“Non mi sposo perché non mi piace avere della gente estranea in casa”. Alberto Sordi aveva fatto di questa battuta un suo mantra personale e chissà che penserebbe delle decine e decine di estranei che hanno già prenotato una visita per ammirare la sua villa, situata alle radici dell’Appia Antica, di fronte alle Terme di Caracalla. Un’occasione unica per entrare nell’intimità di questa icona del cinema italiano, a cento anni dalla nascita (Roma, 15 giugno 1920).

Per la prima volta, dal 16 settembre al 31 gennaio 2020, le numerose sale (oltre il giardino e il Teatro dei Dioscuri) saranno protagoniste della mostra Alberto Sordi 1920-2020, per scoprire abitudini, passioni e segreti.

Il grande attore romano comprò villa Druso (dal nome della via in cui sorge, progettata negli anni Trenta dall’architetto Clemente Busiri Vici) sottraendo l’affare a Vittorio De Sica che era già in trattativa.

Appena la vide, infatti, se ne innamorò. Lui aveva i contanti, mentre De Sica, che aveva appena perso una somma folle al gioco, no. Il contratto fu presto fatto. Era la primavera del 1954 e da allora divenne il suo rifugio.

Ad accogliere i visitatori (visite su prenotazioni a piccoli gruppi) è il raffinato teatro-sala di proiezioni, ricavato dalla legnaia, proprio all’ingresso. Camerini in maiolica blu, il sipario firmato da Gino Severini, un pianoforte a coda e sculture qua e là di Andrea Spadini. Ovunque dominano i velluti, dai divani e poltrone del salotto – verde bottiglia, broccati fantasia fiorati – fino alle tende, passando per le sedie settecentesche in sala da pranzo. Anche le porcellane occupano gran parte dello spazio: una gran parete di multicolori uccelli di porcellana cinese poggiati su mensole dorate in legno scolpito, tra barocco e rococò.

Nello studio al primo piano, sulla mensola del camino, anch’esso barocco, spiccano in sequenza i premi che l’artista ha ricevuto durante la sua lunga carriera: undici David di Donatello, quattro nastri d’argento, il Leone d’Oro di Venezia alla Carriera nel 1995 e il Leone speciale del 1959 per La Grande Guerra, un Orso d’argento da Berlino, sei Grolle d’oro, sei Vittorie alate. E ancora chiavi simboliche di città, cittadinanze onorarie, lauree honoris causa.

Appoggiata su una libreria, una targa che fa sorridere, con la scritta: “A ogni uomo che nasce, il destino assegna una donna; la felicità sta nel riuscire ad evitarla per tutta la vita”.

E Sordi pare esserci riuscito, anche se ha frequentato sempre donne belle e affascinanti. Tra queste Silvana Mangano, ritratta con lui in un magnifico scatto in 
bianco e nero; Andreina Pagnani; l’attrice austriaca Uta Franz (che aveva avuto il ruolo di Elena di Baviera nella trilogia di Sissi con Romy Schneider) con la quale, si racconta, avrebbe dovuto sposarsi, cosa che non avvenne mai. Terrorizzato, infatti, mandò un suo amico dai genitori di lei, che allora aveva 19 anni e Sordi 34, come ambasciatore per questo messaggio: ”quest’anno non possiamo sposarci perché siamo molto occupati”. Nel 1989, fu ospite di Enzo Biagi al programma Il Fatto. Il giornalista gli domandò che cosa avessero rappresentato le donne per lui e Albertone riassunse il suo pensiero: «Alle donne devo tutto. Devo la vita, perché io sono stato molto corteggiato. Facevo il ballerino di fila con quarantadue ballerine che venivano da tutto il mondo. Ho bruciato le tappe della sessualità. Sono sempre stato circondato da donne ma non ho mai avuto la necessità di una compagna».

Al pianterreno si trova anche una sala che racchiude un po’ di tutto:

una cyclette dei primi Novecento Rossel, una libreria ricca di volumi d’antiquariato, due scaffali di testi di storia del teatro, attrezzi in legno da palestra alla parete, una sella meccanica per misurare la resistenza. Quest’ultima, si narra, servisse per divertenti gare serali tra amici, anche con Anna Magnani.

Incredibile il suo guardaroba infinito, dove a predominare sono i colori della terra, dal beige al tabacco, al testa di moro. Un cassetto pieno di guanti, anche quelli nella stessa tonalità e decine e decine di scarpe, quasi tutte in marrone.

