Adesso che Rami Malek ha vinto il prevedibile e previsto Oscar anche noi possiamo dire la nostra.

Abbiamo aspettato e sforato date, “dimenticato” compleanni e anniversari ma non è stato un caso, è stata una scelta condivisa e difesa.

“E voi di mollybrown.it non fate niente su Freddie Mercury?”

Sì, non facciamo niente, a caldo. Mentre tutti ne parlano, noi lo facciamo nostro, ce lo coviamo un po’ e poi lo ve lo restituiamo, sperando che vi lasci  una briciola in più di tutto quello che avete letto altrove.

La sua biografia la conosciamo ormai meglio di quella di antenati e parenti: si chiama Farrokh Bulsara, nasce a Stone Town (Zanzibar) il 5 settembre 1946, è di origine parsi (quindi persiano di religione zoroastriana) vive con i nonni in India fino ai diciotto anni, poi segue i genitori a Londra, fa il facchino, il magazziniere, si diploma all’Ealing Art College, Brian May e Roger Taylor all’inizio non lo vogliono, nel 1970 conosce Mary Austin, aka Love of my life, si scopre gay, nel ’75 scrive Bohemian Rapsody, nessuno crede in un singolo che dura 5:56 minuti, i Queen fanno il botto e diventano una delle rock-band più amate al mondo, nel 1987 annuncia di essere malato di aids, il 24 novembre 1991 muore.

I suoi duetti hanno fatto storia: da Under Pressure con David Bowie nel 1981, che il Duca Bianco si rifiutò sempre di eseguire dal vivo fino alla morte di Mercury, all’album Barcelona con il soprano Monserrat Caballé, che fino al 1987 era nota solo ai cultori della lirica.

I video manco a dirlo: ancora oggi I want to break free resta impareggiabile e insuperato.

Si può non amare la musica dei Queen, si può accusarli di aver svenduto il rock al pop commerciale o. come disse Sid Vicious, di aver “portato la danza classica alle masse”; si può giudicare Bohemian Rapsody “una cagata pazzesca” troppo lunga e artificiosa e We are the champions un jingle pubblicitario.
Si può trovare odioso Brian May, tascio come un pianista da matrimonio Roger Taylor, anonimo come un postino inglese John Deacon.
Si può essere colti da conati di vomito leggendo il testo di Bicycle Race (you say black, I say white, You say bark, I say bite) ma…

Non si può non amare Freddie Mercury.
Impossibile.

Ed è inutile cercare di spiegarlo sociologicamente: ha rappresentato l’immigrato, il “paki” che ce l’ha fatta, il gay che non si è nascosto, il malato di aids che ha lottato fino all’ultimo. Bullshit, come le spiegazioni tecniche: ah che voce, quasi quattro ottave d’estensione (come Albano, Axl Rose nel fa cinque!), eh ma come ballava, sì, d’accordo ma Mick Jagger ancora oggi si muove come una danzatrice balinese di quattordici anni.
Per non parlare di quelle scientifiche: in Olanda, all’università di Groningen, un gruppo di neuroscienziati ha tirato fuori una formula matematica da Don’t Stop me now per dimostrare che è una “feel-good song”, una sorta di benzodiazepina rock che dispensa buon umore. Ah ecco perché…

No. Non è per questo che si ama Freddie Mercury.

Ci sono persone che riempiono lo spazio anche se non superano il metro e settantasette centimetri di altezza, che se alzano un braccio con un pugno chiuso ridefiniscono l’orizzonte, non stanno facendo outing politico. Ci sono uomini che mantengono uno sguardo bambino anche strafatti di coca ed emanano una straordinaria delicatezza vestiti in pelle nera e guinzagli borchiati.

Esistono degli esseri che, nonostante siano speciali e abbiano talenti rari, sono in trappola.
Esattamente come tutti noi. Stessa rat race, quello che cambia è solo l’ordine di grandezza, il parametro.
Certo, magari per noi quello che fanno loro sono cose molto fighe, ma per loro sono l’unica cosa che sanno fare, per questo sono in trappola. E per questo se li guardi bene ti accorgi che non sono molto felici, come tutti noi, anzi molto più di noi. Perché noi, diversamente da loro, possiamo comunque raccontarci che avremmo potuto fare le rock star, prima di finire  a lavorare in banca, loro no.
Brian May sì, Taylor e Deacon pure. Freddie no.

Per questo non si può non amare Freddie Mercury.
Per questo si deve amare Freddie Mercury, indipendentemente.

