un placida (e raramente sottile) ironia, riescono in grandi imprese nonostante la loro statura fisica (son alti “un braccio o un braccio e mezzo”, tra gli 80 e i 120 cm). In una parola sono antieroi per eccellenza e proprio qui risiede la loro grande forza: perché nessuno si aspetterebbe da loro alcunché.

 

Anche per questo sembra francamente azzardata ogni dichiarazione di affiliazione politica e ideologica dell’opera di Tolkien tentata più volte nel corso del tempo a partire dal neopaganesimo dai campi hobbit del Fronte della Gioventù negli anni Settanta per arrivare al ritorno alla natura degli hippy americani. Lo scrittore era sicuramente un conservatore e un fervente cattolico ma ha sempre rifiutato una precisa interpretazione politica e religiosa dei suoi scritti così come le numerose letture allegoriche studiate dai complottisti più sfegatati. Impossibile però frenare il fascino e l’influenza del ciclo fantasy sull’immaginario collettivo: basti pensare alla recente inchiesta sul “mondo di mezzo” di Mafia Capitale nella Roma in cui s’incrociano drammaticamente politica e malavita.

 

Se dovessimo eleggere uno hobbit onorario la scelta cadrebbe inevitabilmente su Bilbo Baggins, eroe involontario di ardite imprese che il grande mago bianco Gandalf coinvolge in una missione cruciale e densa di significati: la riconquista del tesoro custodito dal drago Smaug (o Smog). Violentemente sbalzato dalla idilliaca Hobbitopoli oltre il confine delle Terre Selvagge, fra gole, foreste incantate e minacciose montagne, dove non esistono “vie sicure”, il pacifico Bilbo affronta ogni genere d’avventura in compagnia dei tredici nani suoi compagni e all’imprevedibile mago bianco, che appare e scompare, lasciando cadere come per caso gli insegnamenti decisivi. Si scopre così capace di affrontare prodigi e orrori: il mostruoso Gollum, i ragni giganti, i perfidi orchi, il grande drago e infine la tremenda Battaglia dei Cinque Eserciti, scontro fra le forze benigne e maligne, eternamente opposte, per il bramato e fatale possesso del tesoro. Fino al ritrovamento, apparentemente casuale, dell’ anello magico finito in possesso di Gollum. Che innesca la cruciale domanda: che cosa fare dell’Anello del Potere?

 

“Gli Hobbit” scrisse Tolkien, “sono stati trascurati nella storia e nella leggenda, forse perché – in genere – preferivano le comodità alle emozioni…” Ma proprio il loro carattere riservato, ozioso e flemmatico, reso particolarmente evidente dal contrasto con le incredibili avventure affrontate, ha finito per “condannarli” all’eterna simpatia del pubblico e al trionfo dei grandi personaggi senza tempo. Perché l’idea che un piccolo uomo possa vincere il grande male deve poter continuare a vincere. Nel segreto dei nostri cuori o almeno nella finzione del romanzo.

 

Carlo Alberto Brioschi*

 

*Dopo molti anni come giornalista e ancor più come editor e direttore di saggistica in Mondadori e Rizzoli, ha fondato un’agenzia editoriale con un nome per i più inspiegabile: Blandings, amena località letteraria dove lavora più di prima ma con molti più “capi”. Onnivoro per interessi (non solo alimentari), nutre un’insana passione per la storia della corruzione su cui ha scritto alcuni libri pubblicati anche fuori dai confini dell’amata Penisola. Qui lascia ogni tanto qualche traccia: “non solo libri”, www.carlobrioschi.blogspot.it