Curiose, pure, le numerose bottiglie di liquori e vini ancora integre, spesso ricevute in regalo. Molte sono rare perché prodotte da aziende che non producono più. Tra gli altri pezzi imperdibili, una sterminata collezione di telefoni Sip-Siemens con il disco numerico, simbolo dell’Italia del benessere, uno per ogni stanza, persino nel bagno poggiato su un tavolino verde, accanto al water.

Sordi aveva molta fede e tracce del suo fervore religioso si ritrovano ovunque.

Sul comò, in evidenza una sua foto con Giovanni Paolo II e una riproduzione della Madonna del Divino Amore. In cucina si legge: «Dove c’è la Fede c’è l’amore/ Dove c’è l’amore c’è la pace/ Dove c’è la pace c’è Dio/ Dove c’è Dio non ci sono le pene». In giardino, dietro la piscina, c’è una Madonna in ceramica bianca alta un metro, con un’aureola di stelle, incastonata in una piccola grotta. Lì si recava a pregare ogni mattina. Proprio di fronte alla statua della Vergine Maria, c’è anche il cimitero dei suoi amati cani. Qualcuno ipotizza circa una ventina di tutte le razze che negli anni gli tennero compagnia.

 

E per celebrare questo mito cinematografico, vale la pena rivedere “Permette? Alberto Sordi”, film uscito lo scorso marzo e diretto da Luca Manfredi (figlio di Nino e testimone di incontri tra suo padre e Albertone), con un eccezionale Edoardo Pesce nel ruolo del giovane Alberto. Racconta i suoi esordi, l’amicizia destinata a durare nel tempo con il giovane Federico Fellini, che da lì a poco lo dirigerà ne Lo Sceicco Bianco e I Vitelloni (sua la pernacchia più celebre del cinema italiano!). Un film che sintetizza i vent’anni in cui Sordi è diventato l’Albertone nazionale, l’uomo che – come disse Ettore Scola – “non ci ha mai permesso di essere tristi”.

 

 

 

 

 

Che poi tutti dicono, e quest’anno ancora di più dato il centenario della nascita del regista, “Ah Otto e mezzo, sì certo. Meraviglia, capolavoro…”

Ma poi gratta gratta…

C’è chi l’ha visto da ragazzino, chi in un passato non meglio identificato, chi semplicemente sgrana gli occhi e agita una mano a mulinello perché non trova le parole, chi non specifica tempo e luogo ma “questa la so”.

E tutti la sappiamo, un po’. Perché a spizzichi, a bocconi, a singoli frame tutti portiamo dentro un pezzetto di questo capolavoro. E questo è certo quello che Fellini desiderava.

Il cappellino di pelliccia della Milo, il vestito smangiato della Saraghina, gli occhi bistrati di Barbara Steele, le piume di Yvonne Bonbon, l’eleganza dimessa di Luisa\Anouk Aimée, lo splendore puro di Claudia (Cardinale), la ragazza della fonte, la tenerezza grottesca dei coniugi illusionisti, gli unici in grado di leggere i pensieri incomprensibili del protagonista…
È l’immaginario felliniano. Quindi anche il nostro.

“Felliniano: avevo sempre sognato di fare l’aggettivo da grande”, ipse dixit.

Ma poi c’è lui: Guido Anselmi, alias Snaporaz.

Non un aggettivo, non un sostantivo, un acronimo che sta per “t-chi snà un puràz”, tu sei nato poveraccio. Che era come Fellini incitava Mastroianni a riprendere a lavorare, quando la flemma ciociara dell’attore entrava in conflitto con l’operosità romagnola del regista.

Ma chi è Snaporaz?

Nel film è un regista famoso in crisi creativa, ostaggio dei suoi sogni, del suo infantilismo e dell’industria cinematografica che, come la moglie, l’amante, gli attori, gli amici gli chiedono ciò che lui non può dare. E cioè? L’affidabilità.

Perché è incostante, umorale, infedele, bizzoso, a tratti lagnoso, a tratti dispotico.

“Un bugiardaccio senza più estro né talento”, come si autodefinisce all’inizio del film.

Eppure, è lui l’unico sincero, in quell’infinito e surreale panorama umano che Fellini, co-sceneggiatore insieme a Ennio Flaiano, ci regala.