Perché non potersi immaginare liberi di scegliere il proprio destino è la più grande condanna.
Devi uccidere una parte di te (mama I just killed a man…) e poi andare, andare, andare (I’m gonna go, go, go…), senza fermarti mai, e bruciare attraverso il cielo, Mr Fahrenheit, perché non hai un’altra possibilità. Lo puoi urlare I want to break free, e lo devi urlare, perché non sarai mai libero davvero.

No, non sono le sculettate con l’asta del microfono in mano, i look leggendari, gli acuti e le smorfie
il motivo per cui tutti amiamo Freddie Mercury.

È per la terribile punizione avuta in sorte: non potersi immaginare diverso, non potersi raccontare, neanche sotto effetto di droghe lisergiche, “avrei potuto fare l’ingegnere gestionale, se non fossi finito su un palco a cantare We will rock you”.

 


Lou ReedBasterebbe Heroin.

7 minuti e 12 secondi. Come un Big Bang affamato.

Esplode il suono e diventa gesto, dapprima, trasgressione, infine scava il mito consegnandolo alle folle.

È il 1967. La nota d’attacco, una premonizione.  S’apre l’istante che regala al mondo una delle più acute, sovversive rivelazioni dei segreti.

L’amore è tossico e stregato. L’amore non ha codice e misura. La passione può distruggere, che la si chiami con qualsiasi nome, resta un assoluto: non se ne andrà mai più. Diventerà rimpianto forse, ma, radicata, impedirà qualunque disfatta.

 

 ‘cause it makes me feel like I’m a man

 

La voce di Lou Reed, Lewis Allan Reed, nato a New York (e dove sennò?) il 2 marzo del 1942, irrompe nell’universo del silenzio perfetto, punta il faro sul dissidio interiore, che fa scontrare desideri e buonsenso. E ci restituisce, violenta, in faccia una verità sacrosanta quanto tendenziosa: inutile mettere barriere, transenne, paletti. Quando si arriva a quella landa, terra di sogno, d’incubo che è il desiderio, la sola arma è la resa.

 

And I feel just like Jesus’ son

 

Non servono esperti a tratteggiarne un senso. Anzi tanto vale comprendere che non è questione di senso. Invece: di sensi.

All’apice della loro potenza esplosiva.

La pelle s’increspa, gli accordi simulano mani, e indecenza. E quell’unico desiderio che incombe. Graffia, scende.

Lasciateci innamorare.

 

Dopo, c’è tutto il resto.

Ma viene, appunto, successivamente. E se è vero che la congerie delle conseguenze sconvolge, nemmeno con il senno di poi indietro si tornerebbe.

 

Indigna Heroin. Levata di scudi.

Applausi di mani fino a spellarne i palmi.

Poi sarà lo stesso per le altre.

Perché la musica di Lou Reed è sesso.

Non soltanto erotica, sensuale.

No, questo si fermerebbe al piano delle suggestioni, sfiorerebbe la mente, ancora, e l’immaginazione cosciente.

Lui va oltre, fa di più.

Scopa con ciascuna delle sue adoranti ascoltatrice. E immette nei maschi un impulso all’emulazione. Lui ci racconta la disfatta, dinnanzi all’amore, non importa quale amore, quell’orgasmo dell’impotenza che ha tratteggi di infinito.

Un piccolo baratro verticale. Tra le dita e le corde vocali. E il silenzio ha tono caldo, esagerato.

Come se per istinto, l’avesse svelata subito, lui, quella “bestialità insita nell’animale umano” di cui parla, affrontando la dissonanza di Schoenberg, il grande Glenn Gould nel suo L’ala del turbine intelligente.

 

C’è un parallelo forte tra il pianista solitario, eclettico, che ha lavorato su quel vuoto, su quel negativo, dove “la musica si staglia per formare un’esile barriera tra se stessi e il nulla” (le parole sono di Michel Schneider) e l’irresistibile, esplosivo, eccessivo Lou.

Un parallelo che affonda gli artigli nel paradosso accecante dell’esistenza: quella voglia di restare anche se è sempre sul punto di andarsene.

Mito, dunque.

Mito che esalta, si eccita, scampato pericolo. E poi strazia, si strazia.

Mito che crea e distrugge, si distrugge. Senza mai far cadere nulla dall’alto. Dall’abisso semmai. Che per incanto, nella voce roca che ancheggia di questo giaguaro annoiato, diventa la sommità d’ogni altezza.

