È il 6 aprile del 1943. Un martedì, secondo il calendario, piena Quaresima. E mentre la guerra oltreoceano infuria, a New York esce un piccolo libro destinato a scalare ogni vetta (d’amore, classifica, vendite, numero di traduzioni).

Pubblicato da Reynal & Hitchcock, nella traduzione inglese di Katherine Wood, The Little Prince s’affaccia sugli scaffali delle librerie americane e, appena qualche giorno dopo, nella versione originale francese.

Il Piccolo Principe, insomma. E chi non lo conosce?

A scriverlo un aviatore, Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, meglio conosciuto come Antoine de Saint-Exupéry, nato nel 1900 e morto nel 1944, troppo presto per sapere che il suo visionario protagonista conoscerà un successo planetario, diventando il libro più tradotto al mondo dopo Bibbia e Corano (300 lingue) e superando i 200 milioni di copie vendute.

La Fondation Antoine de Saint-Exupéry di Parigi ha fatto sapere, lo scorso anno, di avere annoverato tra le lingue anche il dialetto arabo hassaniya, parlato nel sud del Marocco. Ignota? Non proprio se si conta che Antoine de Saint-Exupéry fece il servizio militare in Marocco nel 1921, per poi tornare in terra africana nel 1927 come responsabile aeropostale della compagnia Latécoère a Capo Juby (l’attuale Tarfaya), dove gli abitanti parlano appunto l’hassanya. E proprio qui, circondato dalle voci di quell’idioma, iniziò a scrivere il suo primo romanzo, Corriere del sud, pubblicato nel 1929.

Ma che cosa fa del Piccolo Principe un’icona planetaria?
Forse il fatto di non rispondere mai alle domande.

Questa chiave, che suggerisce Nico Orengo in una delle più belle prefazioni all’edizione italiana, disorienta ma intriga.

Perché è vero che si tratta di un tratto davvero distintivo per il diafano biondo seienne.

Uno che non sa sempre tutto, come accade a troppi iper-esperti, super-documentati, rompiscatole seienni del momento.

A domanda il Piccolo Principe non risponde. Arrossisce, questo sì, sfumatura porpora sulle guance infantili. E non perché sia maleducato, distratto, problematico, persino “diagnosticabile” secondo la prassi “a batteria” che vede i pargoli moderni inseriti in un protocollo robotico.

No, no.

Semmai perché questo solitario che dialoga in silenzio con il pianeta sembra avere compreso, d’istinto, che alle domande si deve lasciare il giusto potere stregato che hanno – quello di fluttuare nell’aria con una forza d’impulso e invece poi scivolare simili a pioggia o nebbia.

Così impregnando il mondo di punti interrogativi, da cui nasceranno dubbi, e altre domande. Insomma il futuro del pianeta e non soltanto il suo passato.

Allora forse l’incantesimo ancora inscalfibile del breve, rapsodico racconto, che inventa il genere d’un micro romanzo, e intreccia fiaba a orrore e durezza, perché dentro – va detto – c’è crudeltà, anche, o non ne uscirebbe poesia, sta in quella specie di pragmatismo metafisico che ci incendia tutti all’età dell’ ir-ragione, in quei 6 anni incantevoli e feroci, dove la curiosità di scoprire il mondo non è semplice mappatura di se stessi.

Gli specchi delle brame, modello Biancaneve, sono lontani ben più dell’asteroide B612, e una rosa è una rosa, nessun simbolo di nulla, così una pecora, allo stesso modo di una volpe e della semplice, in apparenza, grammatica d’un tramonto che forse scende nell’anima, ma prima arriva agli occhi, e da quelli traccia malinconia o spavento.

Concretezza, certo, ma d’una grana speciale, che non si astrae dalle cose per afferrarne l’idea platonica, né s’intestardisce nel procedere per induzione dal particolare al generale.

Quella concretezza che è affondare le mani dentro la realtà e afferrarne il senso ulteriore. Quella sorta di rivelazione, o stupore, che può immobilizzarci in un mattino qualsiasi di fronte alla grandezza del campanile del duomo immerso nelle nuvole, della facciata arabescata d’una città ancora addormentata, o d’un irrilevante, infinitesimale riverbero di luce che ci riaccende addosso qualcosa, ma sì, già, che cosa?