Il bugiardo più autentico, il solo che si pone domande su sé stesso quando invece tutti – la moglie, l’amante, l’intellettuale grillo parlante, il produttore – sanno cosa vogliono o comunque vogliono qualcosa, anche se non sanno perché.

Snaporaz invece non lo sa.

L’unica certezza di cui dispone è che non vuole venire a patti con la vita, vuole trovare il modo – perché deve esistere un modo – per conciliare sogni e realtà, per non perdere quello sguardo incantato sul mondo che da bambino gli faceva fare una riverenza al cospetto della folle e sciatta Saraghina.

Vorrebbe essere felice, il “puràz”, vorrebbe “poter dire la verità senza far soffrire mai nessuno”, ma sa che è impossibile, perché nessuno ha bisogno della verità.

Tutti però abbiamo bisogno di sogni, e di qualcuno che li sogni anche per noi.

Così, quando ormai è deciso che il film non si farà, e il critico dalla erre arrotata che lo tormenta dal principio è filosoficamente soddisfatto, perché “se non si può avere il tutto, allora il nulla è la vera perfezione”, l’illusionista arriva e annuncia: “Siamo pronti per cominciare”.

E Otto e mezzo ci regala il monologo più bello della storia del cinema:

Ma tutta questa confusione sono io, io come sono non come vorrei essere.
E non mi fa più paura dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. Solo così mi sento vivo… 
È una festa la vita…

E poi parte il girotondo felliniano, quello che tutti conosciamo e citiamo e fischiettiamo sulle celebri note di Nino Rota, ma intanto è il naso perfetto di Marcello Mastroianni a indicarci la giusta angolatura dalla quale guardare alla realtà.

PS per fare bella figura a cena: il titolo Otto e mezzo non significa nulla, si riferisce solo al numero di film girati da Fellini fino al 1963. Sette con l’aggiunta di una co-regia con Lattuada per Luci del varietà, che con questo fanno appunto otto e mezzo. Flaiano gli propose La dolce confusione, citazione voluta della precedente Dolce Vita. A Fellini non piacque.
E neanche a noi.

Blob è in debito con lei. Senza “Oddio, Ciro!” il programma, all’epoca appena nato, non avrebbe mai fatto quell’audience. Ma prima della tv e degli scherzi di pessimo gusto (la telefonata partì dagli uffici dell’Alemagna) Sandra Milo è stata musa e forse anche amuleto di cose ben più importanti.
Si chiamano capolavori e portano firme di Federico Fellini, Roberto Rossellini, Antonio Pietrangeli, solo per citarne un paio. E ha incarnato un’epoca, il Dopo Guerra, e un momento rimasto unico, il Grande Cinema Italiano,  apposta in maiuscolo.
L’abbiamo incontrata perché di passaggio a Milano al Teatro Franco Parenti con Toc Toc, commedia di Laurent Baffie , e perché ha tenuto a battesimo un Labò, un nuovo spazio culturale nato in città per volontà dell’editore Mauro Morellini.
“C’è bisogno di un messaggio culturale forte in questo momento”, ha detto e noi di mollybrown.it non potevamo non esserci.

Da dove si comincia un’intervista a Sandra Milo?
Cominciamo così: è contenta di essere Sandra Milo?

Giusto. È contenta di essere Sandra Milo?
Sì! E anche molto.

Cosa non sappiamo di lei?
Sapete tutto. I non ho mai nascosto nulla della mia vita. Perché sono un personaggio pubblico e, se scegli questa vita, devi accettare che la tua ti appartenga un po’ di meno, e perché sono caratterialmente così, trasparente.

Si considera una donna fortunata?
Ho avuto delle grandi fortune, ma tutto quello che ho fatto nella vita me lo sono guadagnato. E costruito. Anche il mio modo di essere, è stata una scelta e una fatica diventare la donna che sono, perché nessuno nasce disponibile, pronta alla comprensione, è una questione di scelta.

Quanto ha amato?
Tantissimo, in modo travolgente e sconsiderato.

Qual è stato il suo amore più felice?
Gli amori non sono mai felici, non possono esserlo. Gli amori ti riempiono, ti fanno sentire piena di un’altra persona quasi fino a soffocarne, e nonostante ciò poi finiscono. La felicità in amore è allora solo fatta di attimi, momenti di straordinaria bellezza e fusione. Ma il grosso dell’amore sono le tensioni, le fatiche e le strategie. L’amore ha bisogno di una strategia.

