Non ha fatto il Sessantotto, anzi: a dirla tutta della politica non gliene mai fregato nulla. Eppure Giorgio Moroder, 80 anni, è stato un rivoluzionario. Lui con la sua musica negli Stati Uniti ha soppiantato il rock machista a favore di canzoni popolarissime tra neri, immigrati, donne e omosessuali. E in Italia, dopogli Anni di piombo, ha contribuito a creare il luogo più democratico in assoluto: la discoteca. Sì, perché le piste a metà degli anni Settanta sono affollate di giovani che non ne possono più di violenza, bombe, spranghe, manifestazioni. Siano di destra o di sinistra ballano e vogliono spensieratezza e divertimento. E ad accompagnarli c’è lui, Moroder, e la sua musica.

Un altoatesino – nasce a Ortisei – che nella vita ha seguito sempre e solo il suo istinto. Mentre quelli della sua generazione vanno in piazza a manifestare lui va in giro a suonare. E fa ballare la gente.

Inizia a suonare la chitarra da ragazzino e capisce subito cosa vuol fare “da grande”: il musicista. Un sogno difficile da realizzare per un ragazzo che a metà degli anni Cinquanta abita in un piccolo paese di montagna.

Il sogno diventa realtà quando a 19 anni gli offrono di entrare in un gruppo musicale che suona negli alberghi di lusso. Inizia a girare l’Europa e si ferma a Berlino Ovest, a casa di una zia. E lì trova lavoro come tecnico del suono in uno studio di registrazione.

Un giorno s’imbatte su una giovane corista che avrebbe dovuto incidere con lui una parte di una canzone di una rockstar tedesca.
La ragazza, americana, ha una splendida voce, un fisico eccezionale e un nome perfetto: Donna Summer.
«Sommer – ribatte lei».
«Peccato, Summer sarebbe meglio». È il 1974.
Poi prova il microfono. «Ohh… Love To Love You, Baby…». Moroder resta di stucco.
«Vai avanti, cos’è?». «Sono solo parole» risponde.

La notte stessa Moroder scrive una melodia e il giorno dopo convince la giovane corista di realizzare un provino. Con quelle stesse parole: «Ohh… Love To Love You, Baby…».
Spegne le luci dello studio e le consiglia di cantare di spalle per non vederlo, e di immedesimarsi in una donna che è nuda su letto e al microfono geme e sussurra fino a simulare un orgasmo. Lei strabuzza gli occhi. «Ma sei pazzo?». È solo una prova, lo si fa per ridere, dai. E la convince.
Una copia della demo finisce sulla scrivania di Neil Bogart, discografico di Los Angeles che fa ascoltare il disco a un gruppo di suoi amici durante una festa a casa sua: la leggenda narra che sia stato suonato centinaia di volte, consecutivamente.

Il giorno dopo Bogart telefona a Moroder e gli annuncia che il disco lo pubblica, a una condizione: la canzone deve durare almeno 20 minuti. Donna è riluttante, si vergogna, lei che da giovane cantava nel coro della chiesa. Moroder la convincer nuovamente. Abbassa ancora le luci in studio e registra i 16 minuti e 48 secondi di Love To Love You Baby, una delle pietre miliari della discografia più spinta e libertina che ha scalato le hit di tutto il mondo.
Una risposta a Je t’aime… moi non plus di Jane Birkin, arrivata con gli interessi.

Grazie a quei 17 minuti e la discomusic diventa un fenomeno sociale.
«La musica di Moroder è perfetta per gente che non ha il senso del ritmo» dicono i rocker americani che la considerano poco più di spazzatura. E invece la Disco è semplicemente liberta d’espressione, un genere aperto e inclusivo. E le produzioni di Moroder cominciano a vendere – e parecchio – rivoluzionando il mercato discografico, facendo piombare le rockstar in depressione e disastrose crisi creative.

Il colpo di grazia arriva nel 1977 quando spiazza tutti confezionando quello che sarà il futuro della musica: I Feel Love, una linea di Moog e tre sole note modulate all’ossessione con una precisione robotica e la voce della Summer, dai toni lirici ma rarefatti che si scontra col suono sintetico del synth.
Appena ascoltato il brano Brian Eno e sentenzia: «Ho sentito il suono del futuro».

Quando negli Usa ci fu il “golpe” ai danni della Disco per far rinascere il rock, si dedica alle colonne sonore. E vince tre premi Oscar.

Giorgio Moroder non ha mai perso il suo spirito, è in forma splendida. A segnare l’età solo i suoi celebri baffi, un tempo inevitabilmente a manubrio (e forse fu proprio lui ad aver fatto scuola) oggi candidi. Ha 80 anni e fa ancora ballare la gente (fa pure il dj) ma confessa:
«Non ho mai ballato in vita mia, non sono capace».