Sessantanove anni fa, nel 1951, usciva in America il romanzo The Catcher in the Rye di Jerome David Salinger, che venne pubblicato in traduzione italiana un anno dopo con il titolo Vita da uomo, in meno di 1.000 copie e senza successo, da una quasi sconosciuta casa editrice romana con il nome di Gherardo Casini che cessò l’attività nel 1994.

L’Italia l’avrebbe conosciuto soltanto dieci anni dopo,  pubblicato da Einaudi nel 1961 col titolo Il giovane Holden, per  la traduzione di Adriana Motti.

Il giovane Holden è un romanzo indimenticabile per le adolescenti che hanno divorato la storia di questo teen-ager ribelle e tormentato ma anche sensibile e malinconico.

Romanzi di formazione al femminile non ce n’erano e noi ci accontentavamo di partecipare alle avventure di Holden Caulfield, come se fossero le nostre, forse perché percepivamo che la sua sensibilità era tanto vicina alla nostra.

Questo adolescente che vorrebbe fare il duro e invece le prende, che passa le serate al College scrivendo temi per il suo compagno di stanza e leggendo romanzi, questo ragazzo alto con un ciuffo di capelli bianchi che gli danno un’aria “navigata” l’abbiamo sempre sentito, sì, molto vicino.

Forse perché Holden ama teneramente la sorellina Phoebe che lo lascia “secco”; forse perché rispetta Jane Gallagher, la sua vicina di casa che, quando giocava con lui a dama, le dame non le muoveva mai, le teneva “schierate nell’ultima fila”; forse perché con Sunny, la prostituta che gli procura il liftdell’albergo in cui trascorrerà la sua prima notte brava dopo la fuga dal College, non combina niente – anzi – non ci prova nemmeno.

A pensarci bene, Il giovane Holden è costellato di presenze femminili.

Alcune sfuggenti, ma imprescindibili. A cominciare dalla madre, di cui ci dice che è molto nervosa, che non è più stata bene dopo la morte di suo fratello Allie, stroncato dalla leucemia a 13 anni. La prima persona che Holden incontra, durante la fuga, sul treno che lo riporta a New York, è proprio una donna, la madre del compagno Ernst Morrow: “Aveva un sorriso tremendamente simpatico. La maggior parte della gente non ne ha o ne ha uno vomitevole” e vuole fare colpo su di lei. Si atteggia a uomo di mondo, le vuole offrire un cocktail, le racconta un sacco di balle, compresa la storia che sta andando a farsi operare “Non è niente di grave. Ho un piccolo tumore al cervello”.

Il primo, fallimentare, contatto che cerca una volta arrivato in città è con una ragazza sconosciuta, Faith Cavendish, il numero di telefono gliel’ha dato un tale conosciuto a un ricevimento l’estate precedente e mai più rivisto.

Holden maldestro, Holden timido e pasticcione, Holden inconcludente, Holden imprevedibile: una frana con le ragazze.

Ne sa qualcosa Sally Hayes, una sua fiamma, alla quale dà appuntamento il giorno dopo, sotto l’orologio del Baltimore per portarla prima a teatro e poi a pattinare, cui chiederà confusamente addirittura di sposarlo

“… ce ne andiamo nel Massachussets e nel Vermont e tutto lì intorno … posso trovarmi un lavoro in qualche posto e possiamo vivere in qualche posto con un ruscello e tutto quanto, e dopo possiamo sposarci eccetera eccetera…”.Rileggiamo come ha maturato una simile, importante, decisione: “Finalmente la vecchia Sally cominciò a salire le scale, e io cominciai a scenderle per andarle incontro. Era fantastica. Sul serio. Portava quel soprabito nero e una specie di berretto nero. Non portava quasi mai il cappello, ma quel berretto era carino. Il buffo è che appena la vidi mi venne voglia di sposarla. Io sono pazzo. Non è nemmeno che mi piacesse molto, ma tutt’un tratto mi sentii come se l’amassi e volessi sposarla. Giuro davanti a Dio che sono pazzo. Lo riconosco. […] In tassì, mentre andavamo a teatro, filammo un po’. Lei prima non voleva perché aveva il rossetto e via dicendo, ma io feci talmente il seduttore che dovette arrendersi. Per poco non caddi dal sedile due volte, accidenti, qualdo (quando) quel maledetto tassì frenò secco per il traffico. Quei dannati autisti non guardano mai dove stanno andando, giuro che non ci guardano. Poi tanto per dimostrarvi sino a che punto sono pazzo, be’, eravamo appena venuti fuori da quell’abbraccio fenomenale che io le dissi che l’amavo eccetera eccetera. Non era vero, naturalmente, ma il fatto è che quando lo dissi ci credevo. Sono pazzo. Giuro davanti a Dio che sono pazzo.”