A quel punto, come il Piccolo Principe, anche noi dobbiamo evitare di rispondere, semmai arrossiamo, fissando in alto, o dinanzi, a rammentare che «È tutto un grande mistero!». E il segreto tautologico quanto invincibile sta tutto lì: nell’alzare gli occhi e non smettere mai di domandare.

 

Silvia Andreoli

Monsieur Perrault quel mattino non si dava pace. Aveva davanti a sé il foglio, il calamaio, ma s’era attardato con la mano sospesa. L’inchiostro, gocciolando, aveva disegnando perfetti cerchi. I bordi ora smarginavano, penetrando il tessuto.

Zampe, pensò, evidenti zampe di bestia sul terreno.

Un lupo, rifletté, un lupo nel bosco

Fu un barlume, una sorta d’ispirazione. L’inizio lo aveva trovato. Già ma l’inizio di che cosa?

Non era più un giovanotto, Monsieur Perrault. Esimio, stimato, rispettato, un francese doc, nessun dubbio, ma la giovinezza era altra cosa. Lui, illustre rampollo dell’alta borghesia parigina, nato il 12 gennaio 1628, dopo gli studi in legge e una carriera di letterato, ora avvertiva quella specie di fame caparbia, insaziabile, un fremito di acquolina in bocca. Per che cosa? Stava forse invecchiando? Il viso imbarbariva?

Gettò uno sguardo al vetro dello studio e colse qualcosa di selvatico. Qualche grosso dispiacere in realtà si era verificato. Da quei figli suoi. Tre. Che bambini apparivano tanto graziosi, solleciti. E invece crescendo…

Soprattutto il terzogenito, Pierre. Irascibile, impulsivo. Non si sapeva domare. Né serviva fargli la lezione, la tirata d’orecchie. Annusava i guai, s’infilava.

Non lo avrebbe ammesso mai, il padre, ma osservare quell’assenza di controllo, e riflessione, quell’agire spensierato nel senso più profondo del termine, generava dentro di lui una sorta di attenzione da entomologo: cercava il limite, la linea di confine tra gli opposti.

Luce. Ombra. Bontà. Scelleratezza. Civiltà. Bestialità.

Talvolta anche Monsieur Perrault si sentiva una somma ambivalente di nature. Gli accadeva con maggior frequenza con gli anni, e dopo si lasciava prendere da nostalgia, senza sapere di che cosa. Un impulso nuovo anche. Non più localizzato, come in gioventù, nei lombi. Piuttosto tra bocca e cervello. Lì, a spingere contro la laringe, pronta a strisciare verso l’alto, seccando le fauci e colpendo l’immaginazione.

L’immaginazione… che cosa strana era. Si stava facendo davvero insidiosa.

Gettò di nuovo uno sguardo al foglio e d’un tratto ne avvertì la presenza. Anzi, a essere precisi, dapprima la udì. Una voce.

Allegra e spensierata, che rispondeva, leziosa, ad un’altra più roca.

Una bambina, si disse Monsieur, colpendo con la mano la tempia, certo, che altro? Una bambina.

Quanto doveva essere graziosa, nella sua ingenuità verso il mondo, la vita. Non sapere nulla, di quello che attende, accadrà.

«Il était une fois», cominciò allora a ripetere lo scrittore.

«Il était une fois…»

Presto la vocina ottenne un corpo, piccino e perfettamente proporzionato. E poi un visetto, incantevole, manine perfette. Per la più graziosa di tutte le bambine che si possano immaginare.

Unica. Nuova di zecca.

Bastò un dettaglio, il “la” d’ouverture e subito le frasi presero a scorrere rapidissime.

Quel dettaglio – un lampo negli occhi.

Una macchia di rosso, rosso fuoco. Che poi si rivelò essere un cappuccetto. Come un morso di fragolina selvatica, o di quei fruits rouges che sono la delizia di Francia.

Perrault pensò alla lanterna magica, oggetto ormai di gran moda nel beau monde. Il merito della descrizione di quel marchingegno prodigioso andava al padre gesuita Athanasius Kircher, che l’aveva inclusa, nel 1646, nel suo libro Ars Magna Lucis et Umbrae. Veniva dalla Cina, si diceva, e l’avevano portata gli arabi.

Quel mattino, nella stanza Monsieur avrebbe giurato di possederne una, di quell’ottone ben lustrato con le immagini dipinte su vetro.

Proiettavano una bambina, una casetta e un filo di fumo che usciva dal camino. E che delizioso profumo si spandeva attorno.