E qual è stata la sua strategia vincente?
L’adulazione. Gli uomini sono più fragili, più insicuri e l’adulazione li rassicura. Perciò bisogna dirgli che sono bravi, intelligenti, belli. Agli uomini piace tanto sentirsi dire che sono belli. Tutto questo si trasforma in attrazione per noi, dipendenza. Sia chiaro: non voglio dire che una donna deve essere sottomessa, è che l’amore funziona meglio così. Qualsiasi tipo d’amore, anche quello per i figli.
Bisogna adulare chi si ama, perché dà sicurezza.

Quindi non è vero che negarsi paga di più in amore?
No, non credo proprio. Quello vale per quelle persone complicate e un po’ involute. Perché alla fine che cosa cerchiamo tutti quanti? Essere amati, e quindi devi amare anche tu, prima tu.

Certo che però adulare Federico Fellini non deve essere stato molto difficile…
Era normale che una ragazzina restasse incantata da un uomo così. E poi, l’attrazione per l’intelligenza, l’attrazione assoluta per il talento, le capacità. Assoluta perché secondo me l’intelligenza, quella vera, è anche bontà straordinaria, capacità di comprensione e di amore. Una persona stupida non ha queste capacità, può essere buono perché inerte, perché non ti fa del male. Ma la bontà è consapevolezza, e richiede intelligenza.

L’ha amato molto?
Ero innamorata persa e lo sono rimasta per tutta la vita. Oggi che ripenso a lui da donna matura, ancora di più, perché lui era un visionario, un precursore, un uomo capace di vedere in là, più avanti. È stato il mio maestro, mi ha insegnato a uscire dalla mia pelle. Mi ha costretta ad abbandonare ogni pudore, perché diceva che un attore non può avere pudore. Quando abbiamo girato Otto e mezzo a un certo punto ho sentito come se mi avesse preso la pelle e me l’avesse strappata di dosso e rovesciata. E superato lo choc ho capito che quello che mi stava insegnando era molto più che recitare, mi stava insegnando a vivere, a esprimere i miei sentimenti senza nessun riserbo.

Come si fa ad amare un uomo senza averne l’esclusiva?
L’amore è amore. Non è possesso, è qualcosa che t’invade, è dentro di te. E ce l’hai comunque, anche se un uomo ha dieci mogli, e  non puoi sradicarlo da dentro te stessa se lo provi.

È mai stata gelosa?
Non ho senso della proprietà. È uno degli effetti di essere nata durante la guerra: si poteva perdere tutto da un giorno all’altro, non aveva senso attaccarsi alle cose. Anche con gli uomini sono sempre stata così, non li ho mai considerati una proprietà, quindi no, non sono mai stata gelosa.

Chi è l’uomo che ha amato tutto di lei?
Secondo me lo devo ancora incontrare! Federico era magico, entrava dentro di te e frugava, sapeva tutto di te anche se ti aveva appena conosciuto. Lui sì, mi aveva capita. Recentemente ho visto una sua vecchia intervista in cui ha detto di me cose che non sapevo: “Sandra ha una natura gentile, ed è una donna molto interessata alle cose, ma… fino a un certo punto! E questa è la vera saggezza”.
Ed è vero, io sono curiosa di tutto, ma… fino a un certo punto.

Lei è un po’ la nostra Marilyn, incarna un modello di femminilità sexy ma ironica. Si riconosce in lei?
La Monroe era una donna profondamente infelice, e io invece no. Io sono sempre stata come appaio. Di lei mi piace quella ingenuità, quel candore interiore, quella lievità che adoro molto nelle donne quando ce l’hanno, e che mi piace pensare di avere.

Quando ha preso consapevolezza del sua bellezza?
Non ancora! Quando mi dicono: “lei aveva soprattutto questa sensualità…” io resto stupita.
Io? Sensuale? Non me n’ero accorta!

Il ricordo più bello della sua vita?
Ne ho molti, ma credo sia mia madre, le sue braccia meravigliose, bianche, morbide. E quel profumo che non era un profumo ma era il suo odore, sapeva di rosa e quando mi abbracciava mi restava nel naso.
E poi la nascita dei miei figli. Io non ho voluto il cesareo, volevo essere vigile, vivere tutto quel momento, quella gioia infinita e poi quella malinconia profonda, perché quando poi tuo figlio nasce, ti senti improvvisamente sola. I nove mesi di gravidanza sono gli unici mesi in cui non ti senti sola.

