“Too damn good for the lot of them” (Troppo dannatamente brava per tutti loro).
Così il “Daily Mail” titolò l’edizione speciale dedicata agli anni di potere di Margaret Thatcher il 23 novembre 1990, giorno in cui la leader conservatrice usciva per sempre dalla scena politica.

Nei suoi 11 anni di governo aveva «spaccato la Gran Bretagna: era Giovanna d’Arco per una metà del paese e una strega per l’altra… Il giorno del suo funerale migliaia di britannici festeggiarono per le strade questa idea con una speranza: la strega era morta. Ma almeno altrettanti capirono che se l’economia della Gran Bretagna era guarita, il merito era di quella donna colta e incapace. Incapace di compiacere. Incapace di arrendersi. E incapace di avere paura», si legge nell’appassionata e documentatissima biografia che la giornalista del Corriere della Sera Elisabetta Rosaspina ha dedicato alla Dama di Ferro (Margaret Thatcher – Biografia della donna e della politica ed. Mondadori, 276 pag, 22 euro).

Tutti i nickname di Maggie

Un libro che si legge come un romanzo, e che della Baronessa Margaret Hilda Thatcher, nata Roberts, figlia di un droghiere di Grantham (cittadina della contea di Lincolnshire), svela mille curiosità. Come la storia dei soprannomi che accompagnarono la vita dell’ex primo ministro, prima donna a varcare la porta del numero 10 di Downing Street.
Il più famoso è sicuramente Iron Lady, la dama di ferro, nato dalla mente di un giovane caporedattore della “Krasnaja Zvezda” (la Stella Rossa, organo ufficiale delle forze armate sovietiche), dopo un discorso in cui lei attaccava duramente la Russia. Ma non solo: scorrendo le pagine si trovano anche “la figlia del droghiere”, per sottolineare le sue origini borghesi rispetto agli aristocratici parlamentari; “Thatcher the milk snatcher”, utilizzato dopo il taglio alla fornitura di latte nelle scuole, e “she-de-Gaulle”, che girava principalmente negli ambienti diplomatici europei.
Fino all’acronimo “TBW” (That bloody woman, quella dannata donna) con cui la bollavano nemici e finti amici.
Ma forse il più rivelatore è la “snobby Roberts” che le avevano appioppato le compagne di scuola da bambina, «per la sua ansia di mettersi in evidenza con le insegnanti e per il disdegno che riservava alle futilità delle sue coetanee».

La regola di casa Thatcher

«Per comprendere bene la figura della Thatcher bisogna spostarsi nelle Midlands Orientali, più precisamente nella cittadina di Grantham, dove la piccola Maggie crebbe tra disciplina e austerità, grazie anche alle ferree regole che vigevano in casa», si legge nella biografia. E la principale, mai trasgredita, intimava di “Non vivere al di sotto delle proprie possibilità”. «I semi del Thatcherismo sembravano essere concentrati tutti lì, all’angolo tra la North Parade e la Bond Street di Grantham, una città qualunque dove una famiglia qualunque aveva perfezionato il più autentico, completo e inimitabile prodotto britannico: una creatura dalla pelle fresca come il latte, gli occhi blu, l’indole seria, disciplinata, rigorosa, incapace di bluffare, aliena ai compromessi e alle scorciatoie, esigente e intransigente innanzitutto con se stessa. E sì, d’accordo, forse un filo troppo assertiva. Per questo, quando a nove anni le consegnarono il primo premio di un concorso di poesia e si felicitarono con lei della sua buona stella, Margaret replicò seccata:”Non sono stata fortunata, me lo sono meritato”».

La giovane conservatrice

Guadagnarsi la vita era la regola in cui Margaret Thatcher credeva fin da piccola (quando chiedeva ogni anno ai genitori, per Natale, un libro di Rudyard Kipling) e alla quale intendeva mantenersi fedele. Per questo,pur sognando una carriera in Parlamento, si laureò in chimica all’università di Oxford, come garanzia di impiego e stipendio. «Il primo campo di battaglia, per lei fu l’OUCA, l’associazione degli studenti conservatori di Oxford, di cui divenne la terza presidente donna nel 1946. Nelle aule, nei corridoi e nelle caffetterie universitarie Margaret non cercava amicizie ma fruttuose (non nell’immediato) conoscenze tra i futuri dirigenti della società inglese», si legge ancora. «Dopo una breve parentesi come chimica, l’unicità di una giovane conservatrice con una capacità oratoria non comune venne notata all’interno dei circoli dei Tory. Il primo tentativo di entrare in Parlamento, con le elezioni del 1950, fu un insuccesso, tranne per il fatto che conobbe il futuro marito Denis Thatcher».