Holden incontra altre donne nel suo sconclusionato girovagare per la città.

Due suore alla tavola calda della stazione con cui si ferma a parlare di Romeo e Giulietta e alle quali darà un’offerta di ben dieci dollari per la loro questua. Marty, Laverne e Bernice  nella sala Lilla dell’albergo Edmond (“tre racchione del tavolo accanto”) che farà ballare e che si divertirà a prendere in giro per poi pentirsene immediatamente. La donna seduta accanto a lui a Radio City, che piange per tutta la durata di un film molto commovente: “Avreste potuto pensare che piangeva perché aveva il cuore tenero come il burro, ma io le stavo seduto vicino e non era vero niente. Con lei c’era un ragazzino che si annoiava a morte e aveva bisogno di andare al gabinetto, e lei mica ce l’ha voluto portare. Continuava a dirgli di stare fermo e di fare il bravo. Quella aveva il cuore tenero come un lupo, accidenti”. E poi le mogli dei suoi due professori, la signora Spencer e la signora Antolini, due fugaci apparizioni. E Lillian Simmons, un’amica del fratello scrittore, D. B. che “si sta sputtanando ad Hollywood”, incontrata ad un tavolo del night club Ernie nel Greenwich Village la prima notte della sua fuga a base di alcool e di bravate.

Ma soprattutto Phoebe, l’unica che saprà parlargli e farsi ascoltare davvero. La piccola donna Phoebe che – come Jo March inventata dalla Alcott – scrive romanzi di nascosto. L’unica che saprà acchiapparlo sull’orlo del burrone in cui sta per cadere, salvandolo dalla solitudine e dalla disperazione. Sarà lei il vero e unico catcher in the rye di questo romanzo. Illuminante ciò che le dice Holden nel corso del loro incontro notturno clandestino e tenerissimo: “mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessuno altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. Lo so che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare”.

Questo è Holden Caufield.

E questo è il gergo giovanile col quale ci racconta in prima persona le sue avventure, lo smarrimento e l’alienazione dei suoi sedici anni. Ma le parole che leggiamo noi sono le parole – guarda alle volte il destino! – di una donna, Adriana Motti, la traduttrice italiana di The Catcher in the Rye. Se li è inventati lei i tic verbali compagnia bella, eccetera eccetera, e quel che segue, e via discorrendo,al posto dell’ossessivo and all originale che – come tutti i testi in lingua inglese – non si crea alcun problema con le ripetizioni; ha trovato lei (ascoltando parlare i suoi nipoti) le espressioni infanzia schifa, stantuffare, marpione sfessato, mi lascia secco, vattelapesca. Sì, lo so che è uscita una nuova traduzione, di Matteo Colombo, di questo romanzo nel 2014, per adeguarla ai tempi nostri, ma io non mi ci ritrovo, davvero, anche se appena uscita l’ho comprata e letta. Continuo a preferire quella “storica”, forse perché sono una sentimentale e a quella della Motti ci sono affezionata.

Comunque. Donne, dunque, donne e ancora donne ne Il giovane Holden.

Poi succede che, in occasione del cinquantenario di questo grande romanzo che tutte abbiamo amato, esce un’autobiografia di Margaret Salinger – sì, proprio la figlia dello scrittore – dal titolo assonante Dreamcatcher, cioè l’Acchiappasogni. E succede che una donna ci racconta, in uno sfogo definito da alcuni critici addirittura psicoanalitico, più che la sua vita, quella del celebre padre, descritto come un eremita (Le sole persone che ammiro sono morte) che vive isolato dal mondo e circondato dal silenzio e dalla solitudine. Ma questo lo sapevamo già. Sapevamo che J. D. Salinger nel 1987 aveva intentato con successo un’azione legale contro una casa editrice che intendeva pubblicare una sua biografia utilizzando materiale non autorizzato. Sapevamo che dal 1965 non ha voluto più pubblicare nulla e che si è ritirato a vivere in una casa isolata a Cornish, nel New Hampshire (vicino al fiume Connecticut al confine col Vermont, come sognava Holden, guarda un po’) apparendo raramente in pubblico. Sapevamo che ha accolto a fucilate un giornalista che insisteva nel chiedergli un’intervista. Sapevamo che nel 1998 ha dovuto difendersi dalle memorie indiscrete (At Home in the World) di Joyce Maynard, che ebbe negli anni ’70 una relazione con lui e in seguito mise all’asta antiche lettere dello scrittore, acquistate a caro prezzo dal miliardario Peter Norton per restituirle all’autorevole mittente.