È stata una madre sbaciucchiona e coccolona?
No. I bambini odiano essere sbaciucchiati. Sono stata presente, ma ho sempre cercato di capire cosa piacesse a loro e quale fosse la loro indole. Mi sono sempre trattenuta nelle mie manifestazioni, ma darei la vita per loro senza pensarci due volte.

Se non avesse avuto figli si sentirebbe una donna meno completa?
Assolutamente no! Sarei molto felice! Avrei fatto molte più cose e speso molto di meno. Io ho un eccessivo senso della responsabilità e quindi per me i figli sono sempre stati un motivo di grande apprensione, anche perché li ho educati tutti e tre da sola. E comunque non credo che una donna si completi con i figli, no.

Lei quando sua madre si è ammalata ha preso una posizione netta a favore dell’eutanasia…
E continuo a difenderla. Vedere una persona amata soffrire senza speranza, solo per arrivare all’inevitabilità della morte è terribile. Mia madre è morta molto vecchia e gli ultimi periodi sono stati atroci, continuava a chiedermi di aiutarla e io le dicevo di no, che non potevo. Un giorno mi ha detto: “Io per te l’avrei fatto”, e lì mi sono sentita egoista. Poi sono stata denunciata per “apologia della morte” da un onorevole democristiano di cui non ricordo il nome, ho subito un processo, rischiavo di essere condannata… Ma ho ricevuto migliaia di lettere dalle persone che mi comunicavano solidarietà e mi ringraziavano. La dignità di morire dovrebbe essere un diritto.

Che effetto le fa l’Italia di oggi?
Mi sembra stia andando un po’ indietro. Io ho vissuto un periodo meraviglio dopo la guerra. Me-ra-vi-glio-so! C’era una tale voglia di vivere, una fiducia, un entusiasmo che si sono trasformati in cultura, alta, pop, d’élite… Cultura. Cinema, musica, teatro, televisione era tutto un fermento. Oggi ne vedo molto meno, ma qualcosa si muove nel teatro e nell’editoria, e io cerco di esserci.

La tecnologia ha tolto o ha dato qualcosa al cinema?
Credo che abbia tolto. Io recitavo con una camera fissa davanti e il volto del regista affianco, che mi guardava negli occhi, mi guidava. Era quasi un dialogo a due, e quell’intensità arrivava allo spettatore. Oggi il regista non lo vedi quando reciti, è in cabina e il suo volto è sostituito da protesi tecnologiche, telecamere volanti, droni.

Com’era Roberto Rossellini?
Un genio. Meno solare ed espansivo di Federico, ma un Leonardo Da Vinci del cinema. Aveva inventato uno zoom fai-da-te e lo chiamava il “panzino” ed era un accrocchio che aveva fatto con un macchinista con una chiave di quelle per l’acqua delle pompe da giardino. Ha vissuto per il cinema, disegnava le scenografie e trasformava i luoghi e le persone che lo incontravano

Dove tiene tutti i premi che ha vinto nella sua carriera?
Non li tengo. Li ho sempre regalati, quelli brutti, buttati. Non ho mai conservato un giornale, un’intervista, nulla. So di colleghi che hanno veri e propri archivi, a me stanca solo l’idea.

È in forma smagliante, fa ginnastica, segue una dieta?
Mai fatto sport in vita mia. Non so neanche nuotare… E sono golosa.

Squilla il telefono…
Mi scusi, guardo chi è.
Ciro!

Questa volta l’espressione è di gioia. Ciro sta bene e ha un bimbo di quattro anni per il quale lei sta scrivendo Lettere a mio nipote, la sua prima, completa autobiografia.
Grazie mille “Sandrocchia”, per il tempo e l’amarcord di quell’Italia meravigliosa che ci ha regalato.
E in bocca al lupo per i suoi mille progetti e desideri ancora tutti da avverare.

Federico Fellini«Se Federico appoggiava la forchetta sul bordo del piatto di spaghetti, non si sa come ma un frammento di sugo schizzava sulla sua cravatta. Giulietta gridando buttava gli occhi fuori dalla testa. Ma arrivò anche qualcosa di peggio: Una mattina, mentre stiamo per uscire dal Bar Canova in Piazza del Popolo, un cameriere appoggia sul banco un cesto di rosette sul banco. Siamo pieni, non abbiamo per niente fame, ma la mortadella è il sapore della nostra infanzia. Ne compriamo una per due. Mentre cerca di spezzarla, un rettangolo di grasso vola in alto e cade sulla schiena di Fellini. Andiamo subito a casa sua per consegnare la giacca alla donna di servizio, ma troviamo Giulietta che subito grida: “Sei il primo uomo al mondo che si unge anche la schiena!”. Federico siede con aria mesta vicino a lei e dice sottovoce: “Però c’è sempre soddisfazione a essere primo”».

