alberto sordiQuando l’8 marzo 1978 uscì nelle sale Ecce bombo di Nanni Moretti, gli spettatori si chiesero: «Ma davvero ci siamo meritatati Alberto Sordi?». Ancora oggi la frase dell’alter ego di Moretti, Michele Apicella, ogni tanto ritorna, incombente. Eppure, Moretti non usò il plurale, anzi, di spalle al pubblico, se la prese con un tizio in un bar che aveva osato dire: «Rossi o neri… tutti uguali».

È qui che Apicella-Moretti scatta: «Ma che siamo in un film di Alberto Sordi, eh? Te lo meriti Sordi, te lo meriti» urlando mentre viene accompagnato rudemente fuori dal bar. Per una sorta di resipiscenza collettiva, quella frase la rammentiamo, però, al plurale.

E allora, ce lo siamo meritati? Sì, nel bene e nel male.

Se oggi fosse qui, Sordi non faticherebbe a ricordarci chi siamo. Giorni fa, per esempio, un deputato è riuscito a formulare una meravigliosa – soltanto perché involontaria, sia chiaro – battuta: tronfio e compreso nel ruolo dell’offeso, l’onorevole, apostrofato come «ignorante» da un anziano politico, ha recitato la parte del “lei non sa chi sono io”, affermando di aver sporto denuncia e di possedere «quasi due lauree».

Neanche Sordi – col grande sceneggiatore Rodolfo Sonego – avrebbe partorito una battuta tanto fragorosa. Si sa, avverbio fuori luogo, parte lo sghignazzo: “quasi” due lauree, un capolavoro di “sordianità”. A Roma direbbero: “Se n’è uscito ar naturale”, così come Albertone rimproverava la moglie Giovanna Ralli nel film Costa Azzurra.

E che dire del “denunciato”? Dare dell’ignorante a quel deputato è una forzatura figlia dell’arroganza: trattasi del politico che nei bei giorni che furono si scappellò in lodi patrie nominando tali “Romolo e Remolo”.

D’altra parte, non è stato proprio Sordi a sdoganare l’arroganza e la protervia del potere? Forte con i deboli e debole coi forti, l’italiano-sordiano è un compendio di difetti, tic, malesseri stravaganti, scuse immotivate mai richieste, giustificazioni che finiscono per accertare le colpe, paure degli “altri” perché nemici del tran tran quotidiano, incapacità di decidere e programmare, ostentazione della scaltrezza a danno dell’intelligenza, vigliaccheria, mendacia e spergiuro.

Ora, fra tutte queste qualità, cercate a caso un politico che non ne possegga almeno qualcuna e solo allora si potrà dimostrare che non ci meritavamo quel Sordi lì. Perché poi, nel mondo reale c’era un altro Sordi, occultato sapientemente, quello vero, lontano dai personaggi costruiti con l’abilità dell’osservatore acuto e critico, ancorché astuto e accondiscendente con loro.

Aurelia Sordi, la sorella, quando mi accolse in quella villa (che i romani, orgogliosi, mostravano ai turisti «Quella è la villa d’Alberto»  neanche fosse il Colosseo) mi mostrò le stanze dove l’attore visse con lei e l’altra sorella, Savina, svelando com’era in privato. Così scoprii che l’Albertone dei film, pigro, indolente e menefreghista, aveva fatto costruire una palestra dove la cyclette e il punching ball sono ancora lì, in bella mostra, perché l’Alberto della realtà si sottoponeva tutti i giorni a esercizi fisici per poter dare il meglio sul set.

E all’Albertone crasso ignorante e arrogante corrispondeva un Alberto che amava saggi di teatro e di storia perché va bene essere informati, ma forse è meglio anche farsi un po’ di cultura. Lui, che non aveva “quasi” due lauree ma conosceva bene Romolo e Remo, ricordava Aurelia «ai giornali preferiva i libri. Soltanto una cosa non mi piaceva di mio fratello: pretendeva che alle 13.30 fossimo tutti a tavola, e in silenzio, perché c’era il telegiornale».

Quanto all’eccesso di protagonismo dei suoi petulanti personaggi, fu dalla grande Franca Valeri che ascoltai il complimento più bello: «Era un professionista rispettoso. Non come certi colleghi che sgomitavano per togliere la battuta al partner. Lui, semmai, faceva un passo indietro perché tutti potessero avere la giusta ribalta». Conferma che ebbi anche da Ettore Scola: «Serissimo e umile, uno dei pochi ad arrivare sul set conoscendo le battute e la sceneggiatura a memoria». La bravura di Sordi stava lì, nella capacità di mostrarci personaggi “adulterati” facendoci credere che anche lui fosse così.