Lasciateci piombare.

Ne abbiamo bisogno.

 

I wish that I was born a thousand years ago

I wish that I’d sailed the darkened seas

 

Siamo umani. Ancestrali. Drammatici. E talvolta infinitamente vuoti. Ma un conto è se te lo scrive Pascal, o se lo minaccia Schopenhauer. Tutt’altra faccenda se a urlarlo è la faccia elettrica di Lou Reed. Che incarna, senza nemmeno volerlo del tutto (se ne sentirà responsabile, poi) il genius loci di una generazione nomade e senza terra, che canta, ama, si dispera.

 

Antropologia della paura? Radiografia del desiderio? Yin e Yang?

Forse soltanto uno che ha per voce il megafono di dio.

 

Gli anni lo confermano.

 

Se il vero debutto rock è con The Velvet Underground, che fonda con John Cale, musicista gallese eclettico (si scioglieranno nel 1973), è l’incontro con Andy Warhol, che coinvolge la band nel suo spettacolo itinerante Exploding Plastic Inevitable, a segnare in maniera indelebile quella controcultura che si beffa delle regole e toglie il velo di Maia ai peggiori tabù dell’American society.

 

Non ne andrà indenne neppure lui, Reed, che, reduce della frattura con i Velvet, tenta da solista, ma non spacca.

Roba da poco, invero, sarebbe sciocco parlare di fallimento. E infatti David Bowie s’invaghisce dei testi, tanto che decide di usare alcuni dei must di Reed da Transformer.

 

Perfect day (inserita anche nella colonna sonora di Trainspotting) e Walk on the Wilde Side, per capirci.

Seguirà Berlin, sulla rottura d’amore con la moglie, Rock and Roll Heart (che non piacque, a pubblico e critica, giudicato troppo “morbido” negli arrangiamenti).

Certo, si può dire quello che si vuole, ma comunque è Reed. Comunque incanti e delusioni.

 

Irresistibile.

 

L’immagine che va creando di sé si fa marchio: Ray-ban scuri, giubbotto di pelle, jeans. Icona lo è, riconoscibilissimo, oggi si dice “faccia da tazza”.

Eppure non gli basterà. Non andrà indenne nemmeno dalle gelosie, Lou, anche se avanza con i fiabeschi stivali delle Sette Leghe nell’olimpo dei più grandi della musica. Quando comincia, nei primi anni Ottanta, a lavorare con il chitarrista punk Robert Quine per The Blue Mask, arriva il successo più successo di sempre. Waves of Fear suonato in assolo da Quine incendierà critica e folla.

Lou si sente messo in ombra.

Di nuovo rottura.

 

Poco importa.

La disperazione fa sangue, e suoni.

Arrivano, tra i capolavori, New York, Songs of Drella (per esorcizzare il dolore causato dalla morte di Andy Warhol, cui Lou era legatissimo), Ecstasy, The Raven (rilettura in chiave rock dei racconti di Edgar Allan Poe),

Ma dirli tutte sarebbe impossibile. La costellazione dei suoni, testi, accordi, richiami che la sua mano firma appare infinita e potenzialmente capace di riprodursi autonomamente, per scissione.

 

Silvia Andreoli

 


David Bowie, Ziggy StardustZiggy Stardust compie 45 anni. L’alieno dal look glam, brillante di polvere di stelle, caduto da Marte, quando nacque nel 1972 – grazie a un’idea di Bowie con i consigli dell’amico Lindsay Kemp, attore e mimo – era fremente di giovane provocazione sessuale: «Ziggy cantava davvero, con gli occhi socchiusi e i capelli dritti. Come uno di quei tipi giapponesi, li poteva dominare solo con un sorriso. Li poteva lasciar lì ad aspettare. Divenne così importante amico, ben messo e con la tintarella bianco neve… facendo l’amore con il suo ego Ziggy venne risucchiato nella sua mente» cantava nel  brano Ziggy Stardust dell’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust con la banda The Spiders From Mars – direttamente da Marte – il suo alter ego David Bowie.

L’artista, all’epoca, aveva un bimbo di un anno: Zowie. E, come disse da adulto il figlio – oggi un bravo regista dal più normale nome Duncan Jones – Bowie è sempre stato un padre modello, tradizionale, che faceva le cose giuste, attento, quasi noioso… intanto Ziggy cantava in Moonage Daydream: «sono un alligatore, sono un mamma-papà che arriva per voi. Sono l’invasore dello spazio, sarò una puttana del rock’n’roll per voi».