Così, avvinto dalla curiosità, quello che sarebbe diventato il più noto scrittore di fiabe di tutti i tempi ascoltò madre e figlia parlare. Di una focaccia per la nonna. La nonna malata, dall’altra parte del bosco.

E la bambina, incaricata di portarle il cestino.

Tutto qui.

Nessun ammonimento, in realtà. (Quelli li aggiunsero nella versione ottocentesca i teutonici fratelli Grimm). Un trillare di saluti invece e una piccola danza con cui la vivace creaturina si incammina verso la strada, immemore d’ogni ricchezza e d’ogni pericolo. Che altro è l’infanzia, se non questo?

L’idea che l’istante sia un luogo da abitare, uno spazio, mica qualcosa che passa e si consuma. Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia.

Tutto semplice, tutto lineare. Nuovo di zecca.

 Se solo non si mettesse d’intralcio il desiderio. Quello adulto. Calcolatore. Avido.

Una sorta d’istinto rapace che spinge a predare, far proprio. Dalla notte dei tempi (quando già Crono divorava i propri figli). Anche una bambina, come trofeo, dunque? Cibo del ventre? Furto d’anima?

Dissente, il letterato di rango. Difficile resistere però. Perché non è solo una bambina. È l’idea, insomma, quell’essenza che… Non termina la frase Perrault.

Il sorriso, ecco. Ingenuo. Ha quella lievità, quella luce. Perduta. Io l’ho perduta? L’abbiamo perduta in tanti, troppi, si lamenta lo scrittore. Oh, sono vecchio. Vecchio e sedotto dalla grazia di chi divora il mondo, sbocconcellandolo come fosse una focaccia appena sfornata. Freme, ma prosegue.

Nella stanza, a scrivere, si gode quella passeggiata nel bosco, indossando l’irsuto manto del lupo. E quella mancanza di scrupoli che non c’è uomo che non l’abbia vagheggiata. Poi per fortuna esistono i crismi sociali, esistono le regole e le imposizioni. Non lì, tuttavia, lì la fabula s’impone.

E la fabula chiama in causa il bestione, che, mentre osserva quella splendida bambina, riesce comunque a controllarsi. Ragiona, organizza, s’informa, carpisce con una specie di sorriso quanto gli serve.

Una menzogna via l’altra, ordisce il piano più sciocco, semplice e famoso di tutte le storie. Accelera il passo, arriva alla casa della nonna, l’ingoia e si mette nel letto, fingendo d’essere la vecchietta.

Pranzo e cena. Pancia satolla.

Può davvero finire così? Homo homini lupus. Già.

Ma a Monsieur Perrault si stringe il cuore. Era così graziosa, la più graziosa.

Allora la mano torna indietro sul foglio, apre un varco (non esistevano i Post-it ancora) e insinua il “dialogo dei dialoghi”, quello che scriverà le pagine future di una miriade infinita di libri, film, interpretazioni.

Un dialogo che trattiene la cifra stessa d’uno dei più strani misteri che avvince la natura umana. Che cosa scatta tra desiderio e violenza? Che cosa s’insinua tra vittima e carnefice? Tra belva e innocenza?

Qual è la calamita che li fa intrecciare prima di esplodere?

 «O nonna mia, che braccia grandi che avete!.

Gli è per abbracciarti meglio, bambina mia.

O nonna mia, che gambe grandi che avete!

Gli è per correr meglio, bambina mia.

O nonna mia, che orecchie grandi che avete!

Gli è per sentirci meglio, bambina mia.

O nonna mia, che occhioni grandi che avete!

Gli è per vederci meglio, bambina mia.

O nonna mia, che denti grandi che avete!

Serve solo a indugiare.

Non si torna indietro, asserisce, esausto, Monsieur Perrault.

 Gli è per mangiarti meglio.» (nella traduzione di Carlo Collodi)

Il tempo è un vettore rigido e orientato senza appello. Boccone inevitabile. E lui ne sa qualcosa, di bocconi amari.

Quando nel 1697 esce la prima edizione (ce ne era stata una anonima l’anno prima), presso la Maison Claude Barbin, con il titolo Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités meglio conosciuti come Contes de ma mère l’Oye, una tragedia si stava consumando nella sua vita.

Il terzogenito, Pierre, finisce in carcere, si macchia – così hanno ricostruito le fonti – di omicidio compiuto a seguito di una rissa. E il padre che farà? Firma la raccolta con il nome del pargolo. Spera di salvarlo, di fargli ottenere così la protezione della Corte Reale.