Tonino Guerra

 

Fellini era proprio quel che si dice un amante della buona tavola. Gli piaceva ripetere un aforisma di Baudelaire “chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”, e amava il sapore genuino del Sangiovese. Beveva poco, ma quel bicchiere di vino doveva essere rosso. Preferiva i sapori semplici, i cibi casalinghi della tradizione; al ristorante andava su tutte le furie se lo facevano attendere fra una portata e l’altra. Gli piaceva ordinare le tagliatelle, dopo una rapida consultazione con il cameriere, per poi trovarle troppo rosse o troppo sottili e concludere che “sono sempre meglio quelle preparate a casa”.

Era regista anche a tavola. Decideva lui il menu per tutti i commensali. Fra un piatto e l’altro, parlava di tipi strani, di favole, di sogni, di notizie curiose e di donne.

Amava tanto le donne, Fellini. La sua casa era governata da quote rosa, e le tre donne fondamentali della sua vita hanno tutte cucinato per lui.

La mamma Ida Barbiani, romana di sette generazioni, ottima cuoca, aveva educato i suoi figli Federico, Riccardo e Maddalena al piacere della buona tavola. Essendo il papà Urbano commesso viaggiatore di generi alimentari, sulla loro tavola non mancava mai del buon Parmigiano reggiano, dell’olio d’oliva e un fiasco di Sangiovese. Del ricettario gustoso della mamma, Federico adorava le polpettine di bollito con l’uvetta sultanina, il polletto alla cacciatora e la ciambella.

Giulietta, emiliana doc, nata a San Giorgio di Piano in provincia di Bologna, era una gourmet eccezionale. Per il suo Federicone cucinava sempre quantità industriali di minestrone, tagliatelle al ragù e pollo alla diavola. Soprattutto era bravissima a fare la moltiplicazione dei pani, dopo la solita telefonata alle 21 “Giuliettina non siamo in quattro stasera ma quindici…”

Dulcis in fundo, le ricette della sorella Maddalena; bastava solo sedersi alla sua tavola e ritrovare come per incanto tutti i profumi dell’infanzia della Romagna. Lui la chiamava sinfonia di sapori.

Siamo nella terra del padre della cucina italiana, quel Pellegrino Artusi che ha realizzato l’Unità d’Italia mettendo per la prima volta – nero su bianco e l’una accanto all’altra – ricette di varie tradizioni regionali. Con Artusi, un altro celebre promotore della cucina romagnola, Giovanni Pascoli, dedicò alla piada una poesia celebrando la semplice gioia della preparazione domestica del  pane, così come l’aveva visto e vissuto nella sua “Romagna solatia, dolce paese”.

La Romagna si presenta come un quadrilatero abbastanza regolare, con i suoi confini che spaziano fra il mare Adriatico e il crinale dell’Appennino. Rimini, la città di Fellini, durante la Seconda guerra mondiale, fu la città più bombardata dopo Montecassino: rasa al suolo, tranne un solo borgo. I riminesi si rimboccarono le maniche e la ricostruirono.

Da qualcuno viene definita “Lo scarto delle Marche e il rifiuto della Romagna”, ma forse, per questo loro essere così anomali, i riminesi sono particolarmente simpatici. Un po’ ruvidi al primo impatto, come le tele che le nonne tessevano in casa e su cui stampavano spighe di grano e grappoli d’uva a ruggine, dopo poco si sciolgono e diventano teneri come lo sguardo di Fellini quando parla del circo, il mondo che ha sempre amato e favoleggiato e raccontato con la storia di Zampanò e Gelsomina. Riesce talmente a personificare l’immagine dell’artista girovago e dei suoi sentimenti al punto che La strada conquista il premio istituito per la prima volta proprio nel 1957, l’Oscar per il migliore film straniero.