Ma non sapevamo fino a che punto fosse un ipocondriaco e paranoico misogino, ossessionato dal corpo femminile.
Un egocentrico patologico, allucinato, capace di durissime violenze contro le mogli (soprattutto la seconda, Claire) e contro la figlia.

Non sapevamo come aveva vissuto la tragedia dell’ultima guerra mondiale, se non attraverso il suo racconto Per Esmé con amore e  squallore dove si descrive soltanto come un soldato che non ha più le “sue facoltà mentali in-tat-te”. Non sapevamo come ha cercato di superare il trauma nel corso dei decenni, attraverso il buddismo zen, l’induismo vedanta, lo yoga, la Christian Science, Scientology, l’omeopatia, l’agopuntura, la macrobiotica, ma soprattutto la diffidenza verso gli altri esseri umani, soprattutto se adulti. Una volta un gruppo di studentesse fece notare a Salinger, quando ancora accettava di parlare con i lettori, che il 75 per cento dei suoi protagonisti non superano i 21 anni d’età. Vero: Salinger non ama gli adulti, perché non sono abbastanza puri.

Il libro di Margaret “Peggy” Salinger è impietoso e probabilmente le è servito anche per saldare alcuni conti aperti col padre.

Quello che a noi rimane, invece, sono i libri di Salinger, le sue storie di Franny e Zooey, la saga dei fratelli e delle sorelle Glass, il suo sguardo sul mondo, sull’ingiustizia e sull’ipocrisia.

Nonostante tutto, credo che continueremo a leggerlo, ad amarlo e, forse, a compatirlo anche un poco.

 

Ci sono scrittrici che danno il meglio di sé in una stanza silenziosa, piena di carte e fantasmi. Altre che attingono dal dialogo e dall’incontro con la più variegata fauna umani la materia vibrante della loro arte.

Fernanda Pivano appartiene senza dubbio al secondo tipo. E lo fa in un’epoca in cui non era per nulla scontato.

Lei, Nanda, è una che punteggia acquerelli ma con i caratteri dell’alfabeto. Li fila e rifila in una sorta di collana di gesti e poi li tatua nella memoria di chi legge. La data ha poca importanza, il ‘74, il ’46, il ’71, sembra sempre una cronaca del presente.

Per questo dalla tela bidimensionale, seppur con i giochi ottici del trompe l’oeil, si ha la certezza di piroettare nel magico, modernissimo e sorpassato mondo di Oz, ad ologrammi incandescenti.

S’è esercitata a lungo, lei, a incuriosire, diteggiare, sviare, poi confondere e riprendere, quasi progettasse senza sosta uno di quei giochi di enigmistica infantile in cui devi unire i puntini per vedere la figura intera. E quell’immagine, alla fine, ha sempre qualcosa anche di suo, un riverbero del viso, di sguardo, affondato nella miriade di satelliti magniloquenti, i cui nomi rispondono a: Allen Ginsberg (che così l’ha descritta: “Lei, soltanto lei, è stata capace di attraversare, incontrare, unire, spiegare, raccontare oltre cinquant’anni della nostra letteratura”), Ernest Hemingway (che la chiama “il mio generale Cadorna” e più tardi “la mia Giovanna d’Arco) o Francis Scott Fitzgerald, che non ha conosciuto di persona (“è morto troppo presto. Andai a cercare la sua Costa Azzurra”).

 

Questa cosa, dei luoghi che coincidono con ritratti immediati della persona, attraversa, -quasi una fede-, ogni introduzione, traduzione, presentazione, ogni riga che porta la sua firma, e, a calce, invisibile quanto caparbia, l’onda d’un sorriso accennato. È l’ironia che fa scattare l’attrazione verso questa giovane genovese, nata il 18 luglio del 1917.

Anomala rispetto alla tradizione dell’epoca lo è, Fernanda, eccome. Figlia di scozzesi trapiantati in Italia, definirà la famiglia sua “vittoriana”.