Ma il gesto si rivelerà inutile: il ragazzo muore due anni dopo, appena ventunenne. Il tempo è un vettore inesorabile. Non si può invertire. E la giovinezza, suo malgrado, si farà caparbiamente divorare.

Un monito, al termine della fiaba, lo si può pure indicare. Ma più per la coscienza di chi mangia, che per la salvezza di chi verrà ingurgitato.

 

Il testo della fiaba: https://it.wikisource.org/wiki/Cappuccetto_Rosso

 

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Silvia Andreoli

brutto anatroccoloChe la si metta in un modo o nell’altro, il pungolo acuminato è sempre lo stesso: la differenza. Ovvero quel carattere che, a seconda dei tempi e delle culture, viene identificato come distintivo, particolare, unico, eccentrico, o invece diverso, sbagliato, anomalo, anormale.

Il punto sta tutto lì: nell’occhio di chi giudica. O anzi del gruppo compatto che si unisce per emettere il verdetto di dis-valore.

E che dire?

Scomodare Jung e l’inconscio collettivo? Le pulsioni di morte freudiane? L’antropologia della crescita come metamorfosi?

Ma forse la sola strada è battere le nocche all’uscio della casa più strana e accogliente di sempre: quella delle fiabe.

Perché se una certezza la possiamo avere è che questa grossa creatura sgraziata a cui nessuno sapeva dare provenienza o nome rappresenta l’eroe tipico d’ogni narrazione magica che si rispetti, ovvero quella che affonda unghie e artigli nel non detto della coscienza specchiata, della parte che ci insegnano a rimuovere (asportare chirurgicamente?) sin dalla primissima socializzazione, avvenga alla scuola materna o in coda ai giardinetti per salire su un’altalena.

Vale a dire che la vita sociale comunque la si prenda, questa pelle crudele ce l’ha, e non per ineducazione, per chiusura mentale, piuttosto, pare, per un’impronta di cui è capace soltanto il terrore, la paura. Rovesciare fuori quello che si fatica a mettere a fuoco, nello specchio. Combattere l’altro per salvarsi le… penne.

Lo sa bene Hans Christian Andersen, danese, nato nel 1805 e morto nel 1875, padre di una schiera d’infelici, piccola fiammiferaia in testa, che non può far smettere di piangere, fosse pure per rabbia. Rabbia contro la capacità che hanno le parole d’affondare nel dolore primigenio, di quell’ingiustizia di fronte a cui tutti prima o poi ci siamo sentiti nudi, esposti, svelati, scoperti e stravolti.

Ammettiamolo: quanta rabbia, impotente, per gli occhi, spesso strabici e bolsi, di oche anatre tacchine pragmatiche che s’avventano su uova e culla alla ricerca di somiglianze del nuovo anatroccolo strano – È grosso in un modo spaventoso […] non somiglia a nessuno degli altri!– per perorare la causa della saggezza popolare, vestendo pregiudizi  e ignoranza d’una strana, autoimposta capacità.

Lo sa bene Hans Christian Andersen che le fiabe le fa pure finire spesso male.

Vogliamo parlarne? Fiammiferaia, Sirenetta, il Soldatino di Stagno, anche la Regina della Neve piuttosto impervia lo è. E se l’happy end arriva, ci ha chiesto comunque un tour de force da lasciare spossato un gigante.

La rivoluzione epifanica dei mesti eroi di Andersen ha comunque toni foschi e neri. Ci lascia, sporchi, con il senso di colpa. Egoisti, perché non li abbiamo aiutati a salvarsi, nemmeno tra le righe, girando le pagine.

E il brutto, mostruoso anatroccolo?

Straziante. Con quel suo essere inerme. Con quell’impossibilità che ha un piccolo di fronte all’adulto. Un singolo rispetto a un consesso.

Troppo, troppo duro.

Da madri ci rifiutiamo di leggerla ai pargoli.

Nemmeno Walt Disney s’è azzardato a farne una saga multicolor. È vero: s’invaghì del dolore del pennuto fuori misura, tanto da realizzarne due Sinfonie allegre: nel 1931 firma in bianco e nero L’anitroccolo eroico, poi sperimenta il colore con un corto del 1939, durata 8 minuti e 37 secondi, che gli varrà il premio Oscar come miglior cortometraggio d’azione.

La trama però è edulcorata e in quel “tutti vissero felici e contenti” pare leggere una mano che cancella i traumi passati, con buona pace delle traversie.