E noi ci siamo meritati lui o quei personaggi così cialtroni e imbelli? Sì, è vero, era un papalino democristiano ma ciò non è per forza una colpa. Va be’, era parsimonioso ma lasciò milioni a una fondazione che porta il suo nome e si occupa d’assistenza agli anziani, lui che recitava da cinico sprezzante e delle donne in età diceva “le vecchie” mentre agli uomini sopra gli anta dava da mangiare “le cocce delle noci”.

Sempiterni, invece, sono i suoi personaggi. Quante volte si è scritto di dirigenti calcistici come di copie maldestre di quel Benito Fornaciari presidente del Borgorosso Football Club, che compra Omar Sivori per accontentare i tifosi? E quanti presunti vip paiono sul punto di esplodere in un «Io so’ io e voi nun siete ’n cazzo» se incalzati da una domanda intelligente?

E che dire di quei politici che ricordano l’ottuso Agostino del film Il moralista? Al sabato manifestano per l’unità della famiglia, alla domenica in chiesa, contriti e pii, poi dal lunedì al venerdì… ostriche, champagne e amante! Senza contare i vari medici della mutua, venditori d’armi, impiegati, maestri di canto, esaminatori di concorsi pubblici e decine di altri ancora. Un popolo di ex borghesi piccoli piccoli ridottosi a scimmiottare il peggio di Albertone anziché ricordare il meglio di Alberto.

E che Sordi sia stato un grandissimo attore lo dimostra la sua capacità di recitare con “pezzi” di corpo. Non aveva la fisicità debordante di Gassman o quella marionettistica di Totò e neppure l’infantilità ricercata di Benigni.

alberto sordiMa gli bastava un particolare per disegnare un carattere: un occhio da vendere ed eccoci a Il boom; un accenno di baffetti e arriva Mafioso; una faccia lunare da Pierrot e trionfa Lo sceicco bianco; una gamba di legno e sopraggiunge il mitico “zoppetto”; i capelli tinti di biondo e c’investe l’estenuante compagnuccio della parrocchietta; un sorriso ingenuamente gioioso e ci domina Il dentone; un braccio piegato a ombrello («Lavoratoooriii…») e I vitelloni sono tra noi.

Un eroe della scorrettezza nei riguardi di anziani, bambini, donne, stranieri, disabili, accompagnata dall’ossequioso inchino per i potenti di turno, i cardinali con l’anello proteso, i padroni in grisaglia che non lo degnano di uno sguardo.

E se non c’è questo, ecco l’altra faccia dello Strapaese, occhi velati di malinconia nel perdente bastonato: Detenuto in attesa di giudizio, Bello, onesto emigrato Australia…, Una vita difficile, Un borghese piccolo piccolo.

C’è tutta la nazione nei film di Sordi, nel bene e nel male, anche l’Italia più contraddittoria e tragica, come quella del soldato Oreste Jacovacci che mostra, ossimorico, il coraggio di essere vigliacco e di non voler morire per la Patria (La grande guerra). Per questo ancora oggi, a quasi 15 anni dalla scomparsa di Alberto, i suoi personaggi riemergano – ahinoi – nella realtà, come zombie di Albertone.

Così, non resta che chiederci se sia davvero passato più di mezzo secolo da quando un Nando Meniconi qualunque si giustificava piangendo di fronte al giudice («A me m’ha rovinato la guera») al cospetto dei vari Albertoni odierni che si vantano di avere “quasi” due lauree.

Manuel Gandin

A cinquant’anni dalla morte del grande Totò (l’unico artista ad avere tre funerali), oltre gli stereotipi e le scontate linee di visione, la voglia è di riscoprirne l’estrema attualità, la capacità di incarnare “l’uno, nessuno, centomila” di pirandelliana profetica memoria.

 

Colpisce come sappia Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, in arte Totò, “travestirsi” da monaco, prete, commissario, maresciallo, colonnello, medico – apparentemente ruoli di autorità “caporali” – proprio per rendere queste figure più umane, più arrendevoli, più giuste, più adatte a combattere il sistema dal di dentro (si veda la pernacchia al gerarca nazista, fatta alla finestra del commissariato, de I due marescialli).

