don giovanniNon c’è indulgenza di giudizio con i grandi amatori. Comunque li si prenda, appaiono sempre esagerati. Figurarsi poi se dal sentimento si scivola al sesso. D’un tratto le parole si fanno acuminate. E ci si scopre a essere – tutti, immancabilmente- degli irrefrenabili bacchettoni.

Scrive Giovanni Macchia: “Si disse che l’amore è un’invenzione del XII secolo. Ma nel Seicento s’inventò l’erotismo con tutte le sue degenerazioni e la sua follia: s’inventò Don Giovanni”.

Seicento, secolo di Inquisizione, caccia alle streghe, dagli all’untore. E che sia peste o invece passione, la differenza è minima: entrambe sono contagiose.

Nato da un gesto forse di ribellione alla paura, da quella cosmogonia della morte che ha soffiato per secoli sull’Europa, Don Giovanni muove i primi passi in questo humus che mischia magia popolare ad alta teologia, che scende negli anfratti d’una caparbia teoria del demonio che possiede il corpo, e lo rapisce.

A tenerlo a battesimo, nel 1631, Tirso de Molina, non a caso religioso, drammaturgo e poeta della Spagna del siglo de oro, che ne fa il protagonista dell’opera in versi El Burlador de Sevilla.

L’apertura è diretta. Intrigo e desiderio alla corte di Napoli, dove il bel Juan seduce e getta il disonore sulla duchessa Isabela, scappa verso la Spagna, fa naufragio, sarà salvato e accolto dalla pescatrice Tisbea, che riceverà in cambio di nuovo quell’amore dei corpi tanto ambito quanto esecrato dalle parole.

Sarà il primo, indelebile atto d’una serie di sequel o prequel scritti per mani differenti, tutte “grandissime”, attratte da questa fama, che traduce anche una fame, una lotta, una battaglia. Contro l’indifferenza della carne? A favore del piacere femminile? Antesignano d’una battaglia che non demorde, nemmeno ora, tra rispettabilità e ingordigia di passione?

Una battaglia, questo è certo.

Che sconfigge con il numero iperbolico di donne godute e appagate, l’ horror vacui, quella cosa che ha suono di morte: la depressione, ch’è termine nuovo, e stonato. Più intrigante, melancolia, che dentro c’ha tutta la Grecia, e l’Antica Roma, molta alchimia e zero Prozac.

Ateo, pragmatico, artista nel senso più cristallino del termine, Don Juan si staglierà nell’universo dell’immaginazione come l’eroe che non cerca null’altro che l’erotismo per affermare d’esistere.

Dunque una sorta di anti-eroe: siamo fatti di carne, e forse è vero, diventeremo polvere. Ma intanto godiamocela, questa macchina che possediamo. Ed è un godimento sovrano, che, come l’arte stessa, da sé comincia e in sé si conclude.

Don GiovanniL’arte per l’arte, diranno i manifesti nei secoli a venire e con lui il corpo diventa arte e poesia.

Quale miglior mezzo che un gemito di piacere? Fa sapere don Giovanni, che un gemito è alfabeto per chi comprende. E cosa racconta? Che l’inferno sta in mezzo, non in basso, né opposto dell’altissimo. L’inferno è rimanere in panchina. A guardare anime pie o empie sfilare su una passerella che porta da un lato all’altare dall’altro al patibolo.

Sono i gesti a creare la geografia di un uomo, sembra raccontare don Giovanni. E le mappe vanno scrutate, studiate. Ma il giudizio non è di questa terra, sembra volerci dire.

E infatti Tirso de Molina non lo fa finire bene. Perché con l’inganno una statua lo trascinerà all’inferno. Ma quello che a noi rimane è la sua abilità nella seduzione. Gli uomini vorrebbero imitarne, a parole almeno, le armi e le arti mentre le donne avvertono brividi scendere oltre il lecito ardire. Guance di porpora, sogni che scottano. Don Giovanni appare tra gli specchi, le stoffe, sono segreti da non dire nemmeno in confessionale. S’insinua sotto pelle.