Non ne esce un eroe, comunque. Piuttosto, un salvataggio in extremis, che suscita sollievo. Il podio anche nella tragedia lo accordiamo a Bambi, e prosit.

Ammettiamolo: il Brutto Anatroccolo lo lasciamo di lato. Ci solleva la pelle, ci fa accelerare le dita sulla carta.

Perché è uno dei nostri lati.

Quello che si vede soltanto se si guarda in tre dimensioni, usando pure la profondità, ch’è poco di moda nell’immagine sociale, e ormai anche nell’immaginazione.

Andersen ne fa uno scudo, della sua stessa ferocia masochistica.

Si racconta infatti che la sensazione dell’esclusione e del disadattamento l’abbia provata dolorosamente da ragazzo, a causa anche dell’omosessualità, messa alla gogna e persino criminalizzata all’epoca.

Che importa se siamo nati in un pollaio, quando siamo usciti da un uovo di cigno? Scrive magistralmente sul finale.

Sul finale, già…

Eppure non ne pare del tutto convinto, se dobbiamo leggere sette facciate dense d’ogni rabbrividente angheria a fronte di una mezza paginetta che fa unire il malcapitato al branco reale, con tanto di inchino dei vecchi cigni.

Qualcosa che ha l’amaro sapore della rivincita, d’un momentaneo sollievo.

Ma non ce la risolve, diciamola fino in fondo. La scheggia di cristallo (quella del Kay stregato dalla Regina di Neve, uscita dalla medesima penna) ce la sentiamo ancora nel cuore.

E se ce la caviamo, poi, di dosso, un po’, quella malinconia stregata, che ci fa macerare nell’autocompiaciuta tristezza per noi stessi, una nostalgia canaglia che ci strugge e ci fossilizza, è solo per merito d’un altro cigno selvatico, questa volta tratteggiato dal genio di Michael Cunningham, amato dal grande pubblico per il Pulitzer vinto con Le ore, da cui è stato tratto un film di successo.

Nella raccolta di fiabe da lui create, con il titolo appunto di Un cigno selvatico, primo della collana La nave di Teseo con cui ha esordito nel 2016 la casa editrice di Elisabetta Sgarbi (chapeau!), ci fa sapere che:

Il dodicesimo fratello [cigno] lo becchi, quasi tutte le sere, in uno dei bar di periferia, quelli frequentati dalle persone che hanno trovato un rimedio solo parziale ai propri sortilegi. O che non l’hanno trovato affatto. […] In un bar come questo, un uomo con un’ala di cigno è considerato fortunato.

La sua vita, dice a se stesso, non è la peggiore di tutte le vite possibili. Forse basta questo. Forse è questo che c’è da sperare, che non peggiori ulteriormente.

[…]

E allora per questo strano compleanno, cin cin, a tutti i cigni selvatici, che s’alzino i bicchieri per il brindisi e attenzione a tenere i flûte in bilico sull’ala.

 Silvia Andreoli

Il 2 ottobre del 1964, a Londra, nella Guild of Pastoral Psychology, James Hillman, grande studioso della psiche umana stregò la platea parlando del Puer Aeternus.

Cominciò raccontando una specie di barzelletta, una di quelle che tanto sono insediate nell’immaginario ebraico ma sempre un po’ sfuggenti, eccessivamente brutali anche.

“Un padre volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, ad avere più coraggio, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice:«Salta, che ti prendo». Il bambino ha paura ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: «Salta, che ti prendo»”.

Hillman prosegue nel racconto lasciando capire che l’ombra è in agguato. E infatti, dopo un po’ di questo gioco, quando il figlio salta, il padre lo lascia cadere a terra.

La morale?

Dietro a ogni padre c’è il tradimento in allerta.

 

Tutto questo servirà a Hillman, fedele interprete di quel Carl Jung del suoi archetipi dell’anima, per giungere a una sentenza: il bisogno di sicurezza come zona protetta dove portare il mondo originario, e quindi l’infanzia, la fantasia, l’onnipotenza, è spazio garantito in astratto dal Padre e tradito sempre in concreto dai padri.

Di lì, sintetizzando a grandi linee, viene la nostalgia, e quell’istinto a risalire di continuo sulla scala, buttandosi di sotto.

In un paradosso.