Margaret Thatcher e l’amore

Nella biografia di Margaret non mancano neppure i segreti amorosi, tutti antecedenti alle nozze con Mister Thatcher «un maturo divorziato, anglicano, con l’hobby delle fuoriserie» che sposò il 13 dicembre 1951, senza abito bianco né velo né pizzi né paggetti, ma con un sorprendente vestito di velluto blu zaffiro, abbinato a un manicotto e un cappellino della stessa tonalità, la prediletta dai Tory.
Prima, però, questa moderna zarina aveva avuto parecchi altri incontri. Il primo amore si chiamava Thomas Shaw, terzo barone di Craigmyle. «Piaceva a Margaret, in particolare, perché rappresentava tutto ciò che le era mancato fino a quel momento: una famiglia agiata (anzi, molto ricca), un cognome altisonante, un’educazione cosmopolita e non troppo bigotta, un palazzo nel centro di Londra, a Kensington; e la serenità con la quale sapeva affrontare le ansie esistenziali di un ventenne negli anni incerti della guerra». Ma sulla love story calò una pietra tombale dopo la visita-esame alla ipotetica futura suocera: «Miss Roberts era graziosa, colta… ma non apparteneva al loro lango, era una piccola borghese qualunque».
Incassato in fretta il colpo, Margaret si consolò con un altro corteggiatore, Tony Bray, un po’ più giovane di lei, che era a Oxford come cadetto militare per un addestramento disei mesi. Ma quando lui andò al fronte, dopo lo scambio di qualche lettera, anche questa relazione imboccò un binario morto.

«Se la sua vita sentimentale era tutt’altro che effervescente, per una fanciulla nel fiore degli anni, pazienza: erano gli incontri e gli scontri politici i suoi momenti di svago preferiti», sottolinea Elisabetta Rosaspina nella biografia dedicata alla Dama di ferro.

Le sue strategie sentimentali

Le conquiste maschili però non mancarono mai del tutto. Un altro corteggiatore fu William Cullen, ricco agricoltore scozzese e uomo semplice e generoso. Lui cercava di conquistarla a suon di scatole di cioccolatini, inviti in ristoranti esclusivi, profumi e stoffe pregiate. Margaret lo assecondava pensando però che sarebbe stato un ottimo partito per sua sorella Muriel, come in effetti avvenne grazie alla sua “regìa”. «Aveva chiarito di essere troppo occupata per perdersi in quisquilie sentimentali, tantomeno per progettare le proprie nozze, e ancor meno quelle con l’affabile campagnolo scozzese che, nel suo ambiente, si sarebbe sentito come un pesce fuor d’acqua»: (“Sebbene sia molto affezionata a lui, non ne sono inamorata. E un matrimonio tra noi vacillerebbe dopo due o tre mesi”, confesserà)».

Anche il chirurgo Robert Henderson fece qualche avance, ma forse su di lui pesò l’età: aveva ben 23 anni più della tosta Margaret. Che alla fine scelse come compagno di vita l’affidabile Denis Thatcher sulla cui spalla pianse anche dopo la seconda bruciante sconfitta elettorale e da cui ebbe in un colpo solo due figli gemelli, Mark e Carol Jane, per «dimezzare» il tempo dedicato alle gravidanze.

Imbattuta

«Non lasciarti umiliare, tesoro», le disse il marito nel fatidico novembre 1990, quando la cacciarono inmalo modo. E pare sia stato questo consiglio a convincerla che era il momento di uscire di scena a testa alta. Oltre al trasloco in una nuova casa, si dedicò a scrivere la sua autobiografia. Avrebbe voluto intitolarla Undefeated (Imbattuta), ma si accontentò di un più umile The path to power (tradotto in italiano Come sono arrivata a Downing Street).

Oggi, forse, 7 anni dopo la sua morte (8 aprile 2013), è finalmente arrivato il momento di rendere merito a questa donna che, con il suo filo di perle, ha saputo tener testa ai più grandi uomini politici del mondo.


Indro MontanelliSono già passati 16 anni dal 22 luglio 2001, ma nessuno si è dimenticato di Indro Montanelli, da tutti venerato come il più grande giornalista italiano del Novecento.