 

Lui principe, può permettersi di dileggiare i suoi simili, essendo anche uomo della “plebe” e conoscendo il mondo borghese. Una critica stratificata che si rivolge anche e fortemente a certi aspetti della modernità, quella che svilisce e irrigidisce la persona, non quella dei “giovani d’oggi” desiderosi di trovare nuove vie.

 

La vis comica si fa strumento e mezzo di rottura di schemi, ipocrisie e rigidità del sistema, svelandone i limiti, le assurdità e le tante “magagne” dei tanti Trombetta e Tromboni del sistema,  i “marchesi” di ieri e di oggi, i padroni di quel “Palazzo” che Pasolini denuncerà ed evocherà, quei padroni del vapore che vogliono spadroneggiare, i pochi ma invadenti “caporali” senz’anima che vanno ridimensionati e ridicolizzati.

 

Scorrono nella mente i film più popolari, quelli “storici”, dell’Italia che rinasce dopo la guerra, con tutti gli slanci e le contraddizioni. Ne sbalza, indelebile, il popolano ingenuo ma umile che si difende dalle tentazioni della città, da Malafemmina ai Tartassati, La banda degli onesti, Arrangiatevi!

Anche nelle pellicole spassose e irriverenti, il forte valore sociale e umano supera ogni cinismo e “illegalità”; i travestimenti, gli inganni, rappresentano un mezzo bonario per scopi bonari.

Così i tanti ruoli di fuorilegge (ladro, svaligiatore, truffatore, posteggiatore abusivo, falsario, contrabbandiere, rapitore, vandalo, falso nobile, falso “turco”, falso monaco) lo vedono sempre agire da “povero cristo”, a fin di bene e senza scopi di lucro, con un sottofondo di rottura delle ingiustizie, della povertà, della ricchezza eccessiva, dei pregiudizi, della stupidità vestita di sicurezze.

Dalla presa in giro, dallo sberleffo, dall’ironia, in più modi e su più livelli e chiavi di lettura, si giunge a un disvelamento delle maschere e di affermazione di sé, anche se dei personaggi socialmente “fuorilegge”, di cui rivendica però la “patente”(sono “ladro legalmente”, dice in I tre ladri).

 

Ecco che il suo essere “lunare”, di un’altra dimensione, quasi un Alice nel Paese delle Meraviglie, come lo descriveva Fellini, un personaggio delle favole, per dirlo come Pasolini, in realtà è una visione di facciata: il suo è un realismo surreale o un surrealismo carico di tanti slanci neorealistici, di gesti e provocazioni create per capovolgere schemi, barriere, mentalità, privilegi, ingiustizie di una società viva e vegeta in cui lui vive, si identifica, criticandola, irridendola, capovolgendola alla sua maniera.

 

La sua maschera, quasi un Arlecchino novecentesco “senza padroni”, diventa in momenti alti, un delicato Pierrot: la preghiera del clown, da lui scritta ed evocata ne Lo spettacolo più bello del mondo, si fa parabola dell’essere artista in senso universale e alto. Anche le strepitose esibizioni musicali, in mazurke leggere o serenate, e i testi delle sue canzoni, romantici, sentimentali, esistenziali, sono la testimonianza di questo suo bisogno interiore di usare varie forme di comunicazione artistica, e di guardare in alto, sulla luna, oltre il cielo.

 

Ed ecco che si staglia, vera icona di un’Italia che cerca l’identità – e un poco di felicità – dopo la guerra, come il “gattopardo” comico che azzanna gli avvoltoi. Lui, difensore della società semplice, popolare, agreste della campagna e dei rioni periferici, contro quella del nuova Italia dal potere già corrotto, avvelenata dalla modernità che vuole omologare tutto, schematizzare il quotidiano.

Sa bene Totò che “Signori si nasce!”, ma per esserlo davvero bisogna meritarselo. A prescindere.

 

Sergio Di Giacomo*

*Sergio Di Giacomo (Messina, 1970), giornalista culturale e critico letterario da oltre 25 anni collabora con la “Gazzetta del Sud”, inoltre con le pagine culturali di Avvenire e le riviste “Leggeretutti” e “Moleskine”. Storico, studioso di storia e analisi dell’identità culturale della Sicilia e di Messina, autore di saggi e studi sulla “città di Antonello”; coordina, con M.Romeo, la sede messinese dell’associazione culturale “Antonello da Messina” (diretta da G.Toldonato, Roma-Messina), con cui ha promosso la “Notte di Antonello” e diversi eventi “antonelliani”.