Perché più si fa male, più questo Peter Pan o Puer Aeternus ci riprova. Testardo, determinato, un pizzichino anche ottuso forse, ma no, proprio no, non ne vuole sapere d’essere cacciato dall’Eden, leggi: l’Isola-che-non-c’è, dove conosce per nome tutti i pirati, i suoi seguaci e le fate innamorate cotte di lui.

Perché mai andarsene?

Così nasce la ribellione di Peter Pan. La sua rappresaglia da controcultura.

 

Difficile contraddirlo, invero. Se non fosse per quei salti dalla scala che continua a fare. E quei tonfi pesanti. Che insieme ai lividi evidenti, all’ombra che scappa, al filo che la deve cucire, in qualche modo scavano nella sola speranza che ha di sopravvivere: quella di credere che qualcuno magari non ci ricava niente a distruggertela, la fiducia originaria.

 

 

Insomma, a guardare bene le cose, la sentenza di Hillman è piuttosto crudele e perentoria. C’è un errore, dunque, Mister Barrie. Nessun bambino cresce. Semmai, si perde, si cancella, si annulla nel bosco e ne esce tutto diverso.

Dura, ma bisogna accettarla così. Perché interviene una specie di passaggio biblico del tradimento.

Può chiamarla la perdita della fiducia se preferisce. Però sappia che a causarla non sono le madri distratte, che abbandonano.

Piuttosto i padri.

Et voilà: il rovesciamento.

 

Magari gli angoli si possono smussare.

Come? Riportando, seconda stella a destra, lo sguardo femmineo. Il lato addolcito delle cose, più minute, “sciocche” magari e delicate, di cui sono portatrici per Peter Pan sia Wendy che Trilly, le vice-madri, innamorate.

Il messaggio insomma, dietro, è che in realtà la fiducia cuce mondi, la fantasia crea stanze di benessere, per proteggersi dall’acuzie di certi eventi, e permette attimi di sollievo. Fatti di sorrisi, o polvere brillante. Tessuti con l’immaginazione e difficili da toccare. Ma non per questo meno straordinari.

Reinnestando in Peter Pan quel do you believe in fairies? ci spostiamo dalla scala e guardiamo quella specie di cosa che resta. Dell’infanzia.

Ferma. Immobile. E rilucente, come i diamanti nella pancia della terra.

Uno sguardo, è – in soldoni- l’infanzia.

Uno sguardo che si posa sui luoghi, creandoti la certezza che grazie all’immaginazione anche se cadi male non te ne fai.

 

Così al linguaggio dei padri di Hillman, che è durezza, indecenza di perdita, saccheggio, s’affianca l’altro, della fiducia cieca, quella di Wendy, e della sua propensione a occuparsi dei bambini perduti. Tutti, nessuno escluso. A cui racconterà, per conciliare il sonno, che cosa? Fiabe.

 

Barrie aveva in fondo capito le due cose. Ha usato il pugnale del padre, ma anche il guanto della madre. Certamente non ha ridotto la complessità ambivalente del problema.

Non sorprende allora che il primo nucleo narrativo del ragazzo che non voleva crescere compaia in un testo per adulti, L’uccellino bianco, pubblicato nel 1902.

L’avventura più nota del personaggio, presa da due dei capitoli del testo originario, debuttò il 27 dicembre 1904, nello spettacolo teatrale Peter Pan, or The Boy Who Wouldn’t Grow Up (“Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere”).

Il successo, reso possibile anche dalla grande abilità dei trucchi scenici, indusse Barrie a riscriverne appositamente un testo, che apparve nel 1911, con il titolo prima di Peter e Wendy, poi Peter Pan e Wendy, infine solo Peter Pan.

 

Londra ne fu conquistata.

Al punto che nei meravigliosi giardini dove la storia prende avvio, quelli di Kensington, nel 1912 venne eretta una statua al Nuovo Eroe. Fu insediata nella notte, per aumentare quell’effetto di incantamento di cui Peter Pan era stato capace.

A commissionarla proprio Barrie.

Così, nello stesso parco in cui lo scrittore “incontrò” la sua fonte di ispirazione, i figli di una aristocratica Sylvia Llewelyn Davies (che adottò alla morte della madre), sarebbe rimasto a suonare lo zufolo, senza paura d’essere gettato a terra, dal Padre.

 

Perché se è vero che l’essenza stessa dell’infanzia sta nell’annullamento del tempo, si avrebbe forse diritto, quando si legge la fiaba del ragazzo, di non venire tediati da sciocchezze. Come la storia della “sindrome di Peter Pan”, affibbiata a tutti quegli sciocchi incapaci di prendere responsabilità, o tristezza anche.