Gli studi li fa a Torino, dove si trasferisce con i genitori e il fratello nel ’29, anno che ritornerà di continuo nei suoi amori letterari, di quella “generazione perduta” (è la definizione di Gertrude Stein) di cui descriverà ascesa e caduta. Un’epoca irriverente e picconatrice, senza la quale non si sarebbe prodotto probabilmente nessun ’68.

 

Al liceo classico “Massimo D’Azzeglio” di Torino, Nanda siede accanto a Primo Levi (Pivano e Levi “topperanno” l’ammissione all’esame di maturità in quanto i loro scritti verranno giudicati non idonei).

In aula c’è Cesare Pavese come supplente di italiano.

Sarà proprio Pavese a portarle nel ’38 quattro testi americani, che segneranno il suo futuro: Addio alle armi di Hemingway, che tradurrà clandestinamente, Foglie d’erba di Whitman (“Capitano mio capitano”), Antologia di Spoon River di Lee Masters, prima vera analisi dei disastri della provincia (con questa traduzione entrerà ufficialmente nel 1943 nella casa editrice Einaudi. Scriverà, lei: “A parlare della vita di villaggio come di un inferno sono stati in molti dopo Masters, ma non sono stati in molti prima di lui”) e l’autobiografia di Sherwood Anderson.

 

Poker d’assi.

L’America diventa terra d’elezione, nei suoi dissidi e nelle sue contraddizioni. La visiterà, per la prima volta, nel 1956, Fernanda Pivano, già coniugata Sottsass (nel 49 si sposa con l’architetto Ettore Sottsass Junior e si trasferisce a Milano) e vi tornerà di continuo.

Ma anche quando resta lontana, a quell’America guarda sempre, di più: alla penna americana. Che insegue in ogni lato del mondo, come una falena che s’inabissa nel cono di luce.

Su questa letteratura concentra il suo lavoro, instancabile, puntuale, dotto e pieno di arguta simpatia (non a caso la laurea in filosofia con indirizzo pedagogico che consegue il 22 giugno del ’43, in piena guerra, ha come titolo: Il valore della simpatia nell’educazione”).

E se Hemingway, che chiama Papa, rimarrà la scintilla d’adolescenza (letteraria) e il faro costante con Lee Masters, sarà verso un altro faro che muoverà i passi più determinati: ovvero il City Lights Bookstore, la casa editrice fondata da Lawrence Ferlinghetti, “culla” della Beat Generation – da Allen Ginsberg, di cui pubblica L’urlo a causa del quale finirà in carcere, e Jack Kerouac.

Li porterà in Italia e sarà scandalo, meraviglia, morbo, ossessione.

Ha fatto, lei, come quelle navi che attraccavano a Ellis Island, solo che nel suo caso ritornava sempre piena di parole. Parole d’altri cui incide un timbro assolutamente personale, senza mai rivendicarne la maternità però.

Un megafono, semmai, ma una sorta d’incantevole megafono divino.

 

La fama che riconosce e accende negli altri metterà in ombra la sua. Di poetessa. Intellettuale. Scrittrice.

Non se ne dorrà.

Il segreto? La passione. Qualunque forma assumesse, purché eccessiva.

Passione che significa poi anche dissacrazione.

E questa bussola le permette di riconoscerne i germi negli altri. Una sorta di metal detector.

Dissacra i vecchi stereotipi. Dissoda il terreno, che d’un tratto appare fertile, anche da noi, non pronto del tutto, ma quasi.

Le parole hanno bisogno di lavorare un po’ più a lungo nel profondo e accedere poi alla coscienza.

Le parole sono sempre in anticipo. È la maledizione degli scrittori, dei poeti. E lei si muove tra scrittori e poeti, d’una lingua che è estranea, anche se ai suoni ci si comincia ad abituare. Una lingua di cui coglie, a pelle e orecchie, la forza rivoluzionaria. Che è quella della sensazione.

E così s’impegna, s’impone.

 

Interviste.

La sua arma più affilata sono le interviste. I dialoghi. Di cui è maestra. Perché sa stare ad ascoltare.

E lo praticherà con orecchio musicale, quest’ascolto (già nel 1940 ha conseguito il diploma in pianoforte al Conservatorio di Torino). Saprà scovarle le voci sempre. Diverrà amica di De André e confidente.

E quando muore, a 92 anni, il 18 agosto del 2009, sembrerà di ascoltare quel verso dell’Antologia di Spoon River che lei ha tradotto:

 

La terra ti suscita

Vibrazioni nel cuore: sei tu.

E se la gente sa che sai suonare,

suonare ti tocca, per tutta la vita.

 

Silvia Andreoli