Con i capelli rossi, il viso-cammeo minuto, truccato come una bambina a Carnevale. Con il suo sorriso che mostra piccoli denti appuntiti da vampiro, il corpo efebico, stretto in una tuta eccitante: tutte e tutti desiderano Ziggy-David così violabile, innocente e senza decenza. A chiunque viene permesso amarlo perché lui lascia liberi di dubitare sul suo genere e liberati sessualmente perché questa creatura, in fondo, è di un altro pianeta.

La sua omosessualità è un gioco – giocato – una recita, ma soprattutto una sfida al comune senso del pudore. I grandi amori del suo alter ego David, Hermione prima di Ziggy (l’addio alla ragazza è immortalato nella splendida Space Oddity, colonna sonora dell’allunaggio dell’Apollo 11), Angela Barnett durante e Iman molto dopo e per 23 anni, sono donne, splendide donne.  E Ziggy è pieno di orpelli non per travestitismo ma perché come disse Bowie «la musica dovrebbe essere agghindata come una prostituta. È solo una maschera che nasconde il messaggio»: Madonna e altre pop star senza questa via tracciata da David non sarebbero esistite.

Ziggy ci fa viaggiare in noi stessi e nello spazio grazie al trasformismo di Bowie, con il reinventarsi di continuo nei suoi personaggi, affascinandoci con un volto da extraterrestre, da angelo, serpente o clown oppure semplicemente mostrandoci la sua eleganza. Sì perché il suo impero culturale è stato costruito sull’immaginario ma anche sull’immagine.

Ziggy già porta in embrione i ruoli che David avrebbe poi tradotto sul grande schermo e nei concerti: l’extraterrestre del film L’uomo che cadde sulla terra, il vampiro di Miriam si sveglia a mezzanotte, la straordinaria classe del più maturo personaggio Duca Bianco, i gesti da mimo e ballerino di Last dance, il re magico di Labyrinth. Soprattutto Ziggy Stardust ci fa sognare, e ci fa credere che sia possibile uscire dal quotidiano ed essere “Uno, nessuno e centomila”.

All’improvviso Ziggy viene fatto morire, scompare per lasciar posto ad altri alter ego dell’inimitabile artista, subito dopo ad Aladdin Sane con la saetta rossa sul viso bianco da pagliaccio. Soprattutto viene fatto morire perché era un alter ego forte e David – che in quel periodo viveva a stretto contatto con la cocaina – aveva paura lo potesse condurre alla schizofrenia (il fratellastro Terry era schizofrenico e morto suicida).  Bowie, oltre 40 anni prima della sua vera morte nel gennaio del 2016, lo annulla con classe, da icona di stile. Voce sublime, attore, poeta, pittore e pluri-musicista Bowie riusciva, infatti, a essere esibizionista sul palcoscenico ed estremamente riservato nella vita privata. Della sua malattia non si sapeva nulla. 

Nell’ultimo coraggioso viaggio, con il suo testamento, l’album Blackstar pubblicato poco prima della sua scomparsa (nella copertina per la prima volta non c’è il volto di Bowie ma una stella), racconta l’incontro con la morte riportandoci nella metafora dello spazio con uno Ziggy stanco e invecchiato nel video, commovente, che accompagna l’opera, e nei testi.

In Lazarus: «Guarda quassù, sono in paradiso. Ho delle cicatrici che non possono essere viste. Ho una storia che non può essermi rubata. Ora tutti mi conoscono. Guarda quassù amico, sono in pericolo. Non ho nulla da perdere» e nel brano finale I Can’t Give Everything Away: «Vedere di più e provare di meno. Dire di no, volendo dire sì. Per me è sempre stato così. È questo l’unico messaggio che mando». 

Chiara Bettelli Lelio*

*Counselor in sessuologia, direttore di psicodramma e giornalista nel campo della bellezza e del benessere per molti anni, ha ‘frequentato’ a lungo l’isola di Cuba. Questa profonda conoscenza, mai da turista, ha ispirato due libri: “L’Avana” (presentazione di Danilo Manera, collana le Città Letterarie Edizioni Unicopli) e il romanzo “Havana Melody” di Altromondo Editore. A Cuba, e soprattutto a L’Avana, ha conosciuto molti personaggi. Tra questi ha stretto amicizia con Alberto Korda, il fotografo del Che.