Non scomodiamo una piccola, intrigante icona come questa specie di vispo furetto per lavare i panni sporchi e arricchire di misericordiosa fantasia la più cocente delle delusioni umane, ovvero un uomo che fa il verso a sé stesso, tediando anche la polvere. Sprovvisto invero dell’unica ricchezza imponderabile, la febbrile scintilla nello sguardo di cui, tuttavia, come Barrie ebbe a dire, mesto, manca l’incidenza nello sguardo della statua che aveva lui stesso commissionato a Sir George Frampton.

Mica facile, d’altra parte.

Il bronzo non è carne, né carta.

 

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Silvia Andreoli

Lewis CarrollE a volte te lo chiedi: che cosa sarebbe accaduto se quei due si fossero davvero incontrati? Se d’un tratto avessero trovato il coraggio di sfidarsi, l’uno dinnanzi all’altro, Charles Lutwidge Dodgson e Lewis Carroll, chi sarebbe stato il primo ad abbassare lo sguardo, o a tendere la mano?

 

Il matematico, diacono, insegnante a Oxford o lo scrittore, fotografo, persino affabulatore e umorista? Dialettica imprecisa, in realtà. Perché il gioco si spariglia e duplica, eleva a potenza, lasciando una sensazione netta: che manchi sempre un tassello, per comprendere, o forse persino che sia sciocco il tentativo. Perché di certe cose il solo significato è quell’abile non sense.

 

A cominciare dal nome di battesimo: Charles, come il padre, Lutwidge, come il cognome della madre.
Poi quello pseudonimo, inventato, anagrammando i due. Dodgson firmò le pubblicazioni scientifiche, anche se pare fosse insegnante piuttosto noioso e privo di smalto per la gioventù che frequentava le aule di Oxford tra il 1855 e il 1881.

 

Lewis Carroll invece scrive fiabe e lettere alle sue “piccole amiche”, unico interesse umano che parve sperimentare, dopo l’amore per le sorelle e la madre. Quell’universo piuttosto limitato, di una famiglia numerosa, undici fratelli, lui terzogenito e primo maschio, fu la sola esperienza che fece, prima di entrare in collegio, com’era d’uso, e in fondo senza mai più uscirne, diventando a sua volta insegnante.

 

Sorelle, dunque, e tante, un amore materno cercato e rapito da altri interessi (alla Proust, ma silente), e quei giochi che crea per loro, in famiglia, per divertire e stupire. Una famiglia sua non la vorrà. Né amori, così dice la leggenda, anche se qualche biografa accenna al fatto che la piccola Alice Liddell fosse la figlia di un amante sua. E dunque questo spiegherebbe…. In realtà il buio rimane.

 

Nulla spiega nulla, con Carroll Dodgson. Perché l’ombra non spiega la luce, e viceversa. Semmai la ammanta di fascino, o la fraziona, implicando quell’effetto d’infinita rifrazione che, guardandolo a lungo, acuisce la certezza d’essere ovunque e in nessun luogo.

 

Ma torniamo a questo diacono che sceglie di non proseguire con i voti sacerdotali, questo docente di matematica, che della matematica apprezza più le aporie che la precisione, di quest’uomo, balbuziente quasi sempre, che non si innamora, che non cerca una famiglia, un matrimonio. E che ha un amore e uno soltanto: le bambine.

 

alice liddell, lewis carroll
Alice Liddell ritratta da Lewis Carroll/Charles Dodgson

Con loro non balbetta.
Con loro non s’annoia.
Con loro s’accende.
Con loro sa d’essere vivo, e persino felice.

 

Normale, s’è scritto, per quell’epoca vittoriana di grandi ricami floreali, d’un bon ton squisito, d’una compattezza quasi granitica, ma capace di cedere all’incanto di un mondo che non cresce. Normale e forsennato, però. Non tanto per le accuse (non provate), che hanno inseguito Carroll nella tomba circa la sua presunta pedofilia.

 

Invece per la strenua battaglia contro quel Tempo che s’è fatto carceriere di noi tutti. E che qualcuno, però, ancora si getta a contrastare, rigido Don Chisciotte della campagna inglese, dove di mulini a vento non ce ne sono, ma gonne e crinoline a far da campana su gambe snelle e minuscole, calzettoni ricamati e scarpe lucidissime, oh, di quelle sì, ce ne sono a migliaia. E perché mai rinunciare?