Attraverserà il secolo XVII, arriverà al XVIII, per l’ascesa assoluta. Alla consacrazione penserà Mozart.

Ständetheater. Praga. 1787. 29 ottobre.

Wolfgang Amadeus, énfant prodige della musica eccelsa, spinge le porte ed entra. Sotto braccio ha la partitura del suo Don Giovanni ossia il dissoluto punito. Della stesura del testo poetico si è occupato Lorenzo Da Ponte, che calca i toni sull’ostinata forza a non pentirsi (forse illuministica ribellione alla trascendenza).
L’anti eroe risplende. D’un romanticismo scintillante.

Com’è firma di Mozart, dramma e commedia s’intrecciano. Cos’è la vita d’altra parte se non una farsa serissima?

Il pubblico esulta.

È nata una stella.

Comincia un’altra epoca per don Giovanni. Una nuova scansione del tempo. Lo riprenderanno Molière e Lord Byron, Puskin, Saramago, tanto per citare i “grandissimi”.

Ma sarà icona per tutti quei piccoli invisibili amanti di provincia, per i “draghi” delle balere, per i forsennati del liscio. Sarà il modello della trasgressione e dell’indecisione, la scialuppa di salvataggio dei più invasati, degli insoddisfatti, degli “allergici” ai legami.

E tuttavia questo non fa di lui (come qualche pessima psicoanalisi applicata alla letteratura ha provato a dimostrare) un narcisista fallito, un egoista, un prototipo da odiare per quelle Donne che amano troppo di una certa manualistica intossicante. Piuttosto una coazione al piacere che, se approvata da controparte, può diventare persino sublime e strepitosa.

C’è della follia in questo? O è follia ciò che combatte i crismi sociali?

A ben guardare, non esiste conservatorismo più puro in una società che in ciò che riguarda matrimoni, relazioni, e camere da letto. Un conservatorismo cui fa da contralto il pruriginoso bisbigliare da beghine, che tanta ricchezza ha portato all’industria del pettegolezzo.

Magari allora un poco ci si deve rassegnare e piegare lo sguardo, e l’orecchio, e concedere che forse sì, non è morale nel senso più tradizionale del termine, ma… Carezza i sensi oltre l’umano sentire, e fa sentire uniche, unici, e straordinarie, straordinari.

Manca, è ovvio, sempre un ingrediente: la verità.

Ma esiste verità in amore? O non diventa il terreno assoluto dei segreti e delle interpretazioni? Non lo cerchiamo per quello?

E se l’amore diventa un ideale cui tendere (perennemente sfuggente), appare impossibile opporsi alla constatazione che non uno ne esiste, ma infinite espressioni, molteplici sfaccettature e dunque un potenziale infinito di donne, e di uomini cui dedicarsi. È un altro tipo di sapienza quella a cui giunge Don Giovanni, non è ‘malattia’, semmai guarigione, da una sapienza che non è funzionale se non all’adattamento.
(Ma solo Darwin era convinto che l’essere umano fosse fatto per adattarsi all’ambiente).

Silvia Andreoli

 

Chissà come sarebbe andata a finire questa storia se non ci fosse stata lei, la Malinche.

Malinche la traditrice, la sottomessa, l’amante, altro che la semplice interprete. 

Malineli Tenepatl, Malinche, Malintzin o, da battezzata, Doña Marina, è vissuta in quello che è nell’odierno Messico dal 1502 al 1529. Significa che è morta a 27 anni: ok, allora era molto comune andarsene così giovani, ma è la stessa età di Hendrix, Joplin, Cobain, Winehouse, Basquiat. E quindi, donna sfortunata e maledetta? Fate voi.  