Anche se lui, a novant’anni suonati, scrisse: «Io forse sarò ricordato, quando avrò preso congedo da questo mondo, da qualcuno dei miei lettori, non certamente dai loro figli. So di aver scritto sull’acqua. Ma ciò non mi ha impedito di continuare a scrivere, impegnandomi tutto in quello che scrivo…».

Alla nipote Letizia Moizzi dettò questo auto-necrologio rivelatore: «Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza / Indro Montanelli / giornalista / prende congedo dai suoi lettori, ringraziandoli della fedeltà e dell’affetto con cui lo hanno seguito». Un congedo commosso a quelli che lui, cresciuto con il mito di «scrivere per farsi capire anche dal lattaio dell’Ohio», considerava la sua vera famiglia.

Sulla lunga vita e sulla prestigiosa carriera di Montanelli sono stati scritti decine e decine di libri. Di lui si sa, o si crede di sapere, ormai tutto. Dalla leggenda del perché si chiamasse così – per mascolinizzazione del nome della divinità induista Indra, scelto dal padre Sestilio per fare un dispetto ai parenti della moglie – oltre che Alessandro, Raffaello e Schizogene (ovvero “seminatore di zizzania”) al divorzio con Berlusconi. Dalla relazione di “madamato” con la piccola Fatima in Eritrea al racconto di una memorabile cena con Papa Giovanni Paolo II. Dalla prigionia a San Vittore con Mike Bongiorno alle polemiche con l’amico-nemico Fortebraccio.

Non fece in tempo a commentare la tragedia dell’11 settembre, ma aveva già predetto che il futuro avrebbe portato un tempo di conflitti striscianti, forme di guerra endemica e di terrorismo. «Se avessi vent’anni avrei paura del fanatismo religioso. Le ideologie politiche sono morte, per il momento, ma le religioni tendono facilmente a diventare politica», profetizzò poco tempo prima di morire.

Si definiva “anarcoliberale” e anche un “condannato al giornalismo” («perché non avrei saputo fare niente altro» scrisse in Questo secolo, 1982) e negli ultimi anni, parlava con rimpianto del suo secolo che stava finendo: «Un secolo di sangue, di barbarie, di orrori. Un’ininterrotta “suspence”. Quando li vivevo, quei drammi, non vedevo l’ora che finissero. Ora mi mancano».

Per i suoi tanti orfani ogni tanto arriva ancora qualche piccola e curiosa nuova rivelazione, come quella secondo cui Indro, quando andava d’estate in vacanza a Cortina d’Ampezzo, si fermava a Valeggio sul Mincio, in compagnia dell’amico Cesare Marchi, per gustare i deliziosi agnolini nell’Antica Locanda Mincio di Borghetto. Se invece era diretto al mare, a Montemarcello, trovava sempre il modo di fare una sosta a Berceto, sulla strada della Cisa, per gustare un buon piatto di funghi porcini. Notizie che sembrano stupefacenti, considerata la nota sobrietà di Montanelli, magro come un grissino, a tavola. Leggenda vuole infatti che si nutrisse più o meno con una minestrina, un pugno di fagioli con un cucchiaino di olio, uno spicchio di pomodoro, poche verdure. E qualche giornalista milanese di lungo corso ricorda ancora i pranzi-esame alla Tavernetta Da Elio di via Fatebenefratelli, quando ordinava enormi piatti di fave crude per tutti (e chi non dimostrava di gradirle non acquisiva certo punti ai suoi occhi).

Nonostante gli innumerevoli successi, Montanelli fu però per tutta la vita un uomo inquieto, tormentato dalla depressione. Un coacervo di contraddizioni. Così tanto che forse tra tutti gli aneddoti e i ricordi, l’informazione che più ne rivela il carattere è un verso della poesia che più amava, If di Kipling: «… e perdere, e ricominciare daccapo». Quasi un vademecum esistenziale per un uomo destinato a vivere sempre controcorrente. E con la schiena dritta. «Perché non ho potuto sempre dire tutto quello che volevo, ma non ho mai scritto quello che non pensavo», dichiarò.

Non ebbe (almeno ufficialmente) figli, ma ai giovani dava regolarmente un unico e prezioso consiglio: «Combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s’ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio».

Inaffondabile perché… È l’unico giornalista italiano che sia diventato leggenda. A lui Milano ha intitolato i Giardini Pubblici dove amava passeggiare ogni mattina e dedicato una statua che lo raffigura intento nella stesura di un articolo con la celebre Lettera 22 sulle ginocchia.

Marina Moioli