 

Lo aiutano i prodigi della tecnica, in questo frangente. È l’epoca giusta: la fotografia comincia a diffondersi, e subito Carroll si attrezza. Acquista lo strumento e lo usa. Diventerà uno dei più noti fotografi vittoriani. Uno specialista della ritrattistica anzi. Uno specialista d’una specialità: i suoi soggetti sono tutte bambine. Ne fotografa tante. Le invita per il tè, consenzienti il padre e la madre. Le seduce (figlie e famiglie) con la promessa d’uno dei suoi famosissimi libri, con il regalo di una fotografia da conservare, che è ancora cosa piuttosto costosa e rara.

 

Le intrattiene per lettera, le cerca, si spende nelle invenzioni. Gioca, affabula, è irriverente, irresponsabile. Le fa ridere. Ridere e ridere.
E?
E poi non si sa, perché della corrispondenza rimasta una gran parte è stata “epurata” dalla famiglia d’origine, che l’ha distrutta per salvare il “buon nome”. Era dunque un orco? Un Barbablù? Un pazzo ossessionato?

 

Certo è che di bambine ne capiva. Che con le bambine si capiva. E che non ne aveva mai abbastanza. Le cercava per fotografarle. Le agghindava con costumi da zingarella, da mendicante, di cui possedeva una collezione. Ma le preferiva nude.

 

Difficile. Per le condizioni stesse che poneva: essere da solo nello studio con la bambina. La famiglia, consenziente. Siamo nell’800 inglese. Difficile, dunque, difficilissimo. Ma è il suo soggetto, dichiara, la nudità, di una bambina che si spoglia senza malizia. Una sorta di innocenza rivelata.

 

Rivelata? O smascherata? La linea è sottile, quasi invisibile. Eppure determinante. È quel filo di nylon del funambolo che lo tiene incollato al cielo. Basta uno scarto ed è il precipizio. Così, l’infanzia per Professor Dodgson and Mister Carroll.

 

Ma il merito va al secondo. Nel bene e nel male. È Carroll che ha davvero saputo catturare quel movimento esatto, quella frazione infinitesimale del tempo che scorre tra l’essere sul filo e cadere, tra l’amore per l’innocenza e la perversione dell’appropriarsene. Così comprendendo. Che dietro ai visetti angelicati delle Beatrice, Alice, Mary, Irene, Agnes virati seppia c’era una grande inquietudine, istintiva e imbronciata. Quel segreto che agli adulti non piace vedere, di solito, e che invece a Carroll ha mosso inchiostro e parole.

 

300 pagine in tutto, poco più, per quell’Alice nel Paese delle Meraviglie e l’altro, Attraverso lo Specchio, che hanno cambiato la letteratura. Poteva scriverne altre. Non lo ha fatto. Si è fermato. Perché forse a questo gli serviva il racconto. Ad accedere a questo spazio, segreto, invisibile, sordido eppure immacolato.

Inutile girarci attorno allora. L’infanzia è piena di questo confine invisibile. L’innocenza da fiaba le è stata appiccicata addosso per rassicurare gli adulti.
In realtà le fiabe sono piccole prove atroci di coraggio e realtà. Come l’infanzia, le fiabe sono fatte di orchi e fantasmi, immagini che scivolano, strappano e mordono.

 

E quando il buio si fa troppo intenso e soffocante, ecco che arrivano Conigli che corrono, frettolosi, e Duchesse e Regine Capricciose, Pseudotartarughe, Lepri Marzoline, Cappellai Matti e Uova gigantesche e grasse che ripetono filastrocche. Fino a che ci si sveglia e ci si domanda: ho soltanto sognato?

 

Dodgson lo chiedeva a Carroll, ogni mattino, andando nell’aula. Ho soltanto sognato? E io, poi, che cosa ho fatto? Qualunque cosa, Carroll, – insisteva Dodgson-, sei stato tu! Chiunque tu sia.

 

E riprendeva a camminare, annoiato, verso l’aula di adolescenti maschi brufolosi, pensando che la vita vera stava dentro quel tronco, fatto come un obiettivo, e che l’abisso, come il gatto del Cheshire, sorrideva.

 

Per saperne di più: http://www.stampalternativa.it/libri/222-4/lewis-carroll/matto-per-le-bambine.html

 

Silvia Andreoli