Come tutti i romagnoli, Fellini è attaccatissimo alla sua terra. Caparbio e cocciuto, ne respira i racconti e li trasmette nelle sue vignette, nelle sue sceneggiature, nelle sue storie. In fondo, La Romagna è un paesone, in cui lo sfottò campanilistico diventa argomento di chiacchiere ai tavoli delle trattorie, o ad un tavolo di famiglia, in una casa in cui la tradizione sta sempre a capotavola. Come nel pranzo di Amarcord, ad esempio, in cui, come a casa Fellini, sono le donne a governare. La figura della “arzdòra”, in Romagna, ha qualcosa di mitologico, di ancestrale. Tiene le chiavi della dispensa e della cassa ben attaccate alla cintura della gonna, e non le perde mai di vista. Dispensa consigli, scapaccioni ai figli scavezzacollo e punizioni anche a distanza di tempo a mariti fedifraghi; non lesina il cibo a chi lo chiede, né farina da aggiungere all’impasto delle tagliatelle. Sa dosare aiuto e affetto, come gli ingredienti di qualche buon piatto, in pentole grandi come quella di Amarcord, per il cui trasporto è necessario l’aiuto della procace domestica. Non importa se  l’arzillo nonno della famiglia, un po’ perché “ci è” o un po’ perché “ci fa”, quando la bella Mirandolina passa accanto a lui o si sporge, allunga gli occhi e la mano.  La “arzdòra” di casa saprà bene come comportarsi e come punire gli affronti. Nei confronti di  tutti i maschi di casa. I pantaloni, a portarli è lei.

Come succede agli uomini romagnoli della tradizione, ai “vitelloni” dopo la stagione turistica degli anni del boom, i “maschi” per Fellini hanno spesso gli occhiali rotti per vendetta dalle proprie compagne, come accade al risveglio dal sogno del signor Snaporaz, interpretato da Marcello Mastroianni ne La città delle donne del 1980. Non si sa se in sogno o nella realtà, ma l’avventura con l’affascinante compagna di viaggio in treno e l’onirico viaggio al raduno delle femministe, si conclude a casa, davanti alla propria moglie, e gli occhiali sono rotti per davvero.

Fellini e la sua tavola. Fellini e le sue donne. Fellini e la sua terra. Sono i tre vertici del triangolo della vita di un regista che concentra in sé la quintessenza delle sue origini.

Cibo, donne e sogni i temi di una tavola metafora della vita, in cui volutamente, come a casa sua durante i pranzi e le cene, non si parla mai di  argomenti come calcio e politica. Meglio le dissertazioni sulla piada, che Pascoli definì “il pane, anzi, il cibo nazionale dei romagnoli”.

Un vecchio detto romagnolo recita che “ogni donna fa la piada a suo modo”, e certo ogni donna, per essere tale, una volta doveva saper fare la pasta e tirare la sfoglia con tante uova, dorata e tonda come la luna. Tonda come le forme della Gradisca di Amarcord o di Anita Ekberg mentre fa il bagno nella Fontana di Trevi ne La dolce vita.  Luna magnetica che Fellini amava incondizionatamente, popolata com’era dalle sue visioni di artista geniale e fantasioso, generatrice di sogni e ricordi, dilatati in uno spazio temporale a volte indefinito e a volte riconoscibilissimo, perché presente. E chi non crede ai sogni e all’immaginazione è un patacca come dicono i romagnoli a chi non è dotato di arguzia e sagacia, a chi non è troppo “sveglio”, insomma. Succede anche ai ragazzini che nell’episodio della neve e il pavone in Amarcord si rifiutano di credere a quella creatura dalle piume colorate che vola in mezzo alla bufera… ma in fondo, alle favole credono un po’ tutti. È la tavola con i suoi sapori, poi, a riportare tutti sulla terra.

 

Daniela Bartoli*

*DANIELA BARTOLI, romagnola di origine e milanese di adozione, è un’imprenditrice nel settore del turismo (gestisce insieme a undici soci il mitico Altamarea Beach Village di Cattolica) e un’autrice di racconti, poesie e testi teatrali. Nel 2016 pubblica nelle antologie Cover, le canzoni della nostra vita, Poesie d’amore in un tweet, Milano a tavola in cento parole, Vizi Capitali, Un’altra parola, Voci di donne, Ti odio e ti amo,  Nemmeno con un fiore (2017). Quest’anno L’Erudita di Giulio Perrone Editore ha pubblicato la sua prima raccolta monografica Vite guardate. Per il teatro ha scritto il testo Sata, portato in scena con il reading Giubbotto di salvataggio- I migranti ci riguardano.