 

Hernán Cortés, prima di “prendere” vuole comprendere. È a suo modo illuminato – per i tempi e per il ruolo di conquistatore e di presunto depredatore- , e quando questa donna gli viene offerta dagli atzechi, nel 1519, è titubante. La Malinche ha per lingua materna il nahuatl che parlano gli atzechi, ma capisce anche la lingua dei maya per essere stata loro prigioniera. Accanto a Cortés c’è l’interpreta Aguilar, che sa la lingua maya. E quindi, all’inizio, prima che la Malinche – dotatissima per le lingue, oggi si direbbe –  impari lo spagnolo, il giro è questo: Cortés si rivolge ad Aguilar, che traduce alla Malinche, che a sua volta spiega all’interlocutore atzeco.  Com’è che si chiama quel gioco? Il “telefono senza fili”, e chissà quanto si perde nei vari passaggi, altro che traduttore “traditore”.

Dopo averla fatta battezzare, Cortés offre dona Marina a un suo lontano parente, Alonso Hernadéz Portocarrero. Ma la tiene sempre accanto: le serviva quella donna che spiegava –  “interpretava” direbbero gli antropologi – le tradizioni degli atzechi. Le loro parole,  i loro desideri. Meglio, a Cortés serviva una spia.

 

Divennero ovviamente, amanti – possono forse mancare gli amanti, nelle storie di spie? –; e senza di lei, in quel luogo e in quel frangente, Cortés non soltanto non poteva trattare alcunché ma, proprio, non era nessuno. Gli atzechi lo chiamavano – a lui, dico a lui – Malinche, e  che cotanto uomo prendesse il nome della donna la dice assai lunga. Certo, non fu amore vero, di quello dei romanzi ottocenteschi – come sarebbe stato possibile?- ma strategico, militare utilitaristico.

Traditrice lo fu certo; il fatto è che dona Marina era al contempo, schiava, padrona, stratega, interprete, demonio; vittima e artefice di piani diabolici.  A Tecnochtitlàn – sulle cui ceneri oggi sorge Città del Messico – rese possibili le conversazioni tra Montezuma e Cortés, traducendo i complessi discorsi dello spagnolo sui fondamenti del cristianesimo, convincendo che fossero buoni: è così che si tradisce una civiltà. E dai messicani venne demonizzata, al punto che in tutto il Sudamerica esiste un termine, “malinchismo”, per indicare azioni contro la patria e la propria cultura o la preferenza dello straniero. Come poche donne ha attirato leggende, pettegolezzi, interpreteazioni. Libri, come Il labirinto della solitudine di Octavio Paz, dipinti, e persino una canzone di Neil Young Cortez the Killer fanno riferimento a lei.

 

Perché  lei è donna completa e, non bastasse, metafora culturale; possiede, ed è posseduta, parla, inventa, copia; seduce i suoi ed è sedotta – dal potere, dalla gloria, forse da un uomo barbuto – impara, e insegna. Preannuncia il moderno, dice Tzvetan Todorov, nell’imprescindibile La conquista dell’America, “primo esempio,  e quindi il simbolo, dell’ibridazione delle culture”.

Perché tutti noi, anche se non siamo bilingui come lei, per incapacità, mancanza di opportunità, e di voglia, siamo comunque inevitabilmente partecipi di una o più culture. È l’enfasi meticcia, la Malinche, colei che pone l’ibrido al si sopra delle parti – e anche dei sospetti – perché da allora, mai più ci sarà un ritorno alla purezza. Anche se ce lo vorranno far credere, e in tanti, che si può essere puri, e più degni, e più forti, e più evoluti, e più santi di altri.

 

Malinche no, l’aveva capito. Puttana suo malgrado, si concede all’Altro e genera il bastardo, Martin; adotta l’idea degli spagnoli e la usa per sé, e per leggere il mondo che gli sta franando sotto i piedi, anzi no, sta solamente cambiando.

Già, chissà come sarebbe andata a finire questa storia se non ci fosse stata lei, la Malinche traduttrice; chissà quanto ci avrebbero messo gli spagnoli a capire che è dal seme, dal sangue e dal tradimento di sé che passa la vita.    

 

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Bruno Barba